Anno IV,  Comunicato n. 41 // - 27 febbraio 2009

 

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Da Gaza, dove la guerra non è mai finita

Naoki Tomasini, Peacereporter, 1 febbraio 2009

Al valico di Rafah, gli egiziani fanno sottoscrivere ai giornalisti che se ne andranno dalla Striscia entro il 4 febbraio

Dal nostro inviato a Gaza


"Andiamo a Gaza" si dice alla gente che, come noi, attende al valico di Rafah, sul lato egiziano della Striscia. E non si può fare a meno di aggiungere inn sha allah, se Dio vuole. Centinaia di persone popolano lo spazio antistante il confine, una strada che sembra condurre verso il nulla, una delle tante piste nel nord del Sinai, che si interrompe di fronte alla cancellata sopra cui sventola la bandiera egiziana. Qui si incrociano vite di passaggio, in entrata e in uscita, ma anche molte altre che, loro malgrado, restano.
 


La storia del valico, aperto sotto la responsabilità dell'Autorità Palestinese nel dicembre del 2005, con la supervisione dell'Ue e il controllo occulto di Israele, ha conosciuto diverse stagioni, ma negli ultimi due anni, da quando Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza, Rafah è stato soprattutto il valico chiuso. Sigillato come è stata l'intera Striscia, per imporre un embargo che, speravano in Israele, avrebbe strangolato la leadership del partito islamico, mentre ovviamente a patire è stata la popolazione civile. Dopo l'offensiva israeliana contro la Striscia dell'inizio di gennaio il valico, normalmente riservato ai soli palestinesi, è stato aperto per consentire l'ingresso di aiuti umanitari e l'evacuazione dei feriti. Anche la stampa ha potuto entrare, mentre durante la fase calda dell'offensiva era stata tenuta fuori. Così anche noi, insieme a un gruppo di medici della carovana organizzata dal'Ong Crovevia, ci siamo precipitati a Rafah, per cercare di capire cosa sia davvero accaduto in quei ventidue giorni di inferno.

Ci sono voluti due giorni per entrare, trascorsi da mattina a sera pigiati contro la cancellata, insieme a centinaia di persone che cercavano di attirare l'attenzione delle guardie di confine egiziane indifferenti allo sventolio di permessi e accrediti. Senza fretta smaltiscono le code: decine di tir carichi di aiuti provenienti da tutto il mondo, squadre di ingegneri, medici, operatori della protezione civile, giornalisti, fotografi, cameramen. E palestinesi, in fila con carrelli stracolmi di valige e non solo. Alcuni erano fuggiti durante l'offensiva, altri ben prima, e ora attendono di ritornare a Gaza con tutto quello che sono riusciti ad acquistare in Egitto che a Gaza non si trova o costa troppo. Dagli elettrodomestici fino alle biciclette. Le difficoltà comunque non mancano, ce lo confermano gli uomini della protezione civile francese, cui Israele ha negato il permesso di portare nella Striscia i macchinari per il trattamento delle acque, ( a nulla sono servite le proteste di Parigi, il gruppo ha potuto entrare solo per una missione di valutazione ). E lo confermano anche i simpatici ingegneri giordani, una squadra di uomini armati di casco giallo da cantiere, respinti in blocco insieme ai loro aiuti. In un certo senso, ne è conferma anche la presenza, nei pressi del valico, di personaggi che si aggirano senza dare troppo nell'occhio e propongono ai visitatori respinti di entrare nella Striscia passando per il loro tunnel privato. 300 dollari a persona, il confine è aperto, dunque la quotazione è in calo.

Non ci sono mezze misure nella Striscia di Gaza, due settimane fa mancava tutto, l'emergenza sanitaria pareva di dimensioni apocalittiche e le informazioni dall'interno di Gaza erano scarse e non verificabili. Diverse migliaia di feriti intasavano il fragile sistema sanitario locale, già duramente gravato da anni di embargo. Oggi invece i feriti più gravi sono stati evacuati, e la Striscia è percorsa da squadre di operatori d'ogni tipo, che valutano l'entità dei danni e portano aiuti. Anche la stampa è presente in modo massiccio, ce lo conferma la gente di Gaza: non era mai successo che tutti gli alberghi della Striscia fossero pieni, così come la quasi totalità degli appartamenti in affitto. La caccia alla notizia, alla storia strappalacrime, è aperta.

Si ha quasi l'impressione che ci sia fretta di ripristinare un livello "accettabile" di normalità, di modo che domani la mattanza possa ricominciare. E del resto la guerra non è finita, questa è una tregua. Nei giorni scorsi Israele ha continuato a colpire il sud di Rafah nel tentativo di distruggere le centinaia di tunnel per il contrabbando che collegano al lato egiziano, ferendo una decina di palestinesi. Un soldato israeliano è stato ucciso da un'esplosione al confine ( non rivendicata da alcun gruppo) e Tsahal ha risposto con un raid aereo su Khan Younis uccidendo un miliziano di Hamas. Numeri che non fanno notizia ma che confermano: questa tregua è solo una temporanea quiete. Giovedì l'inviato di Obama al Cairo ha parlato di "ostacoli sostanziali" alla ripresa del processo di pace, il ministro della Difesa israeliano e il premier Olmert insistono a parlare di attacchi "botta e risposta". Venerdì un alto esponente di Hamas è uscito dalla latitanza per annunciare "abbiamo vinto noi". Tra sabato e domenica mattina almeno quattro razzi sparati dai miliziani palestinesi hanno raggiunto la città di Ashkelon, nel sud di Israele, e il premier israeliano Olmert ha ironicamente promesso una reazione "sproporzionata".

La storia recente di questo conflitto insegna che Israele non commette atrocità in presenza della stampa e della diplomazia internazionale, quindi la gente di Gaza è convinta che una nuova offensiva, se ci sarà, avverrà quando l'inviato di Obama sarà tornato a Washington e i giornalisti saranno usciti. Quando? Difficile a dirsi, se Tsahal ha ancora obiettivi militari da colpire lo farà certamente prima delle elezioni, e ormai manca poco. Ma c'è un altro dato che lascia poco spazio all'ottimismo: i giornalisti entrati nella Striscia dal valico di Rafah negli ultimi giorni, noi compresi, hanno dovuto firmare una dichiarazione in cui si promette di lasciare il territorio palestinese entro il 4 febbraio, dopo di che il confine verrà di nuovo chiuso, non si sa per quanto né per quale motivo. E' possibile che si tratti di manovre tecniche per riaprire successivamente il valico sotto la responsabilità di una missione internazionale come proposto nelle trattative del Cairo, oppure, come si vociferava all'interno del terminal di Rafah, potrebbe essere pronta una nuova offensiva. Al momento, la sola certezza è che noi non ce ne andremo.

Naoki Tomasini


Link originale :

it.peacereporter.net/articolo/14013/Gaza%2C+la+guerra+non+%26egrave%3B+mai+finit

Link a questa pagina : http://www.terrasantalibera.org/gazaguerramaifinita.htm


 

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