di Eva Brugnettini - Osseravtorioiraq.it

Stress post-traumatico, ansia e depressione sono le principali
patologie diffuse in Palestina, come conseguenza di anni di guerra e
violenze. E i più colpiti sono i bambini, vittime di traumi di ogni
sorta per aver assistito a omicidi e violenze fisiche, ricevuto
minacce o perso la propria casa.
Medici Senza Frontiere ha condotto uno studio sulla salute
psicofisica di 1369 palestinesi nei Territori palestinesi occupati, di
cui 773 a Gaza e 596 nell’area di Nablus, in Cisgiordania.
Di questi il 23,2 per cento soffre di stress post-traumatico, il 17,3
per cento di ansia, il 15,3 per cento di depressione.
Il fatto più drammatico è che i dati si riferiscono ai quattro anni
precedenti l’operazione “Piombo fuso”. Se la situazione era già
delicata, l’offensiva israeliana su Gaza del gennaio 2009, che ha
ucciso più di 1400 persone, di cui 342 bambini, non ha fatto che
peggiorare drasticamente le condizioni psicologiche di una popolazione
sotto assedio.
A distanza di un anno sono tanti i bambini che continuano a
manifestare sintomi da stress post traumatico: si chiudono in se
stessi, vanno male a scuola, hanno incubi notturni e bagnano il letto.
Tra questi c’è Mona al-Samouni, 12 anni, che ha assistito alla morte
dei genitori e di gran parte della sua famiglia allargata nel sobborgo
di Zeitoun, a sud di Gaza City.
Sulla morte di 23 membri della famiglia al-Samouni ha indagato la
missione dell’Onu guidata dal giudice sudafricano Richard Goldstone,
nella sezione dedicata agli “Attacchi deliberati contro la popolazione
civile”, di cui la strage dei Samouni è uno degli 11 incidenti
registrati.
Mona purtroppo è soltanto una delle “migliaia di bambini ripetutamente
esposti a violenza, paura, povertà e ansia”, dice il rapporto di
Save The Children “La crisi di Gaza: un anno dopo”, che riporta
le testimonianze di Shayma, 13 anni, la cui casa è stata distrutta dai
bombardamenti e adesso vive con i sei fratelli tra le macerie.
“Ho smesso di fare le cose che mi piacevano, come disegnare, giocare –
dice Shayma - Non mi piace neanche più guardare la televisione. A
scuola vado peggio rispetto a prima dell’offensiva. Avevo voti molto
buoni, adesso non lo sono per niente e ho paura che non riuscirò più a
diventare dottore”.
Anche Bilal, 15 anni, ha perso la casa e tutto ciò che la sua famiglia
possedeva, ora vive in una tenda: “La mia vita è stata stravolta –
racconta - Non ho più sogni. Vorrei solo sentirmi come se avessi di
nuovo una casa”.
Aloia è un bambino di 10 anni, racconta a Medici Senza Frontiere
che quel giorno era in strada con la madre, il fratellino e una zia.
Gli spari hanno ucciso la madre e il fratellino, alla zia sono state
amputate le gambe. “Sono arrabbiato e triste. Piango tutto il tempo.
Mi manca mia madre”.
Mancanza di concentrazione, di appetito, di sonno, ansia, paura di
rumori insoliti, dolorosi flashback tormentano la maggior parte dei
bambini di Gaza, mentre i problemi dei genitori si ripercuotono su di
loro.
Una psicologa di Medici Senza Frontiere spiega che i tanti
adulti che hanno subito amputazioni “non hanno perso solo un arto o
una mano, ma il loro ruolo: professionale, di genitore, di casalinga”
e si disperano nell’impotenza di non poter più difendere e mantenere
la propria famiglia. Mentre l’embargo sulla striscia di Gaza e la
conseguente disoccupazione si aggiunge nel creare tensioni sociali che
diventano violenza tra le mura domestiche.
Paura, ansia, stress, non sentirsi più sicuri nelle proprie case, per
quelli che ce l’hanno ancora, comunque da nessuna parte, ricordi
terribili e le conseguenze dell’embargo, è quanto vive la maggioranza
dei bambini di Gaza.
Gli adulti di domani hanno un’infanzia segnata da depressione e
rabbia, e questo, secondo i medici di Save The Children, avrà
“conseguenze pericolose per il futuro della regione”.