Nell’ottobre 1934 a
Zurigo e nel maggio 1935 a Berna, si è celebrato, davanti ai tribunali
svizzeri, un processo che opponeva da una parte, come querelanti,
l’Associazione delle comunità ebraiche della Svizzera e la Comunità
israelitica di Berna, dall’altra Theodor Fischer, vecchio capo dei
nazisti in Svizzera e redattore del giornale “Der Eidgenosse”, e Silvio
Schnell, capo del fronte nazionale svizzero. Fischer aveva pubblicato i
Protocolli dei Savi di Sion; Schnell li aveva distribuiti e messi in
vendita. La legge cantonale bernese prevede delle sanzioni penali contro
la “Schundliteratur”, ma non definisce questo termine piuttosto vago. In
tedesco si chiama “Schundware” la semplice robaccia; “Schundpreis” il
vil prezzo; “Schund” semplicemente la merce cattiva, l’articolo di
scarto, l’intruglio senza valore. La ciarlataneria…I querelanti
affermavano che i Protocolli, essendo un falso attribuito malignamente
agli Ebrei al fine di renderli odiosi, rientravano nella categoria della
“Schundliteratur”.
I dibattiti di prima
istanza dimostrarono con una chiarezza lampante che i Protocolli erano
proprio un falso e il 14 maggio 1935 il tribunale li dichiarava
“Schundliteratur” e, in virtù della legge cantonale bernese, condannava,
con motivazioni molto severe, Schnell a 20 franchi di ammenda e Fischer
a 50 franchi. I querelanti non avevano chiesto nulla di più. Non si
trattava affatto di un’azione di danni e di interessi, ma di una
semplice applicazione della legge penale.
I condannati ricorsero
in appello. La causa fu discussa davanti alla Corte suprema cantonale di
Berna il 27 ottobre 1937. La sentenza, che corregge la decisione del
primo giudice e assolve gli imputati, potrebbe far credere al pubblico
poco esperto che i Protocolli siano sembrati autentici ai magistrati di
Berna. Non è così. La sentenza conferma il giudizio del giudice di prima
istanza su questo punto. Ma si poneva la seguente questione di
giurisprudenza: che cos’è la “Schundliteratur” penalizzata dalla legge
cantonale bernese? La Corte di Berna ha dichiarato che si trattava,
nello spirito del legislatore, di letteratura immorale e pornografica
(art. 14, della legge cantonale) e che i Protocolli, pur essendo una
scritto redatto in malafede, un falso odioso e velenoso, non rientravano
nella letteratura oscena dalla quale la legge bernese vuol proteggere il
pubblico, ma nella letteratura politica, che ha il dovere di controllare
lo Stato federale, non già il cantone. Per mostrare chiaramente, nei
limiti del suo potere, la sua riprovazione, la Corte, pur assolvendo gli
imputati, li ha condannati a pagare tutte le spese della difesa.
È certo che il giudizio
di prima istanza rischiava di creare una giurisprudenza pericolosa.
Quasi tutte le controversie religiose sarebbero finite in tribunale.
Sarebbe bastato che un protestante avesse accusato i cattolici di
mariologia per obbligare il giudice, su querela di questi ultimi, ad
emettere una sentenza sul culto dell’iperdulia; che un cattolico avesse
dichiarato Calvino o Zwingli colpevole di eresia per obbligare il
tribunale a pronunciarsi sull’ortodossia dell’”Istituzione cristiana”.
Evidentemente la sentenza di appello ha rifiutato di estendere in modo
così ampio la definizione della “Schundliteratur”.
Questa sentenza, che è
stata una grande delusione per i querelanti israeliti, non tocca
minimamente la questione dell’autenticità dei Protocolli, ma offre lo
spunto per un’esposizione della questione: questione che sarebbe stata
liquidata da tempo se la passione non accecasse tante menti.
Nel 1905 – la data è
importante – Sergio Nilus, un russo, pubblicava, in russo, nella
tipografia di tsarkoie Selo, un libro piuttosto strano, sia per il
titolo sia per il contenuto. Nella prefazione egli dichiara: “Nel 1901
riuscii ad avere da una persona di mia conoscenza…un manoscritto, che fu
messo a mia disposizione, nel quale era esposto, con una precisione e
una verità straordinarie, lo sviluppo della congiura giudeo-massonica
mondiale la quale deve condurre il nostro mondo corrotto alla sua
inevitabile rovina. Questo manoscritto lo presento qui a tutti coloro
che desiderano ascoltare, vedere e comprendere, col titolo generale di
‘Protocolli dei Savi di Sion’”.
Bisogna notare che, nel
libro di Sergio Nilus, i Protocolli sono semplicemente un’appendice. Il
corpo dell’opera è una riedizione rimaneggiata di una pubblicazione
dello stesso autore, apparsa a Mosca nel 1901, col titolo: Il Grande nel
Piccolo, o l’Anticristo è vicino e il regno del diavolo sulla terra. I
Protocolli dei Savi di Sion furono anch’essi ripubblicati da Sergio
Nilus, nel 1911, nel 1912 e nel 1917, sempre in russo. Una copia
dell’edizione del 1905 si trova alla Biblioteca del British Museum. I
Protocolli furono pubblicati per la prima volta in questa edizione del
1905.
Nell’autunno del 1919,
un Tedesco, lo Hauptmann Müller von Hausen, tradusse, con lo pseudonimo
di Gottfried zur Beck, non il libro stesso di Nilus, come si dice
talvolta, ma la sua appendice, cioè i Protocolli, aggiungendovi note,
spiegazioni, riferimenti di ogni genere. Il titolo del volume è: Die
Geheimnisse der Weisen von Zion, e da p. 68 a p. 143 appaiono i
Protocolli pubblicati da Sergio Nilus. Il volume, che si presenta molto
bene dal punto di vista tipografico, era dedicato “ai prìncipi d’Europa”
come avvertimento per mettersi in guardia contro la cospirazione
ebraica, che minaccia i troni e gli altari.
L’opera, energicamente
sostenuta dalla nobiltà tedesca, appoggiata dal principe Otto von Salm,
dal principe Joachim Albert di Prussia, dall’ex Kaiser stesso Guglielmo,
che la raccomandava ai suoi visitatori di Doorn, divulgata nelle
edizioni economiche, strombazzata dalla “Deutsche Tageszeitung” del
conte di Reventlow e dalla “Kreuzzeitung”, che denunciava
incessantemente il pericolo ebraico e vedeva nei Protocolli la
spiegazione delle disgrazie della Germania, cominciò nel mondo una
carriera trionfale.
Traduzione polacca verso
il 1920; tre edizioni francesi una dopo l’altra; una in Inghilterra, tre
a New York, una scandinava, una italiana, una giapponese. Nel 1925 a
Damasco una traduzione araba, che naturalmente si diffuse come il fuoco
in quel Vicino Oriente in cui le animosità razziali le fornivano un
combustibile abbondante. L’Alta Commissione francese di Siria proibì la
vendita del volume, ma il suo successo non fece che aumentare. Il
“Times” dell’8 maggio 1920 dedicava un articolo pieno di allarme a
questa strana congiura di cui sarebbero responsabili gli Ebrei e il cui
piano si troverebbe nei Protocolli. Il “Morning Post” vi consacrava
ventitre lunghi articoli pubblicati poi in volume: The Cause of World
Unrest [La causa dell'agitazione del mondo]. Un’edizione apparve subito
dopo negli Stati Uniti. Henry Ford, il fabbricante di automobili, fondò
una rivista speciale per far conoscere i Protocolli e denunciarne il
pericolo ebraico. Questa rivista era “The Dearborn Independent”, che
ebbe quasi subito 300.000 abbonati. Anche in questo caso gli articoli
consacrati ai Protocolli furono raccolti in volume. Ne furono vendute
oltre mezzo milione di copie. Come un riflusso il movimento ripassò
l’Atlantico e tornò in Germania. Theodor Fritsch tradusse, col titolo
“Der Internationale Jude”, l’opera finanziata da Ford. Poi fu il
diluvio: opuscoli, riassunti, commenti. Lo Schuldbuch Judas di Wilhelm
Meister vendette 150.000 copie, il commento ai Protocolli di Alfred
Rosenberg 50.000. Adolf Hitler, nel Mein Kampf, invoca i Protocolli per
giustificare le misure di eccezione contro gli Ebrei. Ecco uno dei passi
che vi si riferiscono: Quanto l’intera esistenza del popolo ebraico sia
fondata su una menzogna perpetua, lo dimostrano in modo incomparabile i
‘Protocolli dei Savi di Sion’, che gli Ebrei detestano tanto oggigiorno.
Questi Protocolli sono un falso, geme la ‘Frankfurter Zeitung’, fornendo
così la prova migliore che essi sono autentici…A noi non interessa
sapere da quale testa di Ebreo siano uscite queste rivelazioni; ciò che
importa è che questi Protocolli ci svelano con una verità quasi
spaventosa l’essenza e l’attività del popolo ebraico, con la sua
organizzazione interna e i suoi scopi ultimi”.
Anche da noi, in Belgio,
l’organo della Lega Nazionale Corporativa del Lavoro, coi suoi due
giornali “L’Assaut” e “De Stormloop” ha riprodotto a puntate la
traduzione francese dei Protocolli, senza trascurare di presentarli come
un piano di distruzione generale della società cristiana, giustificando
dunque tutte le misure preventive e tutte le rappresaglie.
Perché è questo il nodo
tragico del problema. Non abbiamo a che fare con una semplice questione
letteraria. L’odio verso l’Ebreo, alimentato dalle pubblicazioni che
sono brulicate intorno ai Protocolli, si serve di questi per predicare e
praticare violenze contro tutti gli Israeliti, per presentarli come
abominevoli cospiratori e per reclamare dai poteri pubblici, o, in
mancanza di essi, dalla folla anonima, sanzioni selvagge e sanzioni
penali collettive.
Lasciamo per il momento
da parte l’origine dei Protocolli. Accontentiamoci anzitutto di aprirli
e di studiarli in se stessi.
È certo che essi si
presentano come una specie di piano, in pari tempo piuttosto confuso e
piuttosto semplicistico, di disgregazione della società per giungere ad
una autocrazia ebraica.
Un lettore non prevenuto
non può non essere colpito da dichiarazioni come queste: “Organizzeremo
un governo fortemente centralizzato, in modo da acquistare le forze
sociali per noi…In questo modo il nostro regno si svilupperà in un
dispotismo così possente, da essere in grado di schiacciare i Gentili
malcontenti o recalcitranti” (p. 68)[18]. “Tutte le ruote del meccanismo
statale sono messe in moto da una forza che è nelle nostre mani: l’oro!”
(p. 71). “Con questi mezzi opprimeremo i cristiani ad un tale punto, che
li obbligheremo a chiederci di governarli internazionalmente. Quando
raggiungeremo ina simile posizione, potremo immediatamente assorbire
tutti i poteri governativi del mondo e formare un Super-governo
universale; al posto dei governi ora esistenti, metteremo un colosso che
si chiamerà l’’Amministrazione del Supergoverno’. Le sue mani si
allungheranno come immense tenaglie e disporrà di una tale
organizzazione, che otterràcertamente la completa sottomissione di tutti
i paesi” (p. 74).
“Dobbiamo metterci in
condizioni tali da poter rispondere ad ogni opposizione, con una
dichiarazione di guerra da parte del paese confinante a quello Stato che
osasse attraversarci la strada; e qualora tali confinanti a loro volta
decidessero di unirsi contro di noi, dovremo rispondere promuovendo una
guerra universale” (p. 79). “In tutta l’Europa, e con l’aiuto
dell’Europa, sugli altri continenti dobbiamo fomentare sedizioni,
dissensi e ostilità reciproche” (p. 78). “Per grazia di Dio il suo
Popolo prediletto fu sparpagliato, ma questa dispersione, che sembrò al
mondo la nostra debolezza, dimostrò di essere la nostra forza, che ci ha
ora condotto alla soglia della Sovranità Universale” (p. 102). “Quando
saremo al potere, i nostri oratori discuteranno i grandi problemi che
hanno agitato l’umanità, allo scopo finale e prefisso di condurre il
genere umano sotto il nostro governo benedetto. Chi vorrà, quindi,
sospettare che tutti questi problemi furono sollevati da noi, secondo un
piano politico prestabilito che nessun uomo ha compreso in tanti
secoli?” (p. 116). “Quando ci stabiliremo come Signori della Terra, non
ammetteremo altra religione che la nostra: cioè una religione che
riconosca il Dio solo, a Cui il nostro destino è collegato dall’averci
Egli eletti, e da Cui il destino del mondo è determinato” (p. 117).
Quanto furono previdenti i nostri sapienti di un tempo quando ci dissero
che, pur di raggiungere uno scopo veramente grandioso, dovevamo
ricorrere a qualunque mezzo senza fermarci a contare le vittime che si
dovessero sacrificare al successo della causa! E noi non abbiamo mai
contato le vittime uscite dal seme di quei bruti di Gentili” (pp.
125-126). “Il Re d’Israele, nel giorno che porrà sul suo capo consacrato
la corona che gli verrà presentata da tutta l’Europa, diventerà il
Patriarca Mondiale” (p. 134). “In breve: per dimostrare che tutti i
governi dei Gentili sono nostri schiavi, faremo vedere il nostro potere
ad uno di essi per mezzo di atti di violenza, vale a dire, con un regno
di terrore, e qualora tutti i governi insorgessero contro di noi, la
nostra risposta sarà datadai cannoni americani, cinesi e giapponesi” (p.
80).
Ci possiamo fermare qui
con queste citazioni monotone. Se ne possono spigolare quasi ad ogni
pagina dei Protocolli, e la loro ripetizione diventa presto fastidiosa.
Io le ho riportate solo a titolo di esempio, per mostrare quali
sentimenti esse possano provocare in un lettore credulone quando siano
separate dall’insieme dei Protocolli, dove fluttuano come in un mare.
Ma quando i Protocolli
si studiano un po’ più da vicino nel loro insieme, non si tarda ad
accorgersi che questi piani cinici di sconvolgimento universale sono di
una povertà pietosa; che brulicano di contraddizioni; che suppongono
perpetuamente risolti i problemi più grandi e che i mezzi che
preconizzano sono di un’assurdità molto rassicurante. Se veramente
questi misteriosi Savi di Sion non hanno altra saviezza oltre a quella
che appare in queste pagine, il mondo può dormire sogni tranquilli.
Facciamo qualche
esempio. Quattro sedute, la 20, 21, 22 e 23, sono interamente dedicate
al programma finanziario che questi Savi istituiranno nel loro
supergoverno mondiale. Essi si preoccupano di dirci, di ricordarci,
perfino, che tutta la loro politica è basata sulle cifre. Comunque non
se ne trova una sola nei Protocolli. Guardiamoli all’opera.
Essi eviteranno di
imporre al popolo tasse troppo gravose (p. 152): baderanno che il peso
delle tasse sia ripartito equamente, il che non è molto nuovo come
programma. Essi parlano dell’imposta progressiva sulla proprietà come di
una prodigiosa innovazione (p. 152); del diritto di bollo esteso a tutte
le transazioni importanti. Essi aggiungono piuttosto ingenuamente:
“Calcolate quante volte il valore di una simile tassazione sorpasserà la
rendita dei governi gentili” (p. 156). Il denaro circolerà. Si istituirà
una Corte dei Conti, come se non esistesse da nessuna parte e come se
questa istituzione fosse una cosa inaudita (p. 157). La politica
monetaria dei Protocolli è di una ingenuità tale che dimostrerebbe da
sola l’incompetenza e l’ignoranza radicale di coloro che li hanno
redatti. Si giudichi da queste citazioni:
“Sapete, io credo che la
moneta aurea è stata la distruzione di tutti gli Stati che l’hanno
adottata, perché non poteva soddisfare ai bisogni della popolazione,
tanto più che noi abbiamo fatto del nostro meglio, perché fosse
congestionata e tolta dalla circolazione. Il nostro governo avrà una
moneta basata sulla potenza di lavoro del paese; essa sarà di carta, e
magari anche di legno. Emetteremo una quantità di moneta sufficiente per
ogni suddito, aumentandone la quantità alla nascita di ogni bambino e
diminuendola per la morte di ogni individuo” (p. 159).
Questa ingenuità supera
veramente ogni limite: vengono confusi il problema della creazione della
moneta e quello della sua distribuzione, e la creazione di nuova moneta
che obbedisca alle oscillazioni demografiche è certamente una di quelle
trovate che possono escogitare solo dei perfetti ignoranti.
Ma c’è di meglio: “Nel
nostro governo avremo grande cura che non succeda una congestione di
denaro (non ci si dice come ci si riuscirà) e quindi non avremo prestiti
di Stato, eccezion fatta di buoni del Tesoro all’uno per cento, per
impedire che il pagamento degli interessi esponga il paese ad essere
succhiato dalle mignatte” (p. 163).
Ancora una sciocchezza
sbalorditiva. Questi Savi hanno l’aria di credere che basterà che il
denaro dei privati circoli perché lo Stato ne trovi sempre abbastanza
nelle sue casse e possa finanziare tutte le sue imprese. E senza
preoccuparsi minimamente del mondo del tasso di interesse sul mercato
dei valori, essi dichiarano una volta per tutte che, una volta abolite
le rendite perpetue e i fondi di Stato, si attireranno infallibilmente
dei prestatori offrendo loro dei buoni del Tesoro all’1%. I Savi
concludono questa bella esposizione con la frase seguente: Questo
dimostra il nostro genio ed il fatto che il nostro è il popolo eletto da
Dio” (p. 164). Essi mostrano ancora più chiaramente questo genio nella
ventunesima seduta, in cui, tornando sui prestiti nazionali, dichiarano
che tutti questi prestiti sono “attualmente consolidati da ciò che si
chiama il debito fluttuante”[19]. Questa è tanto grossa quanto dire che
tutti asciugano i loro vestiti immergendoli nell’acqua. Io chiedo
seriamente: qual è il candidato più inesperto in scienza economica che
avrebbe la minima possibilità di superare un esame, fosse anche il più
elementare, prendendo delle cantonate così enormi?
Ecco ora la genialità
dell’organizzazione delle Borse. “Distruggeremo il mercato dei valori
pubblici, perché non permetteremo che il nostro prestigio sia scosso dal
rialzo e ribasso dei nostri titoli (ci si chiede quali, poiché non ci
saranno più fondi di Stato), il cui valore sarà stabilito per legge alla
pari senza possibilità alcuna di qualsiasi variazione di prezzo. Il
rialzo origina il ribasso (!), ed è per mezzo dei rialzi che abbiamo
cominciato a discreditare i titoli dei gentili…Queste istituzioni
saranno in grado di gettare sul mercato milioni e milioni di azioni
commerciali, o di comperarle in un sol giorno. Quindi tutte le imprese
commerciali dipenderanno da noi, e vi potete immaginare quale forza sarà
la nostra!” (p. 169). Con quali risorse lo Stato, che non potrà
ricorrere al prestito e che tasserà solo moderatamente il contribuente,
effettuerà queste retate meravigliose, i Savi non ce lo confidano.
Eppure questo è il punto capitale. Con lo stesso procedimento letterario
si potrebbe dichiarare in una frase che ci si renderà padroni della
pioggia e del vento per dedurre da ciò che si farà il bello e il cattivo
tempo a volontà sul pianeta.
I Savi di Sion, o più
esattamente quello di essi che fa questi discorsi, continua: “Vi ho
mostrato i nostri piani segreti…nonché la nostra politica finanziaria”
(p. 170), e conclude: “Nelle nostre mani è concentrata la più grande
potenza del momento attuale, vale a dire la potenza dell’oro. In due
soli giorni possiamo estrarre qualsiasi somma di depositi segreti dei
nostri tesori” (p. 170).
Ecco dunque questi
Ebrei, che tutti coloro che credono ai Protocolli ritengono che vi
abbiano esposto il loro programma finanziario, il fine supremo delle
loro concezioni. Io chiedo: c’è in qualche parte del mondo un ministro
delle finanze, un banchiere, un uomo d’affari, un semplice lettore che
abbia conservato ancora il suo buon senso e che possegga i rudimenti
dell’economia, il quale non giudichi questo piano, se così si può
chiamarlo, uno sproloquio di stupida incoerenza? Se in essi ci fosse
anche soltanto l’apparenza di una politica finanziaria qualunque, un
solo suggerimento sensato o tangibile, e soprattutto se i cospiratori
che ci vengono descritti ci avessero confidato in tal modo il segreto
del sistema che dovrebbe mettere lo Stato al riparo da ogni bancarotta e
fargli trovare ricchezze indefinite, senza prestiti, senza tasse
eccessive, soltanto mediante il piccolo gioco dei buoni del Tesoro
all’1%, allora presto, approfittiamo tutti della divulgazione di questo
segreto! Finiti i deficit del bilancio; finita la disoccupazione, finita
la crisi; è sufficiente, come dicono i Protocolli, consolidare i
prestiti con debiti fluttuanti, emettere carta moneta a ogni nascita e
ritirarla a ogni decesso e fissare il valore “nominale” dei titoli per
legge, senza possibilità di fluttuazione (p. 169).
Questi spropositi
insensati sono sembrati agli occhi di milioni di lettori un sistema
terribilmente profondo! Intorno a questi spropositi si è levato il grido
del Pericolo mondiale!
Questi Savi di Sion,
pare, hanno previsto tutto. In effetti, nella nona seduta, leggiamo: “Ci
si contesta, che le nazioni possono insorgere contro di noi qualora i
nostri piani siano scoperti prematuramente; ma noi, anticipando questo
avvenimento, possiamo essere sicuri di mettere in azione una forza
talmente formidabile da far rabbrividire anche gli uomini più
coraggiosi” (p. 87). Oh! Oh! Qual è dunque questa forza? Eccola: “In
quel tempo tutte le città avranno ferrovie metropolitane e passaggi
sotterranei: da questi faremo saltare in aria tutte le città del mondo,
insieme alle loro istituzioni e ai loro documenti” (p. 87). Ecco, è
tutto semplice.
Nei Protocolli non c’è
solo un programma finanziario: tutta la prima parte espone i piani
segreti messi in atto nei rapporti con i Gentili (p. 170). Le formule
più ciniche abbondano soprattutto in essa. Quando si cerca di capire il
sistema, esso si presenta come un’apologia del dispotismo, ma di un
dispotismo illuminato, che conserva le apparenze del liberalismo e le
forme esteriori della morale, ma si riserva di detenere tutta la realtà
del potere e non si fa scrupoli. La folla è stupida e malvagia, ha
bisogno di un autocrate, ma questo despota non deve avere l’aria di un
tiranno, deve mostrarsi nelle vesti di protettore. In questa prima parte
dei Protocolli, egli viene chiamato piuttosto spesso Presidente. Questo
capo, invece di dichiarare la guerra, farà in modo di fomentare
discordie presso i suoi vicini e poi interverrà soltanto come una specie
di arbitro pacificatore. Anziché di amministratori integri, si
circonderà di creature che gli dovranno tutto e che lo serviranno ancor
meglio. Invece di una stampa indipendente, farà in modo di avere una
stampa ufficiale. La censura veglierà affinché non sia pubblicato nulla
di pericoloso per lui. Ma egli stesso susciterà giornali di opposizione
i quali diranno soltanto ciò che lascerà dir loro e saranno tanto più
efficaci sull’opinione pubblica in quanto si crederà che siano liberi.
Invece di una magistratura indipendente, giudici messi in pensione
d’ufficio a 55 anni, il che permette di moltiplicare le nomine e lascia
adito al favoritismo; invece di un esercito nazionale, una forte
polizia, e per distrarre l’opinione pubblica dalle questioni politiche
si praticherà, come diversivo, un programma di grandi lavori pubblici.
Ci si occuperà del commercio e dell’industria e si darà a piene mani
prosperità e benessere in cambio delle libertà confiscate. “Abbiamo
messo le nostre mani ovunque: nella giurisdizione, nelle elezioni,
nell’amministrazione della stampa, nel promuovere la libertà
individuale, e cosa ancor più importante, nell’educazione, che
costituisce il sostegno principale della libera esistenza” (p. 86).
Ciò che stupisce in
tutta questa prima parte dei Protocolli, è la minuziosità di certi
dettagli organizzativi e l’incoerenza dell’insieme. Il Presidente avrà
la prerogativa di nominare il presidente e il vicepresidente della
camera dei deputati e del senato (p. 95), avrà il diritto di proporre
nuove leggi temporanee o persino emendamenti alla costituzione
repubblicana (p. 96). Il numero dei deputati sarà ridotto (p. 95) e se
essi si ostineranno a fare l’opposizione, saranno scavalcati facendo
appello alla nazione (p. 94). Il Presidente sarà “responsabile”, senza
che si possa vedere davanti a chi, poiché non hanno “il diritto di
discutere l’opportunità delle misure prese dal governo” (p. 95). Il
redattore dei Protocolli ignora d’altra parte i rudimenti delle
istituzioni politiche, sebbene dichiari che siano ben note (p. 92). Egli
non conosce neppure la distinzione dei tre poteri, e, quando li vuole
enumerare, omette il potere giudiziario e ripete il potere esecutivo con
due nomi diversi (p. 92).
Per tenere a bada la
stampa, i Savi non hanno trovato nulla di più nuovo del diritto di
bollo, della cauzione, dell’ammenda e dell’interdizione. Tutto ciò è
vecchio e ricorda singolarmente la legislazione del Secondo Impero in
Francia. Infine quest’ultima perla tra le molte altre che si potrebbero
raccogliere: “I delitti che avverranno saranno conosciuti soltanto dalla
loro vittima e dagli eventuali testimoni oculari e da nessun altro” (p.
112). Queste enormi ingenuità non hanno bisogno di commento.
Più si esaminano in se
stessi questi Protocolli, più essi appaiono assurdi, contraddittori,
infantili e le varie dichiarazioni di un cinismo provocante non fanno
che mettere in risalto questo infantilismo. Il resto è insensato. Ecco
ad esempio la nuova organizzazione della procedura, senza distinzione
tra quella civile e quella penale: “Perciò noi limiteremo la sfera
d’azione di questa professione e metteremo gli avvocati sulla stessa
base dei funzionari esecutivi. Tanto gli avvocati patrocinatori, quanto
i giudici, non avranno il diritto di accordarsi con i loro clienti, ma
riceveranno il loro mandato difensivo a seconda dell’assegnazione che ne
farà il tribunale. Essi studieranno la causa esclusivamente attraverso i
documenti ed i rapporti, e difenderanno i loro clienti dopo che questi
saranno stati interrogati in tribunale dal pubblico ministero, basando
la difesa di essi sui risultati di questo interrogatorio. Il loro
onorario sarà fisso senza tener conto se la difesa sia, o pur no,
riuscita. Essi diventeranno dei semplici relatori in favore della
giustizia, agendo in senso opposto al pubblico ministero, il quale sarà
un relatore in favore dell’accusa. In questo modo la procedura legale
sarà considerevolmente abbreviata. Inoltre, con questi mezzi, otterremo
una difesa onesta e imparziale, la quale non sarò promossa dagli
interessi materiali, ma bensì dalla convinzione personale dell’avvocato”
(pp. 140-141).
Dopo un esame del
contenuto stesso dei Protocolli si impone una prima conclusione. Questo
libello non contiene assolutamente nulla che assomigli sia pure da
lontano a un piano o ad una organizzazione qualunque. I loro autori
ignorano gli elementi dell’economia finanziaria, non hanno alcuna idea
delle istituzioni politiche, uniscono ad una ingenuità formidabile
pretensioni impudenti. Nulla di costruttivo, neppure nella preparazione
del finimondo generale. E dappertutto contraddizioni flagranti. Sfido
chiunque a trarre da queste pagine, che si presentano come un programma,
l’ombra stessa di un abbozzo di programma.
Perciò il mistero si
infittisce. Donde vengono questi Protocolli? Essi esistono, sono stati
redatti da qualcuno. Qual è la loro origine?
Sergio Nilus, fin dal
1905, afferma che essi sono stati letti in seduta segreta al congresso
ebraico sionista di Basilea nell’agosto del 1897 e che dovevano esporre
agli Israeliti, riuniti per iniziativa di Teodoro Herzl, il piano
generale della conquista del mondo da parte degli Ebrei. Una spia,
inviata a questo congresso dal governo zarista, ne avrebbe sottratta una
copia e dopo avventure abbastanza rocambolesche raccontate con varianti
essenziali, il manoscritto sarebbe finito nelle mani di Nilus.
È senza dubbio inutile
far notare che questo primo congresso sionista aveva un oggetto molto
limitato: esaminare la possibilità di un movimento sionista. L’invito,
di cui è stata pubblicata la riproduzione fotografica, annunzia che
tutte le sedute e tutti i dibattiti saranno pienamente pubblici; che gli
invitanti garantiscono che nessun governo, e in particolare quello della
Russia, potrà adombrarsi per ciò che si dirà o farà a Basilea; che non
avverrà nulla che possa essere contrario alle leggi di nessun paese né
ai doveri civici dei partecipanti. Mai si è potuto dimostrare che ci sia
stata una qualunque infrazione a queste condizioni, né che si sia svolta
una sola seduta segreta. Nilus afferma invece che se ne svolsero 24. Di
queste sedute segrete nessuno ha mai saputo nulla: le testimonianze dei
giornalisti, degli stenografi, dei partecipanti stessi, presentate al
processo per diffamazione che si è celebrato davanti al tribunale di
Berna, sono categoriche.
È del resto inutile
discutere questo punto. Noi conosciamo la fonte dei Protocolli. Il 16,
17 e 18 agosto 1921 il “Times” ha pubblicato tutta questa storia. Il suo
corrispondente di Costantinopoli aveva trovato in una cassa di libri
abbandonata da un ufficiale dell’ex esercito zarista che aveva fatto
parte della polizia politica, l’Okhrana, un volume scritto in francese
privo delle prime pagine. Leggendolo, l’Inglese si accorse presto che
esso conteneva una lunga serie di passi strettamente paralleli al testo
dei famosi Protocolli. L’identificazione fu rapida. Si trattava di
un’opera dell’avvocato parigino Maurice Joly: Dialogue aux enfers entre
Machiavel et Montesquieu, ou la politique de Machiavel au XIX siècle,
par un contemporain, Bruxelles, A. Mertens, rue de l’Escalier 22, 1864,
III-137 pagine, con un’avvertenza datata Ginevra, 15 ottobre 1864. Cito
la copia della “Bibliothèque Royale” di Bruxelles, che ho consultato
personalmente e che reca il numero di classificazione III.2151. Esistono
anche un’edizione anonima, Paris, 1865, e un’edizione senza nome
d’autore, Bruxelles, 1868.
Lo scopo dell’intera
opera è una satira violenta della politica di Napoleone III, che viene
rappresentato come un despota che finge di conservare le apparenze di un
regime liberale. Il nome di Napoleone non è mai pronunciato. Al suo
posto parla Machiavelli. Montesquieu vi svolge il ruolo dell’uomo onesto
che si scandalizza per l’ipocrisia e il cinismo del suo interlocutore.
Basteranno alcune
citazioni per stabilire il parallelismo tra i Protocolli e il Dialogue.
Sappiamo che le prime
pagine della copia del Dialogue trovata a Costantinopoli nel 1921
mancavano. Ora, i Protocolli cominciano “ex abrupto” all’ottava pagina
del Dialogue di Joly[20].
L’ordine stesso dei
dialoghi (dell’opera di Joly) è quello dei Protocolli. Tutto il regime
finanziario è descritto nei dialoghi 18, 19, 20 e 21. Sono i capitoli 20
e 21 dei Protocolli. Il falsario vi ha frammischiato assurdità già
rilevate da esperti finanziari che avrebbero dovuto aprire gli occhi ai
meno chiaroveggenti.
Egli ha soppresso il
dialogo 22, che parla delle costruzioni napoleoniche e critica, senza
nominarlo, Haussmann e la sua megalomania architettonica. Bisogna
continuare?
Coloro che negano
l’esistenza del plagio non hanno confrontato le due opere, oppure la
loro incompetenza in fatto di critica li obbliga imperiosamente a
tacere. Che inceda a cavallo o a piedi, la verità ha il diritto di avere
la strada libera.
“Per me reges
regnant”[21]: questa citazione della Sacra Scrittura (Proverbi 8, 15)
effettuata nel latino della traduzione cattolica dei Savi di Sion, al
congresso di Basilea, dove si parlava ebraico, basterebbe da sola a
tradire il falsario. Egli non ha neppure preso la precauzione di citarla
secondo il testo ebraico originale: bî melâkîm yimlokû[22].
Meglio ancora, egli si è
tradito anche con un errore di data. Nella decima seduta, i Savi di Sion
dichiarano che prenderanno dei provvedimenti affinché si nominino dei
presidenti che abbiano al loro passivo “uno scandalo tipo ‘Panama’ o
qualche altra transazione losca o segreta” (p. 94). Questo passo
evidentemente non si trova nei Dialogues di Joly, pubblicati nel 1864. È
un’aggiunta del falsario. L’unico presidente della Repubblica francese
al quale si possa pensare, è Emile Loubet, eletto il 18 febbraio 1899,
che, al suo ritorno da Versailles, fu accolto dal popolo parigino col
grido di “Panama, Panama”. Quale lettore serio non desumerà con certezza
che il passo dei Protocolli è stato scritto dopo questa data?
Ora, il congresso
sionista di Basilea, in cui si ritiene che siano stati redatti i
Protocolli, risale all’agosto 1897[23].
Le prove del faslo sono
così schiaccianti che anche gli avversari più accaniti hanno finito per
ammetterlo. Gli espedienti disperati ai quali sono ricorsi per non
mollare quest’arma avvelenata dei Protocolli non hanno più nulla a che
vedere con la scienza seria.
Si è preteso che Maurice
Joly fosse ebreo; si è cambiato il suo nome in Moïse Joel, malgrado la
pubblicazione del suo estratto di battesimo coi nomi del padrino e della
madrina (“Paix et Droit”, Paris, novembre 1924). Del resto, che sia
stato Ebreo o Turco, la natura dei suoi dialoghi non ne risulterebbe
mutata. Essi sono semplicemente una critica del governo “machiavellico”
di Napoleone III e per nulla affatto un programma di rinnovamento o di
sconvolgimento mondiale. Questo governo è stato seppellito nel disastro
militare del 2 settembre 1870.
Si è detto – io stesso
ho ricevuto delle lettere al riguardo – che i sionisti riuniti a Basilea
nel 1897 avevano a bella posta plagiato Joly per potersi coprire con
quest’alibi e far credere al falso nel caso in cui i Protocolli fossero
stati un giorno scoperti. Questa è tanto grossa come dichiarare che le
piramidi d’Egitto sono state costruite per servire come ponti sul
Danubio o che Notre-Dame di Parigi è una fortezza destinata a proteggere
i passi dei Pirenei. Abbiamo visto che il contenuto del libro di Joly
non è altro che la satira del Secondo Impero. Dire che copiando questo
volume, aggiungendovi dichiarazioni ciniche e assurdità esso si
trasforma in un programma di dominio universale, è pura sciocchezza.
Infine, perché bisogna
finire, gli avversari degli Ebrei hanno assicurato che la questione
dell’autenticità dei Protocolli era affatto vana, perché, anche se
fossero falsi, questi Protocolli restano veri. Essi descrivono
esattamente il modo di fare e di pensare degli Ebrei. Tale asserzione si
ritrova sotto la penna di Adolf Hitler. Essa non ammette più
discussione. Se un’accusa è fondata su se stessa, indipendentemente da
tutte le prove, se queste prove possono essere distrutte senza che
l’accusa sia ritirata o modificata, non c’è più critica, né scienza, né
giustizia e qualunque calunnia è permessa.
Riassumendo e
concludendo:
1. Se si prendono come
programma, i Protocolli dei Savi di Sion sono semplicemente una sequela
di divagazioni senza importanza che tradiscono ad ogni istante
l’incoerenza del redattore e la sua ignoranza delle nozioni più
elementari. Nessuno potrebbe mai attuarli, perché brulicano di
contraddizioni e di assurdità palesi.
2. È dimostrato che i
Protocolli sono un falso, plagiato maldestramente dall’opera satirica di
Maurice Joly ed eseguito alla scopo di rendere odiosi gli Ebrei
eccitando contro di essi le passioni impulsive e cieche della folla.
3. Il congresso sionista
di Basilea non ha assolutamente nulla a che vedere con la redazione dei
Protocolli.
4. Si può discutere
sullo scopo perseguito dagli autori del falso. Sembra che esso sia in
rapporto con la situazione interna russa del 1905 e col manifesto
zarista del 20 ottobre di tale anno. Ma per non mescolare delle
supposizioni ad una conclusione chiara di per se stessa, non vogliamo
esaminare questo punto.
Gli Ebrei sono in realtà
le vittime, le vittime innocenti, di questi Protocolli di cui si è
voluto renderli colpevoli. Ciò dev’essere detto e proclamato per
rispetto della verità, che noi abbiamo il dovere di servire.
Bisogna aggiungere una
conclusione? Si sarebbe tentati di scoraggiarsi vedendo che, nella
nostra Europa così fiera della sua scienza e in possesso di tutto
l’arsenale della critica storica, un falso così evidente, l’opera di un
poliziotto ignorante e maldestro, abbia potuto ingannare e inganni
ancora migliaia di uomini.
O forse dobbiamo
riconoscere la profonda verità di questa osservazione di Newton: gli
uomini non mancano mai di logica: sono terribilmente, irresistibilmente
logici. I disaccordi che li separano non provengono da difetti di
ragionamento. Essi hanno la loro origine in una zona interna ben più
profonda di quella in cui si organizzano i giudizi, in ciò che newton
chiamava “assunzioni”, cioè orientamenti al tempo stesso confusi e
imperiosi che coinvolgono completamente l’uomo coi suoi desideri e le
sue passioni, i suoi timori e i suoi furori, i suoi sogni perfino, e i
suoi rancori. A partire da questi orientamenti la logica lavora
attraverso tutto, preoccupandosi solo raramente di adeguarsi alla
realtà, ma facendo servire tutto ciò che incontra a conclusioni imposte
in anticipo.
Il Signore non diceva a
Nicodemo che, prima di capire, doveva”nasci denuo” e spogliarsi di
tutto? Ma l’odio è come la tunica leggendaria di Deianira, di cui Ercole
non riusciva più a liberarsi. Gli odî sono, ahimé!, il tesoro che l’uomo
conserva più ferocemente, ed egli lapida rabbiosamente coloro che
tentano di sottrarglielo.