Dopo l’attacco alla flottiglia pacifista
Israele è più sola
di Sergio Romano - Panorama.it
- 7 giugno 2010

Alla domanda di un giornalista che
le chiedeva se Israele avesse calcolato gli effetti del suo raid contro
la flottiglia della pace, Tzipi Livni,
ex ministro degli Esteri israeliano e leader del partito Kadima,
ha risposto che in Medio Oriente la scelta è fra opzioni cattive.
È vero. Vi sono circostanze in cui
i governi devono scegliere fra due mali. Ma
è probabile che in questo caso le
autorità israeliane abbiano deliberatamente ignorato o sottovalutato le
ripercussioni internazionali di un gesto legalmente ingiustificabile e
politicamente, con ogni probabilità, controproducente.
La domanda quindi è questa: come è
possibile che un ceto politico colto, esperto e intellettualmente fine
accetti di correre un rischio così alto? Sperava davvero che le sue
spiegazioni avrebbero convinto la maggioranza dell’opinione pubblica
internazionale?
Penso che la spiegazione di ciò
che è accaduto vada ricercata in due fattori strettamente collegati: il
cambiamento della società israeliana e le contraddizioni della sua
politica interna.
Nella prima fase della sua esistenza
Israele fu un paese europeo composto da uomini e donne che erano stati
allevati in un ambiente laico, socialista, esposto alla migliore cultura
politica tedesca, austriaca, francese.
Ma la maggior parte degli
immigrati arrivati dopo la proclamazione dello stato e le due successive
guerre arabo-israeliane (1956 e 1967) proveniva dall’Africa
settentrionale e aveva tradizioni culturali diverse, una forte identità
religiosa, scarsa familiarità con la democrazia.
Arrivarono poi i falascià
dell’Etiopia, gli ortodossi, soprattutto americani, estranei alla
cultura sionista e animati da una specie di irredentismo biblico. E
arrivarono circa 900 mila ebrei russi, spesso solo parzialmente ebrei ma
culturalmente ancora sovietici.
Fra lo stato creato nel 1948 e quello
d’oggi esiste ormai una grande differenza.
Quello d’oggi è meno laico e meno
europeo. È anche meno democratico?
Le sue elezioni sono libere, il
dibattito politico è vivace, la stampa è la migliore dell’intera
regione. Ma il suo sistema politico riflette l’eterogeneità della
società israeliana ed è diventato instabile, rissoso, contraddittorio.
Il paese deve avere una coerente politica palestinese, ma non ha la
forza per impedire la proliferazione degli insediamenti nei territori
occupati. Non può ignorare le esigenze politiche del suo alleato
maggiore, gli Stati Uniti, ma non può dimenticare che la sua
sopravvivenza dipende da partiti che rappresentano i coloni e i gruppi
religiosi più aggressivi.
Ha cercato di giustificare se
stesso rappresentando l’Iran come una minaccia alla propria esistenza e
Hamas come una organizzazione terroristica. Ma l’assedio di Gaza e le
spregiudicate tattiche dei suoi servizi segreti (penso all’omicidio a
Dubai di un leader di Hamas) hanno mal disposto una parte dell’opinione
pubblica. Dopo il raid contro la flottiglia della pace e la morte di
alcuni cittadini turchi, la situazione è resa più grave dal fatto che
molti amici di Israele sono anche amici della Turchia.
Forse Tzipi Livni ha dimenticato
che toccherà ad altri scegliere fra due mali. E non è detto che in
questo caso scelgano di stare con Israele.
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