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UN’IDEOLOGIA ATEO-RIVOLUZIONARIA
ATTA A SEDURRE I CATTOLICI:
“SCONTRO
DI CIVILTÀ” E NEOCONSERVATORISMO
di
Catholicus Fidelis
"SìSìNoNo",
Anno XXXIII, n. 19, del 15 novembre 2007
A
seguito degli eventi internazionali di questo inizio di millennio,
si è imposta all’attenzione dell’ opinione pubblica una corrente
di pensiero, il cosiddetto “neoconservatorismo”, i cui
intellettuali di punta sono i diretti e indiretti elaboratori
delle strategie politiche ed economiche degli U.S.A.
Tuttavia, a dispetto del nome che tale cerchia intellettuale si è
dato, si tratta di una scuola di pensiero portatrice di una
ideologia “ateo-messianica” e
di un programma politico di tipo “rivoluzionario-conservatore”
che tenta oggi, ingannandoli, molti, troppi cattolici.
L’insorgere del terrorismo islamico-fondamendalista ha causato in
ambito cattolico tradizionalista, o comunque conservatore (i due
ambiti non coincidono perfettamente) una levata di scudi in difesa
di un “Occidente” confuso con la perduta Cristianità, o con ciò
che di essa rimarrebbe e sarebbe pertanto degno di difesa ad ogni
costo nella prospettiva di Samuel Hungtington dell’ imminente
“scontro di civiltà”.
Quel che non è stato compreso da parte di questi settori del
Cattolicesimo tradizionalista o conservatore è l’infondatezza
della tesi hungtingtiana, secondo la quale, tra le diverse civiltà
che si confrontano attualmente sullo scenario mondiale, quella
“euro-americana” costituirebbe un “unicum” ossia la
“civiltà occidentale”. In realtà, se di scontro si deve parlare,
siamo invece, come vedremo, di fronte ad uno scontro del tutto
interno al cosiddetto “mondo occidentale”. Si tratta dello scontro
tra “la religione del Dio che si è fatto Uomo e la religione
dell’uomo che pretende di farsi dio”. Infatti, da un punto di
vista coerentemente cattolico, lo scorrere dei secoli, che dalla
Cristianità medioevale ci hanno portato, attraverso l’intermezzo
dell’ Europa Cristiana
cinque-seicentesca, all’Occidente globale di oggi, non può
essere letto sorvolando sulla grande frattura protestante, che è
la vera radice dell’ Occidente americanocentrico.
LA FRATTURA PROTESTANTE E L’APOSTASIA DELL’ OCCIDENTE
Tra il XVI ed il XVII secolo lo sviluppo storico dell’Europa
cattolica mostrava tutti i segni di quella che sarebbe potuta
essere una differente modernità senza cesure spirituali e storiche
con la Cristianità medioevale. Una concreta possibilità storica
rimasta poi inattuata soprattutto a causa della frattura
protestante. Infatti, in quei secoli lo scenario dell’epoca era
incentrato politicamente sull’egemonia della Spagna (dalla quale
sarebbe potuta nascere una “universalizzazione” di segno cattolico
ben diversa da quella anglo-protestante attuale), culturalmente
sulla seconda scolastica della scuola teologico-giuridica di
Salamanca (alla quale si deve la definitiva chiarificazione della
dottrina cattolica sulla naturalità della comunità politica e sul
diritto internazionale euro-cristiano, elaborato da Vitoria,
Suàrez e Bellarmino), religiosamente sulla Riforma Cattolica del
Concilio Tridentino. È sempre necessario tenere ben presente la
svolta storica intervenuta nel XVI secolo per poter capire che non
vi è affatto continuità tra Cristianità ed Occidente perché, in
quel cruciale albeggiare della modernità, l’Europa ha purtroppo
scelto di voltare le spalle alla Chiesa cattolica e di ripudiarsi
come Cristianità, impedendo perciò il nascere di una diversa
modernità e trasformando se stessa nell’attuale Occidente
apostata, inevitabilmente destinato all’implosione nichilista.
Nel periodo compreso tra il 1550 ed il 1640 esistevano ancora una
Cristianità ed una comunità culturale euro-cristiana. Ma sia l’una
che l’altra furono travolte dalla Riforma protestante, dal
comparire delle “Chiese” nazionali come effetto del chiudersi
degli Stati assoluti all’Autorità spirituale della Chiesa, dal
dilagare, sull’onda della teologia luterana e della filosofia
cartesiana, del soggettivismo e dell’ individualismo. L’epocale
snodo, segnato dall’ età che va dalla metà del XVI secolo alla
metà del XVII secolo, scompigliò l’identità cristiano-cattolica
dell’ Europa proprio nel momento in cui il vecchio continente
aveva iniziato, nel precedente cinquantennio, la sua espansione
planetaria.
Al
contrario, la concezione massonica e liberale, spesso barattata in
ambito cattolico-liberale per “umanesimo cristiano” (ossia quella
del crociano “perché non possiamo non dirci cristiani”) ed
attualmente ripresa, in funzione filo-occidentale per giustificare
lo “scontro di civiltà”, anche dai cosiddetti “atei cristiani”,
come Giuliano Ferrara o la scomparsa Oriana Fallaci, non vede
nella storia europea soluzioni di continuità e concepisce
l’occidente americanocentrico (ossia ciò che oggi si definisce
“globalizzazione”) come filiazione legittima della Cristianità
premoderna. In realtà, questa filiazione è un puro mito
ideologico perché lungo il processo storico, che ha portato al
tramonto dell’antica Cristianità ed al parallelo sorgere
dell’egemonia occidentalista, vi è stata, per l’appunto, la
profonda frattura della Riforma protestante.
L’EREDITÀ DI MARX
La
pretesa ultima ed essenziale dell’occidentalismo è quella, di
indubbio sapore “anticristico”, della realizzazione mondana della
promessa cristiana di Redenzione e Liberazione dell’umanità. Non è
stato soltanto il marxismo a trasporre la Promessa del Regno
dall’aldilà all’ aldiquà. Questa indebita trasposizione è
l’essenza anche del liberismo, essenza che si va manifestando con
maggiore evidenza proprio oggi che, in nome della globalizzazione,
viene mendacemente promesso all’ umanità un avvenire di
pacificazione e di benessere planetari.
Da
Lutero in poi si è avviato un processo di “de-ellenizzazione” del
Cristianesimo, che ha costituito la rovinosa svolta della storia
europea ed occidentale. La rottura protestante con la teologia
cattolica ha prodotto la contraffazione liberale del diritto
naturale, che è stato pervertito nella concezione del presunto
fondamento contrattualista (che è come dire soggettivista ed
utilitarista) del diritto e delle forme politiche e sociali. Ma
proprio in questo inizio di nuovo millennio, nel momento in cui
l’occidente americanomorfo va conoscendo il suo momento di
trionfo, la filosofia umanitaria dell’Occidente sta sprofondando
nel nichilismo globale.
Un
esempio tipico della discontinuità tra la perduta Cristianità europea
e l’occidente odierno ci è dato proprio dalla dottrina Wolfowitz/
Rumsfeld/ Rice della guerra preventiva, nella quale molti
cattolici credono di poter scorgere l’ aggiornamento della
dottrina patristica sulla “guerra giusta”. Al contrario, la
tradizionale dottrina cattolica del “bellum iustum”, della guerra
giusta, che si richiama immediatamente allo “ius” e quindi al
diritto e solo successivamente, come istanza ultima, rimanda anche
alla giustizia in senso etico, presuppone alcune condizioni, quali
quelle dell’«extrema ratio», del “male minore” e dell’Autorità
internazionalmente riconosciuta che la sancisca e la delimiti per
negare a ciascuno degli Stati contendenti la possibilità di
proclamarsi giudice “in causa sua”. Queste condizioni sono del
tutto mancanti nella dottrina della guerra preventiva: il
documento “The National Security Strategy of United States of
America” ha proclamato il diritto storico dell’ America ad
usare preventivamente la sua superiorità militare senza alcun
limite legale e contro qualunque Stato od organizzazione
che ne minacci gli interessi e la supremazia mondiale. La dottrina
cattolica della guerra giusta prevede, sì, la possibilità di fare
guerra in difesa dei diritti di altri, ma, al di là di questo caso
particolare, essa concepisce la guerra per lo più come legittima
difesa da un’ingiusta aggressione. La dottrina neoconservatrice
della guerra preventiva, invece, afferma semplicemente il diritto
del più forte a discapito della forza del diritto.
La
dottrina neoconservatrice sulla guerra preventiva ed unilaterale
manifesta una carica eversiva radicale analoga a quella della
dottrina internazionalistica sovietica la quale dichiarava
l’Unione Sovietica, in quanto rappresentante di tutti i lavoratori
del mondo, unico Stato legittimo al cospetto di tutti gli altri di
per sé illegittimi perché “Stati borghesi”. Questa analogia si
spiega con il fatto che, come si diceva, quella neoconservatrice è
un’ ideologia rivoluzionaria piuttosto che “conservatrice” nel
senso classico della parola. In effetti l’etichetta “conservative”
si addice molto poco a quella che è piuttosto una nuova destra
agile, spregiudicata, proiettata in avanti, “nostalgica del
futuro” e che deve alla sua eredità di “sinistra” la sua voglia di
cambiare il mondo, anziché di star a contemplarlo. I
neoconservatori non sono certo comunisti, ma sono sicuramente
intellettuali formati su Marx. Essi traggono la propria origine
dal circolo dei “New York Intellectuals”, un gruppo fondato negli
anni ‘30 dal teorico trotskysta Marx Schachtman. La svolta dal
comunismo al liberismo è avvenuta nel momento in cui essi hanno
iniziato a denunciare l’antisemitismo in auge negli anni ’50 in
Unione Sovietica. Tutte le figure chiave della scuola “neocon”
vengono dalla sinistra radicale. Delusi dalla sinistra, sin dagli
anni ’50 la loro principale preoccupazione è diventata lo sviluppo
e la difesa di Israele (anche quando ciò significhi governare
contro gli stessi interessi statunitensi o mettere in pericolo
l’intera pace mondiale).
Il
retaggio di Marx nei “neocon” è palese. È la filosofia di Marx a
sostenere che il mondo non bisogna interpretarlo, ma cambiarlo
mediante – aggiungeva Trotsky – la “rivoluzione permanente”. Puro
e blasfemo prometeismo: è l’uomo, non Dio, a creare il mondo e a
fare la storia. I neoconservatori americani sono, dunque, dei
“liberal che si sono scontrati con la realtà”, ossia intellettuali
passati dall’utopia
democratico-pacifista al cinismo decisionista-bellicista, e
nella loro aspirazione a cambiare il mondo mediante l’esportazione
universale del presunto “migliore dei sistemi possibili”, ossia la
democrazia elitaria americana, si rinviene non solo un delirio
giacobino, come ha osservato Sergio Romano (un conservatore
intelligente e non “neo”), ma anche una profonda assonanza
filosofica con il vecchio sistema di Marx che attribuiva appunto
alla filosofia il compito di trasformare il mondo rinunziando alle
domande fondamentali sull’essere e sull’esistenza.
I
neoconservatori americani, in questo affini ai “libertarians” o
“anarcoliberisti”, mutuano dalla filosofia di Marx anche
l’avversione assoluta verso lo Stato, ma non verso, come si dirà,
il liberismo autoritario. Lo Stato, infatti, è da essi inteso,
come “sovrastruttura egemonica” e viene condannato perché con il
suo limite territoriale è di ostacolo ad un ordine economico
transnazionale che consegni l’umanità, sotto l’egemonia americana,
non ad una giusta ed equilibrata modernizzazione, che apporti
condizioni di vita dignitosa in un onesto ma modesto benessere, ma
bensì al sogno prometeico e millenarista della “fine della storia”
e della “pacifica prosperità globale”. Questo sogno, che fu già
proprio dell’ internazionalismo marxista, è ricomparso oggi nella
forma dell’ utopia liberista del mercato mondiale e costituisce,
per coloro che hanno orecchi per intendere e occhi per vedere, la
nuova versione dell’antica luciferina promessa di
auto-divinizzazione dell’ umanità (Eritis sicut Dei,
Gen.3,4). L’ideologia neoconservatrice è l’ anima del
capitalismo iperconcorrenziale e globale, oggi egemone, che
abbaglia l’uomo con i luccichii delle sue vetrine sfavillanti
facendogli dimenticare le realtà eterne ed il suo destino finale
di salvezza o dannazione.
L’antistatalismo neoconservatore, però, non è una mera negazione
anarchica del potere politico in genere. I “neocon”, infatti, si
oppongono soprattutto a quella forma moderna dello Stato, ossia lo
Stato sociale, che storicamente, perlomeno in Europa ed anche per
influsso del magistero sociale cattolico, è riuscito ad arginare,
ridistribuendo almeno in parte tra le diverse classi la ricchezza
prodotta, la conflittualità sociale innescata dal moderno processo
di industrializzazione ossia dalla decristianizzazione degli
antichi modi cristiani, comunitari e corporativisti di vita e
lavoro, ispirati dal principio di solidarietà e dalla cura del
bene comune, ignorati dal liberalismo.
Sull’onda della destrutturazione dello Stato nazionale e sociale
promossa dal pensiero neoconservatore, è emersa un’economia
“nichilista”, che si esprime nella distruzione del lavoro stabile
e nel dominio globale della finanza anonima e speculatrice,
cresciuta a sua volta sulla moneta creata ex nihilo dalle banche
centrali, in un impeto simulatorio della Potenza di Dio.
L’USO STRUMENTALE DI RELIGIONE E TRADIZIONE
Tipico dell’ideologia neoconservatrice è l’uso strumentale dei
“valori religiosi” e delle “radici identitarie”. Valori e radici
sono usati dal neoconservatorismo per accendere il fuoco
planetario dello “scontro di civiltà”.
I
maggiori esponenti della scuola neoconservatrice, come si è detto,
provengono dalla sinistra americana. Essi hanno abbandonato le
utopie umanitarie e pacifiste e riscoperto il pensiero
conservatore statunitense, aggiornandone i contenuti con gli
apporti dell’antropologia negativa e del decisionismo mutuati dal
pensiero di Carl Schmitt nella sua fase post-cattolica, nella
quale il grande vecchio della scienza giuridica europea del XX
secolo costeggiò, da “epimeteo cristiano” (come ebbe a riconoscere
egli stesso nel dopoguerra) il movimento ed il regime nazista. Ad
una “sinistra liberal”, proiettata verso la dissoluzione
libertaria, i “neocon” oppongono la necessità di una rifondazione
conservatrice della società che ne riattualizzi le radici
tradizionali. Ora, se nel Cattolicesimo tradizione significa
coniugare etica e socialità in un complesso nel quale tout se
tient, dalla famiglia naturale alla carità, dalla sacralità
del matrimonio alla giustizia sociale, dalla dignità umana (sin
dal concepimento) all’amore verso i poveri, nel mondo statunitense
“tradizione” è il più rigido puritanesimo (l’arcaico,
veterotestamentario “occhio per occhio, dente per dente”,
l’ascetismo professionale intramondano, il successo sociale segno
di elezione, la povertà segno di dannazione ecc.).
I
“neocon” partono da un’analisi in parte giusta della crisi del
mondo moderno. Questa analisi prende le mosse dall’evidente
fallimento storico del progressismo e dell’utopia del mondo nuovo
che, fino a qualche decennio fa, sono stati il credo gnostico, in
versione progressista, della modernità. Tuttavia il punto di
debolezza e di contraddittorietà del pensiero “neocon” sta nel
sottacere il nesso tra il liberalismo e la crisi nichilista nella
quale va annaspando l’Occidente. Secondo Peter Steinfels, i
“neocon” “sono indiscutibilmente dei liberali”. A dire il
vero, essi del liberalismo sono i becchini perché il loro
pensiero rappresenta l’inevitabile esito nichilista del
liberalismo.
In
un’epoca come quella attuale, nella quale la liberal-democrazia è
un idolo da esportare in tutto il mondo e nella quale persino i
dittatori si definiscono democratici, è evidente come i “neocon”
non possano apertamente presentarsi come illiberali o
antiliberali. Essi, perciò, fanno proprio del liberalismo il
filone “conservatore”, del quale portano a compimento tutte le
potenzialità nichiliste ancora inespresse. La qualifica di “neo”
sta semplicemente ad indicare lo sforzo di rielaborare in chiave
post-moderna il liberalismo conservatore, le cui radici affondano
nel pensiero religioso e filosofico anglosassone del Seicento e
del Settecento.
Come ha notato Shelton Wolin, il liberalismo conservatore
americano nasce e si sviluppa dalle idee di John Locke. La
dottrina lockiana è un conservatorismo sociale che sposa il
liberalismo politico coniugando i valori tradizionali con l’
individualismo mercantile. Da questa unione di tradizionalismo ed
individualismo nasce un liberalismo di tipo conservatore. Il
catalizzatore di questa unione è stato il protestantesimo, in
particolare nella sua forma puritana.
Il
pensiero “neocon”, pur essendo critico verso gli esiti nichilisti
dell’Occidente, punta a conciliare l’etica tradizionale, che negli
Stati Uniti non è quella cattolica ma quella del rigorismo
puritano, con il liberismo mercantile senza avvedersi dello
stretto nesso esistente tra il liberismo ed il soggettivismo
teologico, filosofico ed etico che, da Lutero e Cartesio in poi,
avvelena la cultura occidentale. Il liberismo, che, in quanto
individualismo economico, si rivela un soggettivismo sociale,
nasce sul presupposto del soggettivismo teologico protestante,
sicché la cecità dei neoconservatori sul rapporto causa-effetto
tra l’uno e l’altro denota l’essenziale aporia di tale scuola di
pensiero. I “neocon”, infatti, deplorano la deriva nichilista
della società occidentale nel momento stesso in cui proclamano di
voler restaurare il mercato nella sua purezza liberale, mondandolo
da tutti i limiti ed i condizionamenti ad esso imposti dallo Stato
per necessità politiche e/o sociali. Questa loro pretesa, per la
quale l’anti-nichilismo coincide con la restaurata “purezza” del
mercato, costituendone anzi quasi una premessa, fa un uso
puramente strumentale della tradizione religiosa e nazionale,
perché, in realtà, essi non credono a nessun soprannaturale.
Questo connubio tra “Dio e Mercato”, sicché il primo diventa un
idolo teologico a giustificazione del secondo, se è naturale in
ambito puritano, è tuttavia impossibile, senza dissacrare la
Tradizione, in ambito cattolico. I “neocon”, da un lato, sulla
scia del conservatorismo classico
condannano l’economicismo di
Marx, che fa dei “valori tradizionali” una funzione
dell’economia, ma, dall’altro lato, restringono il nichilismo ad
un fenomeno attinente soltanto alla sfera etica e non lo
riconoscono come manifestazione ultima del soggettivismo,
teologico e filosofico, che è l’essenza anche del liberismo. I
“neocon” ritengono che la “civiltà occidentale”, da essi
assimilata sic et simpliciter agli Stati Uniti d’America,
sia oggi minacciata dal nichilismo etico, ma negano che la radice
prima di questo nichilismo sia da cercare nel soggettivismo
teologico protestante, che è l’essenza della religione americana.
I “neocon” non si rendono conto che al relativismo etico sul piano
morale, corrisponde il relativismo sociale sul piano sociologico.
Non è stato infatti un caso se il relativismo sociale è esploso
nella forma della precarizzazione del lavoro proprio quando il
liberismo, dopo la caduta del comunismo, ha trionfato. Alla
flessibilità delle scelte morali che dissolve tutti i legami
familiari, rendendoli assolutamente revocabili e temporanei,
corrisponde simmetricamente, nella società occidentale liberale,
la flessibilità delle opzioni sociali che dissolve ogni legame
comunitario rendendo tutti i rapporti umani, anche quelli politici
di cittadinanza e quelli produttivi di lavoro, meri rapporti a
tempo determinato. E se è vero che il relativismo etico ha
preceduto quello sociale ciò significa soltanto che il primo,
frutto della contestazione sessantottina, ha aperto la strada al
secondo. Augusto Del Noce, il più noto filosofo cattolico italiano
del XX secolo, che fu definito a ragione l’«anti-Bobbio», quando
criticava il permissivismo morale della società neoborghese
postsessantotto vedendo sorgere da essa il “totalitarismo della
dissoluzione”, di cui paventava una capacità di dominio maggiore
degli antecedenti hitleriani e staliniani, intendeva riferirsi
appunto all’ ideologia liberista oggi fatta propria dai
neoconservatori. Augusto Del Noce non era affatto un cattolico
liberale; non ha, infatti, esitato ad individuare nel liberismo
l’essenza stessa della fase profana della secolarizzazione, ossia
della post-modernità. Il filosofo torinese non aveva dubbi sul
fatto che il relativismo etico ed il relativismo sociale sono due
contestuali e parallele manifestazioni del nichilismo
anticristiano, che è la vera malattia dell’Occidente liberale.
IL PADRE “ESOTERICO” DEL NEOCONSERVATORISMO E LE SUE ANTICIPAZIONI
IN LUTERO
“L’inganno
perpetuo dei cittadini da parte dei dirigenti al potere è
indispensabile giacché i primi hanno bisogno di essere diretti e
hanno bisogno di autorità forti che indichino loro ciò che è
meglio per essi… sono adatti alla direzione coloro che si sono
resi conto che non esiste moralità e che non esiste che un solo
diritto naturale, quello del superiore a guidare l’inferiore… Si
vuole una popolazione malleabile che si possa modellare come del
mastice”1. Così il pensiero di Leo Strauss
(1899-1973), il filosofo ebreo-tedesco-americano, padre
“spirituale” dei neoconservatori americani, è stato sintetizzato
dalla migliore competente in materia, Shadia B. Drury, docente
all’Università di Calgary, in Canada, ed autrice di notevoli studi
sull’argomento.
Noto ai soli addetti ai lavori, per via della sua vita passata
“dietro le quinte” a preparare filosofici allievi dell’avvenire
sicuro in posti di preminenza politica, economica ed
universitaria, Leo Strauss ha acquistato una certa notorietà anche
presso un più vasto pubblico a seguito dell’emergere della “setta”
neoconservatrice, i cui principali esponenti, quasi tutti di
origine ebraica, sono stati suoi allievi, anche oltre gli anni
universitari. Nato in Germania, Leo Strauss visse il clima
incandescente della Repubblica di Weimar e fu costretto a lasciare
il paese natale all’avvento del nazismo, per rifugiarsi negli
Stati Uniti d’America. Nel periodo weimeriano era stato allievo di
due tra i principali esponenti della Rivoluzione Conservatrice
tedesca: Carl Schmitt e Martin Heidegger. Immerso nella stessa
temperie spirituale e politica dalla quale Carl Schmitt trasse
ispirazione per la teorizzazione del decisionismo e della
essenziale conflittualità della politica, anche internazionale,
Leo Strauss finì per far sue le teorie del maestro. Proprio come
il Carl Schmitt in versione non più cattolica ma hobbesiana,
Strauss opta per un’antropologia negativa e ne fa la base per
l’interpretazione della realtà umana e sociale. Ciò che della
teoria schmittiana affascina Strauss è, senza dubbio, la dicotomia
“amico-nemico” che Carl Schmitt pone a fondamento del Politico. O
meglio: è l’antropologia negativa, il pessimismo antropologico,
che si cela dietro quella dicotomia ad affascinare il giovane Leo
Strauss.
Ad
iniziare da Samuel Hungtington, con la sua teorizzazione del “crash
of civilitation”, anche i neoconservatori hanno fatto propria
l’idea di un “nemico assoluto”, “metafisico”, con cui non è
possibile alcuna convivenza ma soltanto una guerra perpetua,
finalizzata all’ implacabile annientamento del nemico. Questa idea
è fondata sul pessimismo antropologico che Carl Schmitt mutuava da
Hobbes (“homo homini lupus”), ma che prima era stato proprio di
Lutero. Questa concezione del Politico come ambito del conflitto
perenne è del tutto avulsa dalla
tradizionale concezione cattolica, di derivazione
aristotelico-agostiniano-tomista, che individua, al
contrario, nel principio del Bene Comune, e dunque nell’amicizia e
nella naturale socievolezza dell’uomo, il fondamento vero ed
autentico della Comunità Politica, in un quadro nel quale la
conflittualità è soltanto l’esito, sempre presente ma inautentico,
del peccato originale che l’Amore di Cristo cancella nonostante il
permanere delle tensioni conseguenti alla colpa d’origine.
L’antropologia negativa, cioè pessimista, ha sempre come suo
inevitabile corollario l’assolutismo politico. Strauss, per la
mediazione di Carl Schmitt, fa sua la convinzione hobbesiana per
la quale “Auctoritas, non veritas, facit legem” (non la
verità ma l’autorità fa legge). Ma prima di Hobbes era stato
Lutero a ridurre la Politica a mero esercizio di forza bruta
partendo dal principio della metafisica gnostica, da lui accolto,
della “doppia verità”, quella teologica e quella filosofica (un
principio del tutto in rottura con la scolastica e la patristica).
Sulla base di tale erroneo principio, Lutero aveva concluso che è
necessario prendere atto della incolmabile separazione tra
l’ordine spirituale, ossia il mondo interiore dell’uomo (che,
però, egli, riduzionisticamente, fa corrispondere non all’«anima
spirituale» della Rivelazione, ma alla “psiche” in senso
soggettivistico), e l’ordine politico esteriore. Un’opposizione
radicale sulla cui premessa Lutero afferma che la moralità nulla
può nell’ordine politico, tanto meno far prevalere un principio
etico di giustizia. Il Politico rimane, in Lutero, sempre e
comunque dominato dal bruto gioco della forza e delle potenze
materiali. Per Lutero, che in questo anticipa Nietzsche, Marx e
Darwin, poiché il mondo è soltanto caos e lotta per la supremazia,
diventa inevitabilmente necessario affidarsi al potere assoluto
del Principe, che sappia usare la forza con la più crudele
malvagità per frenare gli istinti bestiali della corrotta natura
umana (per Lutero il peccato originale ha corrotto
irrimediabilmente l’uomo, laddove per la Tradizione cattolica esso
ha soltanto ferito e non corrotto la natura umana).
Vi
è in Lutero più di un’ anticipazione del pensiero di Leo Strauss:
si rilegga la citazione di Shadia Drury. Il concetto, già
luterano, della legge come strumento usato dai dirigenti per
imporre l’ordine, nel momento stesso in cui essi, consapevoli
della sua ingannevole strumentalità, ne rimangono del tutto
“sciolti”, è fondamentale nella concezione politico-filosofica di
Leo Strauss per il quale, nichilisticamente, il creato e l’
esistenza umana sono assolutamente privi di senso. Infatti, anche
mediante la lezione di Nietzsche e sull’onda della filosofia
gnostica di Heidegger, Strauss giunse al disprezzo non solo di
ogni ottimismo metafisico, ma anche di ogni realismo e quindi
anche del realismo cattolico che, pur non negando la realtà del
male e del peccato, afferma la bontà delle creature (“Dio vide
quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”, Gen.1,31)
e la Redenzione del peccatore. Al contrario, l’esaltazione di
tutto ciò che nell’uomo è tirannico, malvagio, bestiale e della
guerra come base e fine dell’esistenza, è esattamente quel che
Strauss ammira nel pensiero di Nietzsche ed in tutto il filone del
pessimismo metafisico fino a Lutero, Hobbes e Machiavelli. Per il
filosofo ebreo-tedesco l’assunto cristiano per il quale “è meglio
l’essere che il nulla” è falso ed illusorio. Mediante la filosofia
nicciana, Strauss perverte anche la filosofia platonica per
affermare la strumentalità a fini di potere dei “valori”, che egli
riduce a meri “miti” buoni per le masse ignare e beote.
LA “DOPPIA VERITÀ”
Per Strauss, seguace anche della filosofia di Maimonide, assume
importanza cruciale la gnostica dottrina della “doppia verità”. La
verità esoterica (nascosta) consiste nella conoscenza del
segreto nascosto da sempre ossia che “l’unica verità è il nulla”,
e deve essere riservata soltanto a coloro che sono capaci di
sopportarne il peso. La verità essoterica (pubblica)
consiste nella religione e nei “valori morali naturali” (Dio,
patria, famiglia) e deve essere consentita alle masse, bisognose
di miti e credenze religiose. L’autentico filosofo, iniziato alla
verità “nichilista” deve, al modo di Maimonide, disprezzare le
credenze ufficiali pur simulando pubblica e formale adesione ad
esse. Anzi, l’autentico filosofo saprà usare religione e “valori
morali” per mobilitare le masse intorno ad un progetto politico di
ordine interno e di prestigio nazionale nel mondo. Insomma,
Strauss propone l’uso strumentale della fede, la religione
veramente ridotta ad “oppio dei popoli”.
L’appello straussiano ai “valori morali naturali” «non deve
ingannare – ha scritto Matteo D’Amico - perché dal punto di
vista metafisico Strauss è un nietzschiano, un nichilista
radicale, e anche le matrici ebraiche del suo pensiero (Maimonide,
Spinoza) inclinano a una “visione ateistica della fede” (ecco
perché non è raro incontrare neocon che si autodefiniscono “atei
devoti” o “atei cristiani”: questo era già il segreto ben
custodito del maestro). La religione, i valori morali, le grandi
categorie politiche, il valore originario della vita umana, vanno
spacciati per “assoluti” ad uso del popolo dei non iniziati, della
massa dei soggetti ilici, incapaci di un uso responsabile della
libertà, come invece lo sono i pochi “guardiani”, i pochi
pneumatici che hanno visto il lato notturno della storia e sanno
che nulla ha senso e che tutto è mito e gioco del caso, e che un
velo sottile nasconde la tenebra e la violenza che ardono nel
cuore del mondo. Coerentemente dunque con l’impianto (pseudo)
platonico della sua concezione della politica e della storia
Strauss legge a fondo “La Repubblica” e “Le Leggi”… e dal primo
dialogo citato riprende il terribile passo della “nobile
menzogna”, uno dei più controversi luoghi della filosofia politica
del grande filosofo ateniese, riattualizzandolo: infatti, poiché
nella concezione di Strauss solo pochi eletti, gli “aristòi”, i
migliori per natura, hanno la capacità di vedere il volto segreto
dell’essere e la sua negatività originaria… essi, ovvero i
“guardiani”, hanno il dovere di affettare – o comunque di mettere
in scena con grande convinzione – se non la fede, una forte
simpatia per essa e per i suoi valori, perché solo la religione è
in grado di stabilizzare il quadro politico e di operare come
efficace “instrumentum regni”, frenando il relativismo immanente
al democraticismo di matrice giacobina e al liberalismo moderni e
fornendo la materia prima per una “theologia civilis” ancorata ai
valori che pretendono di spacciarsi come transtemporali»2.
Strauss è consapevole che l’Occidente è nient’altro che la
secolarizzazione umanitaria del Cristianesimo e che pertanto un
progetto politico di “restaurazione nichilista della vita
associata”, di “reincanto ideologico del mondo”, un progetto,
cioè, tutto teso a simulare la fede in una Trascendenza nella
quale in realtà i dirigenti nazionali non hanno fede, non può
avere successo se non attraverso la manipolazione mediatica del
Cristianesimo stesso, per il controllo e la mobilitazione delle
masse e dell’opinione pubblica ad opera di un ristretto gruppo
intellettuale iniziatico. Egli propone la stessa “demonia del
sacro” (applicata, però, al Cristianesimo) che vide da giovane
all’opera nella Germania nazionalsocialista con le masse
entusiasticamente mobilitate dalle para-liturgie politiche di
regime. Un progetto, con ogni evidenza, blasfemo, che simula
anticristicamente il Cristianesimo, portando a compimento quello
“Stato civile ed ecclesiastico” che Hobbes identificava nel
Leviathan. Ora, il vero volto dell’ ideologia neoconservatrice lo
ha mostrato Michael Leeden, gettando la maschera dell’ipocrisia
moral-umanitaria, sul numero del dicembre 2001 di American
Enterprise, la nota rivista neoconservatrice: “Distruzione
creativa è il nostro secondo nome, dentro e fuori la nostra
società. Noi demoliamo il vecchio ordine ogni giorno, dagli affari
alla scienza, letteratura, arte, architettura e cinema, alla
politica e alla legge. I nostri nemici hanno sempre detestato
questo turbine di energia e di creatività, che minaccia le loro
tradizioni (quando ci sono) e li accusa per la loro incapacità di
tenere il passo. Guardando l’America che distrugge le società
tradizionali, essi ci temono perché non vogliamo essere distrutti.
Non possono sentirsi sicuri finché noi siamo là (…). Per
sopravvivere devono attaccarci, come noi dobbiamo distruggerli per
far avanzare la nostra storica missione”.

Il
pericolo dell’ideologia neoconservatrice sta nella sua capacità di
sedurre i buoni cattolici attraverso la difesa simulata che essa
fa dei “valori” dell’«etica naturale», della fede e della presunta
identità cristiana dell’Occidente moderno. È proprio questo
apparente “antirelativismo” che seduce i cattolici, in particolare
se di tendenza tradizionalista o conservatrice.
I
buoni cattolici, affascinati dalla denuncia neoconservatrice del
relativismo etico e dalle politiche “pro-life”, finiscono per non
avvedersi della loro strumentalizzazione secondo il disegno
politico straussiano cui si ispirano i “neocon” americani. È
assolutamente necessario, per i cattolici, separare e distinguere
con forza e chiarezza cristallina la denuncia sinceramente
cattolica del “relativismo” da quella strumentale, ed atea, dei
neoconservatori americani e dei loro imitatori italiani, come
Marcello Pera, Giuliano Ferrara e la defunta Oriana Fallaci.
Catholicus fidelis
"SìSìNoNo",
Anno XXXIII, n. 19, del 15 novembre 2007
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