|
La politica militare israeliana degli assassini selettivi è
stata per la prima volta descritta da dentro. In un'intervista
con The Independent on Sunday [IoS], e nella sua testimonianza
ad un'organizzazione di ex soldati, Breaking the Silence
[Rompendo il silenzio], un ex membro di uno squadrone della
morte ha parlato del suo ruolo in una fallita imboscata nella
quale morirono, con i due combattenti attaccati, due passanti
palestinesi.
L'operazione, che ebbe luogo poco più di otto anni fa,
all’inizio dell'attuale Intifada, causò traumi psicologici
all'ex tiratore scelto. Fino ad oggi non ha mai raccontato ai
genitori la sua partecipazione a quello che chiamò "il primo
assassinio faccia a faccia dell'Intifada".
Man mano che si sviluppava la sollevazione, gli assassini
selettivi si trasformarono in un’arma di uso routinario
nell'arsenale dei militari israeliane, specialmente a Gaza, dove
gli arresti diventarono in seguito meno facili che in
Cisgiordania. I più clamorosi furono quelli dei dirigenti di
Hamas, Ahmed Yassin ed Abdel Aziz Rantisi nel 2005, e di Said
Siyam nella più recente offensiva. Ma gli attacchi contro
militanti di rango minore, come quello assassinato
nell'operazione descritta dall'ex soldato, diventarono
abbastanza comuni da provocare pochi commenti.
L'incidente descritto dall'ex soldato sembra quasi triviale se
paragonato a tutto quello che è successo da allora a Gaza,
culminando con le più di 1.300 vittime palestinesi inflitte
dall'Operazione Piombo Fuso a gennaio di quest’anno. Sarebbe
potuto essere dimenticato da tutti, con l'eccezione dei diretti
interessati, se non fosse stato per l’inusuale racconto fatto a
Breaking the Silence, organizzazione che ha raccolto le
testimonianze di centinaia di ex soldati su quanto videro e
fecero - inclusi gli abusi contro i palestinesi - durante il
loro servizio nei Territori Occupati.
Questo racconto, raccolto in un'intervista con l'Independent on
Sunday, ed ampiamente confermato dalla testimonianza di un altro
soldato a Breaking the Silence, sfida direttamente gli elementi
della versione ufficiale dell'epoca, ed offre una nuova
prospettiva sulla tattica degli assassini selettivi
dell'esercito israeliano. Lo stesso fanno i commenti del padre
di uno dei palestinesi assassinati, e di quello che sopravvisse,
riportati dall'Independent on Sunday.
La nostra fonte non può essere identificata dal nome,
soprattutto perché si è deciso finalmente a parlare di quanto
successo, ed in teoria potrebbe essere accusato all'estero per
il suo ruolo diretto in un assassinio, del genere che la
maggioranza dei paesi occidentali considera come una grave
violazione del diritto internazionale. Proveniente da una buona
famiglia, ed ora integrato nella vita civile nell'area di Tel
Aviv, l'ex soldato ha circa 30 anni. Intelligente e distinto, e
con una memoria dettagliata dei numerosi aspetti, è scrupoloso
nell’ammettere che il suo ricordo su altri punti potrebbe essere
incompleto.
L'ex soldato di leva ha raccontato che la sua unità speciale era
stata addestrata per un assassinio, ma che in seguito venne loro
detto che sarebbe trattato di un'operazione di arresto.
Avrebbero sparato solo se l'uomo in questione aveva armi dentro
la sua automobile. "Ci sentivamo abbastanza infastiditi perché
sarebbe stato un arresto. Volevamo ammazzare", ha detto. Allora
l'unità si diresse verso sud, a Gaza, e prese posizione. Era il
22 di novembre del 2000.
Il principale obiettivo dello squadrone era un militante
palestinese chiamato Jamal Abdel Razeq. Stava nel sedile del
passeggero di una Hyundai nera, condotta verso nord, in
direzione di Khan Younis, dal suo compagno Awni Dhuheir.
Entrambi gli uomini ignoravano completamente la trappola che li
aspettava vicino all'incrocio Morag. Quella parte della strada
principale Salahadin da nord a sud, a Gaza passava direttamente
vicina ad un insediamento ebraico. Razeq era abituato a vedere
dei mezzi corazzati per il trasporto truppe (APC) sul ciglio
della strada, ma non aveva idea che il regolare equipaggio di
quello era stato rimpiazzato da uomini di un'unità speciale di
élite della forza aerea, inclusi almeno due cecchini altamente
addestrati.
Da quando aveva lasciato la sua casa di Rafah quella mattina, lo
Shin Bet - il servizio di intelligence israeliano – aveva
monitorato ogni suo movimento con particolare precisione, grazie
ad un continuo contatto tramite telefono cellulare con due
collaborazionisti palestinesi, tra i quali uno degli zii. L'uomo
che doveva ammazzarlo, dice, era "sorpreso" dei dettagli
trasmessi dallo Shin Bet al comandante dell'unità: "Quanto caffè
aveva nel suo bicchiere, quando partiva. Sapevano che aveva un
autista [e]… dissero che aveva armi nel bagagliaio, non
nell'automobile. Per 20 minuti sapevamo che doveva essere un
semplice arresto, perché non aveva armi nell'auto".
Ma a quel punto, dice, gli ordini cambiarono improvvisamente.
"Dissero che mancava un minuto al suo arrivo, e alla fine
ricevemmo l'ordine che sarebbe stato un assassinio". Egli pensa
che l’ordine proveniva da una sala operativa apposita e la sua
impressione fu che "tutti i grandi capi stavano lì", tra essi un
brigadier generale.
Sicuramente i due militanti palestinesi ancora non sospettavano
nulla avvicinandosi all'incrocio, perfino quando un grande
camion trasporti dell'esercito israeliano sbucò da un lato,
girando per tagliargli la strada. Non avevano modo di sapere che
il camion era strapieno di soldati armati in attesa di quel
momento. Un 4x4 fu inviato per strada, solo in caso che
accadesse "qualcosa di realmente brutto".
Ma qualcosa andò storto: il camion uscì troppo veloce e bloccò
non solo i militanti sulla loro Hyundai nera, ma anche il taxi
Mercedes bianco di fronte a loro. Questo portava Sami Abu Laban,
panettiere di 29 anni, e Na'el Al Leddawi, studente di 22.
Stavano andando da Rafah a Khan Younis per tentare di comprare
del combustibile per alimentare i forni del pane.
Avvicinandosi il momento critico, il tiratore scelto cominciò a
tremare dalla vita in giù. "Quello che succede ora è che sto
aspettando che arrivi l'automobile e perdo controllo delle
gambe. Ho un M16 con digicom, [mirino speciale per cecchini].
E’stata una delle cose più strane che mi siano mai successe. Mi
sentivo completamente concentrato. Cosicché, mentre contiamo i
secondi, cominciamo a vedere le automobili, e ne vediamo
arrivare due, non una. C'era una prima automobile molto vicina
alla seguente e quando il camion entrò, un po' in anticipo,
entrambe le automobili si fermarono. Tutto si fermò. Ci diedero
due secondi e dissero: 'Sparate! Fuoco!’" Chi diede l'ordine ed
a chi? "Il comandante dell'unità… a tutti. Tutti sentirono
'Fuoco’"
L'obiettivo, Razeq, era nel sedile del passeggero, più vicino
all'APC. "Non ho dubbi, lo vedo nel mirino. Comincio a sparare.
Tutti cominciano a sparare e perdo il controllo. Sparo per uno o
due secondi. Contai dopo - sparai 11 pallottole nella sua testa.
Avrei potuto sparare un solo colpo e basta. Furono cinque
secondi di spari".
"Guardai nel mirino, vedevo metà della sua testa. Non avevo
motivo per sparare 11 pallottole. Penso che forse sia stato per
paura, forse per affrontare tutte le cose che stavano
succedendo. Continuai a sparare".
Per quanto ricorda, l'ordine di sparare non fu specifico per i
cecchini nell'APC. Non può sapere con sicurezza se i soldati nel
camion pensarono erroneamente che parte degli spari erano
diretti contro di loro dalle automobili. Ma dice che dopo che si
fermò "gli spari aumentarono. Penso che la gente nel camion
venne presa dal panico. Stavano sparando ed una delle automobili
comincia a partire ed il comandante dice: "Alt!, alt!, alt!" Ci
vollero un paio di secondi per fermarsi completamente e ciò che
vedo dopo sono entrambe le automobili piene di buchi. Anche la
prima auto, quella che stava lì per coincidenza."
Razeq e Dhuheir, i militanti, erano morti. Anche Abu Laban e Al
Leddawi. Miracolosamente, l'autista del taxi, Nahed Fuju, era
illeso. Il tiratore scelto ricorda solo uno dei quattro corpi
che giacevano sul terreno.. "Quel corpo mi inorridì. Era come un
sacco. Era pieno di mosche. Chiesero chi aveva sparato alla
prima automobile [la Mercedes] e nessuno rispose. Penso che
tutti fossero confusi. Era ovvio che era stata un’assurdità e
nessuno l'ammetteva." Ma il comandante non fece un
interrogatorio formale fino a che l'unità ritornò alla sua base
principale.
"Il comandante entrò e disse: 'Congratulazioni. Abbiamo ricevuto
una telefonata dal Primo Ministro, dal Ministro della Difesa e
dal Capo di Stato Maggiore. Tutti si congratulano con noi. La
nostra missione è riuscita perfettamente. Grazie.' E da quel
momento, intesi che erano molto contenti". Dice che l'unica
discussione fu riguardo al rischio reale di perdite fra i
soldati per il fuoco amico durante la sparatoria, in cui uno dei
veicoli dell'esercito israeliano venne raggiunto da pallottole
di rimbalzo, ed alla fine della quale perfino un soldato uscì
dal 4x4 e sparò ad un corpo inerte a terra.
La sua impressione era che "volevano che la stampa o i
palestinesi sapessero che facevamo un passo in avanti nella
nostra lotta", ed aggiunge: "Il sentimento fu di un gran
successo ed io aspettavo un interrogatorio che ci facesse tutte
quelle domande, che mostrasse del disappunto per l’esito
negativo, ma non accadde. L’unica cosa che sentii è che i
comandanti sapevano che era stato un grande successo politico
per loro".
L'incidente causò immediatamente una certa commozione. Mohammed
Dahlan, allora capo della Sicurezza Preventiva diretta da Fatah
a Gaza, lo definì un "barbaro assassinio". La relazione allora
presentata alla stampa dal brigadier generale Yair Naveh, a capo
delle forze dell'esercito israeliano a Gaza, fu che doveva
essere un'operazione d’arresto, ma che venne riferito che
qualcosa era andata male. Razeq aveva tirato fuori un
Kalashnikov e tentato di aprire il fuoco contro le forze
israeliane, ed allora i soldati spararono contro il suo veicolo.
Benché Razeq fosse il principale obiettivo, si affermò che anche
le due vittime nel taxi erano attivisti di Fatah con legami con
Razeq".
Il signor Al Leddawi ha detto la settimana scorsa che la
presenza di suo figlio fu un tragica coincidenza e che la
famiglia non aveva mai sentito parlare degli altri due uomini.
"Fu tutta una coincidenza che siano stati lì", disse. "Non
abbiamo niente a che vedere con la resistenza in questa
famiglia" Oltre a dire che non aveva ricevuto "un solo shekel"
in risarcimento, il tassista, signor Fuju, non volle parlare con
noi a Rafah la settimana scorsa. "Volete intervistarmi affinché
gli israeliani bombardino la mia casa?".
I militari israeliani dissero, in risposta a dettagliate
ricerche sull'incidente e alle discrepanze tra la loro relazione
dell'epoca e quella dei palestinesi, ed ora quella dell'ex
soldato, che "prendono molto sul serio le violazioni dei diritti
umani" ma che "si dispiacciono che Breaking the Silence non
fornisca loro dettagli o testimoni sugli incidenti dei quali
parla al fine di permettere un'investigazione esaustiva."
Aggiungono che "quei soldati e i comandanti non avvicinarono i
loro superiori… con lamentele durante il loro servizio."
Le nostre rivelazioni in breve: unità segreta in una missione
per uccidere
Independent on Sunday ha ottenuto una relazione che, per la
prima volta, spiega il servizio in uno degli squadroni della
morte delle forze armate israeliane.
Un ex soldato ha informato IoS ed un'organizzazione di ex
soldati della sua partecipazione ad un'imboscata riuscita male,
che ha ucciso accidentalmente due uomini con i due miliziani che
erano il loro obiettivo.
L'ex soldato, tiratore scelto addestrato, dice che sparò 11
pallottole alla testa del miliziano la cui morte era stata
ordinata dai suoi superiori. Allo squadrone gli avevano detto
inizialmente di stare uscendo per una missione di arresto, ma un
minuto prima gli ordinarono di sparare a morte.
Invece di discutere a posteriori i difetti dell'operazione, allo
squadrone venne detto di aver ottenuto un successo perfetto" con
le congratulazioni del Primo Ministro e dal Capo dello Stato
Maggiore.
Articolo
originale:
http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/israels-death-squads-a-soldiers-story-1634774.html
Traduzione
dall'inglese per
www.resistenze.org
a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Link:
www.resistenze.org/sito/te/po/is/pois9c18-004693.htm
Corrente pagina
:
http://www.terrasantalibera.org/squadre_morte_parlano.htm
|