
Un rapporto dell’“Ireland Palestine Solidarity
Campaign”
Unit 5, 64 Dame Street, Dublin 2, Ireland.
Indice
Riassunto
1 – Il Partenariato Euro-Mediterraneo
1.1) La Dichiarazione di Barcellona
1.2) Le violazioni israeliane della Dichiarazione di Barcellona nel
1995
1.3) Due pesi e due misure dell’UE nei confronti di Israele e Russia
1.4) Due pesi e due misure dell’UE nei confronti di Israele ed Iran
1.5) Le violazioni israeliane della Dichiarazione di Barcellona oggi
2 – L’accordo Euro-Med
2.1) La clausola dei diritti dell’uomo nell’Accordo Euro-Med
2.2) Le violazioni israeliane del diritto internazionale umanitario
2.3) L’UE viene meno ai suoi obblighi di agire di fronte alle
violazioni israeliane
3 – La Politica Europea di Vicinato (PEV)
3.1) Obiettivo della PEV
3.2) La discriminazione israeliana contro la sua minoranza araba
3.3) Le azioni israeliane nei Territori Occupati
3.4) L’UE ignora l’appello del Primo Ministro Palestinese
4 – L’Accordo sui Movimenti e l’Accesso (AMA)
4.1) Il passaggio di Rafah verso l’Egitto
4.2) Le altre promesse dell’accordo AMA
5 – Conclusioni
Allegati
a) I fatti rilevanti delle relazioni UE-Israele
b) Le violazioni israeliane della Carta delle Nazioni Unite
c) Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza violate da Israele
d) La Corte Internazionale di Giustizia a proposito del Muro
e) Riferimenti
Riassunto
Il 1 settembre 2008, l’UE ha deciso che i suoi rapporti con la Russia
circa un nuovo accordo di partenariato sarebbero stati rinviati «
finché le truppe (russe) avessero riguadagnato le loro posizioni,
occupate prima del 7 agosto », ovvero fin quando l’occupazione
militare russa della Georgia (almeno al di fuori dell’Ossezia del Sud
e dell’Abcasia) non fosse terminata.
Il 28 novembre 1995, l’UE ha autorizzato Israele a diventare partner,
secondo i termini del Partenariato Euro-Mediterraneo riguardante gli
Stati che si affacciano sul Mediterraneo. All’epoca, le truppe
israeliane occupavano in parte il Libano e la Siria e i Territori
Occupati Palestinesi (la Cisgiordania e Gaza) da molti anni: il Libano
dal 1978, gli altri territori dal 1967.
Evidentemente, l’UE ha applicato delle regole molto differenti nelle
sue relazioni con Israele e la Russia. Se le condizioni applicate alla
Russia nel settembre 2008 lo fossero state anche con Israele nel
novembre 1995, epoca in cui lo Stato ebraico era candidato al
partenariato, l’UE avrebbe rifiutato d’intavolarvi dei negoziati
finché le truppe israeliane non si fossero ritirate dal Libano, dalla
Siria e dai Territori Occupati Palestinesi.
C’è un altro aspetto sorprendente delle relazioni europee con Israele:
l’UE ha firmato senza batter ciglio degli accordi con Israele proprio
mentre, al momento della firma, questo Stato violava gli obblighi
enunciati in questi accordi.
Il Libano, la Siria ed Israele hanno firmato la Dichiarazione di
Barcellona e sono divenuti partner dell’UE nel novembre 1995. A
quell’epoca, alcune delle regioni del Libano e delle Siria erano sotto
occupazione militare israeliana e le Alture del Golan erano state
annesse da Israele. In maniera evidente, Israele veniva meno al suo
impegno di « rispettare l’unità e l’integrità territoriali » dei suoi
partner libanesi e siriani nel 1995, ovvero al momento della firma
della Dichiarazione di Barcellona comprendente quest’obbligo. Ma l’UE
chiuse gli occhi sulla violazione israeliana dell’accordo di
partenariato e l’autorizzò a diventare socio europeo.
E l’UE ha continuato a chiudere gli occhi da allora ed ha concesso ad
Israele di restare partner europeo, anche se oggi i territori siriani
e libanesi rimangono ancora sotto occupazione militare israeliana e la
sua aviazione militare invade frequentemente lo spazio aereo libanese.
L’UE ha concluso un certo numero di accordi con Israele, a partire dal
Partenariato Euro-Mediterraneo firmato nel novembre 1995. Questi
accordi obbligano i firmatari, ivi compreso Israele, a sottostare ai
principi generalmente riconosciuti del diritto internazionale.
Noi sosteniamo che Israele è stato, ed è ancora, colpevole di
violazioni di diversi principi normalmente ammessi del diritto
internazionale senza curarsi dei suoi obblighi relativi agli accordi
con l’UE. Documentiamo alcune delle sue violazioni in questo rapporto.
Malgrado ciò, l’Europa ha costantemente chiuso gli occhi su queste
violazioni e, senza tenerne conto, ha esteso le sue relazioni con
Israele in maniera ininterrotta, la più recente delle quali risale al
16 giugno 2008.
Come abbiamo detto, secondo il Partenariato Euro-Mediterraneo, Israele
è tenuto a « rispettare l’unità e l’integrità territoriali » dei suoi
consociati, cosa che non ha mai fatto nei riguardi del Libano e della
Siria da quando il Partenariato esiste – dato che ha occupato
militarmente delle zone dei loro territori. Secondo il Partenariato
Euro-Mediterraneo, Israele è ugualmente tenuto ad « agire
conformemente alla carta della Nazioni Unite », ancora una volta cosa
evidentemente mai rispettata dalla nascita del Partenariato – poiché
continua a violare più risoluzioni del Consiglio di Sicurezza della
Nazioni Unite di ogni altro Stato al mondo. L’UE ha chiuso gli occhi
su tutte queste violazioni di Israele e non ha esitato a mantenerlo
come partner.
L’Accordo d’Associazione con Israele, secondo il Partenariato
Euro-Mediterraneo, comunemente conosciuto come Accordo Euro-Med, dà ad
Israele un accesso privilegiato al mercato dell’UE. In conformità
all’Articolo 2 di tale Accordo, « il rispetto dei diritti dell’uomo e
dei principi democratici” ne costituisce un “elemento essenziale » –
non un elemento opzionale, né auspicabile, ma un elemento essenziale.
Non c’è il minimo dubito che Israele abbia continuamente mancato i
suoi obblighi: l’esempio più recente è il suo strangolamento economico
del popolo di Gaza nel 2007/2008, che l’Unione Europea stessa ha
descritto come una « punizione collettiva », contraria al diritto
internazionale umanitario. Pertanto, l’UE ha ancora una volta chiuso
gli occhi di fronte a queste inosservanze israeliane del diritto
internazionale umanitario e si è rifiutata di considerare una
sospensione dell’Accordo finché Israele non adempiesse i suoi
obblighi.
Dal 1995, Israele è partner dell’UE nell’ambito della politica europea
di vicinato (PEV). Anche qui, Israele dovrebbe prendere delle misure
al fine di promuovere e di proteggere i diritti della sua minoranza
araba e di cercare un regolamento globale del conflitto in Medio
Oriente. Questa è la conclusione di un rapporto della Commissione
Europea sui progressi israeliani in quest’ambito, pubblicato
nell’aprile 2008.
« Le questioni sollevate circa il dialogo politico comprendevano tra
l’altro: il processo di pace, la situazione nel Vicino Oriente, la
situazione della minoranza araba in Israele, le restrizioni al diritto
di circolazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, la
costruzione del muro di separazione, le detenzioni amministrative, lo
smantellamento degli avamposti, il previsto sviluppo di alcune colonie
israeliane a Gerusalemme est, la moltiplicazione dei check-point. In
realtà, sono stati realizzati pochi progressi concreti su queste
questioni ».
Ancora una volta, l’UE ha chiuso gli occhi sull’assenza di progresso
da parte di Israele ed ha deciso il 16 giugno 2008 di « rinforzare »
le sue relazioni con questo Stato.
1 Il Partenariato Euro-Mediterraneo
La Sezione 1 descrive alcuni dei termini-chiave della Dichiarazione di
Barcellona, che stabilisce il Partenariato Euro-Mediterraneo. Essa
mostra che Israele infrangeva già gli obblighi enunciati nella
Dichiarazione al momento della firma ed ha continuato a farlo da
allora. Mostra che l’UE impone degli standard molto diversi tra un
partenariato con la Russia ed uno con Israele – un’occupazione
militare israeliana non è un ostacolo ad un partenariato con l’UE.
Mette in contrasto la preoccupazione dell’UE riguardo le presunte armi
nucleari dell’Iran con la sua assenza di preoccupazione per quelle
reali d’Israele. Infine, questa Sezione descrive le infrazioni della
Dichiarazione da parte d’Israele al giorno d’oggi.
1.1 La Dichiarazione di Barcellona
Il più importante sviluppo delle relazioni dell’UE con Israele (vd.
Allegato A) si è avuto nel novembre 1995, con la firma della
Dichiarazione di Barcellona [1]
che stabilisce il Partenariato Euro-Mediterraneo [2].
Questo Partenariato includeva 15 Stati europei più 11 Stati della
regione mediterranea (Algeria, Cipro, Egitto, Israele, Giordania,
Libano, Malta, Marocco, Siria, Tunisia e Turchia) e l’Autorità
Palestinese.
La Dichiarazione di Barcellona instaurò quello che descriveva come «
un partenariato globale tra i partecipanti » che s’impegnano a
conformarsi alle norme internazionali nelle loro relazioni reciproche,
promettendo:
« di agire in conformità alla Carta delle Nazioni Unite e alla
Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, così come agli altri
obblighi del diritto internazionale, ed in particolare quelli dettati
dagli organismi internazionali o regionali di cui fanno parte. ».
I partecipanti s’impegnano ugualmente ad un certo numero di obblighi
specifici nel rispetto dei loro “partner” del Partenariato
Euro-Mediterraneo, ad esempio:
(1) « astenersi, in conformità con le
regole del diritto internazionale, da tutti gli interventi diretti o
indiretti negli affari interni di un altro partner »;
(2) « rispettare l’integrità e l’unità
territoriali di ciascuno degli altri partner »;
(3) « risolvere i loro conflitti in
maniera pacifica, fare appello a tutti i partecipanti a rinunciare a
ricorrere alla minaccia o all’uso della forza contro l’integrità
territoriale di un altro partecipante, ivi compresa l’acquisizione di
territorio tramite la forza, ed a riaffermare il diritto ad esercitare
pienamente la sua sovranità con mezzi legittimi in conformità alla
Carta delle Nazioni Unite ed al diritto internazionale ».
1.2 Le violazioni israeliane della Dichiarazione
di Barcellona nel 1995
Nel 1995, quando Israele firmò la Dichiarazione di Barcellona e
s’impegnò a conformarsi ai suoi principi, Libano e Siria fecero lo
stesso. A quell’epoca, Israele occupava militarmente delle regioni del
Libano e della Siria e aveva annesso le Alture del Golan siriane.
Senza alcuno sforzo d’immaginazione, non si poteva pretendere che
Israele si astenesse dall’intervenire negli affari interni dei suoi
soci libanesi e siriani, o rispettasse la loro integrità territoriale
o regolasse le sue differenze con loro tramite mezzi pacifici.
Evidentemente, Israele contravveniva ai suoi obblighi 1, 2, 3 della
Dichiarazione di Barcellona nel momento in cui la firmò.
In quel periodo, Israele non rispettava neanche l’obbligo generale
della Dichiarazione di Barcellona « d’agire conformemente alla Carta
delle Nazioni Unite ». Occupava militarmente la Cisgiordania e la
Striscia di Gaza (così come alcune zone del Libano e della Siria),
senza curarsi dell’Articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite (vd.
Allegato B). Inoltre, l’Articolo 25 della Carta delle Nazioni Unite
esige che i suoi Stati-membri « accettino ed eseguano le decisioni del
Consiglio di Sicurezza » [3].
Nel 1995, Israele violava 25 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
che pretendeva alcuni atti da parte sua e da lui solamente (vd.
Allegato C). Esse chiedevano, tra le altre cose, che Israele:
Cessasse
le costruzione di colonie nei territori occupati, compresa
Gerusalemme;
Annullasse
la sua annessione di Gerusalemme-est e delle Alture del Golan;
Aprisse
le sue istallazioni nucleari agli ispettori dell’AIEA.
Il presidente Bush, il 12 settembre 2002, ha dichiarato all’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite: « Noi vogliamo che le Nazioni Unite
siano efficaci, rispettate e coronate da successo. Vogliamo che le
risoluzioni dell’organismo multilaterale più importante al mondo siano
applicate. ».
Israele non ha alcuna scusa per non eseguire « le risoluzioni
dell’organismo multilaterale più importante al mondo ».
È chiaro che Israele infrangeva l’obbligo generale della Dichiarazione
di Barcellona « di agire conformemente alla Carta delle Nazioni Unite
» al momento della firma.
Ed è pur vero che l’UE, senza batter ciglio, fece di Israele un
partner nel 1995, sebbene al tempo esso non rispettasse le condizioni
della Dichiarazione di Barcellona. L’Europa chiuse gli occhi di fronte
queste violazioni quando Israele firmò l’accordo di partenariato – e
l’autorizzò a diventare partner europeo.
È così che l’UE ha adottato una posizione sconcertante.
1.3 Due pesi e le due misure dell’UE nei
confronti di Israele e Russia
Nel settembre 2008, l’UE decise che i suoi incontri con la Russia
circa un nuovo accordo di partenariato sarebbero aggiornati « finché
le truppe (russe) avessero riguadagnato le loro posizioni, occupate
prima del 7 agosto » [4],
in altre parole fin quando l’occupazione militare russa della Georgia
(almeno al di fuori dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia) fosse
terminata.
Nel novembre 1995, l’UE autorizzò Israele a diventare partner europeo,
nel momento in cui le truppe israeliane occupavano in parte il Libano,
la Siria ed i Territori Occupati Palestinesi (Cisgiordania e Gaza) da
molti anni – il Libano dal 1978, gli altri territori dal 1967. Se le
condizioni applicate alla Russia nel settembre 2008 lo fossero state
ad Israele nel 1995, l’UE avrebbe rifiutato d’aprire delle
negoziazioni con Israele, allora candidato al partenariato fino a
quando le truppe israeliane si fossero ritirate dal Libano, dalla
Siria e dai Territori Occupati Palestinesi.
È dunque evidente che l’UE ha applicato dei criteri molto differenti
nelle relazioni con Israele e la Russia. Da un lato, Israele fu
autorizzato a diventare partner europeo nel 1995, mentre ampie fasce
di territorio non appartenenti a lui subivano la sua occupazione
militare da molti anni, ed è autorizzato a rimanere partner anche se
la maggior parte di tali territori è ancor oggi sotto occupazione.
All’opposto, la Russia non è autorizzata ad entrare nei negoziati in
vista di un partenariato con l’UE se non pone fine alla sua
occupazione di un mese dei territori della Georgia.
Quale giustificazione può esserci per cui l’Europa applica dei criteri
così radicalmente differenti con Israele e Russia?
1.4 Due pesi e due misure dell’UE nei confronti
di Israele ed Iran
Nella Dichiarazione di Barcellona, Israele firmò ugualmente quanto
segue:
« Le parti ricercheranno un Medio Oriente che sia libero dalle armi di
distruzione di massa, nucleari, chimiche o biologiche, così come dei
loro vettori, e che sia mutualmente e realmente verificabile.
Inoltre, le parti rifletteranno sulle misure pratiche per impedire la
proliferazione delle armi nucleari, chimiche e biologiche, così come
un’accumulazione di armi convenzionali. ».
Israele è l’unico Stato del Medio Oriente che possiede l’arma nucleare
(e probabilmente l’unico che possiede armi chimiche e biologiche).
Dunque, il suo disarmo completo è una condizione necessaria, e
probabilmente sufficiente, per giungere ad un « Medio Oriente libero
da armi di distruzione di massa », come lo esige la Dichiarazione di
Barcellona. Pertanto, i progressi per arrivarvi sono soprattutto stati
notati per la loro assenza da quando Israele si è impegnato a
perseguire quest’obiettivo nel 1995.
Non vi è stato più alcun progresso riguardante la domanda del
Consiglio di Sicurezza nella sua risoluzione 487, votata il 19 giugno
1981, che « Israele…metta immediatamente le sue installazioni nucleari
sotto il controllo dell’AIEA (Agenzia Internazionale dell’Energia
Atomica) » [5].
27 anni dopo, Israele non ha ancora aperto le sue installazioni
nucleari agli ispettori dell’AIEA, come a non aver notato le pressioni
da parte dell’UE per rispettare tale richiesta, senza parlare del
disarmo al fine di pervenire ad una zona denuclearizzata nel Medio
Oriente, che i firmatari della Dichiarazione di Barcellona dicono di
voler « perseguire ».
Tutto ciò si scontra col fatto che le installazioni nucleari iraniane,
incluse quelle dell’arricchimento dell’uranio, sono aperte agli
ispettori dell’AIEA. Vale la pena sottolineare che, dopo approfondite
ispezioni in Iran, l’AIEA non ha trovato alcuna prova che questo paese
abbia un programma di armamento nucleare, o l’abbia mai avuto. Al
contrario, Israele dispone di armi nucleari e di loro diversi vettori
da circa 40 anni. Si stima che oggi Israele possieda circa 200 testate
nucleari, compresi alcuni missili lanciati da sottomarini. Ha la
capacità di cancellare dalla carta geografica l’Iran e tutti gli Stati
arabi premendo un bottone.
È strano che l’Europa faccia attivamente pressione sull’Iran circa le
sue attività nucleari, ma non su Israele, nonostante l’esigenza del
suo accordo di partenariato con questo paese di « ricercare un Medio
Oriente libero da armi di distruzione di massa, che sia mutualmente e
realmente verificabile. ».
1.5 Le violazioni israeliane della Dichiarazione
di Barcellona oggi
Oggi, Israele infrange sempre le condizioni del Partenariato
Euro-Mediterraneo così come vengono definite nella Dichiarazione di
Barcellona, in diversi modi, esattamente come faceva nel 1995.
La Cisgiordania e Gaza rimangono sotto controllo militare israeliano,
come lo sono delle zone del Libano e della Siria, mentre
Gerusalemme-est e le Alture del Golan restano annesse.
Oggi Israele viola ugualmente più risoluzioni del Consiglio di
Sicurezza, il quale pretende degli atti da parte sua e da lui
solamente (vd. Allegato C). La costruzione di colonie giudee sui
territori arabi occupati avanza rapidamente, sfidando le risoluzioni
del Consiglio di Sicurezza, ed il numero totale di colonie giudee
attualmente è di circa 500.000.
Dal 1995, Israele ha aggiunto alle sue attività illegali, in quanto
potenza occupante, la costruzione di un muro in Cisgiordania. Nel
luglio 2004, la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato (vd.
Allegato D):
« A. La costruzione del muro intrapresa
da Israele, la Potenza occupante, nei Territori Occupati Palestinesi,
compresi in ed intorno Gerusalemme-est, così come le condizioni
politiche che gli sono associate, sono contrarie al diritto
internazionale; »
« B. Israele è nella necessità di porre
fine alle sue violazioni del diritto internazionale; ha l’obbligo di
fermare immediatamente i lavori di costruzione del muro attualmente
eretto nei Territori Occupati Palestinesi, compresi in ed intorno
Gerusalemme-est, di smantellare subito le strutture che vi si trovano
e di abrogare o di rendere caduche immediatamente tutte le misure
legislative e i regolamenti relativi, in conformità al paragrafo 151
di questo Avviso. »
Israele ha categoricamente rifiutato di sottostare alla decisione
della Corte – ed ha continuato a costruire il muro, nonostante i suoi
impegni della Dichiarazione di Barcellona di conformarsi alle esigenze
del Diritto internazionale.
Il ricorso alla forza di Israele e la minaccia di ricorrervi, che sono
contrari all’Articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite, continuano
indisturbati. Il 6 settembre 2007, un aereo israeliano è entrato nello
spazio aereo siriano ed ha bombardato un edificio che supponeva
riparare un’installazione nucleare (cosa che non è chiaramente
compatibile col principio di risolvere i conflitti tra partner tramite
mezzi pacifici, come pretende la Dichiarazione di Barcellona).
L’aviazione israeliana invade regolarmente lo spazio aereo libanese e
viola la sovranità del Libano; per altro, non vi è in pratica un solo
giorno senza che un membro del governo israeliano non minacci di
attaccare l’Iran.
Si potrebbe pensare che questo disprezzo permanente che mostra Israele
per i principi inseriti nella Dichiarazione fondante il partenariato,
conduca l’Unione Europea ad interrogarsi sull’attitudine di Israele ad
essere partner. Ma, al contrario, il 16 giugno 2008, l’UE ha deciso di
« rinforzare » il suo partenariato con Israele.
2 L’Accordo Euro-Mediterraneo
La sezione 2 espone a grandi linee le disposizioni relative ai diritti
dell’uomo nell’Accordo Euro-Med, firmato da Israele nel 1995. Essa si
appoggia su fonti delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e del
governo irlandese, le quali affermano senza eccezioni che Israele ha
violato il diritto umanitario internazionale col suo strozzamento
economico di Gaza. Conclude che l’UE ha chiuso gli occhi sulla
inosservanza di Israele dei suoi impegni umanitari secondo l’Accordo
Euro-Med.
2.1 La clausola dei diritti dell’uomo
nell’Accordo Euro-Med
Nel novembre 1995, Israele ha firmato un Accordo d’Associazione [6]
con l’UE secondo il Partenariato Euro-Mediterraneo. È comunemente noto
come l’Accordo Euro-Med. Esso ha fornito ad Israele un accesso
privilegiato al mercato dell’UE dal 2000. Oggi, circa il 33% delle
esportazioni di Israele va verso l’UE e il 37% delle sue importazioni
proviene dall’UE (raggiungendo rispettivamente 9.8 e 13.8 miliardi di
euro nel 2006).
L’Accordo Euro-Med comporta anche degli obblighi in materia di diritti
dell’Uomo. L’articolo 2 dell’Accordo sancisce che:
« Le relazioni tra le Parti, come pure le disposizioni dell’Accordo
stesso, saranno fondate sul rispetto dei diritti dell’uomo e dei
principi democratici, che guiderà la loro decisione politica interna
ed internazionale e costituirà un elemento essenziale di
quest’Accordo. ».
È affermare senza mezzi termini che il rispetto dei diritti dell’Uomo
da parte di Israele è un « elemento essenziale » dell’Accordo – non
opzionale, né auspicabile, ma essenziale.
2.2 Le violazioni israeliane del diritto
internazionale umanitario
Non c’è il minimo dubbio che Israele è puntualmente venuto meno ai
suoi obblighi, l’esempio più recente di ciò è lo strangolamento
economico della popolazione di Gaza nel 2007-2008. A questo proposito,
John Holmes, sottosegretario delle Nazioni Unite per gli Affari
Umanitari e Coordinatore dell’Aiuto d’Urgenza, ha dichiarato al
Consiglio di Sicurezza il 26 febbraio 2008:
«…l’efficace isolamento israeliano di Gaza non è giustificato, visti i
permanenti obblighi d’Israele nei confronti della popolazione di Gaza.
Ciò sembra una punizione collettiva ed è contraria al diritto
internazionale umanitario. » [7].
La punizione collettiva è contraria all’Articolo 33 della Quarta
Convenzione di Ginevra, che afferma:
« Nessuna persona sotto protezione può essere punita per un delitto
che non ha personalmente commesso. Tutte le pene collettive e
ugualmente tutte le misure d’intimidazione o di terrorismo sono
vietate. » [8]
La stessa UE ha descritto lo strangolamento economico di Gaza come «
una punizione collettiva », come afferma il Commissario alle Relazioni
Estere, Benita Ferrero-Waldner:
« Sono contraria a questa punizione collettiva della popolazione di
Gaza. Esorto le autorità di Israele a riprendere la consegna di
carburante e ad aprire la frontiera per permettere il transito delle
scorte umanitarie e utilitarie. » [9]
Il ministro degli affari esteri irlandese, Dermot Ahern, condivideva
lo stesso punto di vista, dicendo al giornale Dail Eireann l’11 marzo
2008:
« Sono profondamente preoccupato per l’aggravarsi della situazione
umanitaria a Gaza. È inaccettabile che Israele si permetta d’isolare
la popolazione di Gaza e interrompa gli approvvigionamenti di prodotti
essenziali al fine di esercitare una pressione su di essa ed indurla a
respingere Hamas. Come le Nazioni Unite, anch’io riconosco che ciò
costituisce una punizione collettiva illegale nei confronti del
diritto internazionale umanitario. » [10]
2.3 L’UE viene meno ai suoi obblighi di agire di
fronte alle violazioni israeliane
Dunque, l’ONU, l’UE e l’Irlanda condividono la stessa ferma
convinzione che, per il suo strangolamento economico di Gaza, Israele
ha violato il diritto umanitario internazionale. E ciò non costituisce
un’eccezione di un comportamento d’altro canto irreprensibile circa il
rispetto dei diritti dell’uomo. È tutto il contrario, la punizione
collettiva del popolo di Gaza è apertamente riconosciuta come politica
dal governo israeliano, in vigore da anni e in più o meno vasta scala.
Così, mentre Israele limitava l’arrivo delle navi contenenti prodotti
alimentari per Gaza, Dov Weisglass, un alto consigliere del governo,
spiegava in una sua famosa dichiarazione che « l’idea è di mettere i
palestinesi a dieta ma non di farli morire di fame. » [11]
Non c’è il minimo dubbio che con lo strangolamento economico di Gaza
nel 2007-2008, Israele ha infranto i suoi obblighi di rispetto dei
diritti dell’uomo, obblighi definiti dall’Articolo 2 dell’Accordo
d’Associazione come un « elemento essenziale » dell’Accordo. Se
l’Articolo 2 ha una reale importanza, allora l’Accordo con Israele
deve essere sospeso.
Ma ancora una volta, l’Europa ha chiuso gli occhi di fronte alle
violazioni di Israele dei suoi obblighi contenuti nell’accordo
UE-Israele.
3 La Politica Europea di Vicinato (PEV)
La sezione 3 descrive il consolidamento delle relazioni tra Ue ed
Israele dal 2004, cioè la sua ammissione come partner all’interno
della Politica Europea di Vicinato. Si basa su rapporti pubblicati
dalla Commissione Europea che descrivono la discriminazione praticata
da Israele contro la sua minoranza araba e le sue violazioni del
diritto umanitario internazionale col suo trattamento dei palestinesi
all’interno dei Territori Occupati. Nonostante le sue inosservanze dei
valori europei, e a dispetto dell’appello ufficiale del primo ministro
palestinese Salam Fayyad, l’UE ha deciso di rinsaldare le sue
relazioni con Israele nell’ambito della PEV nel giugno 2008.
3.1 Obiettivo della PEV
Un allargamento delle relazioni UE-Israele ha avuto luogo nel 2004,
quando Israele è diventato “partner” nell’ambito della Politica
Europea di Vicinato dell’UE [12].
Questa politica è destinata nello stesso tempo ai suoi vicini al sud
dell’Europa già nel Partenariato Euro-Mediterraneo ed ai suoi vicini
est-europei.
L’UE finanzia dei progetti nell’ambito della PEV; 5.6 miliardi di euro
in totale sono stati stanziati per il periodo 2007-2010. Tuttavia, in
ragione dello sviluppo economico relativamente avanzato di Israele,
una piccolissima parte di questa somma – 9 milioni di euro – gli sono
stati specificatamente attribuiti (vedere Vicinato Europeo e Strumento
del Partenariato [13]).
In maniera evidente, la ragioni di Israele a partecipare alla PEV sono
più politiche che economiche.
Le relazioni dell’UE con gli altri Stati nell’ambito della PEV
dovrebbero essere determinate per il loro impegno di rispetto dei
diritti dell’uomo e degli altri obblighi che ne risultano.
Come dice il sito internet della PEV:
« L’UE offre ai suoi vicini una relazione privilegiata, costruita
sull’impegno mutuale di rispetto dei valori comuni (la democrazia e i
diritti dell’uomo, la norma della legge, il buon governo, i principi
dell’economia di mercato e dello sviluppo sostenibile). La PEV va al
di là delle relazioni esistenti al fine di offrire una relazione
politica approfondita ed un’integrazione economica. L’altezza di
questa relazione dipenderà dalla misura con la quale questi valori
saranno condivisi. ».
Nonostante l’evidente fallimento nel rispondere ai suoi obblighi
nell’ambito degli accordi precedenti con l’UE, Israele fu nel primo
gruppo dei 7 Stati coi quali l’UE concluse dei “piani d’azione” della
PEV nel dicembre 2004.
3.2 La discriminazione israeliana contro la sua
minoranza araba
Il “piano d’azione” per Israele [14]
si è appoggiato su un rapporto della Commissione Europea [15],
datato maggio 2004. Ci si poteva aspettare che il comportamento
d’Israele in materia di diritti dell’uomo fosse esaminato da vicino al
fine di determinare se rispettasse o meno le condizioni per una
relazione PEV. Ed è ciò che è successo fino ad un certo punto: in un
documento di 24 pagine, si trova qualche paragrafo che parla:
a) di una discriminazione contro gli arabi israeliani;
b) dell’azione israeliana nei territori occupati.
Sulla discriminazione degli arabi israeliani, il documento dice:
« La minoranza araba, musulmana, cristiana o drusa, costituisce circa
il 20% della popolazione d’Israele. Sebbene la Dichiarazione
d’Indipendenza proclami l’uguaglianza dei cittadini, la legislazione
israeliana contiene delle leggi e dei regolamenti che favoriscono la
maggioranza giudea. (…) Come sottolineato da un rapporto di una
Commissione israeliana presentato nel 2003 (“la Commissione Oro”), la
minoranza araba soffre ugualmente di discriminazioni in numerosi
ambiti, come l’ottenimento di crediti, i servizi urbanistici, il
lavoro, l’educazione e la sanità. (…) La minoranza araba è duramente
lesa dalla legge del 2003 circa la nazionalità e l’entrata in Israele,
che sospende per un periodo rinnovabile di un anno, la possibilità di
riunificazione delle famiglie, su riserva di limitate eccezioni. ».
« Circa 100 000 arabi (beduini), la maggior parte nel Negev, vivono in
villaggi ritenuti illegali dallo Stato…» (p. 10);
«Secondo la definizione israeliana di povertà, circa il 14% dei nuclei
familiari viveva in uno stato di povertà nel 2001, e ci si aspetta che
questa proporzione sia aumentata negli anni successivi. Le cifre sono
più alte all’interno della minoranza araba (nella quale il 45% delle
famiglie cade nella categoria di povertà). » (p.16).
Si potrebbe pensare che uno Stato che, nel corso di tutta la sua
esistenza, s’è deliberatamente impegnato in una discriminazione
religiosa contro la sua minoranza araba sia giudicato dall’UE inadatto
ad una relazione PEV. Un’opposizione radicale a tutte le
discriminazioni religiose è sicuramente un valore europeo
fondamentale.
E non che Israele abbia preso delle misure per eliminare o almeno
moderare questa discriminazione dal 2004. Nell’aprile 2008, la
Commissione Europea pubblicò un rapporto intitolato: “Attuazione della
Politica Europea di Vicinato nel 2007: rapporto sul suo avanzamento in
Israele” [16].
Si riporta quanto detto a proposito:
« La promozione e la protezione della minoranza araba israeliana non
sono avanzate in maniera significativa durante il periodo del rapporto
(corsivo aggiunto), in particolare in ambiti come l’attribuzione di
terre, di alloggi, l’urbanismo, lo sviluppo economico, l’investimento
nelle infrastrutture sociali e la giustizia. Un certo numero
d’iniziative fu lanciato nel campo della giustizia e dell’educazione,
ma i risultati furono limitati. Il sistema di educazione arabo
continua ad essere indietro rispetto al sistema giudeo. Inoltre, deve
ancora essere adottata una chiara strategia per l’attribuzione delle
terre agli arabi israeliani. Nel marzo 2007, il Comitato delle Nazioni
Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) ha
pubblicato un rapporto sulla situazione della minoranza araba
israeliana ed ha domandato al governo israeliano di prendere delle
significative misure per promuovere i suoi diritti negli ambiti
suddetti. » (p.3)
3.3 Le azioni israeliane nei Territori Occupati
Circa l’azione israeliana nei Territori Occupati, il rapporto della
Commissione Europea del maggio 2004 nota:
«…nell’agosto 2003, il Comitato [delle Nazioni Unite per i Diritti
dell’Uomo] reiterava la sua preoccupazione di fronte alla crescente
violazione dei diritti dell’uomo in questi territori, in particolare
tramite operazioni militari, impedimenti alla libertà di movimento e
demolizione di case. L’UE riconosceva il diritto di Israele a
proteggere i suoi cittadini dagli attacchi terroristi. Ha tuttavia
esortato il Governo israeliano, nell’esercizio di questo suo diritto,
a fare il massimo sforzo al fine di evitare dei morti e feriti civili
e di non adottare alcuna misura che aggravasse la critica situazione
umanitaria ed economica del popolo palestinese. Ha invitato Israele ad
astenersi da tutte le misure punitive che non rispettassero il diritto
internazionale, ivi compresi gli assassinii extragiudiziari e le
distruzioni di case. » (p.8).
È difficile credere che queste frasi costituiscano tutto ciò che l’UE
abbia da dire circa le sofferenze che Israele ha inflitto ai
palestinesi in 40 anni di occupazione. E anche se fosse, si potrebbe
pensare che le prove che esse forniscono siano sufficienti per rendere
Israele inadatto ad una relazione PEV agli occhi dell’UE. In alcun
caso l’Europa deve essere considerata condividente dei valori comuni
con uno Stato che si è impegnato in « assassinii extragiudiziari e
distruzione di case ».
Le cose sono migliorate dal 2004? Il rapporto di avanzamento della
Commissione Europea dell’aprile 2008 indica:
« Le questioni sollevate nell’ambito del dialogo politico
comprendevano tra le altre: il processo di pace, la situazione in
Medio Oriente, la situazione della minoranza araba in Israele, le
restrizioni di movimento in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, la
costruzione di barriere di separazione, le detenzioni amministrative,
lo smantellamento degli avamposti, la progettata espansione di alcune
colonie israeliane a Gerusalemme-est, più check point. Tuttavia sono
stati fatti pochi progressi su alcune di queste questioni. [carattere
italico aggiunto]. Nel 2007, il numero di morti causati da incidenti
legati al conflitto fu di 377 palestinesi (643 nel 2006) e di 13
israeliani (27 nel 2006). » (p. 5)
3.4 L’UE ignora l’appello del Primo Ministro
Palestinese
Secondo il rapporto dell’aprile 2008 della Commissione, pochi
progressi sono stati fatti in vista della realizzazione degli
importanti obiettivi del Piano d’Azione della PEV.
Una persona razionale potrebbe concluderne che era il momento per
l’Europa di imporsi e far si che le sue relazioni con Israele fossero
congelate fino a che questo paese non avesse preso delle disposizioni
per affrontare questi problemi. Il primo ministro palestinese, Salam
Fayyad, lo ritiene e, il 4 giugno 2008, scrisse una lettera per
esprimerlo al primo ministro di ciascuno dei 27 Stati membri dell’UE,
così come a José Manuel Barroso, il presidente della Commissione
Europea, a Javier Solana, l’alto commissario dell’UE per la politica
estera e di sicurezza comune, a Benita Ferrero-Waldner, il commissario
per le relazioni estere, e a Hans-Gert Pöttering, il presidente del
Parlamento Europeo.
Egli scrisse:
« Ho appreso che l’Unione Europea si propone di accrescere le sue
relazioni con Israele, anche in campo politico ed economico, e che il
Consiglio potrebbe prendere una decisione a questo proposito in una
sua riunione del 16 giugno.
Vi scrivo per esprimere le mie profonde riserve riguardo
quest’ampliamento mentre Israele continua a violare sistematicamente i
diritti umani dei palestinesi e a non curarsi dei suoi obblighi
internazionali, compresi alcuni impegni presi con l’UE. » [17]
Nella sua lettera, Salam Fayyad esponeva in dettaglio le violazioni
israeliane. Tuttavia, nonostante la Commissione Europea nel suo
rapporto dell’aprile 2008 diede peso ai suoi argomenti, i responsabili
europei a cui egli ha scritto hanno ignorato la sua richiesta,
chiudendo gli occhi sul tradimento da parte di Israele verso i suoi
obblighi, e il 16 giugno 2008, l’UE ha deciso di « rafforzare » le sue
relazioni con questo paese.
4 L’Accordo sui Movimenti e l’Accesso (AMA)
La sezione 4 fornisce un’idea degli impegni contenuti nell’Accordo sui
Movimenti e l’Accesso (AMA), concepito dal Quartetto per il Medio
Oriente, di cui l’UE è membro. Essa mostra che la promessa fatta ai
palestinesi, che il passaggio di Rafah da Gaza verso l’Egitto che
doveva essere liberato da tutto il controllo israeliano, non è stata
tenuta, né alcuna delle altre promesse riguardanti i movimenti e
l’accesso dell’Accordo.
4.1 Il passaggio di Rafah verso l’Egitto
Nel novembre 2005, con la firma da parte di Israele e l’Autorità
Palestinese dell’Accordo sui Movimenti e l’Accesso [18],
si promise ai palestinesi di Gaza un accesso al mondo esterno fuori
dal controllo israeliano grazie al passaggio per l’Egitto a Rafah.
L’accordo è stato appoggiato dal Quartetto per il Medio Oriente (Stati
Uniti, UE, Russia e Segretario Generale delle Nazioni Unite); l’UE
giocava così un ruolo nella sua applicazione. Essa aveva anche un
ruolo nella messa in opera dell’accordo per quanto riguarda il
passaggio di Rafah, fornendo una piccola forza armata (UE BAM Rafah)
al fine di controllare le operazioni di transito della frontiera.
Esprimendosi al riguardo quando l’accordo fu annunciato, Condoleezza
Rice dichiarò:
«…per la prima volta dal 1967, i palestinesi avranno il controllo
delle entrate e delle uscite dal loro territorio. Ciò sarà reso
possibile grazie ad una frontiera internazionale a Rafah…» [19].
E Javier Solana riaffermò questa promessa a nome dell’UE:
« È la prima volta che una frontiera non controllata dagli israeliani
è aperta. (…) Come potete dunque immaginare, è un passo molto
importante…»
La promessa fatta ai palestinesi non è stata mantenuta. In pratica,
Israele ha ottenuto un diritto di veto sull’apertura della frontiera a
Gaza. L’UE ha immancabilmente rifiutato d’inviare le truppe dell’UE
BAM Rafah per aprirla quando Israele lo impediva.
Il sito internet dell’UE BAM afferma che la frontiera « può essere
aperta solamente con l’accordo delle parti » [20];
in altre parole, l’UE accorda un diritto di veto sulla sua apertura.
Ciò è in totale disaccordo con la promessa fatta da Javier Solana
circa una frontiera « non controllata dagli israeliani ».
4.2 Le altre promesse dell’accordo AMA
Questa promessa fatta ai palestinesi da Javier Solana a nome dell’UE
non è mai stata onorata. Essa deve esserlo. Come devono essere
mantenute le altre promesse fatte nell’Accordo sui Movimenti e
l’Accesso:
Nuovi
passaggi per persone e merci tra Israele, Gaza e Cisgiordania;
Delle
regolari linee di bus e di convogli di camion tra Cisgiordania e Gaza;
La
riduzione di impedimenti ai movimenti in Cisgiordania;
Un
porto marittimo e un aeroporto a Gaza.
Nessuna di queste promesse fatte ai palestinesi è stata mantenuta.
Esse devono esserlo.
5 Conclusioni
Questo dossier ha fornito la prova inconfutabile che l’Europa ha
invariabilmente chiuso gli occhi sul fallimento di Israele a
rispettare i suoi obblighi secondo gli accordi di partenariato
UE-Israele – mentre essa ha invariabilmente esteso le sue relazioni
con esso, nonostante la sua inadempienza già negli accordi precedenti.
Questi obblighi non riguardano degli argomenti secondari. Al
contrario, essi sono della massima importanza per un giusto
ordinamento in Medio Oriente.
Ad esempio, la Dichiarazione di Barcellona, che stabilisce il
Partenariato Euro-Mediterraneo nel 1995, obbliga i firmatari a « agire
in accordo alla Carta delle Nazioni Unite ».
L’articolo 2.4 della Carta vieta l’acquisizione di territorio con la
forza. Se l’UE avesse imposto tale obbligo ad Israele, essa avrebbe
rifiutato di entrare in materia di Partenariato fino a quando esso non
si fosse ritirato da tutti i territori acquisiti e che occupa con la
forza. Fu questo il principio che l’UE applicò all’entrata della
Russia in un partenariato nel settembre 2008, quando quest’ultima
occupava con la forza una parte del territorio della Georgia.
L’articolo 25 della Carta impone agli Stati membri delle Nazioni Unite
di « accettare ed eseguire le decisioni del Consiglio di Sicurezza ».
Oggi, Israele viola più di 30 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
che esige della azioni da parte sua e sua solamente, e che chiede tra
le altre cose:
Che
metta fine alla costruzione di colonie giudee nei territori occupati,
compresa Gerusalemme;
Che
riconsideri la sua annessione di Gerusalemme-est e delle Alture del
Golan;
Che
apra le sue installazioni nucleari agli ispettori dell’AIEA.
Come abbiamo detto, questi obblighi contenuti negli accordi di
partenariato UE-Israele sono di grande importanza. È indispensabile
che l’UE insista perché Israele vi si adatti, allo stesso modo che
agli altri obblighi esposti in questo protocollo. Se Israele rifiuta
di farlo, allora le ragioni dell’UE di denunciare questi accordi di
partenariato sono schiaccianti.
Allegati
a) I fatti rilevanti delle relazioni UE-Israele:
1975: Israele firma un accordo di cooperazione economica con la
Comunità Europea;
1981: la Delegazione della Commissione Europea nelle Stato di Israele
apre ufficialmente;
1995: Israele firma le Dichiarazione di Barcellona, che stabilisce il
Partenariato Euro-Mediterraneo come ambito di cooperazione politica,
economica e sociale tra l’UE e gli Stati della regione mediterranea;
1996: Israele firma un Accordo di Associazione nell’ambito del
Partenariato Euro-Mediterraneo, che gli concede un accesso
privilegiato al mercato dell’UE nel 2000;
2004: Israele firma un accordo con l’UE che lo autorizza a partecipare
a Galileo, il progetto europeo di un sistema satellitare globale di
navigazione;
2004: Israele diventa partner nell’ambito della Politica Europea di
Vicinato che sbocca in un Piano d’Azione con l’UE comprendente delle
attività in campo politico, economico e sociale;
2008: l’UE decide di « rafforzare » ancora le sue relazioni con
Israele.
b) Le violazioni israeliane della Carta delle
Nazioni Unite
L’Articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite dichiara:
« Tutti i membri [delle Nazioni Unite] si asterranno nelle loro
relazioni internazionali dalla minaccia o l’uso della forza contro
l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi altro
Stato, o da un qualunque comportamento incompatibile con gli obiettivi
delle Nazioni Unite. » [21]
Durante tutta la sua esistenza come Stato, Israele ha violato
quest’Articolo della Carta delle Nazioni Unite in più riprese,
minacciando o ricorrendo alla forza contro i suoi vicini, e ha esteso
senza sosta il territorio sotto il suo controllo.
Nel novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha
proposto che la Palestina fosse divisa. Se i responsabili giudei
avessero accettato questo piano di divisione, oggi Israele
corrisponderebbe a circa 56% della superficie della Palestina, e
Gerusalemme sarebbe sotto controllo internazionale. È quanto
raccomandò l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella Risoluzione
181, votata il 29 novembre 1947. Ma essi non la accettarono.
Al posto di ciò, la superficie assegnata dall’Assemblea Generale delle
Nazioni Unite per uno Stato giudeo fu estesa con la forza fino ad
includere il 78% della Palestina, quando al tempo i giudei erano solo
circa un terzo della popolazione della Palestina nel suo insieme e non
possedevano che il 6% della terra. Per assicurarsi che i giudei
fossero numericamente dominanti nel nuovo Stato giudeo, quasi tutti
gli arabi – circa 750 000 – furono espulsi verso il resto della
Palestina e gli Stati circostanti, dove essi ed i loro discendenti
vivono ancora oggi [22].
Più di 500 villaggi arabi furono distrutti affinché gli espulsi non
avessero caso ove tornare.
Nel giugno 1967, Israele ha attaccato l’Egitto, la Giordania e la
Siria, ha occupato con la forza il restante 22% della Palestina (la
Cisgiordania, comprendente Gerusalemme-est, e Gaza), più delle
porzioni del territorio egiziano (la penisola del Sinai) e del
territorio della Siria (le Alture del Golan). Tali azioni hanno
infranto l’articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite.
Il Sinai è rimasto sotto occupazione militare israeliana fino agli
Accordi di Camp David, più di una decina d’anni dopo. La Cisgiordania
e Gaza rimangono sotto quest’occupazione ancora oggi. Le Alture del
Golan e Gerusalemme-est furono annesse in seguito.
Israele ha cominciato a costruire delle colonie giudee nella regione
che occupava, in violazione dell’Articolo 49 della Quarta Convenzione
di Ginevra. Ha continuato a farlo a dispetto delle ripetute domande da
parte del Consiglio di Sicurezza (nelle sue risoluzioni 446, 452 3
465) di fermarsi e di ritirare quelle già costruite.
Allo stesso modo, Israele ha rifiutato di sottomettersi alle domande
del Consiglio di Sicurezza perché facesse marcia indietro circa la sua
annessione di Gerusalemme-est (nelle risoluzioni 252, 267, 271, 298,
476 e 478) e delle Alture del Golan (nella risoluzione 497).
Israele ha anche rifiutato di conformarsi al giudizio della Corte
Internazionale di Giustizia del giugno 2004 di « cessare
immediatamente i lavori di costruzione del muro eretto nei Territori
Occupati Palestinesi, in ed attorno Gerusalemme-est, di smantellare
subito le strutture che ci sono localizzate e di abrogare o rendere
caduche immediatamente tutte le relative misure legislative e
regolamentari » (vedere Allegato D).
Più di 40 anni dopo, la Cisgiordania e Gaza restano sotto controllo
militare israeliano, la costruzione di colonie giudee sui territori
arabi occupati continua rapidamente, Gerusalemme-est e le Alture del
Golan rimangono annesse – e il muro si allunga ogni giorno.
Nel 1978, e di nuovo nel 1982, Israele ha attaccato il Libano e ne ha
occupato militarmente delle regioni fino al 2000. Tali azioni erano
contrarie all’Articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite. Per più di
20 anni, ha ignorato la richiesta del Consiglio di Sicurezza (nella
sua risoluzione 425, votata il 19 marzo 1978) che gli chiedeva « di
fermare immediatamente le sue azioni militari contro l’integrità
territoriale del Libano e di ritirare subito le sue forze da tutto il
territorio libanese ». Alla fine Israele ritirò le sua forze di terra
dal Libano (ad eccezione di Shebaa Farms), a causa delle pressione
militare di Hezbollah.
Il ricorso alla forza di Israele e la minaccia di utilizzarla, in
contrasto con l’Articolo 2.4 della Carta delle Nazioni Unite,
continuano imperturbabilmente. Il 6 settembre 2207, un aereo
israeliano è entrato nello spazio aereo della Siria ed ha bombardato
un edificio ospitante una presunta installazione nucleare; l’aviazione
israeliana penetra regolarmente nello spazio aereo libanese e viola
così la sovranità del Libano; e non passa giorno che un membro del
governo israeliano non minacci di attaccare l’Iran – azioni
altrettanto contrarie all’Articolo 2.4 della Carta delle Nazioni
Unite.
c) Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
violate da Israele
Israele viola più di 30 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza [23],
risalenti al 1968, le quali esigono delle azioni da parte sua e sua
solamente [24].
Ciò non include le risoluzioni infrante da Israele da molti anni e
violate in seguito, come quelle riguardanti i suoi 20 anni di
occupazione militare del sud Libano.
In queste risoluzioni, il Consiglio di Sicurezza richiede degli atti
ad Israele, tra le altre cose, su:
(1) Le colonie giudee nei territori occupati
La risoluzione 446, votata il 22 marzo 1979, chiede che Israele metta
fine alla costruzione delle colonie giudee nei territori che occupa
dal 1967, compresa Gerusalemme, e che ritiri quelle già costruite. I
paragrafi 1 & 3 dichiarano:
[Il consiglio di Sicurezza]
1. Considera che la politica e le
pratiche d’Israele consistenti a stabilire delle colonie nei territori
palestinesi e negli altri territori arabi occupati dal 1967 non hanno
alcuna giustificazione legale e costituiscono un serio ostacolo in
vista di una pace globale, giusta e duratura nel Medio Oriente;
3. Richiama ancora una volta, in quanto
potenza occupante, a conformarsi scrupolosamente alla Quarta
Convenzione di Ginevra del 1949, a revocare le sue misure precedenti e
a cessare di intraprendere delle azioni che comportino il cambiamento
dello statuto legale, la natura geografica e la composizione
demografica dei territori arabi occupati dal 1967, ivi compresa
Gerusalemme, e, in particolare, di non trasferire parti della sua
propria popolazione civile neo territori arabi occupati.
La quarta Convenzione di Ginevra vieta lo stabilirsi di coloni sui
territori sotto occupazione. L’Articolo 49, paragrafo 6, della
Convenzione stipula:
« La potenza occupante non deporterà né trasferirà parti della sua
propria popolazione civile nei territori che essa occupa. » [25].
Il rifiuto da parte di Israele di sottostare a questa risoluzione ne
ha comportate di nuove – la 452 il 20 luglio 1979e la 465 il 1 marzo
1980 – esigenti che Israele vi si conformi.
(2) L’annessione di Gerusalemme-est
La risoluzione 252, votata il 21 maggio 1968, chiede che Israele
ritorni sulla sua annessione di Gerusalemme-est. I paragrafi 2 & 3
dichiarano:
[Il Consiglio di Sicurezza]
2. Considera che tutte le misure legislative e amministrative così
come le azioni intraprese da Israele, compresa l’espropriazione delle
terre e delle proprietà che vi si trovano, che tendono a cambiare lo
statuto legale di Gerusalemme sono illegali e non possono cambiare
tale statuto;
3. Richiama urgentemente Israele a revocare tali misure già prese ed a
rinunciare immediatamente ad intraprendere qualunque nuova azione che
tenda a cambiare lo statuto di Gerusalemme.
Il rifiuto da parte di Israele a conformarsi a tale risoluzione ne ha
comportate di nuove – la 267 il 3 luglio 1969, la 271 il 15 settembre
1969, la 298 il 25 settembre 1971, la 476 il 30 giugno 1980, la 478 il
20 agosto 1980 – richiedenti l’annullamento dell’annessione di
Gerusalemme-est.
(3) L’annessione della Alture del Golan
La risoluzione 497, votata il 17 dicembre 1981, chiede che Israele
annulli la sua annessione delle Alture del Golan, che furono prese
alla Siria nel giugno 1967. I paragrafi 1 & 2 dichiarano:
[Il Consiglio di Sicurezza]
1. Giudica che la decisione israeliana d’imporre le sue leggi, la sua
giurisdizione e la sua amministrazione nelle Alture del Golan siriane
è nulla e non vale ed è senza effetto legale internazionale;
2. Esige che Israele, la potenza occupante, revochi immediatamente la
sua decisione.
(4) Le installazioni nucleari sotto il controllo
dell’AIEA
La risoluzione 487, votata il 19 giugno 1981, richiede che Israele
apra le sue installazioni nucleari agli ispettori dell’Agenzia
Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA). Il paragrafo 5 stipula:
[Il Consiglio di Sicurezza]
5. Richiama urgentemente Israele a mettere le sua installazioni
nucleari sotto il controllo dell’AIEA.
Rifiutandosi di aprire le sue installazioni nucleari agli ispettori
dell’AIEA, Israele viola questa risoluzione.
Conclusioni
È importante sottolineare che queste risoluzioni impongono degli
obblighi ad Israele, e a Israele solamente, così spetta al potere
israeliano metterle in esecuzione a suo piacimento, senza negoziazioni
coi palestinesi o con gli Stati vicini. Non ha alcun bisogno di
negoziare con chicchessia prima di fermare la costruzione di colonie o
di rinunciare all’annessione di Gerusalemme-est o delle Alture del
Golan o di aprire le sue installazioni nucleari agli ispettori
dell’AIEA.
Se Israele avesse voluto farlo, avrebbe potuto mettere in pratica
queste risoluzioni al momento in cui furono votate dal Consiglio di
Sicurezza, o in qualunque momento dopo. Se Israele l’avesse fatto, il
panorama politico in Palestina sarebbe stato trasformato.
d) La Corte Internazionale di Giustizia nei
confronti del muro
L’8 dicembre 2003, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite votò la
risoluzione ES – 10/14 che chiedeva alla Corte Internazionale di
Giustizia (CIG) di dare un Avviso Consultivo sulla seguente questione:
« Quali sono le conseguenze legali che pone la costruzione del muro
eretto da Israele, la potenza occupante, nei Territori Occupati
Palestinesi, compresi in e intorno Gerusalemme-est, come descritto dal
Segretario Generale, riguardo le regole e i principi del diritto
internazionale, compresa la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, ed
in rapporto alle risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio
di Sicurezza? » [26].
La Corte accettò la domanda ed emise il suo Avviso Consultivo
(intitolato Le conseguenze legali della costruzione di un muro nei
Territori Occupati Palestinesi [27])
il 9 luglio 2004. I punti chiave dell’Avviso sono:
A. La costruzione di un muro eretto da
Israele, la potenza occupante, nei Territori Occupati Palestinesi,
compresi in ed intorno Gerusalemme-est, ed il regime politico ad esso
associato sono contrari al diritto internazionale;
B. Israele ha l’obbligo di porre fine
alle sue violazioni del diritto internazionale; ha l’obbilgo di
fermare immediatamente i lavori in corso di costruzione del muro nei
Territori Occupati Palestinesi, compresi in ed intorno
Gerusalemme-est, di smantellare immediatamente le struttre che vi sono
collocate e di abrogare o annullare immediatamente tutte le
disposizioni legislative ed i regolamenti che vi si rapportano, in
conformità al paragrafo 151 di questo Avviso;
C. Israele ha l’obbligo di compensare
tutti i danni causati dalla costruzione del muro nei Territori
Occupati Palestinesi; compresi in ed intorno Gerusalemme-est;
D. Tutti gli Stati hanno l’obbligo di
non riconoscere la situazione illegale risultante dalla costruzione
del muro e di non apportare né aiuto né assistenza al mantenimento
della situazione creata da tale costruzione; tutti gli Stati firmatari
della Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione dei
Civili in Tempo di Guerra del 12 agosto 1949 hanno inoltre l’obbligo,
contemporaneamente al rispetto della Carta delle Nazioni Unite e del
diritto internazionale, di assicurarsi del rispetto da parte di
Israele del diritto umanitario internazionale come espresso in questa
Convenzione;
Purtroppo, Israele ha categoricamente rifiutato di sottostare a questi
obblighi ed ha continuato la costruzione del muro.
Israele ha mantenuto questo atteggiamento di sfida senza curarsi di
un’esigenza quasi unanime della comunità internazionale per cui vi
ponga fine. Nella risoluzione ES – 10/15, votata il 2 agosto 2004,
l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha chiesto che « Israele, la
potenza occupante, rispetti i suoi obblighi legali », come decretato
dalla Corte [28].
Questa risoluzione fu accetta da 150 voti contro 6. L’Irlanda e tutti
gli altri Stati europei l’hanno appoggiata. L’Australia, Israele, le
Isole Marshall, la Micronesia, Palau e gli Stati Uniti si sono opposti
(rappresentanti del 5% solamente della popolazione mondiale).
La Corte ha dichiarato nel suo Avviso:
« Le Nazioni Unite, ed in particolare l’Assemblea Generale ed il
Consiglio di Sicurezza, devono esaminare quale misura supplementare
adottare per porre fine alla situazione illegale risultante dalla
costruzione del muro e del regime ad esso associato. ».
Israele ha ignorato le disposizioni prese quattro anni fa
dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite col sostegno di tutti gli
Stati dell’Unione Europea. È ora tempo che l’Europa si sforzi di
convincere il Consiglio di Sicurezza ad agire, così come di chiederlo
alla Corte.