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"Notizie dalla Terra Santa"

 

Anno VI - 2010

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Questa Redazione, pur non condividendo sempre e necessariamente tutte le dichiarazioni degli autori nei testi citati, reputa che esse siano comunque utili fonti di informazione e riflessione.

Non omologati in alcun schieramento, in rispetto della libertà di pensiero e d'espressione garantite costituzionalmente, riteniamo irrinunciabile e giusto dare spazio a molte voci del dissenso, altrove negate.

...non il sionismo coloniale attraverso vari sofismi.

 

Sul "Muro" interno di Betlemme: "Nulla dura per sempre".

Non solo il muro, ma neppure il sionismo che l'ha costruito.

 

Questo testo di replica, fa seguito alla pubblicazione di 3 lettere apparse sul sito e la rivista Terra Santa.net, le quali fanno parte di un breve scambio d'opinioni tra padre David Maria Jaeger, Vicario della Delegazione romana di Terra Santa, giudeo israeliano di nascita, nonchè patriota sionista dichiarato (che esprime sue opinioni personali e non, grazie a Dio, il pensiero della Chiesa o della Custodia, mentre altri frati e sacerdoti consultati hanno idee diverse in merito) ed un semplice fedele cattolico, buon conoscitore e perciò convinto oppositore dell'ideologia sionista e della sua prassi nefasta.

Con logica semplice e disarmante, questo umile fedele rigetta i tentativi di discredito di cui egli è oggetto da parte del frate, ebreo-sionista per sua personale ammissione, e illustra meglio i motivi per cui un cristiano, per di più cattolico, non possa difendere il sionismo, neppure se ebreo convertito. A meno che di non voler prendere in considerazione impronunciabili ipotesi.

 

Alle volte le persone più semplici riescono ad essere più sensibili alle ingiustizie. In questo caso quelle commesse dall'autorità israeliana ai danni di un popolo, quello autoctono arabo palestinese, spogliato negli anni della terra, delle case, del diritto ad una vita normale, imprigionato in città-lager, decimato nelle sue migliori vite e aspirazioni future, tutt'ora impossibilitato a tornare nelle proprietà dalle quali venne scacciato a più riprese nel corso di oltre sessant'anni, ad opera di stranieri che mai, nè loro nè i loro padri, calcarono la terra di Terra Santa, della quale si impossessarono attraverso lunghi, spregiudicati, sporchi intrighi politici e coloniali, per soddisfare le necessità militari di un impero in disfacimento e troppo impegnato su molti fronti di guerra: quello britannico.

Le vittime di ieri diventarono i carnefici di un popolo, quello arabo di Palestina, che non aveva responsabilità alcuna nelle vicissitudini dei giudei europei. Tutt'oggi milioni di nativi palestinesi sono interdetti dal rientrare in possesso delle proprietà rubate col terrore, e basta solo recarsi in visita a Betlemme, la città dei Martiri Innocenti, per rendersi conto chi sia in possesso delle chiavi di quella galera chiamata Palestina.

 

Voler equiparare la speculazione ideale nazional-sionista ai movimenti risorgimentali patriottici, come tenta di fare Jaeger nella sua prima lettera, oltre ad essere fuori luogo ed una chiara forzatura (i movimenti risorgimentali si svilupparono per lo più nei luoghi dove i protagonisti vivevano ed erano cresciuti, a parte la parentesi garibaldina nel sud Italia, vera congiura inglese, e quella napoleonica francese, entrambi opere di potenze straniere e quindi classificabili meglio come campagne di colonizzazione anch'esse...),  comporta dei rischi notevoli, a parte tutte le implicazioni anticlericali e massoniche connesse al termine storico (il Risorgimento, piaccia o no, è stata l'opera delle logge massoniche e delle sette segrete anticristiane e antipapiste). Mentre sarebbe invece più corretto parlare di operazione coloniale in grande stile, che ha potuto godere, e gode ancora, di ingenti finanziamenti stranieri,  senza i quali, ieri come oggi, fanatici coloni armati sino ai denti non potrebbero permettersi  di angariare la gente di Palestina sin dentro le sue case e proprietà.

 

Operazioni di terrorismo puro iniziarono la campagna "risorgimentale di una minoranza composta da giudei euroasiatici, persone fortemente ideologizzate e aizzate dal rabbinato talmudico, i cui antenati difficilmente calcarono mai il suolo palestinese essendo per lo più di origini kazaro-caucasiche, che massacrarono contadini e civili arabi, radendo al suolo i villaggi che questi ultimi si erano frettolosamente lasciati alle spalle per salvare la vita delle loro famiglie.

 

Un "risorgimento" criminale, che non si fece scrupolo ad iniziare una stagione di sangue la quale sarebbe continuata, tra botta e risposta tra le varie fazioni israelo-palestinesi, sini ai giorni nostri e che continua tutt'ora, avendo lasciato sul terreno oltre 7000 morti, all'85% palestinesi, di cui più di 1000 bambini.

 

Un "risorgimento che non finirà mai, perchè è un falso ideologico, a meno che non si uccidano tutti gli arabi palestinesi rimasti, nelle enclavi circondate da muri e check-point, o nei campi profughi ai confini d'Israele.

 

 

YouTube è zeppo di video amatoriali che mostrano in tutta la loro crudezza i comportamenti vili e sadici di nullafacenti ragazzoti e ragazzotte, con i capelli rossi e le lentiggini, che molestano i palestinesi al lavoro o mentre vano a scuola.

 

 

Che ciazzecca il Risorgimento con tutto ciò?

Senza il fiume di dollari che riempie le casse israeliane, quei ragazzotti non avrebbero il tempo per infastidire la popolazione della quale occupano la terra: perchè dovrebbero andare a lavorare per guadagnarsi il pane, invece di campare come delle zecche sulle spalle dei contribuenti internazionali, particolarmente di quelli americani. E senza le armi automatiche americane a difenderli, sarebbero già stati cacciati a pedate da un pezzo.

 

La cinica strategia geopolitica non si è fatta scupolo alcuno di usare le sofferenze degli scampati alla shoah per trarne vantaggio, giustificare un'escalation coloniale in piena regola, paralizzare psicologicamente l'opinione pubblica mondiale e le autorità internazionali, che nonostante innumerevoli risolzioni delle Nazioni Unite non sono riuscite a ridurre alla ragione la leadership politico-religioso-militare israeliano-sionista, che continua a seminare morte e disperazione in campo arabo. Le legittime reazioni d'istinto alla sopravvivenza e all'autodeterminazione vengono poi strumentalizzate e stravolte da una campagna di informazione deviata in favore di Israele, presentata falsamente quale eterna vittima.

 

Questo commento esprime semplicemente un desiderio di maggior chiarezza.

È necessario esprimersi semplicemente, in modo che chiunque possa facilmente capire, anche senza troppe conoscenze ed erudizioni dottrinali o filosofiche, le quali non possono e non devono servire a confondere la vittima con il suo carnefice, od invertirne i ruoli reali.

Concetti chiari e senza tanti giri di parole.

I sofismi servono a poco.

Sono i morti sul campo che parlano.

È l'area rimasta a disposizione per vivere che fa testo.

La mancanza di libertà di movimento.

La mancanza di tutto.

L'apostasia e l'accidia delle nazioni, con il fumo di satana che confonde le parti, il carceriere e il carcerato, con l'unica autorità data dalle armi il primo, con l'unica colpa di essere arabo il secondo.

 

Non c'è discorso imbonitore che tenga di fronte alle atrocità, ai veri crimini contro l'umanità, compiute ieri, oggi e che sono già in programma per domani, a danno del popolo arabo di Palestina. Cristiano e musulmano.

Qualsiasi discorso che tenda a minimizzare o porre sullo stesso piano chi opprime e chi è oppresso, chi ruba e chi è derubato, è un tentativo di relativizzare una sofferenza che dura da troppi decenni, di minimizzare colpe troppo gravi, di discreditare chi vuole che la verità non sia taciuta o stravolta.

Su tale punto non si può e non si deve transigere o tacere.

A poco valgono le chiacchiere e i giri di parole.

Sono i palestinesi ad essere stati cacciati dalle loro terre da un esercito composto di stranieri. Sono i palestinesi che si sono visti portare via case e terre, spesso distrutte e rase al suolo. Sono i palestinesi che sono rinchiusi in cittadine cintate da muri di cemento armato alti otto metri, con sentinelle a vegliarne gli accessi. Sono 12mila i palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, spesso solo per reati d'opinione, senza diritti e sotto tortura, anche minorenni, contro un solo Shalit, il soldato isareliano prigioniero a Gaza. Sono 5400 i palestinesi uccisi dal 2000, 44 solo lo scorso mese di maggio (tra cui 7 bambini). Sono sempre i palestinesi, arabi di Terra Santa da millenni, costretti in territori occupati militarmente da coloni occidentali, europei, russi, americani, che impediscono loro i movimenti, o li rendono molto difficoltosi. Sono i palestinesi che sono assediati a Gaza, e che muoiono per malattie, per bombardamenti, mentre nelle spiagge del Mar di Galilea e del Mar Morto, ad un pugno di chilometri, chi occupa le loro terre con la forza di armi provenienti d'oltre oceano, abbronza la sua pelle, troppo chiara per reclamare discendenze genetiche che riportino alla Palestina. Semmai all'Impero Khazaro.

Perchè non c'è la certezza della discendenza dal ceppo originale ebraico per la maggior parte degli abitanti israeliti israeliani. A maggioranza askenazi essi sono più facilmente discendenti delle popolazioni khazare o nord europee, mescolatisi ed accoppiatisi infine nel corso dei secoli con uomini e donne di altri ceppi non ebraici. Checchè ne dicano i capi delle "chiese", se non c'è la certezza della discendenza carnale non si può parlare neppure di "popolo", o di diritto al ritorno.

Ammesso che ai palestinesi possa interessare questo discorso, dopo 2000 anni di assenza.

Si potrebbe proporre un esame del DNA per tutti gli israeliani? Basta essere ebreo per reclamare la terra sulla quale vive un altro popolo da millenni? Molti ebrei e rabbini non la pensano così.

Quello colorato di verde è ciò che resta del territorio palestinese oggi. Forse meno.

Il sionismo non è un valore da difendere o a cui dare un'onorabilità che non ha e non potrà mai avere: esso è una deformazione in chiave politico-ideologica moderna del talmudismo giudaico anticristiano.

Se dai frutti poi li dobbiamo riconoscere, allora il fiume di sangue innocente versato negli anni, le terribili ingiustizie patite da gioventù  rubate, la devastazione dei giardini di Palestina, il dolore e la disperazione di molte generazioni, la mancanza totale di volontà da parte isareliana a riparare i danni inferti (taluni irreparabili), al di là delle farse mediatiche, indicano che la pianta sionista è destinata a procurare ancora e solo morti e lutti.

Senza dubbio noi per primi, come cristiani e persone di buona volontà, dobbiamo cercare di portare la pace di Cristo nell'esempio e nei cuori, sapendo contagiare al bene e alla speranza con quella fede che ci arde in petto e che traspare dalle nostre azioni.

Ma qualsiasi azione, qualsiasi parola, qualsiasi gesto, non potrà essere portatore di frutto se non sarà capace di esternare quella carità che ha le sue radici nella verità.

La Verità ci farà liberi: non compromessi relativisti.

Non ignoriamo la perdita di vite ebraiche, dono di Dio come tutte le vite, e sinceramente non potremmo anche lo volessimo, vista la martellante campagna per tenere viva la "Memoria". Solo ci farebbe piacere che ogni tanto, almeno proporzionalmente alle vite che quotidianamente calpesta Israele, ci si ricordasse anche di quelle palestinesi, libanesi, arabe di Terra Santa. Proporzionalmente.

Circa 6000 palestinesi uccisi uccisi in pochi anni, oltre ai quasi 1500 libanesi dal 2006 ("dal 2006", non "del 2006", perchè nel frattempo continuano a mietere vittime le cluster-bombs disseminate dagli israeliani a fine conflitto), ci permettono e ci obbligano a parlare di sterminio.

Caro padre Jaeger, dispiace e addolora sinceramente che lei abbia voluto liquidare l'impegno e l'amore per la Terra Santa di qualche onesto volontario cattolico, cercando di screditarne la testimonianza quale retorica ed eccessiva, tentando di svilirne e demoralizzarne gli intenti ed il lavoro solo perchè non ha dato il dovuto rispetto a quel nazionalismo, a quel "sionismo mal inteso", dal quale lei pare sia affetto.

Le sue parole tuttavia ci aiutano a capire meglio quale aria tiri in qualche settore francescano, la cui diffusione speriamo sia circoscritta.

Beati i tempi, ormai andati, in cui in Delegazione di Terra Santa, a Roma, c'erano gli anziani frati. Quelli che s'erano vissuti la Nakba sulla pelle sin dall'inizio. Che avevano visto le atrocità e gli atti di terrorismo compiuti dal sionismo in erba. Che avevano vissuto i campi di prigionia inglesi. Che erano stati sputacchiati dagli ebrei per anni e che lo sono tutt'ora. Loro sapevano, e sanno, tutt'ora bene cosa sia il sionismo realizzato in uno stato: terrore, omicidi, segregazione, muri, posti di blocco, sopprusi e prepotenze, furto di case e di terreni, anche di proprietà francescana. Loro avevano, ed hanno, la perfetta consapevolezza di cosa sia il sionismo. L'hanno bene inteso, o per meglio dire l'avevano. Diciamo l'avevano, non perchè siano morti, grazie a Dio non ancora, ma perchè sono stati isolati, messi nelle condizioni di impotenza, qualcuno privato persino della linea telefonica, relegati in monasteri dove non potessero dare intralcio al nuovo corso. Quello che vuole venirci a spiegare come debba essere interpretato il sionismo da noi cristiani, per non essere male inteso ma invece bene accetto, come un semplice moto risorgimentale: invece di Garibaldi e Nino Bixio, viva Jabotisky, Teodoro Erzl e Moshé Dayan. Tutti massoni, anticristiani e mangia preti.

Bell'esempio di coerenza cattolica da parte di un discepolo di San Francesco.

Lei poteva scrivere parole per cercare di smorzare gli animi ai suoi connazionali, un po' troppo fanatici e pericolosamente armati, che di Cristo e di cristiani non vogliono sentir parlare. Loro bruciano Bibbie e Vangeli, sparano sui contadini e rubano loro i raccolti, quando non li distruggono semplicemente.

Questo avrebbe cercato di fare San Francesco.

Avrebbe potuto cogliere la palla al balzo, lanciatagli da quel volontario cattolico, e rimbalzarla tra quei ministri di Dio che avrebbero potuto coglierla (e lei è nella posizione di poterlo fare), ascoltando le rimostranze di chi soffre ogni volta che si reca in Terra Santa e la vede prigioniera di senzaDio (perchè se amassero Dio non odierebbero le Sue creature ed i loro fratellastri semiti arabi).

"Voi avete per padre il diavolo e volete soddisfare i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio, e non perseverò nella verità, perchè le verità non è in lui. Quando dice la menzogna, parla del suo, perchè è bugiardo e padre di quella. (...) Chi è da Dio ascolta le parole di Dio, ecco perchè voi non le ascoltate: perchè non siete da Dio" (Gv. VIII, 44-46).

Invece lei ha creduto più opportuno umiliare quel fedele cattolico che ingenuamente le si era rivolto, troppo retorico ed eccessivo nel reclamare la fine dell'assedio a Gaza e dei Territori palestinesi Occupati, il ritiro delle colonie abusive, il ritorno dei profughi, la giustizia più elementare. E poi egli aveva commesso il grave errore di non menzionare le vittime ebraiche, oggi le sole vittime sacralizzate sull'altare olocaustico mediatico, anche se sono sempre figlie di Dio. Ma questo pensiamo che quel fedele cattolico lo sapesse già. Solo che mentre tutti, e con gran risonanza mediatica, si occupano esclusivamente delle vittime ebraiche, pochi si ricordano che mentre celebrano la "memoria" e piantano un ulivo nel "giardino dei giusti", altri compatrioti in kippa estirpano e danno alle fiamme ettari interi di piante d'ulivo palestinesi.

C'è equità in tutto ciò?

Perchè quel fedele sarebbe retorico ed eccessivo nel far notare la discrepanza, meritando di essere screditato, e invece chi tace, o non parla a sufficienza per denunciare tali delitti, non dovrebbe essere accusato d'omissione di soccorso, che è complicità nei crimini contro l'umanità che Israele commette impunemente con il plauso dei potenti?

Ciò che scredita la cattolicità, in realtà, non sono i piccoli uomini, la cui voce può sembrare talvolta un po' forte, magari imprecisa nelle battute, da cui nessuno si aspetta granchè, ma che lavorano in silenzio per i fratelli.

Ciò che scredita veramente la cattolicità è il silenzio e l'ambiguità di tanti uomini di Chiesa, da cui il popolo si aspetterebbe invece, oggi più che mai, maggior coraggio e forza nella fede. Cristo i mercanti li cacciava dal tempio e i farisei li chiamava "razza di vipere", non li blandiva.

La storia, lo sappiamo, si ripete. Gli zeloti di ieri, i patrioti, i sionisti d'oggi, sono liberi di commettere i loro crimini: i sacerdoti, gli scribi e i farisei, i rabbini ed il loro popolo li difendono.

Tanto ad essere crocifissi sono sempre i poveri Cristi.

Grazie padre Jaeger, per averci illuminato maggiormente: sul danno che può causare alle anime il sionismo, quando viene ben interpretato da un nativo colono israeliano, giudeo convertito, vogliamo credere, come lei.

Ci fermiamo qui, riservandoci di approfondire altri aspetti e comportamenti di quello strano francescanesimo, filo-sionista e giudaicamente personalizzato nel quale, quali francescani laici, non possiamo riconoscerci e non possiamo riconoscere la voce del poverello d'Assisi, il quale, ne siamo certi, avrebbe scelto di vivere tra i diseredati ed i reietti delle città-lager palestinesi di Cisgiordania, senza riconoscere la benchè minima dignità e bontà a chi calpesta la vita dei fratelli in nome di ideologie perverse, frutto del messianismo spurio inventato dal rabbinato talmudico.

"Dai loro frutti li riconoscerete": e 60 anni dopo la nascita d'Israele, la strage degli innocenti continua.

 

La Redazione di TerraSantaLibera.org

 

 

"...Oggi sarai con me in Paradiso..."

 

 


Testi integrali delle 3 lettere

La prima lettera:

Per un sionismo ben inteso

di padre David-Maria A. Jaeger, ofm


(TerraSanta.net) - In relazione al tema del sionismo cristiano, stigmatizzato dalla Dichiarazione firmata a Gerusalemme il 22 agosto scorso da alcuni responsabili delle Chiese cristiane di Terra Santa, riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera di padre David-Maria Jaeger datata 4 settembre 2006. L'autore è un frate minore di origini ebraiche, giurista ed esperto di relazioni ebraico-cristiane.


Caro direttore,
premettendo la doverosa piena condivisione dei contenuti sostanziali della Dichiarazione di alcuni tra i massimi pastori cristiani di Gerusalemme - riportata da Terrasanta.net il 4 settembre 2006 - che deplora e «respinge» una delirante forma nociva di «sionismo cristiano», nettamente contraria alla fede e alla morale biblica e cristiana, mi preme comunque offrire, quasi una nota in calce alla pagina, anche questa modesta precisazione riguardo al termine «sionismo».

Questo termine ha subito, in certi ambiti di discorso, serie degradazioni, specie a partire dalla guerra del 1967. È da allora che certuni, tra sostenitori e oppositori, lo reinterpretano nel senso giustamente respinto dai sullodati pastori. In origine, però, e secondo la sua propria verità, il sionismo non è che il movimento nazionale del popolo ebraico, in qualche modo analogo, per esempio, al Risorgimento italiano. Esso, nato verso la fine del XIX secolo, rappresenta la brama di libertà, di indipendenza nazionale, per gli ebrei, e perciò la volontà di trasformazione della collettività ebraica da una mera minoranza religiosa sparsa quà e là, in nazione.

Con il sionismo cambia l'autoconcezione degli ebrei che ad esso aderiscono (e non sono mai stati tutti). Una volta creato lo Stato di Israele, frutto ideale del movimento sionista, il sionismo, per un ebreo israeliano, non è più distinguibile dal patriottismo. I sostenitori cristiani del sionismo, in quest'ottica, sono i cristiani non di ceppo ebraico che simpatizzano per le aspirazioni di libertà nazionale degli ebrei, ma anche, e più significativamente, gli ebrei israeliani di fede autenticamente cristiana, per i quali la libera e consapevole scelta di riconoscere in Gesù il Messia d'Israele non cancella - e non deve cancellare - l'identità nazionale, il sano patriottismo.

Così come, nelle parole della Dichiarazione surriferita, «i palestinesi, musulmani e cristiani, sono un solo popolo», pure gli ebrei israeliani, seguaci della religione giudaica e cristiani, sono un solo popolo, condividendo un solo patriottismo - che per i credenti in Cristo, di qualsiasi nazionalità essi siano, deve sempre essere un «patriottismo critico», professato e vissuto sotto la crisis, il giudizio, del Vangelo.

Non è forse fuori luogo osservare che la ri-definizione sionista dell'essenziale identità ebraica - non più solo religiosa, ma anzitutto nazionale - ha reso possibile ai figli del «primo Israele» di entrare a far parte del «nuovo Popolo di Dio» in un modo del tutto normale, come lo farebbero i membri di qualsiasi altra nazione, senza subire necessariamente il trauma dell'apparente perdita della propria appartenenza umana a un popolo e a una cultura particolari. Lo so bene, perchè è stata questa la mia esperienza, da ebreo israeliano che ha seguito Cristo ed è entrato nella sua Chiesa, senza che ciò significhi alcuna rottura dei legami naturali, umani, con la propria nazione di appartenenza «in questo mondo». In tal modo il sionismo, rettamente inteso, potrebbe anche essere visto come, in un certo senso, la preparazione provvidenziale (oltre l'intento, si capisce, dei suoi fondatori) di una via per il Signore.

La tragedia (ancora in atto) è questa, che il risveglio nazionale del popolo ebraico, nelle manifestazioni concrete del suo movimento «risorgimentale» - del sionismo - non ha saputo tener in debito conto la presenza nella terra degli avi - oramai da tanto, tantissimo tempo - di un altro popolo, che stava felicemente sviluppando in pari tempo la propria consapevolezza di essere nazione, vivendo il proprio desiderio di libertà (fino ad oggi non esaudito).

Solo il reciproco riconoscimento - effettivo e non solo a parole - di questi due movimenti nazionali, e l'equa con-divisione dell'antica patria di entrambi, destinata oramai a diventare il territorio di due repubbliche libere e indipendenti, potrà mettere fine a questa tragedia.

Nella ricerca di questo esito, i cristiani da una parte e dall'altra sono certamente chiamati a interpretare un ruolo insostituibile nell'offrire ai rispettivi connazionali l'esempio di patriottismo - e quindi, per gli ebrei israeliani, di sionismo - professato e vissuto «criticamente».

Ecco perché, caro direttore, vorrei che la Dichiarazione delle guide spirituali delle Chiese non sia fraintesa come se «respingesse» il «sionismo» o anche solo il «sionismo cristiano», rettamente inteso e vissuto, secondo la realtà del suo significato storico e originale, che non cessa di essere anche attuale, o comunque da recuperare.

Padre David-Maria A. Jaeger, ofm

 


 

La seconda lettera:

 

Siate più espliciti nel difendere i palestinesi

 

(TerraSanta.net) - Un lettore scrive a padre David M. Jaeger a margine dei suoi interventi su Terrasanta.net e sul bimestrale Terrasanta.

Caro Padre Jaeger, lei in Cristo non è più giudeo, né greco, ma solo un cristiano come noi, perseguitati, emarginati, impauriti, ieri come oggi, mentre il popolo dalla cui elezione carnale lei si è affrancato (padre Jaeger è di stirpe ebraica - ndr), è quello che, almeno in Israele, ma non solo, perseguita, emargina, impaurisce.

Capisco che certe trattative impongano prudenza e massima diplomazia, che io condivido, ma forse il «popolo eletto», almeno in Israele, ha superato quel limite umanamente accettabile per cui non far sentire la nostra voce e denunciarne le atrocità rappresenta a tutti gli effetti un'omissione più che un atto di prudenza. E certe omissioni sono colpe che poi si pagano, in un modo o in un altro. Se non potete voi come francescani e custodi dei luoghi sacri e delle pietre vive, pressate perché almeno qualche altro prelato di qualche altro ordine gerarchico intervenga a far sentire la sua voce chiara e forte. E il vostro parlare sia Sì-Sì. No-No.

Io come cattolico, ultimo tra gli ultimi, non posso accettare di veder sterminare i miei fratelli palestinesi, cristiani e musulmani, senza far nulla. Voi o chi per voi dovete fare sentire la voce della Chiesa cattolica più forte e chiara.
Perdoni il mio sfogo, non sono critiche che io rivolgo direttamente a lei, ma lei sicuramente sarà più bravo di me nel farle arrivare dove è necessario. Non siamo pochi noi cattolici che auspichiamo posizioni più ferme e coraggiose.
È solo la nostra viltà e timore nel dire tutta la verità che rende forte il mistero d'iniquità, il mentitore ed omicida sin dall'inizio.

In Cristo,

F. F.

 


La terza lettera:

Risponde padre Jaeger

(TerraSanta.net)

1. Un cristiano non cessa di essere membro del suo popolo, italiano, spagnolo, giapponese,ebreo ecc. Gli ebrei formano un popolo, come gli altri. Un ebreo credente in Cristo, battezzato e membro della Chiesa è pur sempre un membro del popolo ebraico, specie se in Israele. Nel 1963 i capi, i pastori, di tutte le Chiese e Comunità cristiane in Israele, cattoliche, ortodosse, protestanti, hanno dichiarato pubblicamente: «Noi riteniamo l'ebreo convertitosi al cristianesimo sempre membro del suo popolo».

2. La realtà conflittuale in Terra Santa, che tanto rattrista gli animi e i cuori, è troppo complessa per poterla dipingere come un semplice combattimento tra buoni e cattivi (e ce ne sono degli uni e degli altri, certo). I Pastori delle Chiese cristiane non hanno mancato comunque di far sentire la loro voce, a più riprese, a riprova dei mali commessi nel corso del conflitto tuttora in atto, chiamando tutti al rispetto della vita e della dignità altrui. Le dichiarazioni a tutti i livelli, localmente, come anche da parte della Suprema Autorità della Chiesa cattolica, sono state chiare e non del tutto infrequenti.

3. La testimonianza specifica dei frati francescani, a mio avviso, è proprio questa, che Cristo è la nostra Pace, che è in lui che viene abbattuto il muro dell'inimicizia, che è in Cristo, nel credere in Lui, nell'essere battezzati e compresi nella Sua Chiesa, che gli uomini trovano la Pace. Questo viene testimoniato molto concretamente dalla nostra fraternità, che comprende indistintamente ebrei e arabi, americani ed iracheni, neri e bianchi... non è rinnegando le nostre appartenenze umane, nazionali, ma relativizzandole sanamente, riconoscendo un Unico Assoluto, che rendiamo questa testimonianza, che credo valga più di tutte le esternazioni possibili.

4. Anche nel criticare violenze ed ingiustizie, proprio un senso di giustizia impone la misura, e gli eventi in Terra Santa, pur tristi e preoccupanti, non consentono di parlare di «sterminio di cristiani e musulmani» da parte di chicchessia. Una testimonianza che si lasciasse andare in retorica eccessiva del genere finirebbe per screditarsi. E nel lamentare le vite perdute non si possono ignorare quelle ebraiche, come se valessero meno di quelle di «cristiani e musulmani». Davanti ai nostri occhi si sta svolgendo una tragedia che tocca tutti, e schierandosi con gli uni ad esclusione degli altri non si aiuta certo a risolverla.

Padre David-Maria A. Jaeger, ofm


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