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A
distanza di sette anni dalla guerra d'aggressione lanciata dagli
americani
contro l'Iraq saddamista i nostalgici e gli eredi del vecchio
Ba'ath irakeno si
sono dati appuntamento, lo scorso 29 aprile, nella capitale siriana
Damasco per
quella che è stata definita come la prima fase costituente per la
"rifondazione" del partito.
Un evento storico se consideriamo che, da quando cadde Baghdad e
con essa
tutte le strutture del vecchio regime saddamista, i reduci
ba'athisti furono
costretti all'esilio, alla latitanza o alla resistenza in
clandestinità.
Il Ba'ath irakeno intende ripartire da questa assemblea costituente
ospite di
quello che, un tempo, veniva considerato un paese "ostile", quella
Siria di
Assad dove fin dalla fine degli anni Sessanta un'altra fazione del
Ba'ath, filo-
sovietica e aderente inizialmente alle teorie marxiste, aveva
costituito un
proprio modello statale di sviluppo autonomo dalla linea della
continuità
perpetrata da Baghdad. La spaccatura tra i due partiti Ba'ath -
rispettivamente
al potere in Iraq con Saddam Hussein e in Siria con Hafez el Assad
prima e con
il figlio Bashar (dal 2000 ad oggi) - non si è mai ricomposta nei
quarant'anni
che videro spesso opposte le due leadership: capitò nel settembre
1980 quando
Saddam lanciò l'aggressione contro l'Iran sollevando le ire di
Damasco (alleata
di Teheran) che accusò il vicino di fare il gioco dell'imperialismo
sviando
forze e l'attenzione pubblica del mondo arabo dal conflitto
palestinese;
successe un decennio più tardi quando l'armata statunitense si
apprestava a
"riportare" ordine nel Golfo e "democrazia" nel Kuwait invaso (2
agosto 1990)
dalle truppe irakene. La Siria nell'occasione fece buon viso a
cattivo gioco e,
in cambio di un contingente simbolico di uomini che peraltro non
presero
neanche parte alle ostilità della coalizione mondialista nei 42
giorni della
prima guerra del golfo (gennaio-febbraio 1991), ottenne il nulla
osta di
Washington per la normalizzazione del vicino Libano e
l'instaurazione nel paese
dei cedri di una "pax siriana" che durò fino al febbraio 2005.

Il Partito Ba'ath Arabo Socialista in arabo
حزب البعث العربي الاشتراكي),
o
semplicemente Ba'ath (بعث,
ossia "Resurrezione") venne costituito nel secondo
dopoguerra dal siriano Michel Aflaq e dal suo conterraneo Salāh
al-Dīn Bītār.
Un'importante azione di quello che a lungo è rimasto l'unico
partito politico
arabo di massa fu però svolta anche da Zākī al-Arsūzī di
Alessandretta: un
alawita siriano che espose un programma irredentistico per la sua
città (che,
in base agli accordi di pace nel primo dopoguerra, era stata
attribuita alla
neo-costituita Repubblica di Turchia), in nome di un ideale
panarabo che poi si
travaserà nel programma del partito Ba'ath. Un programma socialista
e
nazionalista di rinascita araba 'puntato' sia contro il
colonialismo europeo
sia contro i nuovi oppressori sionisti.

Salāh
al-Dīn Bītār
La dimensione nazionalista e le caratteristiche eminentemente
borghesi della
prima cellula ba'athista estrometteranno quella che fu l'originario
nucleo,
precedente la fondazione stessa del partito, che si ispirava anche
alla
letteratura marxista. Gli stessi due padri-fondatori, Aflaq e
Bitàr, pare
avessero trovato conforto nelle tesi di Karl Marx, di Friedrich
Engels, di
Lenin e dei francesi Andrè Gide e Romain Rolland nel periodo nel
quale,
entrambi, si trovarono a studiare - dal 1929 - all'Università della
Sorbona a
Parigi. Al loro rientro in Siria si avvicinarono anche al Partito
Comunista
locale salvo poi distaccarsene quando fu evidente che la stessa
Unione
Sovietica sotto la direzione stalinista stava abbandonando la
"solidarietà
internazionalista" a vantaggio di una prospettiva di allineamento
ideologico
con i partiti comunisti. Questo iniziale interessamento al
materialismo
dialettico d'ispirazione marxista sembra che cessò immediatamente
dopo la
costituzione, in Francia, del Fronte Popolare di Leon Blum quando
apparve
evidente l'asservimento ideologico e programmatico dei comunisti
siriani alle
tesi dei loro "compagni" francesi.
La nascita ufficiosa del Ba'ath è del 1940 anche se le sue
dimensioni saranno
inizialmente quasi irrilevanti per la stessa ammissione di Michel
Aflaq e per
le vicissitudini del 1.o Congresso del partito (1947) al quale
parteciparono
appena una decina di membri regolari fino a raggiungere la cifra
rispettabile
di 4500 unità soltanto nel 1952 con l'ingresso di numerosi
esponenti della
media borghesia siriana. E' del novembre di quell'anno che avvenne
la fusione
tra Ba'ath e Partito Socialista Arabo (diretto da Akram el Hourani)
che portò
come dote un gran numero di iscritti provenienti dalle campagne.
Nel primo
convegno Ba'ath da lui organizzato ad Aleppo nello stesso 1952 i
partecipanti
saranno oltre 40mila. Hourani era di umili origini, aveva alle
spalle una
militanza nel Partito Socialista Siriano ed era stato l'animatore
fino a quel
momento di un piccolo movimento d'ispirazione lontanamente
fascisteggiante (il
Partito della Gioventù - Hizb al-shabāb).
La storia del Ba'ath iracheno si distinse da quella del suo omologo
siriano
sia per le difficoltà incontrate inizialmente sia per la diversa
dialettica
politica sviluppatasi in seno alla fazione che si arrogherà il
titolo di
"ortodossa" e prenderà il potere a Baghdad soltanto negli anni
Sessanta. Tra i
pionieri del nazionalismo ba'athista iracheno ricordiamo Fayez
Ismā'īl,
originario di Alessandria d'Egitto e di origine alawita, e Wasfī
al-Ghānim,
studente universitario fratello di un ba'athista di un certo
rilievo siriano:
Wahīb al-Ghānim. Un terzo personaggio fu Sulaymān ‘Īsà, un poeta
sunnita di
Aleppo.
La prima base fu Baghdad, nel suburbio di Ahdhamiyya ma presto
l’azione si
allargò a Nāsiriyya, Ramādī, Basra, Najaf e nel resto delle
provincie iracheno.
Quest'opera di penetrazione tra le masse popolari inizialmente
lenta divenne,
con gli anni Cinquanta, un'inarrestabile movimento d'opinione,
culturale e
politico, che mirava tout court alla presa del potere mediante la
tecnica del
colpo di Stato di cui sarà maestro, qualche anno dopo, il Gen.
Abdel Karìm al
Qassem.
E' da sottolineare come molti dei quadri dirigenti della prima ora
erano
passati dalle fila dell'Istiqlàl ("Indipendenza") un partito
politico iracheno
che aveva avuto un notevole seguito durante il periodo bellico e si
nutriva di
ideali nazionalisti panarabi e da una decisa connotazione
anti-britannica e
anti-imperialista che lo avvicinarono alle forze dell'Asse durante
il periodo
della reggenza del Quadrato d'Oro di Rashid al Kailani.
Fra i primi organizzatori destinati ad assolvere dal 1951 un
compito assai
rilevante per circa 8 anni all’interno del nuovo partito del Ba'a,
ricordiamo
proprio un “istiqlaliano”, Fu’ād Rikābī, studente d’ingegneria
sciita di 20
anni, essendo nato nel 1931 a Nāsiriyya.
La fazione irachena del Ba'ath nacque dopo quella originaria
siriana (1947) e
dopo quella giordana sorta due anni dopo.
Il primo Comando Nazionale del Ba'ath fu votato nel marzo 1954 e
l’Iraq, il
Libano, la Giordania e la Siria furono rappresentati
rispettivamente in base ad
un rapporto 1:1:2:3. Alcuni dati dimostrano la realtà dinamica di
un movimento
che, proprio relativamente all'instaurazione del suo consiglio
direttivo
(Comando Nazionale) rimase per molti anni (compresi tra il 1954 e
il 1970) la
forza popolare più incisiva del Vicino Oriente con una penetrazione
lenta ma
costante in tutti i gangli politici, amministrativi e decisionali
dell'Iraq e
della Siria dove infine prenderà il potere con due rivoluzione
'sorelle' e,
insieme, avversarie.
Rivoluzioni che hanno, da allora, visto marciare divisi i due
regimi
ba'athisti al potere in Iraq e Siria: da un lato Saddam Hussein
iniziava
l'accentramento del potere attorno alla sua persona ed al clan
sunnita di
Tikrit; dall'altro lato Hafez el Assad proponeva una propria
leadership
carismatica fondata essenzialmente attorno al nucleo alawita; i due
partiti si
erano già divisi per programmi e indirizzi ideologici (accettando
il marxismo-
leninismo i siriani e perseverando nel tradizionale panarabismo
nazionalista
gli iracheni) e i due Stati avrebbero da allora condotto politiche
anti-
imperialiste seguendo propri indirizzi storici, interessi
geopolitici e
militari condizionanti inevitabilmente le scelte e le strategie che
portarono
la Siria ad intervenire contro l'espansionismo israeliano nel
vicino Libano (di
cui rivendicava storicamente l'unione alla madre-patria siriana) e
l'Iraq alla
disastrosa avventura bellica contro l'Iran (avvertito come estraneo
alla
nazione araba in quanto "persiano" e alla sua maggioranza
confessionale sunnita
in quanto "sciita").
Attualmente il partito Baath, ufficialmente disciolto in Iraq, in
realtà conta
ancora quattro milioni di membri ed è in ottimi rapporti con
l’omonimo partito
fratello in Siria contrariamente a quanto abbia sostenuto, non da
oggi, la
propaganda occidentale che ha forzatamente e pretestuosamente
alimentato le
diversità tra le due fazioni ba'athiste per i propri interessi neo-
colonialistici.
A questo proposito occorre sottolineare come numerosi sono gli
esponenti del
Consiglio di Governo Iracheno (IGC) che si trovavano in Siria prima
della
guerra.
Il riavvicinamento delle relazioni tra Irak e Siria ha
progressivamente
prodotto anche il nuovo corso del Ba'ath irakeno che da Damasco
viene tollerato
e sostenuto dalle locali autorità sempre attente alle vicende del
vicino da
quando, nella primavera 2003, l'Irak finì sotto occupazione
militare
americana.
Oggi a distanza di sette anni dalla scomparsa del regime saddamista
e con un
paese ancora sotto occupazione i vecchi dirigenti del Ba'ath
irakeno sono
ricomparsi pubblicamente per avviare un "nuovo corso" come ha
spiegato Ghazwan
Qubaissi, numero due della formazione di cui rimane leader l'ex
governatore di
Mossul all'epoca di Saddam quel Mohammad Yunes al-Ahmad che figura
tra i
principali sospettati di terrorismo dall'attuale esecutivo
filo-americano che
governa il paese.
Secondo Qubaissi esistono le prospettive per una pacificazione
responsabile
del paese e a questo scopo - parlando dinnanzi a oltre 500
militanti (ex
dirigenti e semplici simpatizzanti di quello che fu un tempo il
partito più
potente del Vicino Oriente e l'unica voce dell'Irak - "abbiamo
avviato le
trattative per la rifondazione del partito". Secondo Qubaissi "non
esistono
differenze tra i membri del Ba'ath che operano a Damasco e coloro
che
combattono in Iraq una battaglia di libertà. Tutti infatti stiamo
contribuendo
alla liberazione del nostro paese". Riferimento dovuto a Ezzat
Ibrahim al Duri,
all'epoca numero due di Saddam Hussein e il più alto grado fra gli
ex militanti
Ba'ath ancora a piede libero e ricercato dalle forze d'occupazione
oramai da
oltre sette anni. Qubaissi ha accusato i nuovi politici irakeni di
essersi
venduti alla "democrazia importata" e di "aver deviato dalla
riconciliazione
nazionale" estromettendo dalle nuove leve del potere gli ex
ba'athisti e tutti
i quadri dirigenti nazionalisti dell'era Saddam.
Questa accusa arriva dopo che, alle ultime elezioni del paese dello
scorso 7
marzo, la Commissione Giustizia aveva estromesso oltre 500
candidati dalle
legislative perchè sospettati di appartenere a formazioni della
resistenza e
per il loro passato ba'athista.
Diversi funzionari del Ba'ath irakeno abbandonarono immediatamente
il paese
dopo l'arrivo degli americani e , anche in seguito, raggiunsero la
vicina
Siria. Ricordiamo come all'indomani dell'ennesimo attentato
nell'agosto scorso
Irak e Siria vennero ai ferri corti per le accuse reiterate del
governo di
Baghdad al vicino siriano di ospitare elementi compromessi con il
terrorismo.
La Siria, dal canto suo, ha sempre negato qualunque responsabilità
e ha
ribadito che sono le centrali di propaganda del nuovo regime
irakeno che
cavalcano accuse infondate favorite dagli occupanti statunitensi.
Secondo i
dirigenti siriani esiste una regia americana dietro alle accuse
irakene:
Damasco ha ribadito anche recentemente - per la questione dei
presunti missili
Scud inviati in Libano a Hezb'Allah - che "Washington intende
alzare il tono
della polemica" pretestuosamente e utilizza l'opinione pubblica
internazionale
per screditare la Siria. "Queste accuse sono ridicole" è stato più
volte
sostenuto dai siriani che hanno peraltro sottolineato come
l'attuale
amministrazione americana inizi a "trattare la Siria analogamente a
come
trattava ieri l'Irak di Saddam". Propaganda che nessuno intende nè
avallare nè
prendere sul serio se non nascondesse ovviamente la strategia
dell'accerchiamento e quella di tentare un isolamento diplomatico e
internazionale del governo Assad reo, agli occhi dell'America, di
mantenere
l'equilibrio di forze nel Vicino Oriente per la sua alleanza con la
Repubblica
Islamica dell'Iran e il suo sostegno alle resistenze palestinesi e
libanese.
Tra l'altro le accuse americane di presunti rifornimenti di missili
scud a
Hizb'Allah sono state clamorosamente smentite anche dal Gen.
Alberto Asara
Cuevas, spagnolo attualmente al comando dell'UNIFIL operante nel
paese dei
cedri, il quale ha sostenuto che non esistono arsenali missilistici
in Libano.
Appare ovvio che qualunque analisi in merito all'influenza che
potrebbero
esercitare gli ex ba'athisti irakeni nel quadrante geopolitico e
strategico
vicino orientale sia al momento assolutamente avventata: anche
limitandoci al
solo Irak questa riorganizzazione dovrebbe innanzitutto trovare un
accordo di
massima con le autorità al potere a Baghdad. Accordo che ovviamente
appare una
chimera fintanto che proseguirà l'occupazione militare statunitense
e verranno
favoriti il clientelismo e il faziosismo religioso ed etnico di
quei gruppi
maggiormente legati alle forze d'occupazione statunitensi che
continuano a
pilotare ovviamente a loro favore la situazione irachena.
Appaiono invece chiare proprio da questo punto di vista le
reiterate accuse
rivolte dall'amministrazione Obama, che in questo persegue
l'identico obiettivo
della precedente diretta dal guerrafondaio Bush e dai neocons del
partito
repubblicano, contro Damasco. Le relazioni bilaterali siro-irachene
sono una
nota dolente per gli obamisti - con particolare riferimento al
segretario di
Stato USA, Hillary Clinton, che non ha perso occasioni e
palcoscenici per
invitare la Siria a rompere i suoi rapporti con Teheran pena
rappresaglie anche
militari alle quali Washington continua a propendere per tutte
quelle nazioni o
movimenti rivoluzionari che si oppongono al loro disegno di
normalizzazzione/democratizzazione, o meglio americanizzazione,
dell'area.
La politica statunitense nei confronti della Siria non è modificata
rispetto
all'epoca Bush: Washington tende a mantenere alta la pressione nei
confronti di
Damasco come si è visto recentemente con la conferma delle sanzioni
economiche
prorogate dal presidente Obama. La proroga delle sanzioni americane
contro la
Siria è stata presa sulla base delle reiterate accuse di "aiuto
alle
organizzazioni terroriste e la sua ricerca di armi di distruzioni
di massa e
missili.". Mossa quest'ultima che deve intendersi più come un vero
e proprio
tentativo di staccare la Siria dall'Iran che da una effettiva
volontà di
inasprire un contenzioso che, per quanto riguarda gli americani,
oramai
continua da cinque anni a questa parte senza sosta.
Il presidente Obama ha dichiarato che la Siria "rappresenta un
grande pericolo
per gli Stati Uniti" (...il che è tutto un dire...), anche se ha
ammesso che il
governo siriano ha fatto dei miglioramenti nella lotta al
terrorismo. Le
sanzioni vennero imposte da George Bush, nel 2004, dopo che il
Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite intimò a Damasco il ritiro del suo
contingente
militare dal Libano (avvenuto nella primavera 2005), e prevedono la
restrizione
delle esportazioni statunitensi verso la Siria. In aggiunta, i
siriani non
possono navigare liberamente sul web tanto che non possono accedere
al
programma open-source SourceFourge, al social network Linkedin e al
browser
Google Chrome.
E' in questa situazione di perenne instabilità generata dai ricatti
dell'imperialismo statunitense che si devono inquadrare e
positivamente
rilevare la visita dell'ottobre scorso a Damasco del leader del
Consiglio
Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq (SCIRI) , Abdel Halim
Khaddam al
Hakim il quale ribadì che "la Siria svolge un ruolo importante
nella
ricostruzione dell'Iraq" richiedendo ai dirigenti siriani di
operare “per
rafforzare i rapporti tra il popolo iracheno e quello siriano” e di
“sostenere
lo sforzo del popolo iracheno per recuperare l’indipendenza, la
sovranità e la
stabilità”. A Teheran è stato inoltre reso noto che l’Iran darà
alla Siria
tutta l’assistenza che occorre nel caso in cui l’Accountability Act
comporterà
delle sanzioni USA contro Damasco. I due governi a questo punto
coordinano
molto strettamente ogni iniziativa e la 'connection' irano-siriana
pro-Irak
ovviamente è fonte di notevole preoccupazione ai piani alti
dell'Establishment
statunitense.
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"
11 MAGGIO 2010

CORRELATO
Iraq, Torna il partito Ba’ath, ma non è più quello di Saddam
Link a questa pagina:
http://www.terrasantalibera.org/rifondazione_baat_iracheno.htm
Altre pagine di Dagoberto Husein Bellucci
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