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di Francesco Lamendola - 19/05/2010

Vi sono
due maniere per esercitare un potere politico: conquistarlo ed
esercitarlo in prima persona, oppure raggiungere nell’ombra, avanzando
pazientemente e sistematicamente, delle posizioni importanti al fianco
dei potenti, onde esercitare su di loro un influsso più o meno discreto,
più o meno velato, ma pur sempre determinante.
Si
prenda, come classico esempio di questa seconda strategia, il libro
veterotestamentario di Ester; e si vedrà come anche una donna, nel
contesto di una monarchia assoluta come quelle del Medio Oriente antico,
possa svolgere la funzione decisiva di promotrice degli interessi di una
minoranza religiosa, spazzando ogni ostacolo davanti ad essa, meglio di
come avrebbe potuto fare un politico sperimentato o un esercito in
assetto di guerra.
Ester è
la sposa del re Serse e suo zio Mardocheo la spinge a chiedergli grazia,
mettendo a nudo le perfide macchinazioni del ministro Aman. Ester prende
l’iniziativa e la situazione si capovolge: Aman viene messo a morte
sullo stesso patibolo che aveva fatto preparare per Mardocheo, dopo
essersi dovuto umiliare davanti a quest’ultimo; Mardocheo viene esaltato
e, addirittura, nominato primo ministro al posto di Aman. Per finire,
gli Ebrei operano un vero e proprio massacro preventivo: insorgono in
tutte le province dell’Impero persiano e, con l’aiuto dei satrapi e dei
funzionari regi - tutti timorosi di Mardocheo - uccidono, in un
gigantesco bagno di sangue, tutti coloro che avevano preparato la loro
rovina.
È un
immenso “pogrom” ante litteram, nel quale la furia degli Ebrei non
risparmia uno solo dei loro potenziali nemici; “pogrom” del quale il
sovrano, Serse, si compiace in modo straordinario, arrivando a domandare
ed Ester quali altri desideri abbia da esprimergli, poiché egli non
desidera altro che soddisfarli («Ester», 9, 5-16):
«Così i
Giudei colpirono di spada tutti i loro nemici: fu un vero massacro, un
autentico sterminio: fecero dei loro nemici quello che vollero. Nella
sola cittadella di Susa i Giudei uccisero 500 uomini, oltre i dieci
seguenti: Parsanata, Dalfon, Aspata, Porata, Adalia, Aridata, Parmasta,
Arisai, Aridai e Jezata, tutti figli di Aman, figlio di Amadata, nemico
dei Giudei; ma non saccheggiarono le loro sostanze.
Il
giorno stesso, essendo stato riferito al re il numero degli uccisi in
Susa, Serse disse ad Ester: “Nella sola cittadella di Susa i Giudei
hanno messo a morte 500 uomini oltre ai dieci figli di Aman. Che cosa
avranno fatto nelle altre province del regno! Ed ora, dimmi, che cosa
domandi? Tu sarai esaudita. Qual è ancora il tuo desiderio? Sarà
appagato”. Ester rispose: “Se così piace a te, sia concesso ai Giudei di
eseguire ancora domani in Susa il decreto, come hanno fatto oggi, e di
appendere al patibolo i cadaveri dei dieci figli di Aman”. Il re ordinò
che così fosse fatto: il nuovo editto fu subito proclamato in Susa, e i
cadaveri dei dieci figli di Aman vennero appesi al patibolo. I Giudei si
radunarono dunque anche il quattordici del mese di Adar e uccisero in
Susa altri trecento uomini, senza però saccheggiare i loro beni. Gli
altri Giudei che dimoravano nelle province del regno, radunatisi per
difendere la loro volta e mettersi al sicuro dai loro nemici, uccisero
75.000 dei loro persecutori, ma non ne saccheggiarono i beni.»
Certo
che, per essere stata un’azione puramente difensiva, si direbbe che essa
abbia rivelato, a dir poco, una straordinaria prontezza e capacità
offensiva da parte delle vittime designate; per cui sorge spontanea la
domanda su chi si tenesse pronto a sgozzare chi: tanto più che la
storia, come tutti sanno, la scrivono i vincitori, mentre i vinti non
hanno voce in capitolo.
Né giova
obiettare che il Libro di Ester non può essere considerato come una vera
fonte storica, prevalendo in esso - e di gran lunga - l’intento
didascalico e religioso: perché resta comunque come una insigne
testimonianza della mentalità di una minoranza attiva, intelligente e
ambiziosa, capace di impadronirsi della politica di un vasto impero
grazie alla sua capacità di insinuarsi presso il trono dei potenti.
Per cui,
passando dall’Antico Testamento ai giorni nostri, sorge spontanea la
domanda: qual è, oggi, il cuore dell’Impero, e come si potrebbe fare per
insinuarsi accanto ai suoi governanti, onde volgere le loro menti e le
loro decisioni in favore di una minoranza attiva, intelligente ed
ambiziosa - che, guarda caso, è proprio la stessa di cui parla il Libro
di Ester?
Non vi è
dubbio che il cuore dell’Impero è la metropoli americana per eccellenza,
New York; nella quale la presenza ebraica è forte, compatta e
spregiudicata, non meno di quanto lo fosse quella dei correligionari di
Ester al tempo del re persiano.
Secondo
il censimento del 2009, New York possiede 8.391.000 abitanti; di essi,
un buon venticinque per cento è costituito da Ebrei, vale a dire circa
due milioni e mezzo, distribuiti nei cinque quartieri di Manhattan,
Brooklyn, Harlem, Staten Island e Queens : più di quanti ve ne siano a
Tel Aviv e Gerusalemme messe insieme.
Benché
vecchio di quasi cinquant’anni, resta sostanzialmente valido anche per i
nostri giorni (tranne, secondo noi, che nelle conclusioni) il ritratto
della presenza ebraica a New York delineato dal famoso giornalista
francese Raymond Cartier - che non è affatto sospettabile, si badi, di
nutrire sentimenti antisemiti - nel suo libro «Le cinquanta Americhe»
(titolo originale: «Les cinquante Amériques», Paris, Librairie Plons,
1961; traduzione italiana di Roberto Ortolani, Milano, Garzanti, 1962,
1966, pp.387-390):
«Il
posto di New York nel mondo ebraico è molto più importate che nel mondo
nero. Vi si trovano oltre 2 milioni di israeliti, il che significa che
più di un newyorkese su 4 è un ebreo e che uno su 6 degli ebrei del
mondo intero è un newyorkese. “New York - dicevano talvolta gli ebrei
prima della fondazione di Israele - è la nostra Sion”. E gli anti-ebrei,
sarcasticamente, correggevano e correggono ancora il nome della città:
Jew York.
L’associazione fra New York e il ghetto ha lontane origini. I primi
ebrei giunsero a Nuova Amsterdam con gli olandesi e la loro prima
comunità americana, Shartith Israel, gli Avanzi d’Israele, vi fu fondata
nel 1656. Passarono tuttavia oltre tre secoli prima della grande
emigrazione che doveva fare di New York l’arco trionfale di una razza
perseguitata su un magnifico terreno di conquista. Dal 1882 al 1914,
quasi 2.500.000 ebrei sbarcarono alla Battery. Provenivano in
grandissima maggioranza dai paesi dell’Impero russo e dell’Impero
austro-ungarico. Erano certamente poveri almeno come gli emigranti non
ebrei che giungevano con loro. Partendo da un piede di eguaglianza con
questi ultimi, hanno conquistato una parte della ricchezza americana
senza dubbio superiore alla loro percentuale numerica. Vivono
attualmente negli Stati Uniti 5 milioni e mezzo di ebrei su una
popolazione di un po’ meno di 180 milioni, e - per quanto non esistano
statistiche precise - nessuno penserebbe a sostenere che si accontentino
di meno del trentesimo della ricchezza nazionale.
L’assurdità inversa consisterebbe nell’affermare che gli ebrei
posseggono l’America, come disse la propaganda hitleriana. Posseggono in
esclusiva quasi completa due grandi industrie - quella
dell’abbigliamento e il cinema - e hanno parti preponderanti e molto
importanti nella radio, nei giornali, in tutti gli spettacoli, nella
banca, nelle assicurazioni e nel commercio al dettaglio. Ma la
metallurgia, l’automobile, il petrolio, i trasporti, l’industria
chimica, ecc. non sono ebraici o lo sono soltanto in debole proporzione.
Il suolo non lo è assolutamente. Si registrò, nel secolo scorso, qualche
entusiastico tentativo per spingere verso l’agricoltura una parte del
fiume ebraico che si rovesciava sugli Stati Uniti: qualche ortolano e
pochi allevatori di pollame del New Jersey rimangono come ultime tracce
di un tentativo fallito per allontanare una razza dalle sue vie
secolari. […]
È
generalmente ammesso che i newyorkesi che non siano ebrei sono
antisemiti. Una collettività così numerosa, così ricca, così
intelligente e così intraprendente non può non sviluppare intorno a sé
un forte sentimento di ostilità. L’antisemitismo ha del resto in America
radici forti e vive, per quanto non assuma un’espressione politica che
raramente, timidamente e per così dire vergognosamente. È spesso
associato all’anticattolicesimo nei movimenti estremi del
protestantesimo e dell’americanismo. Il Ku-Klux-Klan si assegnò tre
nemici: il negro, il cattolico e l’ebreo. Alcuni grandi capitalisti, il
più ardito dei quali fu Henry Ford, manifestarono sentimenti antiebraici
e, ancor oggi, un ricco petroliere del Texas, George W. Armstrong, è
considerato il mecenate dell’antisemitismo. Il più noto tra i militanti
di questo è il polemista Gerald L. K. Smith, editore del mensile “The
Cross and the Flag” e promotore della Christian Nationalist Crusade.
Smith e i suoi discepoli attaccarono Eisenhower durante la campagna
elettorale del 1952, mentre Truman, con una ispirazione del resto
infelice, tentava di sollevare diffidenze religiose e razziali contro il
candidato repubblicano. Ma nulla di simile si è rivisto nelle ulteriori
campagne elettorali.
Politicamente debole, l’antisemitismo americano riveste soprattutto la
forma di una esclusiva sociale. In alcuni Stati, sulla porta di certi
ristoranti, dinanzi all’ingresso di certe spiagge, un avviso brutale,
“Christians Only”, significa agli ebrei che non sono i benvenuti.
Altrove, in particolare nello Stato di New York dove la legge non
consente tale sincerità, sotterfugi di linguaggio, “selected”,
“restricted clientele”, “Christian surroundings”, “convenient Church
goers”, ecc., dicono la stessa cosa con abilità. Ma, come i negri, più
fermamente dei negri e con meno ragione dei negri, gli ebrei rispondono
alla segregazione parziale con una contro-segregazione. Esistono
alberghi, “country-clubs” (alcuni lussuosissimi), e perfino interi
località di villeggiatura esclusivamente ebraiche. “Dietary laws” è la
contropartita di “Christians surroundings”, l’avvertimento ai non ebrei
di tenersi lontani.
Il
sionismo ha dato alla questione ebraica nuovi aspetti e
all’antisemitismo un0parma nuova. Gli ebrei sono così numerosi a
Brooklyn e nel Bronx che gli interessi di Israele hanno maggior peso di
qualunque altro problema esterno o interno. Ogni tiepidezza nei riguardi
del sionismo è audacemente trasposta in antisemitismo. Il defunto
ministro della Difesa, James Forrestal, preoccupato per le basi
americane in Oriente e per il rifornimento di nafta alla flotta,
consigliò prudenza nei confronti dei paesi arabi e sollevò contro di sé
una campagna personale che ne accelerò la nevrastenia e il suicidio.
Inversamente, gli antisemiti sostengono che gli ebrei antepongono il
lealismo nei riguardi di Israele a quello nei riguardi degli Stati
Uniti. Ogni anno, l’United Jewish Appeal fa per il nuovo Stato colossali
collette che assumono talvolta la forma di una costrizione morale e
quasi di una tassa. Le masse popolari ebree di New York sono sempre
pronte a mobilitarsi per Israele.»
Dicevamo
che l’analisi di Cartier è sostanzialmente obiettiva, ma non ci
convincono le conclusioni che egli trae dagli stessi dati di cui si
serve.
Che cosa
vuol dire, ad esempio, affermare che è assurdo pensare che gli Ebrei
posseggano gli Stati Uniti, e subito dopo ammettere che essi controllano
in maniera capillare il cinema ed esercitano una preponderanza nella
radio, nei giornali e nello spettacolo?
E come
si può paragonare l’assenza del capitale ebraico dall’industria chimica,
con la sua schiacciante superiorità nei settori dell’informazione e del
cinema?
Stiamo
parlando degli Stati Uniti, vale a dire della società moderna per
eccellenza: in cui, come insegnano schiere di illustri semiologi e
sociologi, chi controlla radio, televisione, cinema e carta stampata,
controlla tutto il resto.
E che
cosa vuol dire che il capitale ebreo non è presente nella proprietà del
suolo? Nella prospettiva dell’egemonia politico-sociale, la proprietà
del suolo è un elemento secondario, perché decisamente arcaico: quel che
conta non è controllare il suolo e le abitazioni, ma i mass media che
entrano ovunque con le loro immagini e le loro voci. In breve, quel che
conta è controllare non lo spazio fisico, ma lo spazio virtuale.
Se poi
si aggiunge, come Cartier fa di buon grado, che anche le banche, le
società di assicurazioni e il commercio al dettaglio sono dominate dal
capitale ebraico, o registrano una fortissima presenza di capitale
ebraico, il quadro si fa ancora più chiaro. Gli Stati Uniti sono una
potenza finanziaria: e chi controlla Wall Street, ha in mano le chiavi
dell’intera economia e della politica americana. Questo è un fatto.
C’è poi
un altro elemento, di cui Cartier non tiene il debito conto e che, del
resto, ai suoi tempi non era ancora così evidente, come lo è oggi: vale
a dire la decisiva presenza ebraica nella politica interna estera e
nell’amministrazione centrale dello Stato. Uomini come Henry Kissinger e
Paul Wolfowitz - tanto per citarne due - vengono dalla minoranza
ebreo-americana ed il loro peso nella strategia politica statunitense è
stato immenso.
Se il
governo di Israele può contare, sempre e incondizionatamente, sul
sostegno della Casa Bianca, in qualsiasi circostanza, magari per opporre
un “veto” a qualche risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ciò
si deve al fatto che la comunità ebreo-americana di New York e le
potentissime lobbies finanziarie, giornalistiche e televisive ebree sono
in grado di esercitare una pressione inesorabile e costante sui
Presidenti americani e sui loro governi.
E che
cosa vuol dire Cartier quando afferma che i non ebrei di New York sono
“antisemiti”, se subito dopo spiega che a loro ostilità non nasce da
razzismo o da odio religioso, ma dalla invadenza della comunità ebrea in
tutti i campi della vita economica e culturale e, più ancora, dal fatto
che essa si sente prima di tutto solidale con Israele e poi,
eventualmente, con la patria di adozione, ossia gli Stati Uniti?
Non
solo. Cartier riconosce onestamente che, per l’America, è divenuto
quasi impossibile svolgere una politica anche solo parzialmente
filo-araba, pena il linciaggio mediatico: quel linciaggio mediatico che
spinse un ministro della Difesa alla depressione e al suicidio. Ciò
significa che appoggiare una politica di buone relazioni con il mondo
arabo è considerato dagli Ebrei americani come una forma di
antisemitismo: se ne dovrebbe dedurre che sono gli Ebrei a bollare di
antisemitismo qualunque cosa non sia, al cento per cento,
filo-israeliana e filo-ebrea. Sono essi a spaccare l’opinione pubblica
in sionista e antisemita: e si noti lo squilibrio concettuale che tale
divisione implica. Essere sionisti, cioè favorevoli alla politica
antiaraba di Israele, è, per loro, cosa assolutamente lecita e giusta;
mentre prendere le distanze, anche solo in modo parziale e indiretto,
dalla politica di Israele, equivale per essi a un atto di antisemitismo,
ossia un atto di odio razziale e religioso contro il popolo ebreo.
E,
ovviamente, su tutto pesa lo sfruttamento politico di quanto gli Ebrei
d’Europa soffrirono sotto il regime nazista, fino alla tragedia della
Shoah.
Occorre
aggiungere che generazioni di registi cinematografici ebrei-americani,
da Charlie Chaplin ne «Il grande dittatore» a Steven Spielberg in «The
Schindler’s List», continuano instancabilmente a gettare legna sul fuoco
di quello stato d’animo, per cui l’opinione pubblica mondiale viene
tenuta sotto un ricatto morale permanente, affinché non si lasci
cogliere dal dubbio circa la giustezza del destino riservato al popolo
palestinese e, più in generale, circa la giustezza dell’idea sionista ed
i suoi inevitabili effetti pratici?
Fonte:
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=32435 |