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ETNOGENESI DEL POPOLO EBRAICO
Claudio Mutti
Università di Teramo, Master “Enrico
Mattei” in Vicino e Medio Oriente
26 giugno 2010 - da
Rinascita.eu / luglio
2010
(segnalazione di Joe Fallisi)

"Etnogenesi
del popolo ebraico" è un'espressione che si presta a varie
riflessioni. Non solo perché è un'espressione ridondante (in quanto
già il composto "etnogenesi" significa, di per sé, "formazione del
popolo"), ma anche e soprattutto perché il concetto di "popolo
ebraico", nonostante l'uso generale che di esso vien fatto, non è per
nulla un concetto pacifico e scontato.
Infatti
l'affermazione secondo cui gli Ebrei costituirebbero un popolo (più o
meno "eletto") è stata più volte oggetto di contestazioni. La più
recente è quella di Shlomo Sand, professore di storia europea
all'università di Tel Aviv (articoli di riferimento
reperibili su questo portale in
italiano oppure in
inglese, ndr), che un paio d'anni fa ha pubblicato presso
la casa editrice Resling un libro di 300 pagine intitolato
Matai ve'ech
humtza ha'am hayehudi?
("Quando e
come fu inventato il popolo ebraico?").
Quanto ai
termini "ebraico" ed "ebreo", vale la pena di considerare la
definizione che ne viene data dal
Vocabolario
illustrato della lingua italiana
di G. Devoto e
G.C. Oli (edizione del 1967 e successive), che riferisco
integralmente.
Ebreo
"Appartenente
agli Ebrei, popolo di antica civiltà, costituitosi in unità nazionale
e religiosa nella seconda metà del secondo millennio a.C., con lo
stanziamento in Palestina (la 'Terra Promessa'), donde poi
coraggiosamente [sic]
si diffuse in tutto il mondo e dove oggi si va ricostituendo come
unità etnica e politica (Stato d'Israele): eredi, più o meno
consapevoli, dell'originaria preziosa tradizione religiosa e civile,
hanno contribuito, con apporti eccezionali di individui e di energie,
alla formazione del mondo moderno".
Si confrontino
il tono e l'estensione di questo articolo con quello di altre
definizioni che il medesimo vocabolario fornisce di termini analoghi,
relativi alle identità nazionali e religiose. Si legga per esempio
l'articolo
Cinese:
"Geograficamente o culturalmente appartenente alla Cina; come sost.,
cittadino della Repubblica Popolare Cinese o della Cina nazionalista
(Taiwan)".
Italiano:
"Appartenente all'Italia dal punto di vista geografico o politico".
Cristiano:
"Seguace della religione fondata da Gesù Cristo".
Musulmano:
"Appartenente alla cultura e civiltà islamica. Come sost. masch.,
seguace dell'islamismo, maomettano".
In altri
vocabolari, la voce
Ebrei
viene trattata
in maniera più sintetica. Nel 1947, il
Dizionario
Enciclopedico Moderno
delle Edizioni
Labor ne dava la definizione seguente: "Popolo oriundo dell'Asia, oggi
disperso in quasi tutto il mondo, appartenente al gruppo semitico".
Sono numerose
le riflessioni che si potrebbero fare a margine di tali definizioni e,
più in generale, riguardo alla natura non propriamente neutra dei
vocabolari. Adesso invece vorrei entrare nell'argomento specifico nel
mio discorso prendendo lo spunto dal termine "semitico" che viene
correntemente usato per designare l'appartenenza del cosiddetto
"popolo ebraico".
Che cosa
significa "semitico"? Pare sia stato lo storico tedesco August Ludwig
von Schlözer (1735-1809) a coniare per la prima volta, nel 1781,
l'aggettivo
semitisch,
per indicare il gruppo delle lingue parlate da quelle popolazioni che
un passo biblico (Gen.
10, 21-31) fa
discendere da Sem figlio di Noè: il siriaco, l'aramaico, l'arabo,
l'ebraico, il fenicio. L'aggettivo "semitico" si riferisce perciò
propriamente ai Semiti, ossia ad una famiglia di popoli che si è
diffusa nella zona compresa fra il Mediterraneo, i monti d'Armenia, il
Tigri e l'Arabia meridionale, per poi estendersi anche all'Etiopia ed
al Nordafrica; come aggettivo sostantivato ("il semitico"), indica la
famiglia linguistica corrispondente, che si articola in tre gruppi:
quello orientale o accadico (che nel II millennio si divise a sua
volta in babilonese e assiro), quello nordoccidentale (cananeo,
fenicio, ebraico, aramaico biblico, siriaco) e quello sudoccidentale
(arabo ed etiopico).
Del tutto
improprio è dunque l'uso dei termini "semita" e "semitico" come
sinonimi di "ebreo" e di "ebraico", esattamente come sarebbe improprio
dire "ariano" o "indoeuropeo" in luogo di "italiano", "tedesco",
"russo" o "persiano".
Ne consegue
che altrettanto errato è l'uso del termine "antisemita" come sinonimo
di "antiebraico". Se usato correttamente, il vocabolo "antisemitismo"
(coniato nel 1879 dal giornalista viennese Wilhelm Marr) dovrebbe
indicare l'ostilità nei confronti dell'intera famiglia semitica, la
quale ha oggi la sua componente più numerosa nelle popolazioni di
lingua araba, cosicché la qualifica di "antisemita" risulterebbe più
adatta a designare chi nutre ostilità nei confronti degli Arabi, più
che non coloro i quali provano avversione nei confronti degli ebrei.
Ma
l'inconsistenza della suddetta sinonimia ("semita" = "ebreo") risulta
ancora più evidente qualora si rifletta sul fatto che gli Ebrei
odierni non possono essere qualificati come "semiti", e ancor meno
come "popolo semitico". Infatti, se l'appartenenza di un gruppo umano
ad una più vasta famiglia deve essere stabilita in base alla lingua
parlata dal gruppo in questione, allora un popolo potrà essere
considerato semitico soltanto nel caso in cui esso parli una delle
lingue semitiche che ho enumerate poc'anzi, col risultato che oggi
avranno il diritto di essere definiti semiti a pieno titolo gli Arabi
e gli Etiopi, ma non gli Ebrei.
E' vero che
dal 1948 l'ebraico (il neoebraico) è diventato lingua ufficiale della
colonia sionista insediatasi in Palestina ed è compreso dalla maggior
parte degli Ebrei che attualmente vi risiedono, ma si tratta di una
lingua che era praticamente morta da oltre venti secoli e che solo nel
Novecento è stata artificiosamente richiamata in vita. Gli Ebrei della
cosiddetta diaspora (ma anche il concetto di "diaspora" andrebbe
sottoposto a una radicale revisione critica), oggi come in passato,
parlano le lingue dei popoli in mezzo ai quali si trovano a vivere,
lingue che sono per lo più indoeuropee (inglese, spagnolo, francese,
italiano, russo, farsi ecc.). Lo stesso yiddish, che si formò nel XIII
secolo nei paesi dell'Europa centrale sulla base di un dialetto
medio-tedesco e diventò una sorta di lingua internazionale in seguito
alle migrazioni ebraiche, era pur sempre un idioma tedesco, anche se,
oltre ad un vocabolario di base tedesco e slavo, conteneva un tasso
elevato di elementi lessicali ebraici e veniva scritto in caratteri
ebraici.
Ritengo dunque
lecita la conclusione che gli Ebrei non costituiscono affatto un
gruppo definibile come semitico sulla base dell'appartenenza
linguistica.
Possiamo
allora considerarli semiti sotto il profilo etnico? Per rispondere
affermativamente, bisognerebbe essere in grado di ricostruire la
genealogia degli Ebrei attuali e di ricondurla fino a Sem figlio di
Noè. Cosa praticamente impossibile.
Un fatto è
certo: all'etnogenesi ebraica hanno contribuito elementi razziali di
varia provenienza, acquisiti attraverso il proselitismo religioso e
quei matrimoni misti ("i matrimoni con le figlie di un dio straniero")
contro i quali tuonavano inutilmente i profeti d'Israele. Scrive uno
studioso ebreo, il Fishberg (in
The Jews: A
Study of Race and Environment):
"A partire
dalle testimonianze e dalle tradizioni bibliche, si deduce che perfino
agli esordi della
formazione delle tribù d'Israele queste erano già composte di elementi
razziali diversi (...). A quell'epoca troviamo in Asia Minore, in
Siria e in Palestina molte razze: gli Amorrei, che erano biondi,
dolicocefali e di alta statura; gli Ittiti, una razza di carnagione
scura, probabilmente di tipo mongoloide; i Cusciti, una razza
negroide; e parecchie altre ancora. Gli antichi Ebrei contrassero
matrimoni con tutte queste stirpi, come si vede bene in molti passi
della Bibbia".
Secondo un
autorevole geografo ed etnologo italiano, Renato Biasutti (1878-1965),
"la questione della posizione antropologica o composizione razziale
degli Ebrei non è meno complessa e oscura" di tante altre. "Una delle
cause di ciò - egli spiega - sta nella difficoltà di raccogliere
informazioni adeguate sui caratteri somatici di un gruppo etnico tanto
disperso".
Occorre poi
distinguere tra i gruppi ebraici dell'Asia e quelli dell'Europa e
dell'Africa e, in particolare, tra i Sefarditi (il ramo meridionale
della diaspora) e gli Aschenaziti (il ramo orientale). Se i Sefarditi
si sono diffusi dal Nordafrica e dall'Europa mediterranea fino
all'Olanda e all'Inghilterra, gli Aschenaziti hanno popolato vaste
aree della Russia meridionale, della Polonia, della Germania e dei
Balcani ed hanno fornito il contingente più numeroso al movimento
colonialistico che ha dato nascita all'entità politico-militare
autodenominatasi "Stato d'Israele".
Se per gran
parte dei Sefarditi si può ipotizzare un'origine parzialmente
semitica, benché non necessariamente ebraica (come argomenta Paul
Wexler in
The non-Jewish
origins of the Sephardic Jews),
per quanto riguarda gli Aschenaziti, che rappresentano i nove decimi
dell'ebraismo mondiale attuale, non solo deve essere esclusa
un'ascendenza ebraica che arrivi fino al periodo biblico, ma sembra
doversi escludere l'appartenenza semitica in senso etnico.
E' nota la
tesi divulgata da Arthur Koestler, tesi che può essere sintetizzata in
queste parole del suo libro intitolato
La tredicesima
tribù:
"Durante il Medioevo la maggioranza di coloro che professavano la fede
ebraica erano cazari. Gran parte di questa maggioranza emigrò in
Polonia, Lituania, Ungheria e nei Balcani, dove fondò quella comunità
ebraica orientale che a sua volta divenne la maggioranza predominante
dell'ebraismo mondiale" (Arthur Koestler,
La tredicesima
tribù,
Torino 2003,
p. 119)
Koestler ha
semplicemente divulgato i risultati delle ricerche storiche relative
al popolo dei Cazari. Per darne un'idea, riferirò alcuni dati.
Il fatto che
toponimi del tipo Kozár e Kazár si trovino in Transilvania e in altre
zone dell'Ungheria ha indotto molti studiosi a ritenere che l'elemento
cazaro abbia rappresentato un importante ingrediente di quel miscuglio
etnico che è la popolazione ebraica dell'Ungheria e della
Transilvania: "tra gli Ebrei, quelli in cui è più forte la componente
cazara [the
most strongly Khazar]
sono indubbiamente gli Ebrei ungheresi, discendenti degli ultimi
Cazari che fuggirono in Ungheria tra il 1200 e il 1300" (Monroe
Rosenthal - Isaac Mozeson,
Wars of the
Jews: A Military History from Biblical to Modern Times,
Hippocrene Books, New York, 1990, p. 224).
Come in
Ungheria e in Transilvania, così anche in Ucraina e in Polonia la
toponomastica rivela antichi insediamenti cazari. "In Ucraina e in
Polonia - scrive Koestler - esistono parecchi nomi di antiche
località, che derivano da 'cazaro' o da 'zhid' (ebreo): Zydowo,
Kozarzewek, Kozara, Kozarzow, Zhydowska Vola, Zydaticze ecc. Può darsi
che questi fossero un tempo dei villaggi, o anche solo degli
accampamenti temporaneamente occupati da comunità cazaro-ebraiche nel
loro lungo cammino verso l'occidente. Nomi di località analoghi si
possono anche trovare nei monti Carpazi e Tatra e nelle province
orientali dell'Austria. Si ritiene che persino gli antichi cimiteri
ebraici di Cracovia e di Sandomierz, chiamati entrambi 'Kaviory',
possano essere di origine kabaro- cazara" (Arthur Koestler,
La tredicesima
tribù. Storia dei cazari dal Medioevo all'Olocausto ebraico,
UTET, Torino, 2003, p. 115. Cfr. K. A. Brook,
The Jews of
Khazaria,
cit., p. 172).
Per quanto
concerne in particolare l'Ucraina, ai dati della toponomastica si
possono aggiungere quelli antroponimici: a Kiev e a Odessa è attestato
il cognome ebraico Kazarinsky. La presenza dei Cazari in Ucraina
risale all'VIII secolo, quando il khanato cazaro portò i suoi confini
occidentali alla valle del Dnepr; fin dagli inizi del X secolo una
consistente comunità di ebrei cazari si installò a Kiev. "Già dal
tempo di Igor, - scrive Solzhenitsyn - la città bassa si chiamava
Kozary; Igor vi ha trasferito nel 933 i prigionieri ebrei da Kertch,
nel 965 sono venuti prigionieri ebrei dalla Crimea, nel 969 cazari da
Itil e Semender, nel 989 dal Chersoneso, nel 1017 da Tmutarakan.
Studiosi più recenti confermano l'origine cazara dell' 'elemento
ebreo' a Kiev nell'XI secolo" (Aleksandr Solgenitsin,
Due secoli
insieme. Ebrei e Russi prima della rivoluzione,
Controcorrente, Napoli, 2007, vol. I, p. 15). Sempre a Kiev, non più
tardi del 930, cioè quando la città si trovava ancora sotto il dominio
dei Cazari, fu scritta in ebraico la
Lettera
kievana,
che è il più antico documento cazaro di cui attualmente si disponga.
Più che
legittima appare perciò la conclusione che da questi e da altri dati
trae Kevin Alan Brook: "è altamente probabile che i moderni Ebrei
dell'Ucraina (ed altri Ebrei aschenaziti) siano in una qualche misura
i discendenti [have
at least some ancestry]
degli Ebrei originari della Rus' kievana, Cazari inclusi (...)
Tradizioni orali del secolo XIX fanno ritenere che discendenti dei
Cazari abbiano continuato a vivere in Ucraina fino a tempi recenti"
(K. A. Brook,
The Jews of
Khazaria,
cit., p. 177).
D'altronde già
Avrakham Garkavi aveva sostenuto, nell'Enciclopedia Giudaica
pubblicata a San Pietroburgo negli anni immediatamente precedenti la
Rivoluzione d'Ottobre, che l'ebraismo russo è stato formato da "ebrei
provenienti dalle rive del Mar Nero e dal Caucaso", i quali adottarono
lo yiddish solo nel XVII secolo.
Una posizione
analoga è quella espressa da Peter Golden in relazione all'origine
cazara degli Ebrei della Lituania e della Russia Bianca: "E' molto
probabile che elementi cazari giudaizzati, specialmente quelli che si
erano acculturati nelle città, abbiano contribuito alla formazione
delle comunità ebraiche slavofone della Russia kievana, le quali
vennero definitivamente assorbite da Ebrei di lingua yiddish che dalla
Polonia e dall'Europa centrale entrarono in Ucraina e in Bielorussia"
(Peter B. Golden,
An
Introduction to the History of the Turkic Peoples,
Otto Harassowitz, Wiesbaden, 1992, pp. 243-244).
Secondo i
criteri genealogici di matrice veterotestamentaria, i Cazari non
appartenevano alla discendenza di Sem, né tanto meno a quella di Cam,
bensì a quella di Jafet: la letteratura ecclesiastica altomedioevale
li dice infatti "figli di Magog" o comunque li localizza "nelle terre
di Gog e Magog", mentre Ibn Fadlan li identifica
tout court
coi coranici
Ya'jûj e Ma'jûj.
Da Teofane il
Confessore, che li definì "Turchi orientali", fino a Lev Gumilëv, che
vide in loro un gruppo daghestano o sarmatico o alano turchizzato, gli
storici e gli etnologi li hanno ricollegati, in un modo o nell'altro,
alla famiglia dei popoli turchi.
In ogni caso,
"una risposta definitiva circa le origini dei Cazari non è ancora
disponibile. Deve essere comunque sottolineato il fatto che nella
formazione del popolo cazaro è comprovata l'importanza di migrazioni
da est ad ovest" (K. A. Brook,
The Jews of
Khazaria,
cit., p. 6).
La prima
apparizione dei Cazari sulla scena della storia non è databile con
certezza. Alcuni la fanno risalire a poco prima del 198 d. C., quando
occuparono una parte della zona caucasica e le sponde nordoccidentali
del Caspio; secondo altri, il gruppo cazaro sarebbe emerso durante la
Völkerwanderung
provocata nel
350 dalla vittoria degli Unni sugli Alani; altri ancora ne collocano
la formazione verso la fine del VI secolo. In seguito "l'entità cazara
(...) spostando progressivamente il proprio centro di gravità
dall'area caspica al Mar Nero, riunì etnie assai differenti" (Francis
Conte, Gli
Slavi. Le civiltà dell'Europa centrale e orientale,
Einaudi, Torino, 1990, p. 412), aggiungendo in particolare una
componente etnica iranica (gli Alani) all'originario elemento turcico.
"Tale commistione etnica fu certamente conseguenza della posizione
dello Stato chazaro, fulcro delle grandi vie commerciali che
congiungevano l'Oriente all'Occidente, il Nord al Sud; crocevia di
traffici, sorta di piattaforma girevole, non solo esercitò la propria
funzione nello scambio dei beni materiali, ma anche nella diffusione
delle idee e delle religioni" (Idem, op. cit., pp. 412-413).
Sul decisivo
ruolo geopolitico e geostrategico del regno cazaro insiste Arthur
Koestler. "Il paese occupato dai Cazari, una popolazione di origine
turca, occupava una posizione strategica sul vitale passaggio tra il
Mar Nero e il Mar Caspio, dove le grandi potenze orientali dell'epoca
si confrontavano tra loro. Funzionò da stato-cuscinetto a protezione
dell'impero bizantino dalle invasioni delle rudi tribù barbare delle
steppe nordiche: Bulgari, Magiari, Peceneghi ecc., e più tardi
Vichinghi e Russi. Altrettanto, se non più importante dal punto di
vista della diplomazia bizantina e della storia europea, fu l'efficace
opera di contenimento esercitata dalle armate cazare nei confronti
della valanga araba nei suoi primi e più devastanti stadi, un'opera
che impedì la conquista musulmana dell'Europa orientale" (Arthur
Koestler,
La tredicesima
tribù. Storia dei cazari dal Medioevo all'Olocausto ebraico,
cit., p. 5).
Prima di
Koestler, già D. M. Dunlop aveva rivendicato al regno cazaro la
funzione di
antemurale
christianitatis:
"E' quasi certo che, se non ci fossero stati i Cazari nella regione a
nord del Caucaso, la stessa Bisanzio, baluardo della civiltà europea
in Oriente, si sarebbe trovata circondata dagli Arabi e la storia
della Cristianità e dell'Islam forse sarebbe stata assai diversa da
quella che conosciamo" (D.M. Dunlop,
The History of
the Jewish Khazars,
Princeton University Press, Princeton 1954, p. x).
Quello che si
può dire con certezza è che la conquista della Persia, seguita alle
vittoriose campagne del Califfo Omar contro i Sassanidi (634-642),
aveva esteso fino a Tiflis e a Derbent i confini settentrionali del dâr
al-islâm,
cosicché la Cazaria costituiva l'ostacolo che impediva alle armate
musulmane di avanzare nelle pianure meridionali della Russia, da dove
avrebbero potuto procedere all'accerchiamento dell'impero bizantino.
Oltrepassato il Don, occupata l'odierna Ucraina fino al Dnepr e buona
parte della Crimea, i Cazari si vennero a trovare al crocevia delle
aree geopolitiche islamica e cristiana, ragion per cui il loro ceto
dirigente ritenne necessario assumere un'identità religiosa nettamente
distinta da quella dei popoli vicini.
Solzhenitsyn
riassume nei termini seguenti questo momento cruciale della loro
storia: "I capi etnici dei turco-cazari (all'epoca idolatri) non
accettavano né l'islam (per non doversi sottomettere al califfo di
Bagdad), né il cristianesimo (per evitare la tutela dell'imperatore di
Bisanzio). Così, circa 732 tribù adottarono la religione giudaica"
(Aleksandr Solgenitsin,
Due secoli
insieme. Ebrei e Russi prima della rivoluzione,
cit., vol. I, pp. 13-14).
In realtà, non
è affatto sicuro che la giudaizzazione di una parte del popolo cazaro
abbia avuto luogo dopo la nascita del Califfato abbaside, la quale
ebbe luogo nel 750. È vero che al- Mas'ûdî fa risalire tale
conversione agli ultimi anni del secolo VIII, ma "altre fonti
orientali dichiarano il ceto dirigente chazaro - e soprattutto il
khagân
- convertito
fin dal 730-'31" (F. Conte,
op. cit.,
p. 413). A tale conversione si riferisce un'opera scritta in arabo
intorno al 1140 da un intellettuale dell'ebraismo spagnolo, Yehudah
ben Shemu'el ha-Lewi (1086-1141 ca.), e intitolata
Al-hujjah
wa'd-dalîl
fî nasr ad-dîn adh-dhalîl
(Argomentazione e dimostrazione in difesa della religione
disprezzata). L'opera, nota altresì come
Kuzârî
(Yehudah
ha-Lewi,
Il re dei
Khàzari,
Bollati Boringhieri, Torino, 1991), riporta il dialogo che sarebbe
avvenuto tra il re (bek)
cazaro Bulan ed un rabbino. Il sovrano, indotto da un angelo a
svolgere un'indagine sulle religioni, si rivolge prima ad un filosofo,
poi a un teologo cristiano, quindi a un sapiente musulmano, ma nessuno
di costoro soddisfa le sue esigenze. Ovviamente sarà un rabbino a
convincerlo della superiorità del giudaismo e a persuaderlo a
convertirsi.
La conversione
non dovette comunque essere molto stabile, dal momento che nell'860,
indotto dalla pressione islamica ad avvicinarsi a Bisanzio, il
bek
dei Cazari
chiese al
basileus
di inviare in
Cazaria un teologo cristiano capace di "replicare alle argomentazioni
degli Ebrei e dei Saraceni" (F. Dvornik,
Les légendes
de Constantin et de Méthode vues de Byzance,
Prague, p. 168). Il compito di evangelizzare i Cazari, affidato a un
uomo dotto e pio che col nome di Cirillo sarebbe poi diventato celebre
come "apostolo degli Slavi", non sortì grandi risultati: i neofiti
cristiani non furono più di duecento, mentre il
bek
e
l'aristocrazia cazara restarono fedeli al giudaismo. Secondo le fonti
islamiche coeve, "per ottenere la pace e mettere fine alla lotta che
li opponeva al Califfato, i Chazari dovettero promettere di accogliere
il credo dell'Islam. (...) E d'altronde, alleggeritasi la minaccia
araba nei decenni successivi, i Chazari conservarono alla propria
guida un'élite
impregnata di
ebraismo" (F. Conte,
op. cit.,
pp. 414-415).
A fornirci
alcune notizie su questa
élite
è la
Risposta del
Re Giuseppe,
inviata intorno al 955 da un sovrano cazaro all'ebreo cordovano Hasdai
ibn Shaprut, il quale gli aveva scritto per avere la conferma della
notizia relativa all'esistenza di un regno giudaico. Dopo avere
rievocato la conversione del suo antenato Bulan, il re cazaro Giuseppe
scrive: "Dai figli dei suoi figli sorse un re chiamato Obadia. Era un
uomo retto e giusto. Riorganizzò il regno e istituì la religione in
maniera corretta e irreprensibile. Costruì sinagoghe e scuole, fece
venire molti dotti israeliti e li onorò con oro ed argento, ed essi
gli spiegarono i ventiquattro libri [della Torah], la Mishnah, il
Talmud e l'ordine delle preghiere dei Khazzan" (Letter
from Rabbi Chisdai to King Joseph,
in: Yehuda HaLevi,
The Kuzari: In
Defense of the Despised Faith,
Jason Aronson,
Northvale, 1998, p. 349). A Obadia sarebbe succeduta una serie di
sovrani dai nomi biblici: Ezechia, Manasse I, Hanukkah, Isacco,
Zebulone, Manasse II, Nisi, Aronne I, Menahem, Beniamino, Aronne II,
Giuseppe. Sembra lecito supporre che questa aristocrazia ebraizzata
rispondesse all'attività evangelizzatrice di Bisanzio facendosi
promotrice essa stessa di iniziative missionarie, intese ad acquisire
al giudaismo buona parte della popolazione cazara.
La cosiddetta
Cronaca di Nestore (il
Povest'
vremennych let)
testimonia inoltre della sottomissione di alcune tribù slave da parte
dei Cazari. Alla metà del secolo IX i Cazari attaccarono gli Slavi del
medio Dnepr, i Poliani, e imposero loro il pagamento di un tributo. "I
Poliani, - si legge nella parte iniziale, non datata, della Cronaca -
dopo essersi consultati, dettero una spada per focolare, e [le spade]
portarono i Chazari al proprio principe e ai propri anziani" (Racconto
dei tempi passati. Cronaca russa del secolo XII,
Einaudi, Torino, 1971, p. 10). E in corrispondenza dell'anno 859
("Anno 6367") viene ricordato che i Cazari riscuotevano il tributo non
solo dai Poliani, ma anche da altre tribù slave: "dai Severiani e dai
Vjatici riscotevano monete d'argento e pelle di scoiattolo per ogni
focolare" (Racconto
dei tempi passati. Cronaca russa del secolo XII,
cit., p. 11). Venticinque anni più tardi però il principe Oleg, figlio
del capostipite dei principi della Rus', vinse i Severiani "e non
permise loro di pagare tributo ai Chazari" (Racconto
dei tempi passati. Cronaca russa del secolo XII,
cit., p. 14); analogo divieto impose ai Radimici. Nel 965 "mosse
Svjatoslav contro i Chazari; avendo avuto sentore di ciò, i Chazari
gli andarono incontro guidati dal loro principe Kagan, e si
scontrarono, e nella battaglia Svjatoslav sopraffece i Chazari e ne
conquistò la città di Belaja Vezha" (Racconto
dei tempi passati. Cronaca russa del secolo XII,
cit., p. 37), ossia l'odierna Sarkel, sul Don. "Nel 969, - scrive
Solzhenitsyn - i russi occupavano tutto il bacino del Volga, con Itil
[la capitale della Cazaria], e le navi russe facevano la loro
apparizione presso Semender, sul litorale di Derbent" (A. Solgenitsin,
op. cit.,
p. 14).
Sconfitti sul
campo, i Cazari fecero ricorso all'arma religiosa. Nel 984, "sullo
sfondo degli scambi intensi fra le terre slave e l'Oriente islamico in
un'epoca in cui il Volga era un asse di comunicazione primario [e]
numerosi musulmani soggiornavano a Kiev accanto a Cazari ebrei e
ricchi mercanti latini o bizantini" (F. Conte,
op. cit.,
p. 412), una delegazione cazara si recò a Kiev allo scopo di
convertire il principe Vladimir, che quattro anni prima si era
impadronito del trono. Da parte sua, la Rus' kievana si trovava
davanti alla necessità di una scelta di campo geopolitica e religiosa
da attuarsi tra Bisanzio, l'Occidente romano-germanico, l'area
islamica e l'impero cazaro.
"È la stessa
cerimonia della conversione di Bulan" (Aldo C. Marturano,
Mescekh. Il
paese degli ebrei dimenticati,
Atena, Poggiardo, 2004, p. 162), ma stavolta la scelta è diversa.
Respinte le proposte di adesione all'Islam fattegli dai Bulgari della
Volga (e "si rifletta su quel che sarebbe potuto accadere qualora il
primo Stato russo si fosse volto all'Islam: l'avvento di una vera e
propria potenza eurasiatica che il lungo periodo del 'giogo' tataro
avrebbe ancor più ancorato all'Asia") (F. Conte, ibidem), il principe
Vladimir rifiutò parimenti le sollecitazioni della delegazione
cattolica di rito latino. Quindi diede udienza agli ambasciatori
cazari, che lo invitarono ad abbracciare il giudaismo. La Cronaca di
Nestore registra la replica del principe: "Come istruite gli altri se
voi stessi siete stati respinti da Dio e dispersi? Se Dio avesse amato
voi e la fede vostra, allora voi non sareste stati dispersi per le
terre straniere. O volete che ciò avvenga anche a noi?" (Racconto
dei tempi passati. Cronaca russa del secolo XII,
cit., p. 50). Alla fine, come è noto, Vladimir accettò il battesimo
secondo il rito greco e sposò una sorella di Basilio II, aprendo così
la Russia alla civiltà bizantina.
Ebbe inizio in
tal modo una diaspora che diffuse in tutta l'Europa centro-orientale i
residui dell'ebraismo cazaro.
In questo
modo, a contraddire la tesi del "ritorno" degli Ebrei nella loro
presunta "patria" palestinese dopo i presunti 1878 anni di esilio
(dalla distruzione del Tempio fatta dai Romani fino alla proclamazione
del cosiddetto "Stato d'Israele"), è proprio la discendenza degli
Ebrei aschenaziti dell'Europa orientale dal popolo cazaro, che di
radici nel Vicino Oriente non ne aveva affatto.
Quanto agli
Ebrei sefarditi, la loro discendenza dalle dodici tribù è stata messa
seriamente in questione dall'opera di Shlomo Sand che ho citata
all'inizio. Ma questa è, per l'appunto, un'altra storia.
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