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Polvere negli occhi:
Nuovo Start e vecchia politica di potenza
Manlio Dinucci-Tommaso di Francesco,
Voltairenet.org, 2 aprile 2010
Mentre, da una
parte, gli Stati Uniti e la Russia rafforzano discretamente sia i loro
stanziamenti che gli arsenali nucleari, dall’altra, si accingono a
firmare un nuovo trattato di riduzione delle armi strategiche. Questo
distacco fra la realtà e la comunicazione non è un fenomeno nuovo.
Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco ci invitano a non cadere nella
trappola. Le grandi potenze non fanno altro che perseguire la loro
politica di sempre.
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Ultimamente Boeing ha
annunciato di essere pronto per la produzione di missili ipersonici
nel giro di 30 mesi. Il suo progetto X-51 sarebbe stato collaudato
con successo. Secondo il costruttore, questo missile sarebbe in
grado di colpire qualsiasi paese del mondo in meno di un’ora. Il
Pentagono prevede di spendere 500 milioni di dollari per verificarne
le capacità, prima di ordinarlo su grande scala.
Con
il nuovo trattato Start, che verrà firmato l’8 aprile a Praga, Stati
uniti e Russia, le due maggiori potenze nucleari, lanciano «un chiaro
messaggio»: vogliono «guidare» la lotta contro la proliferazione delle
armi nucleari [1].
Lo ha detto il presidente Barack Obama che, dopo aver siglato
l’accordo, interverrà il 12 aprile al summit del Consiglio di
sicurezza dell’Onu sulla non-proliferazione e il disarmo nucleare.
Qui, dice un portavoce della Casa bianca, Obama «potrà esibire fatti e
non solo parole». Quali sono i fatti?
Per
il Bulletin of the Atomic Scientists, gli Stati uniti
posseggono 5.200 testate nucleari operative, ossia sempre
utilizzabili; la Russia, 4.850. Oltre a queste, le due potenze
posseggono complessivamente 12.350 testate non operative (ma non
ancora smantellate). Il nuovo Start non limita il numero delle testate
nucleari operative contenute negli arsenali. Stabilisce solo un limite
per le «testate nucleari dispiegate», ossia quelle pronte al lancio,
installate su vettori strategici con gittata superiore ai 5.500 km:
missili balistici intercontinentali con base a terra, missili
balistici lanciati da sottomarini, bombardieri pesanti.
L’incredibile conta
Ma,
mentre le testate missilistiche sono contate singolarmente, ciascun
bombardiere pesante viene contato come una singola testata anche se ne
trasporta molte di più. Un B-52, ricordava ieri il New York Times [2]
- trasporta infatti 14 missili da crociera e sei bombe nucleari. Così,
in base a tale parziale conteggio, stima il Dipartimento di Stato, gli
Usa hanno attualmente 1.762 testate nucleari dispiegate su 798
vettori; la Russia, 1.741 su 566 vettori. Ora il nuovo Start permette
a ciascuna delle due parti di mantenere 1.550 testate nucleari
dispiegate, ossia un numero di poco inferiore (il 10%) a quello
attuale, e un numero di vettori sostanzialmente invariato: 800 per
parte, di cui 700 pronti al lancio in ogni momento. Un potenziale
distruttivo tale da cancellare la specie umana e le forme di vita
dalla faccia della Terra. Inoltre il nuovo trattato non stabilisce
alcun limite effettivo al potenziamento qualitativo delle forze
nucleari. Negli Stati uniti, i responsabili dei laboratori nucleari
hanno già avvertito il Congresso che il programma federale per
«estendere la vita dell’arsenale nucleare» è insufficiente a
garantirne l’affidabilità nei prossimi decenni. Premono quindi per
creare una «costosa nuova generazione di testate nucleari» [3]
e il vice-presidente Joseph Biden ha promesso loro a tale scopo altri
5 miliardi di dollari. Si stanno sviluppando allo stesso tempo nuovi
vettori, come il «missile globale ipersonico» della Boeing che
potrebbe divenire operativo tra meno di tre anni, permettendo al
Pentagono di colpire nello spazio di un’ora qualsiasi obiettivo in
qualsiasi parte della Terra. Resta fuori dal trattato anche la
questione delle armi nucleari «tattiche», che gli Usa continuano a
mantenere in cinque paesi «non-nucleari» della Nato (Belgio, Germania,
Italia, Olanda e Turchia) e in altri, violando in tal modo il Trattato
di non-proliferazione.
Lo Scudo senza freni
Allo stesso tempo il nuovo Start non pone alcun limite al nuovo
progetto di «scudo» antimissili, che gli Usa vogliono estendere
all’Europa, a ridosso del territorio russo: un sistema non di difesa
ma di offesa che, una volta messo a punto, permetterebbe loro di
lanciare un first strike, fidando sulla capacità dello «scudo»
di neutralizzare gli effetti di una rappresaglia [4] [5].
A Washington assicurano che lo «scudo» non è diretto contro la Russia,
ma contro la minaccia dei missili iraniani. A Mosca lo considerano
invece un tentativo di acquisire un decisivo vantaggio strategico
sulla Russia [6].
Il generale russo Nikolai Makarov ha avvertito in questi giorni che,
se gli Usa continueranno a sviluppare lo «scudo», ciò «porterà
inevitabilmente a una nuova fase della corsa agli armamenti, minando
l’essenza stessa del trattato sulla riduzione della armi nucleari» [7].
Intanto Mosca non sta a guardare: in maggio sarà varato il nuovo
sottomarino multiruolo Yasen a propulsione nucleare, armato di 24
missili da crociera a lungo raggio, anche a testata nucleare. Del
resto era stato il premier Putin a fine dicembre 2009 a dettare
l’agenda di Mosca: «La Russia - aveva dichiarato inugurando un
terminale petrolifero presso Vladivostok - deve sviluppare armi
offensive per far fronte allo scudo antimissile americano. E se
vogliamo salvaguardare l’equilibrio, dobbiamo stabilire lo scambio di
informazioni». Sembra, come si confermerà a Praga l’8 aprile, un
tacito, benevolo accordo, in realtà questo scambio d’informazioni
rilancia la sfida russa, con l’instaurazione di quello che Putin
chiama «nuova strategia offensiva» di Mosca «per mantenere
l’equilibrio». Fatto singolare, nell’occasione Putin osservava: «Con
ua sorta di "ombrello", i nostri partner si sentiranno sicuri e
faranno tutto ciò che vorranno, l’equilibrio sarà infranto e ci sarà
una maggiore aggressività sia in politica che in economia».
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Il primo esemplare del
Progetto 885 (detto "Yassen", cioé il "frassino" secondo la
classificazione della NATO), potrebbe essere lanciato il 7 maggio
prossimo in occasione della celebrazione della vittoria della
Campagna di Russia (cioé della Seconda guerra mondiale). Questo
sottomarino nucleare di attacco russo di quarta generazione avrebbe
una tecnologia ancora più sofisticata dei Seawolfs USA. Sarebbe
polivalente e particolarmente adatto al combattimento sulla fascia
costiera.
La simbolica Praga
Che
lo Scudo antimissile Usa ritorna con forza è testimoniato sia dalle
parole di Robert Gates, il ministro della difesa (lo stesso di Bush)
che ha raccomandato a Obama di scartare il piano Bush ma per
sostituirlo con uno «più adatto», perché «stiamo rafforzando - ha
dichiarato - non cancellando la difesa missilistica in Europa». Con la
prima fase, completata nel 2011, gli Usa dislocheranno in Europa
missili intercettori Sm-3 a bordo di navi da guerra dislocate nel Mar
Baltico e nella seconda, operativa nel 2015, installeranno una
versione potenziata del missile, con base a terra, nell’Europa
centrale - Romania e Bulgaria già sono coinvolte - e meridionale (in
Italia?). E nell’ottobre 2009 Joe Biden, il vicepresidente Usa, il
democratico della lobby militare e fautore dell’allargamento della
Nato a Est, è corso a Praga e a Varsavia - impegnate nel dislocamento
di una megabase radar e di una batteria di missili intercettori - a
rassicurare che «l’impegno per un sistema missilistico non era
abbandonato».
Con
questi fatti il presidente Barack Obama si presenterà l’8 aprile con
il russo Medvedev nella simbolica Praga - quella della Primavera ’68 -
dove annunciò un anno fa la volontà di ridurre gli armamenti atomici.
E il 12 aprile sarà al Consiglio di sicurezza dell’Onu, esibendo il
nuovo Start che conferisce alle due maggiori potenze nucleari,
detentrici del 95% delle oltre 23mila armi nucleari esistenti al
mondo, il diritto di «guidare» la lotta contro la proliferazione delle
armi nucleari. Il dito accusatorio - come in questi giorni con il
rilancio delle sanzioni contro Tehran del vertice alla Casa bianca con
Sarkozy - sarà puntato solo sull’Iran, accusato di voler fabbricare la
bomba atomica. Mentre sicuramente resterà in ombra il fatto che
Israele possiede già un «indiscutibile» arsenale di centinaia di armi
nucleari, puntate su altri paesi della regione.
Manlio Dinucci
Geografo. Ultimi lavori pubblicati:
Geograficamente. Per la Scuola media, (3 volo.), Zanichelli
(2008);
Escalation. Anatomia della guerra infinita, DeriveApprodi
(2005).
[1]
A Praga, il 5 aprile 2009, Barack Obama affermò la sua intenzione di
arrivare a un mondo senza armi nucleari. Leggere "Speech
by Barack Obama dealing with nuclear issues", Voltaire Network.
In realtà si tratta soprattutto, in periodo di crisi economica, di
cercare un accordo con la Russia per frenare la corsa all’armamento e il
suo impatto sul bilancio della difesa. Ndlr.
[2]
«
Arms Control May Be Different on Paper and on the Ground », di Peter
Baker, The New York Times, 30 marzo 2010.
[3]
«
Nuclear Labs Raise Doubts Over Viability of Arsenals », di William
J. Broad, The New York Times, 26 marzo.
[4]
«
Le bouclier de l’invincibilité », «
Du combat contre l’Empire du Mal à celui contre l’Axe du Mal », «
La débâcle du laser tactique à haute énergie », di Nicolas Teneze,
Réseau Voltaire, 19, 21, 22 marzo 2010.
[5]
« Obama
torna sotto lo Scudo », di Manlio Dinucci, Tommaso di Francesco,
Rette Voltaire, 13 marzo 2010.
[6]
Se l’Iran fosse in possesso di missili a lunga portata, e se volesse
lanciarli contro gli Stati Uniti, sceglierebbe la traiettoria più corta
per limitare i rischi che vengano intercettati. Dunque, tali missili non
passerebbero dall’Europa dell’Est. Se ne deduce che le installazioni USA
in questa regione servono per un ben altro motivo. Ndlr.
[7]
«
Обойма Макарова. Начальник Генерального штаба : Какую армию мы строим
», Rossiyskaya Gazeta, 23 marzo 2010.
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