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Anno III,  Comunicato 73 del 29 settembre  2008

 

 

 

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UNIVERSITA’  DEGLI STUDI DI TERAMO

 

Master “Enrico Mattei” in Medio Oriente

Il Medio Oriente e l'Olocausto

 

"LA STORIA IMBAVAGLIATA"

Teramo 17-19 aprile 2007


 

L’OLOCAUSTO TRA STORIA E TEOLOGIA

di Luigi Copertino

Giornalista pubblicista, responsabile per l'Abruzzo dell'Associazione Culturale Identità Europea (Presidente emerito Prof. Franco Cardini). Collabora o ha collaborato a diverse testate tra cui "Avallon - l'uomo e il sacro", "Alfa e Omega", "Certamen", "Pagine Libere", "Rosso e Nero", nonché con i siti internet Effedieffe, Katechon, Identità europea.

 

Questa relazione avrà un taglio insolito perché affronterà le implicazioni – diciamo così – “teologiche” del genocidio ebraico e le conseguenze politiche di tali implicazioni. Il 27 gennaio, come è noto, è stato proclamato “giorno della memoria” (1). In realtà, più che una celebrazione storica, questa data è diventata il principale appuntamento liturgico di una sorta di “nuovo culto mondiale”. A scanso di ogni equivoco diciamo subito che l’autore di queste note non nega affatto la realtà storica del genocidio ebraico. Esso vi è stato ed è stato perpetrato, con la nota ferocia, da un’ideologia neopagana. Anche le cifre non sono qui discusse. Lasciamo questo onere agli storici ben più competenti e ben più protetti (fino a quando?) di noi dai rigori della legge penale mastelliana. Anzi, da parte nostra, siamo anche pronti a sostenere, laddove siano fornite le prove, che non 6 ma 8, o anche 10, milioni di ebrei furono sterminati nei lager hitleriani. Ma non è la cifra che, poi, importa: fossero stati soltanto un milione o 100.000 o 1.000 o 10, oppure anche uno solo, nulla cambierebbe circa la condanna, senza appello, dello sterminio nazista. Neanche il diritto all’esistenza dello Stato di Israele è qui in discussione benché, con Moni Ovaia e molti altri ebrei onesti, riteniamo che senza un cambio di rotta a 360 gradi nella politica israeliana il futuro di Israele si faccia sempre più buio (e non per colpa dei suoi cattivi vicini antisemiti ma soltanto per le nefandezze da esso perpetrate indegne del popolo che ogni giorno invoca o, crede di invoca, il Dio di Abramo).

Ciò che invece qui si vuole comprendere è il perché il genocidio ebraico è diventato, nell’immaginario collettivo mondiale, un assoluto metafisico, perché se ne è fatto un evento unico, uno spartiacque nella storia umana, sicché chiunque faccia semplicemente osservare che, in realtà, di genocidi nel corso dei secoli ve ne sono stati diversi viene immediatamente classificato tra i revisionisti o peggio tra i negazionisti. L’ostracismo dalla comunità civile, in tali casi, è immediato quasi si fosse di fronte al bieco tentativo di mettere in discussione o di relativizzare un (presunto) dogma. In effetti, sin dal termine ormai universalmente imposto di “olocausto”, sempre scritto immancabilmente con la “O” maiuscola, definizione che richiama immediatamente l’idea di un atto sacrificale a valenza religioso-salvifica, si è potuto assistere, da qualche decennio a questa parte, al dilagare nel sentire comune di una sorta di “teologia dell’Olocausto”. Il genocidio ebraico è stato, in altre parole, oggetto di un processo di “sacralizzazione” e di “mitizzazione” astorica.

Oggi in Occidente è possibile mettere in discussione e financo vilipendere qualunque Fede religiosa, da quella cristiana, contestata da neognostici di bassa lega come Dan Brown o da attardati vetero-razionalisti come Augias e Pesce o mediante la riesumazione, barattata per sensazionale scoperta, di vecchi, e conosciutissimi sin dall’età patristica, testi apocrifi come il vangelo di Giuda, a quella islamica come ha dimostrato la vicenda delle vignette su Maometto. Ogni credo, in Occidente, si può dileggiare salvo… il nuovo culto planetario della “Shoah”. E non c’era bisogno che lo facesse osservare Amadhinejad: la cosa era già evidente per ogni persona di buon senso.

Chi si provasse a soltanto discutere di Olocausto come di un qualsiasi tragico evento della storia umana subirebbe, come si è detto, l’immediato ostracismo civile, e nell’immediato prossimo futuro, grazie a Mastella, anche in Italia, la galera.

Da dove origina questo processo di sacralizzazione del genocidio ebraico? Potremmo dire che dietro di esso vi sono chiare finalità politiche: una neoteologia a sostegno dello Stato nato dal nazionalismo sionista oppure a sostegno della politica neoconservatrice di Bush appoggiato dal fondamentalismo neoprotestante ed in particolare cristiano-sionista. Oppure l’una e l’altra cosa. Ottime ragioni, persino per sospettare uno sfruttamento a fini bassamente economici della sofferenza degli ebrei nei lager, potrebbe trovare chi crede che il neodogma sia solo uno strumento politico nella lettura del libro di Norman Filkelstein, figlio di sopravvissuti ad Auschwitz, “L’industria dell’Olocausto”.

Se facessimo davvero un po’ di luce sugli eventi storici la realtà del genocidio ebraico, pur rimanendo una tremenda tragedia, ci apparirebbe però molto più prosaica. Perché dunque ritenerla unica ed assoluta quando fu preceduta, ad inaugurare il secolo dei genocidi, dal genocidio degli armeni cristiani ad opera della massoneria nazionalista e repubblicana dei “giovani turchi”, discendenti dei “dunmeh” ossia i seguaci del falso messia ebreo Sabati Zevi che nel XVI secolo apostatò, apparentemente, in favore dell’Islam? Perché ritenere un unicum il lager quando sappiamo che furono gli inglesi nella guerra anglo-boera ad inventare la realtà concentrazionaria e che il lager fu contemporaneo del gulag, il quale anzi gli sopravvisse a lungo? Se poi vogliamo metterla sotto il profilo dei numeri, il che è francamente in sé repellente, gli undici milioni di kulaki lasciati morire di fame da Stalin non sono forse un po’ di più dei sei milioni sterminati da Hitler? Coloro che giudicarono i criminali nazisti a Norimberga non avevano a loro volta le mani sporche di sangue? E – si badi – non solo i sovietici ma innanzitutto gli americani che avevano appena annientato atomicamente l’inerme popolazione civile di due città giapponesi, obiettivo non militare, con la favoletta che l’invasione del Giappone sarebbe costata la vita a migliaia di soldati statunitensi, cosa che, se pure fosse stata vera in sé (e non lo era), non giustificava l’uso dell’arma atomica, della quale se ne sapeva sperimentalmente già abbastanza per non prevedere una ecatombe.

Qualcuno potrebbe dire che l’unicità del genocidio ebraico sta nella metodologia “industriale” usata nello sterminio. Ma neanche questo è vero in assoluto. La tendenza a “razionalizzare” lo sterminio è presente sin dagli albori dell’età moderna. Come hanno dimostrato le ricerche storiche di Reynald Secher e di Pierre Chaunu, le colonne infernali giacobine, inviate in Vandea dal Direttorio, sterminarono 300.000 tra donne, bambini e contadini su una popolazione di 900.000 abitanti (dunque un terzo), con metodi per l’epoca del tutto “scientifici”, dalle fucilazioni e dagli annegamenti di massa, fino all’uso dei forni per il pane nei quali venivano rinchiusi a bruciare vivi donne e bambini ed all’utilizzazione della pelle delle vittime per conciare gli stivali per le truppe francesi sparse per l’Europa. Come si vede, il metodo razionale

nello sterminio nasce all’alba stessa della modernità ed in seguito si è solo perfezionato mano a mano che la tecnica, sviluppandosi, lo consentiva.

Dunque, la pretesa dell’unicità non può avere reali motivazioni storiche e non può ritenersi soltanto politicamente strumentale all’odierna egemonia “u-sraeliana”. Le motivazioni della sacralizzazione del genocidio ebraico sono, come si è accennato, di natura squisitamente “teologica”. Esiste infatti un culto messianico auto-idolatrico del popolo ebreo coltivato da secoli dal giudaismo talmudico, post-biblico. Un culto che ha avuto i suoi risvolti politici, in termini di fondamentalismo nazional-religioso, nell’incontro, avvenuto nel corso del XX secolo, tra il sionismo, che pure in origine era nato su basi laico-illuministe, e l’esegesi talmudica dell’Antico Testamento. Lo sterminio nazista degli ebrei non può essere, nella dogmatica del nuovo culto mondiale, un qualsiasi episodio di storia profana, come gli altri genocidi, perché esso appartiene, secondo quella neo-dogmatica, alla manifestazione del divino nella storia. Nella storia del popolo ebreo vi è stata una profonda frattura per quanto riguarda il senso da attribuire alla Rivelazione divina ad Abramo ed agli altri Patriarchi. Questa frattura esegetica è stata la conseguenza del dramma della diaspora. L’esegesi talmudica della Scrittura, dopo la catastrofe della distruzione del Tempio nell’anno 70, ha finito per rinnegare la fede in un Messia personale sostituendola con quella nel ruolo messianico del popolo ebreo, in quanto tale, che così è diventato, per il giudaismo post-biblico, il “messia collettivo”. Si tratta, con tutta evidenza, di una auto-idolatria messianica che fa del popolo ebreo, disperso tra le genti, la vittima sofferente, per la salvezza del mondo, il cui sacrifico espiatorio, a favore dell’umanità, avrebbe raggiunto il suo inaudito culmine nell’“Olocausto”. Il “Servo sofferente” profetizzato da Isaia (Is. 50,4-10; Is. 52,13-15; Is. 53), l’isaiano “uomo dei dolori”, nel quale i Padri della Chiesa hanno visto l’annuncio profetico del Christus Patiens, nell’esegesi post-biblica dell’attuale giudaismo, è identificato con il popolo ebreo inteso come “messia collettivo”. Un noto esponente del giudaismo post-biblico, Dante Lattes, lo conferma. Ha scritto Vittorio Messori, trattando delle attese messianiche che fremevano in ambito ebraico, e non solo, durante il primo secolo, indicato da tutte le profezie come quello dell’imminente era messianica: “E’ testimoniato con certezza che è sotto la spinta della delusione che pian piano i dotti d’Israele cambiano le interpretazioni con cui i loro antenati erano giunti a polarizzare l’aspettativa sul primo secolo. Poiché, come osserva lo stesso Talmud (Sanhedrìn, 97) ‘tutti i tempi sono ormai scaduti’ si cerca una giustificazione all’attesa delusa. Ecco, nelle parole di uno studioso ebreo recente, come si è trasformata infatti l’idea messianica: ‘Il messianesimo ebreo, raffigurato dapprima nella persona di un uomo, nel quale la giustizia si afferma e concreta, diventa ed è un’idea: l’idea dell’avvenire, l’idea dell’anelito umano, individuale e collettivo, verso l’effettuarsi della giustizia e della religione nella storia. La coscienza collettiva ebraica si raccoglie e si appunta in questa fede: che il travaglio umano deve confluire verso quell’alba di redenzione in cui il male non regnerà più sulla terra. Non è più la persona o le persone, ma il tempo e il fatto che contano. L’umanità si muove verso quella realtà con la sua fatica. Il Messia sta venendo continuamente.’ E’ Dante Lattes che così sintetizza (nella sua ‘Apologia dell’ebraismo’) i contenuti dell’attesa messianica nell’Israele di oggi. Continua Lattes: ‘ Il Messia-Uomo dei tempi eroici, l’uomo ideale del futuro, il Figlio di David (quello, cioè, atteso nel primo secolo, n.d.r.) diventa il popolo-Messia. Israele è il ‘servo di Dio’ che soffre per la salute del mondo, per la conversione del mondo’. Ma allora il ‘dominatore del mondo’ atteso ai tempi di Flavio Giuseppe? Risponde Lattes: ‘Fu una magnifica fantasia, un poetico sogno tessuto dall’immaginazione vivace degli scrittori ebrei (…). L’evangelo si ispira a queste fantasie popolari che avvolgevano l’idea messianica sulla persona del Messia” (2). Il “collettivismo messianico” di derivazione talmudica ci è così ben descritto dall’ex rabbino capo di Roma Elio Toaff: “…gli ebrei non sono neanche una religione, sono un popolo che ha una sua religione” (3) ed ancora “Il Dio degli ebrei è il Padre, e il popolo di Israele è il Figlio. Questo Figlio ha il compito di perpetuare il concetto dell’esistenza del Padre e della sua unità a tutti i popoli della terra…Tutti sono figli di Dio. Il Messia è quella persona o quell’epoca che porterà la fraternità universale…” (4) oppure “L’era Messianica è un’aspirazione e vi si arriverà quando tutti si saranno convinti che gli uomini sono fatti a immagine di Dio” (5). Appare evidente, in questa concezione, l’orizzonte immanentistico della visione talmudica. Questa esegesi riduce la Messianicità ad una dimensione del tutto mondana, chiusa alla Trascendenza, facendo di essa il carattere distintivo ed esclusivo di Israele ed il fondamento del suo preteso primato mondiale spirituale. Lo conferma un grande studioso del messianismo ebraico, Ghersom Scholem, quando scrive a proposito del giudaismo post-biblico:“ … l’aspetto più sorprendente (…) è la debolezza della sua immagine del Messia (…) In questo processo il Messia di per sé gioca un ruolo debole e insignificante (…) trasferendo a Israele, la nazione storica, gran parte del compito di redenzione precedentemente assegnato al Messia: molte delle sue caratteristiche personali distintive, quali figurano nella letteratura apocalittica erano ora cancellate” (6). Secondo rabbi Golinkin, giovane rabbino americano, la fede giudaica: “…non è una fede nell’altro mondo …Fra noi, c’è chi dice che quando il Messia arriverà, tutto sarà come prima, salvo che non ci saranno più guerre” (7). E’ evidente che il clima dei nostri tempi è impregnato di questa esegesi giudaico-postbiblica. Ma è proprio questa “mondanizzazione” della Messianicità a dare la stura, che lo vogliano o meno i Dantes Lattes e gli Elio Toaff, ad un processo di eterogenesi dei fini, ossia al manifestarsi in concreto del rovescio oscuro della medaglia, con cui la coscienza ebraica, per il bene stesso del popolo di Israele, deve fare, ed al più presto, i conti, anche mediante, laddove ritenuto necessario dagli stessi ebrei, un solenne e pubblico “mea culpa”.

Infatti, va osservato che questa equivoca esegesi sostenuta dal giudaismo post-biblico, benché nella sua apparente positività e nel suo apparente carattere rivelatorio presenti il popolo ebreo come affidatario di una missione salvifica, e per questo votato alla sofferenza, in realtà si espone inevitabilmente a trasmodare con tutta facilità, come di fatto è spesso avvenuto nel corso della storia del pensiero rabbinico post-biblico, in un elitarismo nel quale riecheggiano antichi motivi di matrice gnostica: innanzitutto l’affermazione di una presunta distinzione essenziale, qualitativa, ossia di natura, tra gli eletti, in possesso di una conoscenza iniziatica ad essi riservata e pertanto consacrati ad un destino speciale ed unico, ed il resto dell’umanità imprigionata nell’ignoranza e destinataria perciò soltanto di una “rivelazione di second’ordine”. Una pretesa, questa, che pone non pochi e seri dubbi sull’accettazione, da parte del giudaismo talmudico, o perlomeno di alcune sue prevalenti correnti, del principio dell’unità di natura del genere umano, che è principio intrinseco e fondamentale alla Rivelazione ebraico-cristiana. Ancora Vittorio Messori non esita giustamente a puntualizzare:“In effetti questa è una questione reale: anche oggi, sarebbe bene far chiarezza, … . Nella catastrofe del 70, con la distruzione del Tempio e la diaspora dei sopravvissuti, scomparvero praticamente tutti i gruppi e le sette del giudaismo. Il quale, da allora, fu contrassegnato quasi solo dal fariseismo. Furono i rabbini di quella corrente a creare i due smisurati, complessi, labirintici commenti, discussioni, raccolte di episodi e di aneddoti che formano i due Talmud, quello di Gerusalemme e quello di Babilonia … per molti (ebrei post-biblici), se non per la maggioranza, la Torah, la Legge e i Profeti, (sono) … in secondo piano rispetto al Talmud. Per cui il loro, piuttosto che ebraismo biblico, (è) … rabbinismo talmudico. Non si dimentichi che alcuni Maestri erano giunti a dire che la Scrittura era ‘acqua’ mentre il Talmud era ‘vino’. E, dunque, era superiore …, il Talmud ha, per un non ebreo, aspetti inquietanti, affermando la superiorità di Israele su ogni altro popolo e annunciando – per un futuro indefinito ma certo – il trionfo mondiale dei figli circoncisi di Abramo, cui tutti gli altri finiranno per versare tributo e prestare omaggio ... la prospettiva talmudica molto insiste sulla pretesa ebraica di costituire una razza superiore, eletta, destinata a sottomettere le altre, a utilizzarle,se necessario a umiliarle” (8). Certamente molti rabbini “puri di cuore” non leggono la distinzione tra ebrei e “goym”, presupposta dalla pretesa ebraica di un primato spirituale collettivo, in chiave di discriminazione spirituale e tanto meno etnico-razziale. Eppure, benché un certo rabbinato si sforzi ampiamente di sottolineare che il primato spirituale di Israele, rivendicato dal giudaismo post-biblico, sarebbe da intendersi in senso, per l’appunto spirituale, come servizio di sofferenza per la salvezza di tutti, è impossibile negare che il passo dalla pretesa primazia spirituale di un popolo alla pretesa superiorità culturale, politica e finanche razziale del medesimo è sin troppo facile, come la storia si è incaricata di dimostrare più di una volta durante l’epoca dei risorgimenti e delle rivoluzioni nazionali tra XIX e XX secolo. E se ciò vale, dunque, per qualunque popolo, non si capisce perché da tale rischio di ricaduta ideologica debba ritenersi immune soltanto quello ebraico. Ora, che anche in ambito ebraico la ricaduta ideologica vi sia effettivamente stata, e con conseguenze aberranti, è fin troppo evidente per chi si addentra nella storia della cultura e della spiritualità ebraica, in particolare per quanto riguarda gli ultimi due secoli. Il sionismo pur essendo nato laico, come ideologia nazionalista laica, un movimento di rinascita nazionale ebraica di stampo romantico-illuminista, nel corso del XX secolo si è trasformato in ideologia nazional-religiosa e, di converso, ha trasformato il giudaismo da pura fede religiosa nel sostegno teologico di quella ideologia. Ma se questo è potuto accadere lo si deve al fatto che il sionismo nelle sue componenti sia di destra sia di sinistra, che grosso modo possono intendersi anche come, rispettivamente, la versione laicizzata dell’antico fariseismo “messianico” e dell’antico sadduceismo “materialista”, ha, segretamente, sin dai suoi albori, profonde connessioni con la spiritualità spuria del giudaismo talmudico. Giorgio Galli, in chiusura della sua opera sull’esoterismo nazista (9), ricorda la meraviglia di George Mosse, il massimo storico israelita del nazismo (autore di opere storiche fondamentali come “La nazionalizzazione della masse” e “Le origini culturali del Terzo Reich”), nel constatare la assoluta somiglianza tra il nazionalismo pangermanista ed il nazionalismo sionista e la loro comune ispirazione religiosa di tipo panteista e nazional-messianica (la nazione eletta, il popolo-messia). Somiglianze che, osserva Mosse, tentano lo storico a stabilire tra nazismo e sionismo una correlazione (Mosse, tuttavia, respinge la tentazione) o, come osserva invece Galli, che afferma la possibilità di un tale rapporto, anche sulla base di elementi suggeriti dallo stesso Mosse, tentano a stabilire tra essi un rapporto speculare. In consonanza con le osservazioni di Galli e di Mosse, Domenico Losurdo ha avuto modo di scrivere:“All’interno del fondamentalismo ebraico, non mancano settori che continuano ad insistere sulla sostanziale differenza qualitativa tra ebrei e ‘gojim’ e che tendono a de-umanizzare in modo particolare il popolo palestinese: proprio per questo, essi vengono condannati da un prestigioso scrittore israeliano, Leibovitz, come seguaci di un movimento ‘giudeo-nazista’” (10).

Pochi sanno chi è Vladimir Z. Jabotinsky (1880-1940), la cui figura, a questo punto, non è possibile non ricordare. Egli nacque ad Odessa e, nell’ambito, del movimento sionista propugnò un sionismo razzista che avrebbe dovuto costituire la futura base dello Stato Nazional-Autoritario di Israele. Aderì al fascismo. Negli anni trenta scriveva a Mussolini sostenendo che le sue squadre d’azione nazional-giudaiche fossero più fasciste e dinamiche delle camice nere. Chiese al duce, ed ottenne, l’allestimento in Italia di campi d’addestramento per i suoi squadristi sionisti (Mussolini vedeva in questo “fascismo giudaico”, come del resto nei partiti fascisti arabi sul tipo del Baath, un elemento utile per la politica italiana anti-inglese nel Vicino Oriente). Jabotinsky finì per simpatizzare per il Terzo Reich, proponendo alle autorità naziste la collaborazione del suo gruppo all’espatrio degli ebrei tedeschi verso un eventuale restaurato Stato giudaico nella Palestina liberata dagli inglesi (la proposta fu per un momento presa in seria considerazione dalle gerarchie naziste, insieme all’ipotesi alternativa del Madagascar). Massimo Massara sostiene che “…le idee di Jabotinsky hanno finito per permeare tutta l’ideologia sionista e le strutture dello Stato d’Israele, molto prima dell’accesso dell’erede di Jabotinsky, Menachem Begin, al potere” (11). Infatti, i gruppi terroristici, come la Banda Stern e l’Irgun, cui aderivano tutti i “padri della patria israeliana” tra i quali per l’appunto Menachem Begin e Ytzak Shamir, che nell’immediato secondo dopo guerra, tra attentati anti-inglesi e ferocissimi massacri degli arabi, comprese donne e bambini, colpevoli solo di risiedere da secoli nella “terra promessa”, riuscirono nell’impresa della fondazione dello Stato di Israele, erano, nessuno escluso, influenzati dall’ideologia “giudaico-nazista” diffusa da Jabotinsky. Attualmente in Israele è in atto un infuocato dibattito tra gli storici sionisti e la giovane generazione di storici post-sionisti, capeggiati da Ilan Pappé, a merito della quale va ascritto l’aver finalmente dimostrati falsi i miti di fondazione di Israele e vera la realtà dell’oppressione e della pulizia etnica perpetrata dai sionisti nei confronti dei palestinesi sin dall’inizio ossia sin dai primi insediamenti anteguerra di ebrei della diaspora. Il Presidente dell’Università ebraica di Gerusalemme, Judah Magnes, nel 1947, ebbe a scrivere: “Jabotinsky è stato il profeta dello Stato ebraico. Ha ricevuto l’ostracismo, è stato condannato, scomunicato. Ma vediamo attualmente che quasi tutto il movimento sionista ha adottato il suo punto di vista”(12). Ed infatti ancor oggi il nazionalismo razzista di Jabotinsky è l’ideologia ufficiale, alquanto stemperata nei moderati, del Likud, del Kadima e degli altri partiti nazional-religiosi israeliani. Ideologia fusasi, in una esplosiva miscela politico-religiosa di tipo fondamentalista, con l’integralismo dei gruppi ultra-ortodossi della destra religiosa ebraica. Idee analoghe a quelle di Jabotinsky, ma di impianto umanitario progressista, nella loro accezione “socialista nazionalista” (dove per la destra invece l’accezione è “nazional-socialista”) appartengono anche al retaggio del Partito Laburista Israeliano. Quello del sionismo è stato uno strano destino: nato come nazionalismo laico di tipo liberale ha immediatamente subito una prima metamorfosi in forma nazional-laburista per diventare, oggi, un fondamentalismo etnico-religioso. Fin quando rimase ideologia di tipo “laico” esso suscitò sovente diffidenze ed avversioni da parte del rabbinato e del giudaismo religioso, perché si temeva che la sua impostazione laica accelerasse il processo di assimilazione degli ebrei da parte delle società nazionali europee mediante l’inoculazione nell’ambito ebraico degli stessi elementi illuministici che avevano provocato la secolarizzazione del mondo cristiano. Può dirsi, sotto un certo profilo, che l’itinerario del sionismo è in qualche modo assimilabile al destino prima ideologico e poi nichilista del liberalismo europeo. Infatti anche il processo di secolarizzazione delle nazioni europee era destinato a dare esiti inaspettati, covati segretamente in seno all’illuminismo ed al liberalismo, come appunto, oltre al comunismo, il nazionalismo ed il razzismo. Per questa via nazional-razzista, di cui Jabotinsky è in seno al sionismo l’esponente più rappresentativo, l’antico esclusivismo religioso ebraico ha finito per saldarsi con l’ideologia nazionalista in una inedita forma fondamentalista, quella espressa soprattutto dalla destra religiosa israeliana (ma non solo), che fa del preteso primato spirituale del popolo ebreo, ancora letto da molti rabbini in chiave teologica, un preteso primato politico. Ed è questa “teologia politica”, che nasce dal convergere dell’antico esclusivismo religioso e del nazionalismo laico, per diventare razzismo etnico-religioso e patologia fondamentalista, a costituire oggi la cultura della classe dirigente religioso-politica dello Stato di Israele. L’esegesi esclusivista rabbinica, influenzando lo stesso sionismo, ha finito per produrre un etnocentrismo ebraico pseudo-messianico con pretese universalistiche (il primato mondiale di Israele), del quale le dolorose ricadute ideologiche e politiche il vicino oriente sta oggi sperimentando. I legami del sionismo con una spiritualità spuria covata in seno al giudaismo post-biblico sono rivelati anche dai rapporti di Menachem Begin e Ytzak Shamir con un certo tipo di rabbinato. I capi e gli altri membri della Banda Stern e dell’Irgun se politicamente erano seguaci di Jabotinsky erano però anche discepoli del rabbino Avraham Kook, fondatore di una yeshiva (scuola rabbinica) denominata Torat Cohanim e rappresentante della corrente che si autodefinisce “abramica” del giudaismo post-biblico. Questa corrente si oppone a quella “attica” ossia alla corrente, intrisa di platonismo, universalista e tollerante, risalente a Filone di Alessandria. Rabbi Kook, la cui idea fissa era quella, chiaramente prometeica, di “forzare la mano a Dio” costringendoLo a ristabilire il Patto con Israele mediante la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e la ripetizione del sacrificio annuale dell’agnello, opponeva all’ebraismo ellenista la “purezza” della tradizione talmudica, ovvero la mera dottrina farisaica della Legge come prescrizione rituale e formalista, ma – attenzione – anche della tradizione cabalista.

Trattando dell’ideologia politico-religiosa del “Gush Emunim”, il “Blocco dei fedeli”, un movimento di estrema destra israeliano, Israel Shahak ha osservato: “Il movimento Gush Emunim si ispira, in larga misura, alle idee cabbalistiche che è importante conoscere e discutere per due ragioni. Prima di tutto, è impossibile capire i seri articoli di fede del giudaismo alla fine del suo periodo classico senza quelle idee e, di conseguenza, l’importanza che hanno nella politica contemporanea, come quadro concettuale cui si ispirano i politici, i religiosi e gran parte dei leader del Gush Emunim e l’influenza indiretta che esercitano sui leader sionisti di tutti i partiti, compresi quelli di sinistra. Del resto il laico sionismo che ha assegnato agli ebrei stessi il compito di restaurare Israele, coincide paradossalmente proprio col misticismo cabbalistico dei Gush Emunim le cui origini teologico-politiche si basano sugli scritti di due rabbini, Abraham Itzhak ha-Cohen Kook, il primo rabbino alla testa degli insediamenti ebraici in Israele, per il quale ‘i sionisti erano senza saperlo i veri emissari di Dio’ e suo figlio Zvi Yehuda Kook. Per i seguaci del Gush Emunim il sionismo secolare, di colorazione socialista, era un movimento che 'annunciava' l’inizio della redenzione venuta dal cielo (...) il sionismo ha un ruolo nel piano messianico, è essenziale e sacro. C’è una missione dell’ebraismo che soltanto il sionismo può assolvere. Ma una volta compiuto il suo destino, sarà esaurito insieme al secolarismo, e apparirà la sua religiosità latente” (13). Ancora una volta la pretesa messianicità di Israele si fa palese in questa prospettiva talmudico-cabalista. Gli studi di Shahak sulle correnti fondamentaliste dell’odierno giudaismo consentono di far luce sul riaffiorare, in queste moderne concezioni teologico-politiche, della dottrina esoterica di Ytzak Luria, il più noto cabalista del XVI secolo. Luria insegnava che:“Un ebreo non è stato creato come mezzo a uno scopo: egli stesso è lo scopo, dal momento che tutta la sostanza dell’emanazione è stata creata solo per servire gli ebrei” (14). Che si tratti di insegnamenti di tipo gnostico è evidente anche dall’emanazionismo che Luria sottende quando parla di “creazione”. La dottrina esoterica di Luria ha anticipato quelle teosofiche interne al nazional-socialismo. Infatti, il cabalista rinascimentale aveva elaborato un “esoterismo razziale” che contemplava la dualità tra la superiore razza ebraica e quelle inferiori dei gentili. La razza ebraica, secondo tale dottrina esoterica, è la materia qualificata ad incarnare le emanazioni divine nel mondo manifestato, mentre le razze gentili, prive di ogni qualificazione spirituale, sono il risultato brutale della frammentazione del pleroma divino originario. Per questo Luria sosteneva che:“le anime dei non ebrei sono malvagie e create senza conoscenza”. Mentre, pertanto, secondo Luria, per i gentili non vi è possibilità alcuna di salvezza (per la gnosi la salvezza consiste nella dissoluzione dell’io individuale nell’informe unità pleromatica primordiale), essa è possibile soltanto agli ebrei, perché unici eletti a questo luminoso destino. Qui il paragone con le analoghe dottrine gnostiche che circolavano nei primi secoli cristiani, contro le quali il nascente Cristianesimo dovette ingaggiare una strenua battaglia spirituale e dottrinale, è immediato: l’umanità era divisa, da tali dottrine, in “spirituali” o “gnostici”, destinati alla salvezza, “psichici”, di incerto destino, e “ilici”, privi di scintilla spirituale e perciò destinati inesorabilmente alla morte. La concezione gnostica di Luria si fondava sulla dottrina cabalista dello “zim-zum” divino. Secondo tale dottrina la creazione è “il ritiro di Dio dal mondo”: il mondo si manifesta perché la divinità, che ne costituisce il pre-strato panico, si ritira, si nasconde, si contrae. Alla contrazione seguirà poi una nuova espansione di Dio. Tale dottrina è emanazionista. Infatti secondo essa, la “creazione” non è un atto d’Amore che, comunicando per partecipazione l’Essere, crea dal nulla le creature ma una conseguenza, quasi involontaria, della contrazione della insondabile ed oscura sostanza divina, che permea tutto lo spazio cosmico. L’esistenza degli esseri è resa possibile soltanto a causa di questa negazione che la Divinità fa di sé: sicchè dove c’è Dio non potrebbero esserci le creature e dove ci sono le creature non può esserci Dio. Ne consegue che la creazione non è un “valore” ma un “disvalore” ed è destinata ad essere riassorbita, annientata, dalla riespansione divina. In questa prospettiva cabalista Dio è l’antiuomo e l’uomo è l’antidio: viene negato, in latri termini, il rapporto di analogicità tra Dio e uomo (uomo come immagine e somiglianza di Dio secondo la Rivelazione ebraico-cristiana) che la teologia cattolica ha preso a base del proprio pensare mutuandone i presupposti logico-razionali sia dalla Scrittura sia dal pensiero ellenistico provvidenzialmente incontratosi, come ha ricordato Benedetto XVI a Ratisbona il 12 settembre 2006, con la fede ebraica. La dottrina cabalista della “contrazione-espansione” di Dio ha profondamente influenzato il processo di trasformazione del sionismo da nazionalismo laico in teologia politica. L’“esilio di Dio” dalla sua Terra è diventato, non a caso, il tema teopolitico che regge la costruzione ideologica del sionismo, dietro la quale si nasconde, in forma laicizzata, la teosofia cabalista. La mistica, spuria, giudaica ha concepito l’esilio di Israele come l’esilio stesso di Dio dalla creazione, sicché l’Israele sionista realizza oggi, secondo questa prospettiva gnostica, il ritorno di Dio dall’esilio, ma non in una forma immediatamente “mistica” bensì, dietro fattezze apparentemente laiche, nella forma di una concreta realtà storico-politica: lo Stato d’Israele. Tuttavia, pur mediata dalla forma apparentemente laica dell’ideologia sionista, la “mistica gnostica” non tarda a rivelarsi come la spuria essenza spirituale del sionismo. Da qui la pretesa della classe dirigente israeliana per la quale nulla è opponibile al primato dello Stato di Israele fondato sul suo diritto “messianico” e “divino” al dominio, esclusivo e totale, della Terra Santa. Il cosmo che questo Dio, contraendosi, ha generato è malvagio e rende prigioniera la Divinità. Per riscattarla l’uomo, anch’esso un risultato della contrazione divina, è destinato a soffrire nell’oscurità del Mondo. Non, però, l’uomo in generale ma l’ebreo. L’esilio di Israele è in funzione della mirabile finalità della liberazione di Dio e della restaurazione della forma originaria del cosmo che saranno possibili perché nella malignità del mondo continuano a sussistere piccole scintille della primordiale luce divina. Queste scintille sono le anime degli ebrei. In tal senso, gli ebrei sono gli unici veri uomini laddove i gojim costituiscono una umanità di rango inferiore destinata, nel mondo futuro, nel mondo del ritorno di Dio dall’esilio, a servire il popolo d’Israele, unica possibilità concessa ai gentili di prendere parte del Regno messianico futuro. Quando la restaurazione sarà compiuta, l’Esilio di Dio finirà, verrà il Messia, ossia Israele, e si realizzerà la Redenzione, il Regno finale promesso ad Israele sul Mondo. Un Regno tutto nell’aldiquà, al quale i goym potranno prendere parte soltanto come adepti (servi?) noachici, ossia come figli di Noé, essenzialmente distinti dai figli di Abramo spiritualmente privilegiati da Dio. Una prospettiva supinamente accettata dai “sionisti cristiani”, che rappresentano la punta più estrema del fondamentalismo evangelicale neo-protestante americano, sulla cui forza d’urto si è poggiata l’Amministrazione Bush e la rivoluzione neoconservatrice, sin dai suoi albori reaganiani. Questo Regno, però, coinciderà, per la logica stessa del movimento di riespansione della Divinità che ritorna dal suo esilio, con l’annientamento di quel Mondo il cui dominio sarebbe stato promesso ad Israele. Pur nel suo entusiasmo messianico, sembra presagirlo rabbi Loew secondo il quale non vi può essere: “ … nessuna continuità diretta tra esilio e redenzione. Un periodo intermediario, cioè le doglie dell’era messianica, è una necessità logica. Prima che il Messia si manifesti avrà luogo la soppressione dell’essere nel mondo, poiché ogni nuovo essere è la rovina dell’essere che lo precedeva e soltanto allora, con la rovina del vecchio, il nuovo essere inizierà”.

Quella sopra esaminata è una gnosi che ritroviamo parimenti immutata nella dottrina della setta talmudica “Lubavitcher”. I raduni di preghiera dei Lubavitcher sono molto frequentati dai neoconservatori americani, i quali (quasi tutti) sono di origini ebraiche. L’influsso spirituale della setta Lubavitcher pare abbia un notevole peso nelle decisioni dell’Amministrazione Bush. Rabbi Schneerson, il capo di questa setta rabbinica, morto di recente, era solito dare ai suoi adepti insegnamenti come questo, proprio citando passi talmudici del tipo sopra indicato: “La differenza tra un ebreo e un non-ebreo si comprende alla luce della nota sentenza: differenziamoci (…). Dunque, non abbiamo qui solo il caso di una persona che sia solo di livello superiore all’altra. Invece abbiamo qui il caso di un ‘differenziamoci’ tra specie totalmente diverse. Il corpo di un ebreo è di qualità totalmente diversa dal corpo di ogni altro individuo delle nazioni (…) L’intera creazione esiste solo per il bene degli ebrei” (15). E commentando Genesi 1,1, “In principio Dio creò il cielo e la terra”, rabbi Schneerson affermava: “(questo versetto) significa che tutto fu creato per il bene degli ebrei, che sono chiamati il ‘principio’. Ciò significa che tutto è vanità in confronto agli ebrei” (16). Se rabbi Golinkin, sopra citato, cerca di rassicurare spiegando che secondo la fede giudaica il conseguimento da parte del Messia-Israele del primato universale, cui sarebbe divinamente destinato, segnerà l’avvento della Pace Universale, non si può non rimanere interdetti quando questo “paradiso terrestre”, prospettatoci da rabbi Golinkin, nelle parole di un altro rabbino, J. Immanuel Schochetal, sarà caratterizzata dalla “… beatitudine fisica e spirituale. […] La vita sarà facile e piena di comodità. Altre persone si prenderanno cura dei nostri bisogni materiali, secondo quanto è scritto: ci saranno degli stranieri che nutriranno i vostri armenti, e dei forestieri che areranno i vostri campi e si cureranno delle vostre vigne (Isaia 61, 5). La terra sarà straordinariamente fertile e ogni specie produrrà in abbondanza, mentre gli alberi daranno frutta ogni giorno. In quel tempo non ci sarà più né carestia né guerra, né invidia né rivalità. Tutte le cose buone si troveranno in abbondanza e tutte le delicatezze saranno facili a trovarsi come la polvere (Hilkhòt Melakhìm 12, 5). Gli eventi e le condizioni miracolose dell'era messianica oscureranno completamente tutti i miracoli accaduti prima, compresi quelli avvenuti durante l'uscita dall'Egitto” (17). Inquieta certamente, in questa descrizione, il fatto che “stranieri” e “forestieri” (chi sono?) lavoreranno per fare della terra un paradiso messianico per il Messia collettivo.

Se quelle sopra sommariamente descritte sono gli inquietanti caratteri che si nascondono dietro il processo di “sacralizzazione” dell’Olocausto, ci resta da vedere se all’interno del giudaismo attuale vi sono correnti di diverso genere e, soprattutto, cosa la supina accettazione della “Teologia del Messia collettivo” comporta per l’Occidente, sia per i cristiani che per i laici.

In ordina la primo punto, dobbiamo, con gioia, rivelare che, provvidenzialmente, all’interno dell’odierno giudaismo vi sono senza dubbio correnti di spiritualità che, pur interne alla fede talmudica, conservano ancora i tratti dell’autentico ebraismo opponendosi al sionismo nazional-religioso. Una di essa è quella dei Neturei Karta, un sodalizio internazionale di rabbini sostenitori ferventi dei diritti dei palestinesi e fermi oppositori di ogni tentativo di ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, sulla base di un’esegesi del Talmud che contempla una tendenziale e caritativa parificazione in quanto a natura e dignità dei goym agli ebrei nonché la convinzione che il Tempio non sarà ricostruito per mano d’uomo, con inganno e violenza, ma discenderà direttamente dal Cielo per Volontà di Dio. Un’altra corrente di rabbini oppositori del sionismo sono i Rabbis For Human Rights, guidati dal giovane rabbi Aschermann, che si adoperano concretamente, in nome di quella Misericordia proclamata dalla Torah, in favore dei palestinesi, provvedendo in prima persona alla raccolta delle olive nelle terre sequestrate agli arabi ed ingaggiando contro il governo cause giudiziarie per l’annullamento dei piani regolatori su base etnica appositamente concepiti per allontanare i palestinesi dalle città. Vogliamo però ricordare anche Israel Zolli, rabbino capo di Roma durante l’occupazione nazista (ed eccelso biblista affascinato dalla figura di Gesù che finì per convertirsi al Cattolicesimo a fronte della grande opera di carità, di cui egli fu personale testimone, svolta da Pio XII per salvare, silenziosamente, gli ebrei dalla persecuzione) il quale, dopo aver visitato pieno di speranza i primi insediamenti sionisti in Palestina negli anni trenta del XX secolo, tornò sconvolto perché, si lamentava, aveva visto trasformata la “Casa di preghiera per tutte le genti” in una “Home nazionale”, in un “focolare di rinascita nazionale”.

In ordine alla seconda questione, ossia il deleterio influsso della teologia dell’Olocausto in Occidente, iniziamo dall’esaminarne gli effetti in ambito cristiano, intendendo per tale, per ragioni sulle quali non possiamo qui dilungarci, esclusivamente il Cattolicesimo e l’Ortodossia e comunque le Chiese con sicura base apostolica in quanto antecedenti alla Riforma. Senza avvedersene, i cristiani sono oggi costretti, ogni anno, puntualmente, il 27 gennaio, a fare atto di apostasia nel momento stesso in cui essi sono chiamati, pena l’obbrobrio generale, a celebrare il memoriale liturgico dell’Olocausto. Quel che è chiesto ai cristiani, ogni anno, è di bruciare grani di incenso sull’altare del culto messianico auto-idolatrico del popolo ebreo. Il nuovo culto mondiale, mediante la sua quotidiana ed annuale liturgia, impone, secondo uno stereotipo teologico “cristomimetico”, l’adorazione del popolo ebreo come “vittima sacrificale” per la salvezza del mondo dal “Male Assoluto”. Mentre per i Padri della Chiesa la Scrittura, dal Genesi all’Apocalisse, parla sempre e soltanto di Cristo, si tratta di ciò che nell’esegesi cristiana è chiamata “prospettiva cristologica”, il giudaismo post-biblico, al contrario, pretende di leggere la Bibbia senza questa prospettiva, senza quella che per i cristiani è l’unica vera chiave di accesso al senso autentico della Rivelazione: la Luce di Cristo. Per i Padri, l’Antico Testamento contiene “prefigurazioni tipiche” di Cristo che diventano chiare soltanto alla luce del Nuovo Testamento ossia quando si passa dal tipo figurato alla realizzazione storica della realtà spirituale sottesa alla tipologia veterotestamentaria. Così, per fare qualche esempio classico, il passaggio (pesach; pasqua) del popolo ebreo, in fuga dall’Egitto, attraverso il Mar Rosso è prefigurazione tipologica della Resurrezione di Cristo, del Passaggio dalla morte alla Vita; la manna che, cadendo dal cielo, sfama gli israeliti nel deserto è prefigurazione tipologica dell’Eucarestia. Attualmente, però, all’interno della Chiesa serpeggia una neo-teologia giudaizzante i cui esponenti, nella convinzione che il giudaismo post-biblico e la fede di Abramo siano la stessa cosa (18), ritengono illegittima la pretesa bimillenaria della Chiesa di essere il Nuovo Israele, spirituale, che ha sostituito quello carnale. Per i neo-teologi, dopo Auschwitz, sarebbe necessario da parte cristiana ammettere che l’unico vero Israele è il popolo ebreo, del quale questi neo-teologi appoggiano acriticamente tutte le pretese territoriali a danno ed a discriminazione dei palestinesi (cristiani e islamici). Le posizioni di questa ambigua neo-teologia sono in palese rottura con l’insegnamento dei Padri della Chiesa per i quali, invece, come si è detto, è la Chiesa ad essere il Nuovo Israele che, nella continuità/adempimento/superamento dell’Antico nel Nuovo Testamento, ha sostituito il Vecchio Israele. Quest’ultimo, tuttavia, sempre secondo i Padri, alla fine dei tempi sarà anch’esso reinnestato nell’Olivo santo della Rivelazione, come ha profetizzato san Paolo (Romani 11, 23-24). Ma - si badi bene - solo alla fine dei tempi, e non prima, perché, ancora secondo il magistero patristico, che per i cristiani, quando è unanime, come nella fattispecie, gode di infallibilità, il ruolo di Israele fino alla Parusia sarà sempre ambiguo: da un lato esso con la sua permanenza è testimone della Verità stessa della Rivelazione definitivamente adempiutasi in Cristo, dall’altro lato, però, a causa dell’ “indurimento del cuore”, provocato dal proprio “auto-accecamento” di fronte alla Divino-Umanità messianica di Cristo, esso, in ogni momento della storia, corre il tremendo rischio di scambiare l’Impostore per il Messia. Secondo san Girolamo (19) è a tale rischio che Cristo alludeva quando disse ai sinedriti: “Io sono venuto a nome del Padre mio e non mi ricevete, se un altro venisse nel proprio nome, lo riceverete” (Giov. 5, 43)”. Tale neo-teologia giudaizzante, dal post-Concilio in poi, sembra aver sempre più credito all’interno della Chiesa. Alla tradizionale teologia della sostituzione è, infatti, andata subentrando un po’ alla volta, quasi impercettibilmente per i fedeli non addetti ai lavori, la neo-teologia del “duplice soggetto messianico”, una neo-teologia che, però, per usare le parole di Paolo VI confidate a Jean Guitton a proposito delle dottrine spurie (“il fumo di Satana”) che egli vedeva penetrare nel tempio, non rappresenterà mai, anche se dovesse diventare prevalente, l’autentico pensiero della Chiesa. Per questa neo-teologia, l’antico Israele avrebbe conservato una sua via specifica ed esclusiva di salvezza, che ne fa un popolo privilegiato anche dopo l’Incarnazione e Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. Una via speciale che si affiancherebbe, senza incontrarla, a quella cristiana. Anzi, secondo la neo-teologia, il Cristianesimo stesso altro non sarebbe che un sotto-prodotto del giudaismo, una “trascendente fioritura messianica dell’ebraismo del primo secolo” sostiene un esegeta giudaizzante come il Rossi De Gasperis, maestro del cardinale Carlo Maria Martini (20). In altri termini, il Cristo della storia apparterebbe integralmente al suo ambiente etnico-religioso e sarebbe ben altro dal Cristo della fede “inventato” dalla prima comunità cristiana. Augias e Pesce, nel loro recente libro intervista “Inchiesta su Gesù”, affermano la stessa cosa quando dicono che Cristo è “ebreo” e “non cristiano”. L’ex cardinale di Parigi Jean Marie Lustiger, ebreo convertito, in linea con la neo-teologia, sostiene che la funzione di Cristo sarebbe stata quella di portare il Dio d’Israele alle genti ferma rimanendo la via esclusiva e speciale riservata al popolo ebreo. Viene da chiedersi, però, come mai Lustiger, che come ebreo godeva, per diritto di sangue, di una tal via privilegiata di salvezza, l’abbia poi abbandonata per la via cristiana così evidentemente subordinata e di rango inferiore. La neo-teologia accetta, in sostanza, l’esegesi giudaica che pretende per gli ebrei una propria esclusiva via di salvezza, diversa e distinta da quella dei goym. Una via speciale che non ha bisogno alcuno di Cristo (21). Da qui la diffidenza ebraica verso i cristiani, anche quelli giudaizzanti. Da parte ebraica vi è il dichiarato timore che ogni apertura cristiana verso gli ebrei sia in realtà finalizzata alla loro conversione. Sin dai tempi apostolici, i cristiani hanno, innegabilmente, sperato costantemente nell’adesione del cuore ebraico al Mistero di Cristo. Né potrebbe essere altrimenti per il cristiano che non può rinunciare a testimoniare Cristo al prossimo, anche all’ebreo. Ma più dell’auspicio della, e la preghiera per la, conversione, che tuttavia giustamente non possono mancare, da sempre vi è, da parte cristiana, la convinzione che anche la salvezza del popolo ebreo, lo vogliano o meno gli ebrei, passa, con modalità magari a noi ancora ignote o non ancora storicamente manifestate, per l’Olocausto Salvifico della Croce, che è il Vero ed Unico Sacrificio di Redenzione dell’intera umanità (22). Questo perché l’Unico Olocausto che un cristiano può riconoscere come Universale, Autentico e Salvifico è soltanto quello di Cristo, il Dio-Uomo crocifisso per Amore. Un Dio che non ha preferenze speciali per nessun popolo. E’ scritto, infatti, che Egli, offrendo Sé stesso in Olocausto al Padre, di due popoli, del giudeo e del pagano, ha fatto un solo popolo. Sicché persistere, come fa l’esegesi talmudica post-biblica, nel voler separare ciò che Dio ha unito è, innegabilmente, luciferino. Ammettere da parte cristiana un altro “Olocausto”, al posto o parallelo a quello di Cristo, è aperta apostasia dalla Fede Cristiana. Altri presunti olocausti non sono veramente tali perché, dopo quello della Croce, ogni sofferenza umana, di qualunque uomo, a qualunque popolo o epoca egli appartenga, dunque anche la sofferenza degli ebrei nei lager nazisti, è partecipazione e condivisione della Sofferenza Salvifica di Cristo, Vera Vittima immolata sulla Croce. Nessuno, neanche gli ebrei, può pretendere, dopo la Passione Morte e Resurrezione di Cristo, un ruolo privilegiato, o sostitutivo del Sacrificio della Croce, nel disegno di salvezza universale. E’ questa, tuttora, nonostante ogni dialogo ecumenico, la “pietra di inciampo” nei rapporti tra cristiani ed ebrei post-biblici. Celebrare un altro preteso “olocausto” è per i cristiani un atto di apostasia dal quale i Pastori dovrebbero mettere in guardia i fedeli. Ma per fare questo i Pastori dovrebbero avere ancora una fede salda e, purtroppo, essi, oggi, salvo un “piccolo resto”, non hanno più una fede di tal fatta. L’apostasia interna alla Chiesa ha assunto, negli ultimi secoli, molte forme, da ultima quella della neo-teologia giudaizzante. Questa è, forse, la più pericolosa. Perché se l’esegesi esatta fosse quella talmudica, quella del giudaismo post-biblico, e il “Servo sofferente” non fosse Gesù Cristo ma il popolo ebraico rivestito di una funzione salvifica messianica, allora la Chiesa, ad iniziare dagli Apostoli e dai Padri, per duemila anni si sarebbe sbagliata ed avrebbe illuso generazioni di cristiani, ingannando l’intera umanità con la pretesa della Divino-Umanità messianica di Nostro Signore Gesù Cristo. L’apostasia, nonostante lo sforzo di tenere dritta la barra del timone di un pontefice come Benedetto XVI, il quale più di una volta, con prudenza e carità anche nella sua visita ad Auschwitz, ha ricordato che l’esegesi cristiana è fondata sulla prospettiva cristologica inaugurata dai Padri, continua ad avanzare inesorabile nella Chiesa e tra i cristiani, sempre più tiepidi nelle cose di fede.

Questa inesorabile avanzata non meraviglia, in verità, il cristiano memore dell’inquietante, ammonitrice, domanda di Cristo: “Ma il Figlio dell’Uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc. 18,8). Dovrebbe invece mettere a disagio chi fa professione di “laicità” (in vero, di “laicismo”, che la laicità vera è altra cosa). Infatti dopo due secoli di illuminismo e razionalismo, l’Occidente nato dalla Grande Rivoluzione si è piegato alla nuova religione, alla teologia dell’olocausto. Per duecento e più anni, le punte avanzate dell’intellighenzia post-cristiana hanno lavorato all’obiettivo della secolarizzazione della ex-Cristianità, in nome della filosofia umanitaria, ossia in nome dell’autonomia dell’uomo da Dio. Tutte le forme ideologiche dell’umanitarismo, dal liberalismo al marxismo, dall’anarchismo al fascismo, hanno avuto come obiettivo ultimo quello di “liberare” l’umanità dal “cruciato martire”, per dirla con Giosuè Carducci. Però, come ebbe ad osservare, con l’arguzia che gli era propria, G.K. Chesterton, quando si smette di credere nel Dio cristiano non si diventa atei ma semplicemente si abdica all’incontro fecondo tra Fede e ragione, tra Gerusalemme ed Atene, che Benedetto XVI a Ratisbona ha definito provvidenzialmente essenziale al Cristianesimo, e si inizia a credere a tutto ed al contrario di tutto. Non è un caso che la post-modernità, contrassegnata dalla inevitabile fine del razionalismo, ha però fatto emergere ciò che di oscuro covava sotto la crosta del positivismo, ossia quel neo-spiritualismo esoterico, gnostico, irrazionalista che sta assumendo da un lato le forme del new age e dall’altro quelle del fondamentalismo. E in questo quadro storico che bisogna inquadrare anche il trionfo, a viste umane apparentemente inarrestabile, del nuovo culto dell’“Olocausto”, dell’auto-idolatria messianica di Israele. Un nuovo culto che, a ben vedere, nel fare di una porzione di umanità un soggetto dagli attributi messianici e quasi-divini porta alle sue estreme conseguenze la “religione dell’umanità”, nella quale l’uomo adora sé stesso al posto di Dio. Sembra che tutto l’itinerario del processo di secolarizzazione, sviluppatosi in Occidente, abbia avuto come termine finale l’universale proclamazione di un culto sostitutivo di quello cristiano. Da qui le inevitabili domande: l’Occidente illuminista ed umanitario ha ferocemente combattuto la Chiesa al solo fine di consentire il trionfo della Sinagoga? La decristianizzazione della società e dei costumi non sarà forse servita al solo fine della talmudizzazione della mentalità e dell’opinione pubblica, sicché i sostenitori del “laicismo” (troppo spesso confuso con la “laicità”) in effetti altro non sono stati, e non sono, che gli “utili idioti” dei sacerdoti del nuovo culto mondiale, nell’ambito di un più vasto disegno che non è interpretabile solo con categorie puramente umane o storiche? Se, come ci sembra testimoniato dai fatti, tali domande non possono essere evitate, senza condannarsi a non capire nulla di questo inizio del XXI secolo, si resta in attesa che da parte “laica” ci si spieghi come un ministro dell’attuale governo, Giuliano Amato, possa definire la Shoah il fondamento della Repubblica e dell’intero Occidente e come si possa conciliare l’assunzione da parte dello Stato, con l’istituzione ex lege della giornata della memoria, del nuovo culto sotteso alla “teologia dell’olocausto”. In realtà, siamo di fronte ad un nuovo confessionalismo di Stato, che difende i suoi dogmi con tutti i mezzi a sua disposizione, comprese le leggi liberticide come quella proposta da Mastella.

LUIGI COPERTINO

NOTE

 

1) Il 27 gennaio 1945 i sovietici arrivarono ad Auschwitz. Da qui la data scelta per la giornata in questione. E’ emblematico il controsenso che segna la scelta di questa data: si celebra come memoria di “liberazione” il passaggio di una porzione di umanità dolente da un totalitarismo, quello nazista, ad un altro, quello sovietico. I gestori del Gulag svelano le atrocità del Lager!

 

2) Cfr. V. Messori “Ipotesi su Gesù, SEI, Torino, 1976, pp. 98-99.

 

3) Cfr. E.Toaff con A.Elkann, Il Messia e gli Ebrei, Bompiani, Milano 2002, p.34.

 

4) Cfr. E.Toaff con A.Elkann, Il Messia … op. cit., p. 26 e seg.

 

5) Cfr. E.Toaff con A.Elkann, Il Messia … op. cit., p. 83.

 

6) Cfr. G. Scholem , “Ŝabettay Sevi – Il Messia Mistico”, Einaudi, 2001, p. 60.

 

7) Citato in M. Blondet “La politica mondiale e l’Anticristo” in Il Timone n. 14/2001.

 

8) Cfr. V. Messori nella rubrica “Vivaio” della rivista “Il Timone”, anno 2004.

 

9) Cfr. G. Galli “Hitler ed il nazismo magico – le componenti esoteriche del Reich millenario”, Bur Rizzoli, Milano, 1994, pp. 283-288.

 

10) Cfr. D. Losurdo “Che cos’è il fondamentalismo” in Avallon – l’uomo e il sacro, numero 54, Rimini 2005, cit., p. 55.

 

 

11) Cfr. M. Massara, “La Terra troppo promessa”, Milano, 1979. Citato da M. Blondet “I Fanatici dell’Apocalisse – l’ultimo assalto a Gerusalemme”, Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini, 2002, p. 45.

 

12) Citato da M. Blondet “I Fanatici dell’Apocalisse …”, op. cit., p. 45.

 

13) Cfr. Israel Shahak, “Storia ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni”, CLS, Verrua Savoia (TO), 1997, p. 70.

 

14) Citato in M. Blondet “Il mondo come lo vuole Giuda” in www.effedieffe.com.

 

15) Citato da M. Blondet “Scritture d’attualità” in www.effedieffe.com; cfr. anche I. Shahak “Jewish fundamentalism in Israel”, Londra, 1999.

 

16) Citato in M. Blondet “Il mondo …” op. cit.

 

17) Citato in Domenico Savino “Anime gnostiche” in www.effedieffe.com.

 

18) Invece l’Ebraismo di Abramo, di Mosé e dei Profeti, che è la Radice Santa di cui parla san Paolo nel capitolo 11 della Lettera ai Romani, ed il giudaismo talmudico, elaborato dal Sinedrio, non sono affatto la stessa fede, perché il primo era nient’altro che il Cristianesimo ante litteram (“Prima che Abramo fosse Io sono”, Gv. 8,58), mentre il secondo è un coacervo di “dottrine umane” (“Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”, così Cristo ammonisce i sinedriti in Mc. 7,8).

 

19) Epistole,CLI, Ad Algasium; Comm. In Dan., II, 24.

 

20) Cfr. F. Rossi De Gasperis “Ma Cristo non ha cancellato Israele. Le Chiese di Palestina e l’ebraismo” in “Mondo e Missione”, febbraio 2002.

 

21) In tal senso si è chiaramente espresso, con l’arrogante franchezza che gli è propria, rivolto ad ammutoliti cardinali durante un incontro ecumenico, il rabbino Riccardo Di Segni. Cfr. il resoconto pubblicato su “Shalom” n. 2/2002.

 

22) Quanto detto a proposito della salvezza ebraica mediante la Croce di Cristo vale anche per i mussulmani, come per tutti gli uomini. Anche la salvezza degli islamici passa per la Croce di Cristo. Per la Croce di quell’Isa che, stando al Corano, è superiore allo stesso Maometto perché, a differenza di quest’ultimo, Egli è il “Verbo di Allah”, nato da Miriam sempre Vergine, e perché è a Lui, ad Isa, e non a Maometto, che, secondo l’escatologia coranica, sarà affidato da Dio il ruolo messianico fondamentale: tornare alla Fine dei Tempi, come Giudice Universale, per sconfiggere l’Anticristo, l’Impostore.


Fonte : http://www.mastermatteimedioriente.it/