Quo usque tandem, Magister Iudaice, abutere patientia nostra?
di Francesco Lamendola - 21/01/2010
- AriannaEditrice.it

rabbi Joseph Laras
Il presidente
dell’assemblea rabbinica italiana, Giuseppe Laras, aveva annunciato
polemicamente che non sarebbe stato presente alla visita del pontefice
Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, a causa del processo di
beatificazione in corso per il papa Pio XII. La ragione è che
quest’ultimo non avrebbe fatto abbastanza contro lo sterminio degli
Ebrei durante la seconda guerra mondiale, insomma che sarebbe stato
colpevole di un intollerabile silenzio sulla Shoah.
È stata l’ennesima manifestazione di arroganza da parte di ambienti
ebraici, sia dello Stato di Israele, sia delle diverse comunità
giudaiche esistenti nel mondo, nei confronti della religione cristiana e
particolarmente della Chiesa cattolica. Benedetto XVI sta dando prova di
una pazienza quasi infinita; ma il basso profilo tenuto dai media su
questa vicenda non è dovuto al desiderio di smorzare gli attriti, nel
segno della buona volontà e della riconciliazione, bensì all’influenza
esercitata impropriamente dell’ebraismo sull’informazione e sulla
cultura nel mondo, e specificamente nel nostro Paese.
Tutti hanno paura del ricatto morale: criticare certi atteggiamenti dei
rabbini (o, peggio ancora, del governo israeliano) significherebbe
esporsi all’accusa, implicita o esplicita, di antisemitismo; e da qui
all’accusa, che ormai è divenuta da codice penale (vedi il caso di David
Irving), di negazionismo e magari, perché no, anche di apologia del
nazismo, il passo è ormai breve. Sembra fantapolitica, ma è così. Tutti
hanno paura, una maledetta paura, di passare per razzisti, per degli
scriteriati epigoni di Himmler e compagni; e tutti tacciono. Tacciono, e
inghiottono il rospo; tacciono, e chinano la testa.
E invece bisogna dirlo forte e a chiare lettere: questa ennesima
manifestazione dell’arroganza rabbinica è assolutamente inaccettabile, e
ciò sia per una ragione di metodo, che per una ragione di merito.
La ragione di metodo è che il processo di beatificazione di Pio XII è
cosa che riguarda la Chiesa cattolica ed essa solamente; una faccenda
interna, sulla quale le altre organizzazioni religiose non devono avere
proprio nulla da dire. Sarebbe come immaginare che il papa intervenisse
per contestare la proclamazione del prossimo Dalai Lama: una cosa
semplicemente assurda, che non starebbe né in cielo, né in terra. Fino a
prova contraria, ogni gruppo religioso ha il diritto sacrosanto (è
proprio il caso di chiamarlo così) di regolare le proprie faccende come
meglio crede, senza che altri ci possano mettere il becco.
Se cade questo principio fondamentale, giuridico e insieme di buon
senso, entreremmo in una fase di conflittualità permanente e a tutto
campo tra le diverse religioni; roba da far rimpiangere le guerre di
religione fra cattolici e protestanti del tempo andato. Torneremmo
indietro di secoli; le basi stesse della nostra civiltà verrebbero
rimesse in discussione. Ma, naturalmente, non si tratta di questo;
perché i rabbini che ora non si peritano di intromettersi con petulanza,
ad ogni pie’ sospinto (questo è solo l’ultimo episodio di una lunga
serie), nelle questioni interne della Chiesa cattolica, non pensano
affatto a una reciprocità, se così vogliamo chiamarla, del diritto di
veto. Essi pensano di avere l’esclusiva dell’interdetto nei confronti di
tutti gli altri: infatti, essi sono il popolo eletto, mentre tutti gi
altri sono solo dei miscredenti.
La ragione di merito è che bisognerebbe farla finita, una buona volta,
con la leggenda del colpevole “silenzio” di Pio XII circa la sorte degli
Ebrei durante la seconda guerra mondiale.
Cominciamo col dire che si tratta di una leggenda assai recente.
All’epoca, nessuna voce si levò per criticare il comportamento tenuto al
papa circa la Shoah; e, alla sua morte, nessuna voce di disapprovazione
o di biasimo accompagnò il suo funerale. Erano dunque dei ciechi, dei
vili o degli stolti, i rabbini dell’epoca; erano forse dei nemici della
verità, gli Ebrei che vivevano in Italia e nel resto del mondo?
In secondo luogo, osserviamo che di un tale “silenzio” non è mai stato
accusato alcun personaggio politico dello schieramento alleato: né
Churchill, né Roosevelt, né Stalin. Eppure, essi sapevano quali fossero
i reali termini della “soluzione finale” nazista in maniera assai
precisa e dettagliata, almeno a partire dal 1941. Però non parlarono mai
apertamente di ciò, non minacciarono mai i capi del Terzo Reich di dover
rendere conto del proprio operato, a guerra finita. Anch’essi avrebbero
taciuto, come si disse poi di Pio XII, per non peggiorare ulteriormente
la sorte degli Ebrei perseguitati a morte?
Ma Pio XII non era il capo di Stato di una nazione belligerante; il
Vaticano era neutrale, e obbligato a tenere una posizione politica
“super partes” rispetto la conflitto in corso (anche se poi non lo fece,
perché, almeno a partire dal 1943, prese a favorire decisamente la causa
alleata). Pio XII era rimasto scioccato dalle accuse di parte tedesca,
secondo le quali la Santa sede non sarebbe stata veramente neutrale
durante il primo conflitto mondiale, ma avrebbe favorito la causa degli
Alleati. Nel 1939 egli volle fare di tutto perché non si potesse
ripetere una simile accusa, e si sforzò in ogni modo di apparire
imparziale.
È troppo facile, oggi, dire che proprio questa fu la sua colpa, perché
la sua condanna morale del nazismo avrebbe dovuto essere chiara e netta
sin dall’inizio. A parte il fatto che tale condanna ci fu, a chiare
note, nell’enciclica «Mit Brendenner Sorge» del 14 marzo 1937 (due anni
e mezzo prima che iniziasse la seconda guerra mondiale), tanto è vero
che essa costò la vita a Erich Hausner, capo dell’Azione cattolica
tedesca, e l’internamento a migliaia di cattolici; a parte il fatto che
Hitler, inviperito per la resistenza dei cattolici tedeschi ad accettare
la sua politica antisemita, disse che, dopo gli Ebrei, sarebbe toccata
proprio a loro: resta il fatto, oggi troppo volentieri dimenticato, che,
nel campo alleato, c’era, fra gli altri, un certo Stalin, responsabile
dello sterminio di alcuni milioni di suoi connazionali, fra i quali
numerosi cristiani, di null’altro colpevoli che delle proprie
convinzioni religiose.
La verità è che la seconda guerra mondiale non fu uno scontro tra le
forze del Bene e quelle del Male; le forze in lotta erano tutte del
Male; possiamo, al massimo, discettare su quale fosse il Male minore, ma
così, in termini accademici. Allora le cose non erano poi tanto chiare;
né i bombardamenti aerei alleati, che colpivamo deliberatamente le città
indifese, provocando centinaia di migliaia di vittime tra la popolazione
inerme, davano la sensazione che quelle “fortezze volanti”
appartenessero alle forze del Bene. La stessa cosa si potrebbe dire per
i funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki e per parecchi altri episodi di
ferocia belluina, dei qual si resero responsabili gli Alleati. Fare
finta di non ricordare tutto questo, sarebbe autentica ipocrisia.
Ma torniamo alla questione di Pio XII e della tragedia degli Ebrei
d’Europa. È un fatto, storicamente dimostrato e incontrovertibile, che
egli promosse o incoraggiò l’opera fattiva di salvataggio di migliaia di
Ebrei italiani, specialmente della zona di Roma, e che mise in atto
tutto quel che era possibile fare per salvare il maggior numero
possibile di vite innocenti. La sua residenza di Castel Gandolfo, che
godeva del privilegio della extraterritorialità, era letteralmente
rigurgitante di profughi ebrei, generosamente nascosti dai sacerdoti
cattolici; con la connivenza, bisogna pur dirlo, di alcuni ufficiali
tedeschi cui non era sfuggito tutto quel movimento, ma che, per
umanità, per convinzioni religiose o per semplice ragionevolezza
politica, chiusero tutti e due gli occhi e finsero di non vedere.
Se la Gestapo o le SS avessero eseguito un “blitz” a Castel Gandolfo, ne
avrebbero riportato un ricco bottino di carne da macello, da imbarcare
sui treni per Auschwitz, Maidanek o Treblinka. Così non avvenne, e gli
scampati, memori e grati del beneficio ricevuto, a guerra finita si
guardarono bene dal denunciare un anacronistico “silenzio” del papa sul
loro drammatico destino; ma, anzi, manifestarono in più occasioni la
loro riconoscenza e ammisero francamente che, se erano ancora vivi, lo
dovevano all’abnegazione e alla generosità disinteressata della Chiesa
cattolica, oltre che di tanti cittadini privati, che rischiarono a loro
volta la vita per offrire un rifugio a singole persone o ad intere
famiglie ebraiche.
Basterebbero queste brevi riflessioni, poggianti su solidi fatti, a
chiudere per sempre la sterile polemica sul “silenzio” di Pio XII. Se
egli avesse denunciato pubblicamente il genocidio, il Vaticano sarebbe
stato invaso dalle forze armate germaniche e per tutte le migliaia di
Ebrei che vi avevano trovato rifugio, così come in numerosissime
parrocchie e istituti religiosi d’Italia e dell’intera Europa, sarebbe
stata la fine. La situazione degli Ebrei che già erano stati deportati
nei campi di concentramento non sarebbe migliorata; in compenso, si
sarebbe fatta insostenibile quella dei molti che avevano trovato scampo
e rifugio al riparo della Chiesa cattolica.
Questi sono i fatti, i fatti nudi e crudi; e sfidiamo chiunque - sempre,
naturalmente, che sia in buona fede - a sostenere il contrario.
Ma, si dirà, il Vaticano ha favorito pure la fuga all’estero, alla fine
della seconda guerra mondiale, di alcuni criminali di guerra, nazisti e
collaborazionisti, tra i quali, ad esempio, il capo del regime ustascia
croato, il famigerato dottor Ante Pavelic. Questo è vero; anche se, per
maggior precisione storica (e la precisione, nella storia come nella
filosofia, è tutto), bisognerebbe specificare che non si trattò di una
politica avallata dal Vaticano, ma da alcuni sacerdoti e prelati che
nutrivano, più o meno segretamente, delle simpatie per la sconfitta
causa tedesca.
Certo, all’interno della Chiesa cattolica, politicamente parlando, c’era
(e c’è) di tutto: nessuna meraviglia, a meno di essere degli ipocriti di
professione; succede sempre così, in una grande famiglia. Si dice
perfino che, al giorno d’oggi, il Vaticano sia infiltrato dalla
Massoneria e perfino dalle sette sataniche; è possibile. Perché
meravigliarsene poi tanto? Le società segrete sono in grado di
infiltrarsi dappertutto: è la loro natura, è la loro ragion d’essere.
Per questo nascono, per questo lavorano: il loro scopo è di conquistare
posizioni importanti nella società e nell’amministrazione, senza che i
“profani”se ne avvedano.Ma da qui a dire che il Vaticano è un centro
della Massoneria o del satanismo, ce ne corre. Sarebbe come dire che una
rondine fa primavera: affermazione risibile sia come verità di fatto
(per l’evidenza stessa della cosa), sia come verità di principio (perché
viola le regole fondamentali del pensiero logico).
Dunque, nessuno scandalo per il fatto che alcuni criminali nazisti
furono aiutati da sacerdoti a sottrarsi alla giustizia degli uomini;
giustizia che, non lo si dimentichi, in quel momento voleva dire
vendetta, tanto è vero che il Tribunale di Norimberga si basò su una
mostruosità giuridica: quella di considerare reati con valore
retroattivo quelli che, all’epoca dei fatti, non erano contemplati come
tali da nessun codice civile o militare, come i “crimini contro la
pace”. In base a tale principio, cosa si aspetta a mettere sotto
processo Bush junior per le guerre contro l’Afghanistan e contro l’Iraq,
oltretutto mai dichiarate ufficialmente, ma che sono già costate milioni
di morti?
Un’ultima obiezione degli irriducibili. “Però Pio XII - essi dicono -
non aveva molta simpatia per l’Ebraismo”. Ah, ora ci siamo; ora siamo
arrivati al nocciolo della questione! Nella logica amico/nemico fatta
propria dai settori più oltranzisti dell’ebraismo internazionale (ironie
della storia: questo è appunto il pensiero del maggior filosofo che sia
stato vicino al nazismo, Carl Schmitt!), chi non ama particolarmente
l’Ebraismo, è un suo nemico, e lo si può accusare, a dispetto
dell’evidenza, delle cose peggiori.
Anche se non si tratta affatto di una antipatia biologica, di una forma
di razzismo; ma solo e unicamente di una presa di distanza sul piano
religioso. Sono due cose diverse: bisogna distinguere fra l’Ebraismo
come religione e l’Ebraismo come nazione. Chiunque odia gli Ebrei come
popolo, è un razzista, c’è poco da dire. Ma se qualcuno non apprezza
particolarmente la loro religione, non è per niente un razzista:
esercita un diritto sacrosanto, quello di professare le proprie idee.
È questo, alla fine, che certi rabbini non possono perdonare a pio XII?
Di essere stato l’ultimo papa a tenere un atteggiamento fermo di fronte
all’arroganza di un certo Giudaismo che - quello sì - vorrebbe giudicare
il resto dell’umanità dall’alto in basso, perché si trova al di fuori
della “vera” religione, quella di Abramo, di Isacco e di Giacobbe? Se è
così, allora tutto diventa chiaro.
E ciascuno dovrebbe trarne, onestamente e spassionatamente, le proprie
conclusioni.
Francesco
Lamendola
21 gennaio 2010
Fonte:
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=30146
Questa pagina:
http://www.terrasantalibera.org/magister_iudaice.htm |