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La guerra di Natale
Una testimonianza dalla
terra di Hamas.
Parla padre Manuel
Musallam,
l’unico sacerdote
cattolico di rito latino presente nella Striscia di Gaza
Intervista con Manuel Musallam di Giovanni Cubeddu
per la rivista 30GIORNI, gennaio 2009

Padre Manuel, il
parroco della Santa Famiglia a Gaza, pensa che la fuga in Egitto fu
molto più umana. Giuseppe riuscì a fuggire di notte, per portare in
salvo il piccolo Gesù. Adesso no, il valico con l’Egitto è stato chiuso
fino a che, dicono le autorità del Cairo, Hamas governerà la Striscia. E
la notte di Gaza è l’inferno: le pale minacciose degli elicotteri
israeliani, luci e boati dei missili sganciati dall’aviazione, i droni
che dall’alto spiano ogni movimento, infine l’esercito, che è entrato a
Gaza per fare pulizia casa per casa. E nessun aiuto per chi è innocente.
Padre Manuel, Gaza è
sotto assedio.
MANUEL MUSALLAM: È
un’altra guerra, e noi stavamo già vivendo sotto un embargo, in croce.
Adesso?
MUSALLAM: Gaza ha già
sofferto troppo. Non abbiamo cibo a sufficienza, né acqua o corrente
elettrica. Passiamo le notti sotto bombardamenti pesanti. Un milione e
mezzo di persone sopravvivono solo grazie agli aiuti dell’Unrwa (United
Nations Relief and Works Agency), e chi non riceve questi aiuti o non ha
lavoro vive di elemosina: questo va detto chiaramente. Solo poliziotti,
soldati o insegnanti ricevono un piccolo salario, perché sono funzionari
pubblici, divisi in due gruppi, quelli pagati da Hamas e quelli pagati
dal governo di Ramallah. Ma capita che per due o tre mesi i soldi non
arrivino, e non si può far altro che attendere.
Non è la sola divisione
in atto.
MUSALLAM: Il popolo è
diviso in sé stesso, perché ci spingono a non parlare l’uno con l’altro,
è proibito… La gente di Hamas non rivolge parola a quella di Al-Fatah, e
viceversa. Ci è stato ordinato di non avere contatti con Hamas e così
giorno per giorno siamo diventati tra noi più distanti, costretti al
silenzio. È il tempo dell’odio, ci viene chiesto di odiarci, separarci,
considerarci nemici l’uno dell’altro. Così a Gaza il popolo è
dissociato, come se ci fossero due nazioni, due razze, due entità.
La guerra ha reso totale
il blocco.
MUSALLAM: Abbiamo
bisogno di settecento Tir che ogni giorno portino a Gaza i beni
necessari alla vita quotidiana, ma ultimamente ne venivano ammessi meno
di venti. I palestinesi avevano aperto i tunnel per raggiungere Rafah,
in Egitto… E poi tutto è diventato inaccessibile, e ciò che valeva pochi
penny
ora costa dieci dollari. I bambini, e qui a Gaza sono tanti, non
ricevono più gli alimenti necessari alla loro età. Non possono più
neanche comprarsi un pezzo di cioccolata alla mensa scolastica. Vivono
per la maggior parte del tempo con un senso di nausea, a scuola cadono a
terra, sono malati, li vedi piagnucolare e se gli chiedi perché
rispondono: «Sono stanco, ho fame, non riesco a stare in classe», devono
andare ogni momento al bagno. Vivono sotto stress, a casa dovrebbero
studiare ma non possono, perché manca la corrente elettrica, che viene
fornita per un paio d’ore al giorno, di notte o durante l’orario di
scuola. Sono traumatizzati, di notte hanno paura di tutto,
s’indeboliscono. E poi manca l’acqua, per cucinare, per pulire, quella
potabile a Gaza non esiste, dobbiamo comprarla da Israele o dall’Egitto…
Perché Hamas lancia
ancora missili su Israele? Non può certo immaginare di migliorare la
situazione.
MUSALLAM: Ma questa è
una grande tortura per il nostro popolo! Manca l’energia elettrica,
l’acqua, il cibo, il lavoro. Viviamo perennemente in tensione, ci
consideriamo sottoposti a un assedio e a un crimine di guerra, ad atti
contro l’umanità, perché la maggioranza della gente qui è innocente! Se
Hamas attacca Israele e se Israele intende affrontare Hamas, beh, Hamas
non comprende un milione e mezzo di persone, è una minoranza!
Ciononostante siamo oggi testimoni della punizione collettiva, contro un
popolo. È un crimine di guerra.
Parliamo delle
responsabilità.
MUSALLAM: Lo sappiamo
che i palestinesi hanno lanciato i razzi contro Israele, è vero, e
sappiamo che Israele ha risposto attaccando in modo brutale… Ma non sarà
questa la soluzione della questione della Palestina! E se giudichiamo i
fatti... Se vedessimo i palestinesi lanciare i razzi gli diremmo no!,
gli diremmo di fermarsi. Però… non è questa la sola pagina del libro,
che invece è pieno di capitoli a favore e contro ciascuno dei due
duellanti. E se su un foglio sta scritto l’errore di uno, sul successivo
troviamo le colpe dell’altro, in una spirale di sbagli e di reazioni
sbilanciate che non ci sta portando da nessuna parte, di sicuro non alla
pace. Al contrario, attrae e prepara più violenza, liti, odio, rifiuto
dell’altro. Guerra.
Lei
a Gaza è l’unico sacerdote cattolico di rito latino.
MUSALLAM: Perdono e
riconciliazione sono parole che appartengono al paradiso e che ora
vengono pronunciate solo in chiesa dai preti, e da nessun altro.
Sembrano imprigionate nelle chiese e nelle omelie dei preti. Eppure esse
non sono altro che la sostanza stessa della vita dei cristiani e dei
musulmani… Tutto il giorno non facciamo che sentire appelli di guerra da
parte di Israele e dei palestinesi, chi parla di resistenza e chi di
omicidio…
Invece?
MUSALLAM: Invece i
palestinesi rifiutano questa situazione, come rifiutano di sottomettersi
a Israele. Abbiamo bisogno di fermare i razzi e di risolvere la
questione palestinese, anche se nei sei mesi di tregua gli israeliani
hanno ucciso più di venti persone e ferito quaranta… Sia chiaro che il
nostro proposito non è “razzi e odio contro Israele”, no! Noi stiamo
solo cercando la nostra liberazione e la nostra dignità, non
l’umiliazione continua e il trattamento che si riserva agli abitanti
dello zoo, che puoi visitare quando vuoi, tanto basta dar loro un po’ da
mangiare una volta al giorno. Reclamiamo la nostra libertà. Il mondo
dovrebbe oramai capirlo: oggi abbiamo l’alternativa tra la schiavitù e
la morte, e il popolo accetterà di provare tutto fuorché la schiavitù.
La vita della Chiesa a
Gaza...
MUSALLAM: I cristiani
qui appartengono al popolo palestinese, non possono essere divisi dalla
loro gente, che essi desiderano difendere, sono obbligati a farlo...
D’altro canto ai cristiani viene impedito dagli israeliani di parlare
liberamente al proprio popolo, Israele tratta i preti come fossero
terroristi, inclusi il Patriarca latino e il delegato apostolico.
In che senso “come
terroristi”?
MUSALLAM: Ai sacerdoti a
Gaza e nella West Bank non vengono concessi i visti, è impedito loro di
viaggiare, dire messa e il servizio divino, non possono recarsi a
Gerusalemme e Betlemme.
Ci può raccontare quali
episodi in particolare?
MUSALLAM: Lo scorso
Natale abbiamo chiesto più di settecento permessi per poterci recare a
Betlemme e ne abbiamo ottenuti meno di duecento, e la maggior parte
delle nostre richieste si riferivano a bambini con i loro genitori... Io
ho avuto un visto per soli tre mesi grazie agli sforzi di un amico
ambasciatore, e così ho potuto far visita alla mia famiglia a Birzeit.
Durante questo periodo monsignor Antonio Franco, il delegato apostolico,
e il cancelliere del Patriarcato latino hanno provato ad accordarsi con
gli israeliani, ma alla fine non sono stati autorizzati a entrare a Gaza
e i cristiani sono rimasti senza chi celebrasse per loro la messa. La
domenica prima di Natale sua eccellenza Fouad Twal, il nuovo patriarca
latino di Gerusalemme, sarebbe dovuto venire in visita alla chiesa di
Gaza, ma è stato bloccato al
check point di Erez e a una
delle sue autovetture è stato impedito il transito: nell’automobile
c’era solo un regalo per il parroco di Gaza, per festeggiare dopo la
messa: un po’ di cioccolata. Il Patriarca è stato tenuto fermo per
un’ora, e così pure la gente che lo aspettava dall’altro lato del
check point.
Non solo. Gli è stato richiesto di lasciare Gaza alle tre del pomeriggio
invece che tra le sei e le sette di sera, come di solito, così che i
festeggiamenti fossero di fatto cancellati; e nonostante questo, al suo
rientro il Patriarca è stato trattenuto nuovamente al
check point
per più di due ore prima di essere riammesso in Israele, per tornare a
Gerusalemme. Ecco la realtà. Qui anche il Patriarca e il delegato
apostolico non hanno libertà di movimento, per non dire dei preti. Nella
mia parrocchia avevamo due suore del Rosario, ma quest’anno non sono
state autorizzate a entrare a Gaza per svolgere il loro servizio. Sono
obbligate a rimanere nella West Bank per diniego di visto.
E questo Natale, la
guerra.
MUSALLAM: In Avvento e a
Natale noi eravamo soliti fare festeggiamenti, marce, suonare tamburi,
cantare, mettere le luci all’albero, con l’aiuto della municipalità e
del governatore di Gaza… Quest’anno comunque tutto era già stato
cancellato. Non abbiamo avuto neanche i biglietti per mandare gli auguri
agli amici, i bambini non hanno potuto decorare nulla nelle scuole
perché non c’erano alberi, luci, festoni, e per loro il Natale è stato
triste. In passato abbiamo sempre condiviso tra noi il cibo, ognuno
invitava l’altro a casa propria o addirittura al ristorante, si
addobbavano gli alberi di Natale – un’usanza da sempre in comune tra
cristiani e musulmani che qui ha tradizionalmente unito tutte le
famiglie. Quest’anno nulla di tutto questo. Non c’è gioia, e senza gioia
come possiamo concepire la pace? Predicarla, insegnarla, praticarla? La
gioia è stata soffocata tra le lacrime e la paura.
Troppi anni e speranze
infrante, attendendo la Palestina.
MUSALLAM: E a noi pare
che il mondo intero ci guardi come se fossimo dei nemici, perché ci
considera nemici di Israele, e per questo motivo nessun aiuto può
entrare a Gaza, neanche quello portato dalla Caritas, dato che Gaza è
una “zona nemica”. Che cosa significa allora “amare i nostri nemici”? Il
mondo potrebbe almeno darci una testimonianza, un esempio di amore
siffatto: potreste per una volta amare noi, i palestinesi, prima di
volerci insegnare come si amano i propri nemici? Provate a considerarci,
per favore, vostri fratelli, anche se non siamo come vi piacerebbe che
fossimo.
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L’esercito israeliano sta iniziando le operazioni via terra. Che cosa
succede?
MUSALLAM: È la guerra,
che vuole le sue vittime. Centinaia di persone… per la maggior parte
sono poliziotti, impiegati pubblici al lavoro per portare ordine negli
scontri dentro Gaza. Sono morti anche tanti bambini, tanti sono stati
feriti. È morta anche la prima ragazza cristiana, di sedici anni, che
frequentava la mia scuola della Santa Famiglia, è morta di paura e di
freddo. Si chiamava Cristina Wadi’Turk. Gli ospedali sono sovraffollati,
pieni di persone trattate come animali, raggruppate nei corridoi senza
neanche ricevere il primo soccorso. Ecco come stanno. Il rispetto dei
diritti delle persone è il segno che si è realmente impegnati a cercare
la pace. Vorrei dirlo agli israeliani. Molti innocenti sono stati
sacrificati solo perché le loro case erano vicine agli uffici di Hamas.
Padre Manuel, ora
nessuno sa dire quando tutto questo finirà.
MUSALLAM: La notte non
dormiamo a causa dei bombardamenti. Preghiamo tantissimo. Ho scritto
tante volte a tutti i cristiani della mia parrocchia e ho mandato loro
messaggi sms
chiedendo di pregare all’inizio di ogni ora del giorno. È il tempo di
dire questa preghiera. L’ascolti anche lei, per favore, è giusto l’ora
di cantarla, gliela facciamo sentire, con le consorelle che sono qui con
me, perché il Signore Dio doni la pace ai nostri cuori e alle nostre
terre.
[Padre Manuel e le suore
iniziano a cantare in arabo, ndr]:
«Signore della pace,
piova su di noi la pace.
Signore della pace, da’
pace al nostro Paese, pace.
Abbi pietà, o Signore,
del tuo popolo.
Ti preghiamo, fa’ che la
tua eredità non venga derisa».
Link originale :
http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=20046
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/Musallam30Giorni.htm
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