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Quando il potere giustifica l’ingiustizia
José Miguel
García,
il
sussidiario.net,
mercoledì 4
febbraio 2009

La scorsa settimana con un gruppo di amici
sono andato a visitare i resti archeologici della città di Sebasta,
nell’antica Samaria. Il gruppo era formato da persone di differente
nazionalità: italiani, tedeschi, brasiliani e spagnoli.
Siamo partiti da Gerusalemme presto,
perché alcuni dovevano rientrare entro sera. Per chi non lo sapesse, la
città di Sebaste si trova nella Cisgiordania. Questo vuol dire dover
passare diversi check point israeliani. Molti di questi si trovano
vicino a insediamenti ebrei nel territorio che appartiene all’autorità
palestinese. L’ultimo che dovevamo passare, per esempio, si trovava a
cinque minuti dalla nostra meta vicino all’insediamento di Shavei
Shomron.
L’origine di questo insediamento risale al
1977: alcune famiglie ebree decisero di andare a vivere vicino a un
luogo che considerano loro, per restare legati con la propria storia.
Ricordo che la città di Samaria è stata la capitale del Regno del Nord.
Per stabilirsi in un territorio che non era proprio, il governo di
Menahen Begin espropriò quelle terre e le concesse alle famiglie ebree.
Per proteggere questi ebrei è stanziato un contingente militare, che
controlla il passaggio dei veicoli, e un’unità di polizia.
Quando siamo arrivati lì, prima delle 9
del mattino, la barriera era chiusa. La coda che andava nella nostra
stessa direzione non era tanto lunga (circa 6 auto), ma presto se ne
sono aggiunte quattro o cinque dietro di noi; la maggioranza avevano
targa palestinese, pochi quella israeliana.
Dato che non sembrava muoversi nulla,
abbiamo deciso di scendere dalle macchine per chiedere cosa stesse
succedendo. Così abbiamo conosciuto alcune persone, tra cui un gruppo di
militari e diplomatici inglesi, che avevano preso la stessa decisione.
Sebbene i soldati, due giovani di circa 20 anni, non dessero alcuna
spiegazione, la presenza dei militari e dei diplomatici inglesi sembrò
impressionarli, e così dopo pochi minuti hanno aperto la barriera
lasciando passari i veicoli in entrambe le direzioni.
Quando è arrivato il nostro turno, ci
hanno detto di parcheggiare e aspettare. Dopo mezzora di attesa senza
che quelli facessero una telefonata, né si avvicinassero a noi per darci
qualche spiegazione, ci siamo avvicinati noi per chiedere cosa stesse
succedendo. Tra noi c’era una ragazza che conosceva un po’ di ebraico e
ha chiesto loro per quale motivo non ci lasciavano passare. Nessuna
risposta. Gli abbiamo presentato i nostri passaporti, che non si sono
degnati di guardare. Come unica risposta abbiamo ottenuto l’ordine di
aspettare.
Davati alla situazione assurda che stavamo
vivendo, uno degli italiani ha chiamato il consolato per sapere se ci
fossero problemi nella zona, dato che esiste un ufficio che controlla
tutti i check point. Così abbiamo saputo che non c’era alcun problema di
sicurezza. Abbiamo chiesto allora di provare a sentire un superiore del
settore militare. Dopo una decina di minuti ci hanno richiamato, dopo
aver parlato con un capitano dell’esercito israeliano, e ci hanno
chiesto di parlare con uno dei soldati.
La nostra amica si è avvicinata con il
telefono dicendo ai soldati di parlare, per favore, al telefono con una
persona del consolato italiano. Uno di loro ha preso in modo deciso il
telefono e ha chiuso la chiamata senza dire una parola, restituendolo
davanti allo stupore della nostra amica che non credeva ai suoi occhi.
Poco dopo, per dimostrare che lì
comandavano loro, si sono avvicinati a noi e ci hanno detto che potevamo
tornare a Gerusalemme e che da lì non saremmo passati. Tutti i nostri
tentativi di ragionare, di spiegare, di convincerli a parlare con
qualche superiore furono inutili; si scontravano contro il muro di
irrazionalità arbitraria di chi sa di avere il potere.
Verso le 10:15 altri soldati hanno
cominciato a uscire dall’insediamento. Nessuno sembrava stupido. Poco
dopo è arrivata la polizia, chiamata da qualcuno dei soldati, per farci
andar via dal luogo dove essi stessi ci avevano obbligato a
parcheggiare. I poliziotti, più vecchi dei soldati, vedendo la
situazione non sono intervenuti. Nel frattempo erano giunte altre auto
di cooperanti stranieri, anch’essi obbligati a fermarsi davanti al
nostro disappunto per il trattamento ingiusto che stavamo subendo,
perché avevano fatto passare non solo la macchina degli inglesi, ma
anche diverse delle Nazioni Unite e altre con la targa di Israele.
Che fare davanti a un potere autoritario,
che non dà conto di quello che fa, che non ha bisogno di giustificare le
decisioni che prende? L’indignazione è cresciuta una volta ancora.
Qualcuno dei nostri amici ha commentato: se trattatano noi in questo
modo, come tratteranno i palestinesi? Tra noi c’era un giornalista a cui
abbiamo consigliato di denunciare in qualche servizio questa impunità
con cui opera l’esercito israeliano. La risposta è stata netta: «Se
vogliamo continuare a fare il servizio che siamo venuti a fare qui, non
lo possiamo fare, perché ci ritirerebbero il visto. Per poter stare qui,
bisogna sempre scendere a compromessi».
Dopo aver perso quasi due ore, abbiamo
deciso di provare a passare da un altro check point. I cinque minuti che
mancavano si sono trasformati in mezzora, ma siamo riusciti a passare.
Siamo arrivati alla meta verso le 11:30. Eravamo partiti da Gerusalemme
alle 7:30 e dovevamo fare un viaggio di poco più di un’ora, dato che
Sebaste dista circa 100 km.
Cosa può portare alcuni giovani a operare
in un modo così irrazionale e prepotente? Sicuramente l’esempio dei loro
superiori e la propaganda dello Stato sionista. Tutto è consentito a un
militare israeliano che serve la patria ebrea. Basta ricordare le tristi
parole di Olmert davanti alle accuse di appropriazione e abusi che
alcune organizzazioni internazionali hanno fatto contro l’esercito
israeliano nella recente guerra di Gaza: «Sosterremo i nostri soldati,
dato che tutto quello che hanno fatto è stato a servizio della nostra
patria». Cioè, l’ingiustizia viene giustificata se è al servizio della
nazione sionista di Israele.
Cosa resta dopo aver sperimentato sulla
propria pelle le azioni di un potere arbitrario? Certamente l’inutile
perdita di alcune ore, il costo di alcune telefonate infruttuose, l’ira
che sorge per essere stati trattati ingiustamente, il disgusto di
trovarsi davanti persone che abusano del potere e una crescente
antipatia per l’esercito israeliano che rappresentano. Lo Stato di
Israele farebbe bene a cercare di generare atteggiamenti meno dispotici
tra i membri del suo esercito.
Link originale :
http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=11948
Link questa
pagina :
http://www.terrasantalibera.org/poteregiustificaingiustizia.htm
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