di Stephen Maher - The Electronic Intifada - traduzione Infopal.it
Sono in molti, tra coloro che criticano Israele, a sostenere la tesi
della "lobby israeliana" per spiegare la totale complicità degli Stati
Uniti con l'annessione, la colonizzazione e il programma di pulizia
etnica che Israele conduce in Cisgiordania.
La stessa complicità va avanti nonostante "l'imbarazzo" del
vicepresidente statunitense Joe Biden quando, contestualmente alla sua
visita in Israele, lo Stato ebraico aveva annunciato la costruzione di
altre 1.600 unità abitative nella Gerusalemme est occupata.
All'oltraggio denunciato da alcuni ufficiali della Casa Bianca,
l'Amministrazione USA ha risposto mettendo in chiaro che le proprie
critiche verso Israele restano puramente simboliche.
Si vedrà qui che la tesi della "lobby" spiega solo in parte la
politica estera degli USA in Medio Oriente.
A distanza di anni dalle critiche pubbliche di Noam Chomsky, Stephen
Zunes, Walter Russell Mead e molti altri alla "Israel lobby" di
Stephen Walt e John Mearsheimer, sono ancora numerose le tesi secondo
cui la lobby israeliana eserciterebbe un'influenza sulla politica
estera statunitense in Medio Oriente.
Se volessimo dare credito alla tesi della "lobby" e se volessimo
ripercorrere i recenti confronti diplomatici tra USA e Israele, allora
bisognerebbe individuare il punto debole di questa tesi e risalire
adeguatamente alle ragioni alla base delle scelte degli Stati Uniti e
all'ampia concentrazione di potere politico ed economico che guida la
politica statunitense.
La politica estera statunitense in Medio Oriente è la medesima
perseguita altrove nel mondo, in regioni libere dagli effetti della
corruzione della "lobby".
L'alto grado del sostegno che gli Stati Uniti riservano ad Israele non
è altro che una risposta razionale all'importante strategia politica
nell'area, a partire dall'interesse per le risorse energetiche.
Vedendo in Israele altro che una "base militare statunitense", come fa
Noam Chomsky, gli USA sono in grado di preservare il proprio dominio
sulle risorse energetiche nelle restanti parti del mondo e di detenere
un sempre maggiore potere globale.
Pertanto, coloro che puntano il dito contro la "lobby", non fanno
altro che mal interpretare gli interessi strategici USA in Medio
Oriente e il ruolo centrale che Israele svolge a garanzia di quegli
stessi interessi.
Geopolitica e relazioni USA-Israele
Colonna portante della tesi della "lobby israeliana" è l'idea secondo
la quale qualunque sia la definizione del caso, la "lobby" modella la
politica USA in Medio Oriente.
Qualora l'assunto fosse vero, i suoi sostenitori dovrebbero dimostrare
che esiste qualcosa di qualitativamente singolare e distinto nella
politica che gli USA perseguono in Medio Oriente rispetto a quella in
altre regioni del mondo.
Se si facessero analisi più approfondite, riscontreremmo poca
differenza tra le deviazioni prodotte dall'opera della "lobby" e
quanto viene frequentemente definito "interesse nazionale", guidato
dalle stesse forze di potere nazionale che decidono la politica estera
USA nel mondo.
Nel mondo esistono altri Stati che, come Israele, esercitano pressioni
su Washington e che proiettano la potenza statunitense nella propria
regione, avallando crimini ed obiettivi USA protetti dalle critiche
internazionali.
Prendiamo ad esempio i trent'anni di sostegno statunitense agli orrori
dell'invasione indonesiana di Timor Est.
Oltre alla creazione di una realtà affamata e violenta e alla guida di
un raccapricciante regime di torture, il presidente indonesiano
Suharto si rese responsabile dell'assassinio di 150.000 persone su una
popolazione di 650.000 cittadini.
Queste atrocità furono allora supportate a pieno dagli USA, che si
fecero carico di distribuire napalm ed armi chimiche usate
indiscriminatamente dall'esercito indonesiano, armato ed addestrato
sempre dagli USA.
Come ebbe a dire Bill Clinton: "Suharto era 'un tipo come noi'".
Sull'invasione indonesiana, Daniel Patrick Moynahan, all'epoca
ambasciatore USA presso le Nazioni Unite, scrisse: "il Dipartimento di
Stato desiderava che l'ONU non fosse nelle condizioni di adottare
misure" per porre fine alla carneficina di Timor Est, obiettivo che
Moyanahan perseguì "non senza successi".
Quel sostegno non era dovuto all'influenza esercitata dalla "lobby
indonesiana", quanto, piuttosto, era conseguente alla strategia USA:
nel 1958, i promotori statunitensi avevano infatti identificato
l'Indonesia come una delle tre regioni strategicamente più importanti;
anzitutto per la sua abbondanza di petrolio ed il suo ruolo di
collegamento tra Oceano Indiano e Pacifico.
In altre regioni come in America Latina, dove Stati clienti degli USA
(Guatemala, Honduras, El Salvador, e gli eserciti terroristi come i
Contras del Nicaragua che per anni hanno assassinato contadini
indifesi che chiedevano il rispetto dei diritti umani), la minaccia è
piuttosto rappresentata da rivendicazioni locali, pertanto si parla di
una "sfida per la propria affermazione" - sfida agli ordini
statunitensi ai quali si cerca di sottrarsi.
Se gli USA tollerassero simili realtà, la loro logica non avrebbe
ragion d'essere, anzi, incoraggerebbe ovunque coloro che si oppongono
ai suoi diktat.
Sfide di questa natura, definite da Oxfam "minacce che fanno da buon
esempio", portano con sé il rischio - per gli USA - che questi
aspiranti Paesi realizzino soluzioni di indipendenza, rifiutando i
diktat USA e rivendicando la gestione diretta delle risorse necessarie
ai bisogni della popolazione, sottraendosi all'egida degli investitori
stranieri.
Questo modo di pensare è ben radicato e costantemente ribadito per
mezzo della politica USA nel mondo, sin dagli inizi della "era
imperiale moderna", dopo la Seconda guerra mondiale.
Sin dall'inizio della guerra fu chiaro che gli USA sarebbero emersi
come potenza dominante il mondo: il Dipartimento di Stato ed il
Consiglio per le Relazioni con l'Estero (Council on Foreign Relations
- CFR) diedero vita ad un "ordine internazionale" postbellico in cui
gli USA avrebbero detenuto un "potere indiscutibile".
L'acquisizione delle risorse energetiche globali sarebbe stata uno
strumento per l'affermazione di quel potere, e le risorse saudite,
definite dal Dipartimento di Stato "la materia prima donata più
straordinaria nella storia", erano al primo posto.
Come consigliava Harold Ickes - lo "zar del petrolio" al fianco di
Franklin Roosevelt -, dal momento che si richiedevano ingenti
rifornimenti di energia a basso prezzo per le economie capitaliste
industriali nel mondo, il controllo del petrolio sarebbe stato "la
regolazione della politica del dopoguerra".
Ickes intendeva che con il controllo del petrolio mediorientale, in
particolare quello proveniente dalle vaste riserve saudite, gli USA
avrebbero potuto avere mano libera sulle fonti destinate a rifornire
le economie europee, il Giappone e il resto del mondo.
Come sosteneva all'epoca George Kennan, questo avrebbe conferito agli
USA "il potere di veto" sulle azioni altrui.
Di recente, Zbigniew Brzezinski ha individuato nella mediocrità della
"influenza" esercitata dagli inviati USA una conseguenza delle attuali
difficoltà statunitensi in materia di approvvigionamento energetico.
Se è così, allora, in Medio Oriente gli USA non temono la "sfida per
l'affermazione" o per uno sviluppo autonomo, che invece altrove sono
validi.
Certo, queste preoccupazioni esistono, ma esiste pure un'altra
dimensione: qualora un'opposizione dovesse minacciare il controllo USA
sulle risorse petrolifere, un'altra risorsa - più importante - sarebbe
messa a rischio.
Con l'amministrazione Nixon si raggiunge l'apice: l'esercito USA è
vincolato in Vietnam, interviene direttamente in Medio Oriente per
difendere gli interessi strategici e vitali, e fornisce aiuto militare
per contenere la rivoluzione iraniana (agendo in qualità di
esecutore).
Ricordiamo le conclusioni di Amnesty International, risalenti al 1976:
"Iran: nessun paese detiene il peggior record in materia di diritti
umani". Esse furono ignorate dagli Stati Uniti che, per converso,
rafforzarono il loro sostegno allo Scià.
Questo non fu però un prodotto dell'opera della "lobby iraniana" negli
USA.
La ragione era un'altra; accordare il proprio sostegno all'Iran,
significava creare le premesse per garantire mantenimento e progresso
degli interessi statunitensi.
Esistono e sono esistite, inoltre, altre preoccupazioni strategiche
che hanno indotto gli USA a sostenere altri regimi, tra cui quello di
Saddam Hussein.
Durante il genocidio di Anfal contro i curdi, le forze irachene fecero
uso di armi chimiche fornite dagli USA [questo "genocidio", in realtà,
è contestato anche da Commissioni statunitensi, come quella guidata da
S. Pellettiere, ndr].
Le utilizzarono contro i civili curdi che furono uccisi in 100.000 con
la distruzione dell'80% villaggi del Kurdistan iracheno mentre gli USA
si mobilitarono per bloccare le condanne internazionali a quelle
atrocità.
Il sostegno di crimini funzionali agli "interessi nazionali" significa
gestione di numerose corporazioni e delle élite di governo.
La protezione di questi reati dalle critiche internazionali è la
regola, non l'eccezione.
È frequente incontrare tesi a sostegno di un raffreddamento nelle
relazioni USA-Israele in seguito all'attacco israeliano del 1967 che,
definitivamente, pose fine al ruolo egiziano come polo
dell'opposizione all'imperialismo USA, dopo la disfatta inferta da
Israele al regime indipendente nazionalista di Jamal 'Abd el-Naser con
un attacco preventivo.
Tuttavia, sarebbe utile ricordare che ancor prima della Seconda guerra
mondiale l'Arabia Saudita svolgeva già il ruolo di "facciata araba",
che occultava la mano della reale potenza governante sulla penisola
araba, volendo fare uso di un termine coloniale britannico.
Con la retorica arabo nazionalista di 'Abd el-Naser ("schierare
l'intera regione contro la casa dei sauditi"), l'Egitto rappresentava
quindi una seria minaccia per gli USA.
In risposta a quegli eventi, il Dipartimento di Stato giunse alle
conclusioni che "il corollario logico" all'opposizione USA del
nazionalismo arabo sarebbe stato "sostenere Israele" come unica forza
regionale affidabile pro-USA.
La distruzione e l'umiliazione del regime di 'Abd el-Naser, quindi,
furono un regalo per Washington, e l'alleanza accordata ad un Israele
potente trovò un'altra ragion d'essere.
Questa singolare importanza attribuita ad Israele nella regione è una
delle ragioni alla base dell'alto livello di aiuti che Israele riceve,
tra cui le armi più avanzate rispetto a quelle che gli USA sono pronti
a trasferire ad altri tra i loro clienti.
Dotare Israele di una forza schiacciante contro chiunque avversi
l'ordine istituito è uno degli aspetti guida della strategia regionale
USA.
Certo, il fatto che Israele sia un alleato affidabile è un valore
aggiunto; esistono infatti poche possibilità che il governo israeliano
venga rovesciato e che le armi ricadano nelle mani dei fondamentalisti
islamici che si oppongono all'Occidente o dei nazionalisti
indipendenti come accadde in Iran nel 1979.
Oggi, con la crescente indipendenza dell'Europa e le economie di India
e Cina che chiedono una propria gestione delle risorse energetiche,
guadagnare il controllo su ciò che resta è dunque una questione
cruciale.
Nel settembre 2009, l'ex inviato speciale cinese in Medio Oriente, Sun
Bigan, scriveva sulla Rivista Asia-Africa: "Gli USA hanno sempre
rivendicato il controllo sui rubinetti del petrolio a livello
globale", pertanto gli Stati Uniti sono pronti a tutto per assicurarsi
che il petrolio iracheno resti sotto il proprio controllo mentre la
Cina deve ripiegare altrove nella regione, per trovare fonti
energetiche indipendenti.
L'Iran detiene generose risorse energetiche (...) e le sue riserve
sono seconde al mondo. Tutte sono sotto il suo controllo".
Questa indipendenza iraniana accresce il ruolo strategico di Israele
per gli interessi USA, soprattutto da quando la crudele dittatura
dello Scià, sostenuta dagli USA, fu rovesciata nel 1979.
Da allora, infatti, Israele rimaneva il solo a terrorizzare la regione
rispondendo agli ordini statunitensi e per assicurare che il petrolio
saudita restasse sotto controllo USA.
E medesimo ruolo viene riconosciuto ad Israele di fronte ad Iraq-Iran,
con la strategia regionale statunitense del "contenimento duale"
risalente a Clinton.
Mentre l'Iran sviluppa una tecnologia tale da permettergli di produrre
quello che, nel febbraio 2010, la rivista Quadrennial Defense Review
dichiara "armi proibite" o "armi di distruzione di
massa", gli USA si sentono ostacolati, venendo minacciata la
prerogativa USA di agire liberamente con la forza in qualunque regione
del mondo.
Oggi è un momento cruciale nella lotta che Washington sta conducendo
per sottrarre il controllo all'Iran, ed il confronto - giustificato
con la necessità USA di controllare il suo petrolio e distruggere una
base di nazionalismo indipendente - fa del sostegno degli Stati Uniti
a Israele, una strategia de facto.
Le ipotesi della "lobby israeliana" e le pressioni USA
Se adottassimo l'ipotesi della "lobby" , dovremmo pure ipotizzare una
rottura tra i due Paesi qualora i rispettivi interessi risultassero
essere divergenti, magari proprio nel caso in cui Israele agisse
contro gli "interessi nazionali" USA.
Se - nell'ambito della tesi della "lobby" - le politiche USA in Medio
Oriente dovessero danneggiarne gli "interessi nazionali", tali
politiche non sarebbero altro che un fallimento.
Questo ci pone davanti un quesito: un fallimento per chi? Non per le
élite USA, le quali si sono assicurate il controllo delle maggiori
risorse energetiche al mondo, mentre, contemporaneamente, respingevano
i movimenti d'opposizione; un fallimento neppure per le istituzioni
della difesa e, quasi sicuramente, neppure per le corporazioni
energetiche.
Infatti, non solo la politica USA in Medio Oriente è simile a quella
implementata in altre regioni del mondo, ma è pure una questione di
successo strategico e di profitto.
La politica USA nei confronti di Israele e dei palestinesi non è
quella di porre fine all'occupazione e nemmeno di realizzare i diritti
umani dei palestinesi; ad oggi gli USA sono i primi responsabili
dell'ostacolo agli obiettivi summenzionati.
A parere degli USA, con l'operazione "Scudo difensivo" (2002) Israele
aveva punito nella giusta misura palestinesi e leadership statunitense
(accondiscendente), per l'intransigenza mostrata a Camp David.
E mentre già l'Autorità Nazionale Palestinese si comportava come un
"subappaltatore" e "collaboratore" nell'oppressione della resistenza
all'occupazione israeliana, nelle parole parafrasate dell'ex Ministro
degli Esteri israeliano, la deliberata devastazione - ad opera del
primo Ministro Ariel Sharon - delle istituzioni palestinesi fornì
un'occasione per ricostruirle ed assicurare un maggiore grado di
controllo statunitense.
I programmi di colonizzazione e di annessione garantiscono il
controllo israeliano sulle migliori terre palestinesi e sulle risorse
idriche, assicurando allo Stato ebraico il ruolo di società dominante,
non facilmente reprimibile dai suoi vicini.
Per agevolare questi obiettivi, la protezione che gli Stati Uniti
riservano all'espansione israeliana viene celata dietro un "processo
di pace", nella speranza che i palestinesi concedano ancora più di
quanto non abbiano già concesso.
La preoccupazione principale è quella di divulgare un'immagine secondo
cui USA e Israele lavorano duro per il raggiungimento della "pace",
battendosi contro coloro che alla pace "si oppongono".
Quando le popolazioni della regione vengono oltraggiate dai reati di
Israele, la loro rabbia rappresenta una marginale considerazione
rispetto all'ambizione di mantenere un forte e dipendente alleato nel
cuore del Medio Oriente.
La ricostruzione di un'Autorità Nazionale Palestinese ancora più
vincolata - con un generale Dayton alla diretta supervisione delle
forze di sicurezza palestinesi - agevola gli interessi degli Stati
Uniti nei propri obiettivi e sarà maggiormente efficace nel reprimere
la resistenza all'occupazione.
Allo stesso modo, la scelta di ritirare i soldati di Israele dalla
Striscia di Gaza ha permesso a Sharon di avere mano libera
nell'annessione della Cisgiordania, e di essere presentato, sulla
scena internazionale, come "grande uomo di pace".
Il trattamento che i media USA riservano ad Israele è lo stesso
utilizzato per gli altri alleati statunitensi.
La stampa commerciale è a favore degli alleati USA e ne osteggia i
nemici, ma questo è un fenomeno noto e ben documentato.
Una ragione in più indebolisce la tesi della "lobby israeliana".
Lo speciale trattamento che la grande stampa riserva ad Israele è un
fatto ordinario nel funzionamento dei media e degli "intellettuali
statunitensi".
Questo non vuol dire che non esistano organizzazioni statunitensi come
il Comitato degli ebrei americani, la Lega anti-diffamazione e l'AIPAC
che chiedono di isolare i dissidenti della politica di Israele da
qualunque ambito. Piuttosto cerco di chiarire qui come il potere di
tali gruppi sia debole in confronto ad altri più potenti in termini di
interessi ed affari.
Non solo AJC o ADL sono in grado di chiedere ed ottenere le dimissioni
di un professore che critica Israele, ma è anche possibile che simili
preoccupazioni vengano mosse da un'élite che è anche proprietaria di
mezzi di informazione, la quale, dunque, collateralmente fa pure i
suoi interessi.
L'AIPAC si trova nella stessa posizione: ha il potere di sollecitare
un sostegno ad Israele da parte del governo statunitense, non senza
chiamare in causa altri potenti interessi come le corporazioni del
settore dell'energia e le istituzioni della difesa, senza le quali gli
sforzi dell'AIPAC non sarebbero altrettanto efficaci.
La politica USA, come quella di altri Stati, è dunque pianificata
razionalmente per rispondere agli interessi della classe dominante.
Israele non potrebbe perseguire le sue politiche espansionistiche ed
aggressive senza l'aiuto militare e senza l'appoggio diplomatico degli
USA.
Se solo l'amministrazione Obama lo volesse, sarebbe capace di fare
pressioni affinché Israele rispetti la legislazione e le risoluzioni
internazionali, rientrando nel consesso internazionale e mettendo in
atto la "soluzione dei due Stati".
È troppo comoda la spiegazione di questo "fallimento" fornita dalla
tesi della "lobby israeliana".
Stephen Maher - The Electronic Intifada
