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Al valico di Rafah, gli egiziani fanno sottoscrivere ai
giornalisti che se ne andranno dalla Striscia entro il 4
febbraio
Dal nostro inviato a Gaza
"Andiamo a Gaza" si dice alla gente che, come noi, attende al
valico di Rafah, sul lato egiziano della Striscia. E non si può
fare a meno di aggiungere inn sha allah, se Dio vuole. Centinaia
di persone popolano lo spazio antistante il confine, una strada
che sembra condurre verso il nulla, una delle tante piste nel
nord del Sinai, che si interrompe di fronte alla cancellata
sopra cui sventola la bandiera egiziana. Qui si incrociano vite
di passaggio, in entrata e in uscita, ma anche molte altre che,
loro malgrado, restano.

La storia del valico, aperto sotto la responsabilità
dell'Autorità Palestinese nel dicembre del 2005, con la
supervisione dell'Ue e il controllo occulto di Israele, ha
conosciuto diverse stagioni, ma negli ultimi due anni, da quando
Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza, Rafah è
stato soprattutto il valico chiuso. Sigillato come è stata
l'intera Striscia, per imporre un embargo che, speravano in
Israele, avrebbe strangolato la leadership del partito islamico,
mentre ovviamente a patire è stata la popolazione civile. Dopo
l'offensiva israeliana contro la Striscia dell'inizio di gennaio
il valico, normalmente riservato ai soli palestinesi, è stato
aperto per consentire l'ingresso di aiuti umanitari e
l'evacuazione dei feriti. Anche la stampa ha potuto entrare,
mentre durante la fase calda dell'offensiva era stata tenuta
fuori. Così anche noi, insieme a un gruppo di medici della
carovana organizzata dal'Ong Crovevia, ci siamo precipitati a
Rafah, per cercare di capire cosa sia davvero accaduto in quei
ventidue giorni di inferno.
Ci sono voluti due giorni per entrare, trascorsi da mattina a
sera pigiati contro la cancellata, insieme a centinaia di
persone che cercavano di attirare l'attenzione delle guardie di
confine egiziane indifferenti allo sventolio di permessi e
accrediti. Senza fretta smaltiscono le code: decine di tir
carichi di aiuti provenienti da tutto il mondo, squadre di
ingegneri, medici, operatori della protezione civile,
giornalisti, fotografi, cameramen. E palestinesi, in fila con
carrelli stracolmi di valige e non solo. Alcuni erano fuggiti
durante l'offensiva, altri ben prima, e ora attendono di
ritornare a Gaza con tutto quello che sono riusciti ad
acquistare in Egitto che a Gaza non si trova o costa troppo.
Dagli elettrodomestici fino alle biciclette. Le difficoltà
comunque non mancano, ce lo confermano gli uomini della
protezione civile francese, cui Israele ha negato il permesso di
portare nella Striscia i macchinari per il trattamento delle
acque, ( a nulla sono servite le proteste di Parigi, il gruppo
ha potuto entrare solo per una missione di valutazione ). E lo
confermano anche i simpatici ingegneri giordani, una squadra di
uomini armati di casco giallo da cantiere, respinti in blocco
insieme ai loro aiuti. In un certo senso, ne è conferma anche la
presenza, nei pressi del valico, di personaggi che si aggirano
senza dare troppo nell'occhio e propongono ai visitatori
respinti di entrare nella Striscia passando per il loro tunnel
privato. 300 dollari a persona, il confine è aperto, dunque la
quotazione è in calo.
Non ci sono mezze misure nella Striscia di Gaza, due settimane
fa mancava tutto, l'emergenza sanitaria pareva di dimensioni
apocalittiche e le informazioni dall'interno di Gaza erano
scarse e non verificabili. Diverse migliaia di feriti intasavano
il fragile sistema sanitario locale, già duramente gravato da
anni di embargo. Oggi invece i feriti più gravi sono stati
evacuati, e la Striscia è percorsa da squadre di operatori
d'ogni tipo, che valutano l'entità dei danni e portano aiuti.
Anche la stampa è presente in modo massiccio, ce lo conferma la
gente di Gaza: non era mai successo che tutti gli alberghi della
Striscia fossero pieni, così come la quasi totalità degli
appartamenti in affitto. La caccia alla notizia, alla storia
strappalacrime, è aperta.
Si ha quasi l'impressione che ci sia fretta di ripristinare un
livello "accettabile" di normalità, di modo che domani la
mattanza possa ricominciare. E del resto la guerra non è finita,
questa è una tregua. Nei giorni scorsi Israele ha continuato a
colpire il sud di Rafah nel tentativo di distruggere le
centinaia di tunnel per il contrabbando che collegano al lato
egiziano, ferendo una decina di palestinesi. Un soldato
israeliano è stato ucciso da un'esplosione al confine ( non
rivendicata da alcun gruppo) e Tsahal ha risposto con un raid
aereo su Khan Younis uccidendo un miliziano di Hamas. Numeri che
non fanno notizia ma che confermano: questa tregua è solo una
temporanea quiete. Giovedì l'inviato di Obama al Cairo ha
parlato di "ostacoli sostanziali" alla ripresa del processo di
pace, il ministro della Difesa israeliano e il premier Olmert
insistono a parlare di attacchi "botta e risposta". Venerdì un
alto esponente di Hamas è uscito dalla latitanza per annunciare
"abbiamo vinto noi". Tra sabato e domenica mattina almeno
quattro razzi sparati dai miliziani palestinesi hanno raggiunto
la città di Ashkelon, nel sud di Israele, e il premier
israeliano Olmert ha ironicamente promesso una reazione
"sproporzionata".
La storia recente di questo conflitto insegna che Israele non
commette atrocità in presenza della stampa e della diplomazia
internazionale, quindi la gente di Gaza è convinta che una nuova
offensiva, se ci sarà, avverrà quando l'inviato di Obama sarà
tornato a Washington e i giornalisti saranno usciti. Quando?
Difficile a dirsi, se Tsahal ha ancora obiettivi militari da
colpire lo farà certamente prima delle elezioni, e ormai manca
poco. Ma c'è un altro dato che lascia poco spazio all'ottimismo:
i giornalisti entrati nella Striscia dal valico di Rafah negli
ultimi giorni, noi compresi, hanno dovuto firmare una
dichiarazione in cui si promette di lasciare il territorio
palestinese entro il 4 febbraio, dopo di che il confine verrà di
nuovo chiuso, non si sa per quanto né per quale motivo. E'
possibile che si tratti di manovre tecniche per riaprire
successivamente il valico sotto la responsabilità di una
missione internazionale come proposto nelle trattative del
Cairo, oppure, come si vociferava all'interno del terminal di
Rafah, potrebbe essere pronta una nuova offensiva. Al momento,
la sola certezza è che noi non ce ne andremo.
Naoki Tomasini
Link originale :
it.peacereporter.net/articolo/14013/Gaza%2C+la+guerra+non+%26egrave%3B+mai+finit
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/gazaguerramaifinita.htm
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