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LA SOCIETÀ INTERNAZIONALE DON CURZIO NITOGLIA 10 novembre 2009 http://www.doncurzionitoglia.com/la_societa_internazionale.htm
Lo Stato o la Nazione stanno diventando
insufficienti a soddisfare le
esigenze della vita umana, «per cui appare sempre più naturale - scrive il
padre gesuita Paolo Dezza - la
tendenza a costituire Società più ampie, sia a livello
continentale, sia anche a livello mondiale» ([1]).
***
La facilità e la rapidità delle
comunicazioni, i fenomeni turistici e (purtroppo) anche immigratori ed
emigratori di massa , gli scambi culturali e commerciali, rendono gli
Stati nazionali sempre più dipendenti gli uni dagli altri; ecco la necessità
di Organismi più vasti, che possano affrontare e risolvere questo
problema: il benessere comune temporale degli abitanti di un continente (ad
esempio l’Europa) o del mondo intero; evitando a) l’eccesso:
il mondialismo o globalizzazione uniformatrice e livellatrice; e b)
il difetto: particolarismi esagerati, regionalismi
anacronistici e forieri non di benessere temporale, ma di altre lotte
intestine e civili, dacché “la frammentazione fa la debolezza”.
Invece, c) la retta ragione e la dottrina
cattolica vogliono l’unità della vera fede e della morale naturale,
ma al tempo stesso salvaguardano le diversità di vera e solida cultura, di
“razza” ([2]),
di tradizioni locali, non appiattiscono tutti gli uomini ad un modello
made in Usa che veste jeans , beve Coca Cola , mastica
chewingum e parla una sottospecie di inglese.
Tuttavia queste diversità debbono essere incorniciate da uno Stato o un
organismo più ampio, capace di farle coesistere in pace - senza aggressioni
dell’una contro l’altra e senza odi tribali “stile africano” - molto ricco
di particolarità, ma anche di rancori profondi tra una regione e l’altra, un
villaggio e un altro. Occorre non farsi schiacciare dal super-Stato
accentratore e totalitario di stampo paramassonico, ma neppure
ri-sprofondare nelle lotte civili o faide regionali o addirittura paesane
stile “nord-leghista”.
Questa teoria del Diritto e della Società
internazionale non è stata inventata dalle para-massoniche Società delle
Nazioni (1918) od Organizzazione delle Nazioni Unite (1945); ma
era già stata trattata - secondo il Diritto naturale e cristiano -
nell’Ottocento dal papa
Leone XIII
nell’enciclica Praeclara congratulationis (1894) e dal padre gesuita
Luigi Taparelli D’azeglio
(Saggio teoretico di Diritto Naturale) ([3])
e ancor prima (nel XV-XVI secolo) da un domenicano spagnolo, nato nel 1486 a
Vitoria, che è considerato il padre del Diritto internazionale:
Francisco Da Vitoria,
uno dei maggiori commentatori di
S. Tommaso d’Aquino
(+ 1274) per quel che riguarda la morale e il diritto. Fu professore
all’Università di Salamanca ove morì nel 1546. ([4]).
***
Se le questioni internazionali non vengono
risolte dal diritto, mediante intese pacifiche, esse sono lasciate alla
forza delle armi. Per esempio oggi Israele e Palestina sono teatro di
guerra, poiché non esiste una vera Organizzazione internazionale, secondo lo
spirito oggettivo del Diritto naturale. L’Onu ([5])
è un puro “ente di ragione”, che nulla può di valido contro la strapotenza e
la prepotenza degli Usa e Israele, che divengono sempre più l’unica potere
mondiale livellatore e unificatore di tutte le Nazioni sparse sul mondo
intero. Non intendo certamente fare l’apologia dell’Onu in se considerata,
ma colgo solo il fatto che quando essa dissente e devia dalla strada
mondialista, per la quale era stata concepita, prima nel 1918 e poi nel
1945, e come un “apprendista stregone” fugge dalle mani del suo padrone, è
immediatamente ridotta al silenzio o accusata di antisemitismo. Solo una
vera forza morale oggettivamente super partes può assicurare ai
popoli pace e benessere. Secondo Vitoria «la Società internazionale deve
portare all’uomo quei beni, che nemmeno la Nazione è sufficiente a
procurare. La stessa diversità di distribuzione delle risorse naturali [...]
suggerisce la collaborazione tra le varie Nazioni per attuare, con reciproca
utilità, un vicendevole scambio di beni» ([6]).
***
***
Anche i pagani avevano un’idea di Diritto
internazionale, pur se imperfetta, erano soliti mantenere la parola data
(cosa ignorata dagli Stati moderni o machiavellico-liberali, in cui vige
solo la ragion di Stato), ma essi praticavano l’ira e l’invidia e
consideravano lo straniero (anche di un’altra città) come nemico. La guerra
era la conseguenza naturale che regolava normalmente - e non eccezionalmente
come dovrebbe essere - i rapporti tra popoli, al vincitore spettava il
“diritto” di uccidere i vinti. Solo con il cristianesimo, data l’idea
dell’origine comune degli uomini, della sostanziale identità di natura, pur
con differenze accidentali e di un fine ultimo comune a tutti, il Diritto
internazionale nella sua pienezza divenne possibile. Esso avvicinò tra loro
le Nazioni, sotto il patrocinio del Papa e dell’Imperatore per risolvere
eventuali contrasti che sarebbero sorti.
***
Con l’Umanesimo e il Rinascimento del
paganesimo e la pseudo-Riforma protestante, apportatrice di scisma e
divisione all’interno della Cristianità, si ritornò all’odio e al disprezzo
nei rapporti internazionali. Nei rapporti diplomatici non valeva più la
parola data, la bugia e l’inganno erano leciti e doverosi; con la modernità
liberal-democratica o socialista, prevalse il materialismo, oggi -
addirittura - si attacca “democraticamente” guerra senza averla dichiarata
(ad esempio gli Usa in Iraq, Jugoslavia, Afghanistan o Israele contro la
Palestina, il Libano, la Siria e domani forse contro l’Iran) ([8])
, si rompono i trattati internazionali senza giusta causa e unilateralmente,
i concordati son violati, l’importante è ottenere l’interesse e il guadagno
dello Stato neo-pagano o assoluto e moderno. Ogni uomo, per la legge
naturale, ha dei diritti - alla vita, all’onore, alla libertà e alla
proprietà - non solo nella sua Nazione, ma ovunque in quanto uomo ossia
persona intelligente e libera, così egli può viaggiare attraverso il mondo,
attraversare tutti i paesi, rispettando le loro leggi, sapendo che in
tutti i luoghi è protetto dai suoi diritti naturali ed oggettivi (non
uccidere, non rubare, non riguardano solo i cittadini di una particolare
Nazione ma ogni uomo). Naturalmente ogni Nazione possiede il diritto di
sottoporre a certe restrizioni la libera dimora degli stranieri nel suo
suolo, per il bene comune, soprattutto se si tratta di entità considerevoli,
ad esempio i musulmani che sono immigrati in massa in Europa (senza, però,
lasciarsi prendere dall’«arabo-fobia»). Se uno Stato si trova in pericolo ad
opera di un ingiusto aggressore, gli Stati limitrofi devono prestargli
aiuto, senza grave danno proprio, come se la casa del vicino va a fuoco, son
tenuto a prestargli aiuto per carità, che non obbliga con grave incomodo.
Quindi il principio di “non-intervento de jure”, proprio della
Svizzera (la quale ha riempito le proprie banche con i beni degli stranieri
in guerra, che poi sono state vuotate dai centri Wiesenthal; “Chi di ‘oro’
ferisce di ‘oro’ perisce” insegna il Vangelo) è contrario al diritto
naturale e internazionale. Occorre evitare lo scoglio dell’errore
totalitarista, che idolatrando l’uomo desidera uno Stato universale
(la Repubblica e il Tempio universale massonici) o il Panstatismo che
oggi sono realizzati dalla globalizzazione e dal mondialismo. Mentre una
Confederazione di Stati, ossia un’unione politica delle Nazioni, sotto
una guida comune super partes - come potrebbe essere il Papato - che
regoli i rapporti internazionali, senza immischiarsi negli affari interni
dei singoli Stati, è del tutto auspicabile.
***
«Il medioevo nel suo periodo più fulgido
realizzò in parte l’idea di un diritto internazionale e di una
confederazione di Stati, formanti una Cristianità, almeno in Europa. I
popoli cristiani formavano una grande famiglia, avente il Papa come capo
spirituale e l’Imperatore come difensore della Chiesa e capo temporale È
innegabile che anche quest’unione, in molti punti, non ottenne il suo scopo
[...]. Se il mondo fosse divenuto cristiano [...] ci poteva essere maggiore
speranza di realizzare l’unione internazionale [...]. Nel Concilio Vaticano
I, molti cardinali presentarono a Pio IX una petizione, nella quale lo
pregavano caldamente di stabilire - in virtù della sua infallibilità - le
massime più importanti del diritto internazionale [...]. In modo speciale
chiedevano l’istituzione di una Corte Suprema e permanente di giustizia,
composta dai più celebri giuristi di tutte le Nazioni, che - sotto la
presidenza del Papa - avesse il compito di raccogliere i principii di
giustizia nelle relazioni tra i popoli [...] così le Nazioni sarebbero state
preservate da tante guerre ingiuste, ed esiziali (Acta et decreta
conciliorum recentiorum, Collectio Lacensis, VII 861 ss.)» ([9]).
***
Per fare un esempio attuale, l’Europa
potrebbe - forse - unirsi alla Russia, (che, con Putin letto alla luce di
Solgenitsin ([10]),
sembra voler imboccare una strada diversa dal bolscevismo sovietico, il
quale l’ha portata alla fame), enorme territorialmente, ricca di materie
prime, ma sprofondata in una paurosa crisi economico-politica dopo settanta
anni di regime sovietico, ed aiutarla ad uscirne fuori, insegnandole il modo
di ben governarsi; mentre a sua volta il “Vecchio Continente”, ringiovanito
e ingrandito da questa unione (come avvenne alla fine dell’Impero Romano,
con l’afflusso dei barbari germanici), potrebbe sganciarsi dalla “tutela”
opprimente degli Usa, che hanno creato la “guerra fredda”, per affossare la
Russia, colonizzare l’Europa e domani il Medio Oriente. Ma l’Europa ha
ancora la forza morale di “evangelizzare” la Russia? E questa è davvero
post-comunista ed ha l’energia per uscire dallo stato comatoso in cui il
bolscevismo e l’“ortodossismo” l’hanno ridotta? Io non lo so, Dio lo sa.
Non si rischia di imboccare una strada “euro-asiatica” in apparenza
specularmente diversa, ma in realtà sostanzialmente simile a quella
“euro-americana” dei teo-con, che vedono negli Usa un nuovo Clodoveo o Carlo
Magno?
***
In ogni modo, concludendo, per
Vitoria il mondo costituisce una vera Società internazionale. «Se poi tra le
Nazioni sorgevano controversie o liti, era necessario giungere ad un
regolamento pacifico, ricorrendo eventualmente all’arbitrato di terze
potenze o di autorità in qualche modo superiori, quali il Papa o
l’Imperatore [quando c’era ancora, nda]» ([11]).
In breve, l’uomo - per natura - è un animale socievole. Quindi, tende a
formare una famiglia e poi uno Stato. Ma, «oltre i confini nazionali, l’uomo
si incontra in altri suoi simili, per i quali riscontra la medesima natura,
gli stessi bisogni, aspirazioni, ideali e tendenze. Egli si sente quindi,
portato del tutto spontaneamente ad entrare in relazione di solidarietà
anche con essi, dando così origine ad una società più vasta, alla società
delle genti». (A. Messineo,
Il diritto internazionale nella dottrina cattolica, Roma, ed. Civiltà
Cattolica, 1944, p. 48). La Società delle Genti è anch’essa una istituzione
naturale e necessaria. Pertanto - continua l’illustre gesuita - «Non solo
l’uomo, individualmente preso è insufficiente a raggiungere la perfezione,
ma anche lo Stato soffre delle medesime deficienze sebbene in grado minore,
e come nell’individuo esse servono a stimolare il moto associativo, così
anche nello Stato stimolano il medesimo moto, costringendolo ad uscire
dall’isolamento, per partecipare alle pulsazioni di una vita più vasta in
una Società delle Genti». (Ivi, p. 54).Tale Società internazionale si
deve basare su un diritto naturale e oggettivo che garantisca tutte le
Nazioni (e non solo le più grandi e le più forti) ad ottenere e conseguire -
assieme alle altre - il benessere comune temporale. Ecco il succo del
Diritto internazionale che nasce in un’Università cattolica nella Spagna del
Cinquecento (la superpotenza di allora, che aveva appena conquistato le
Americhe) e ci apre vasti orizzonti per poter dominare e incanalare
positivamente il vorticoso movimento delle Nazioni moderne che dal 1914 non
hanno cessato di muoversi guerre mondiali e poi nucleari, poiché hanno
rifiutato il vero concetto di Diritto internazionale per dei surrogati
filantropico-massonici, che sfociano nel totalitarismo più assoluto, quello
di una sola super-potenza, che porta la guerra in tutto il mondo per i suoi
interessi economici, “democratici” e cleptocratici e si serve dell’Onu sino
a che non la contraddice e lo discredita quando osa interferire. Onde la
necessità del “Diritto delle Genti” e di una vera indipendente - e non
fittizia vassalla come l’Onu - Società internazionale è più attuale che mai.
DON CURZIO NITOGLIA
10 novembre 2009
Fonte originale:
http://www.doncurzionitoglia.com/la_societa_internazionale.htm
note
[1])
P. Dezza, La filosofia,
Gregoriana, Roma, 1982, pag. 215.
[2])
Ida Magli
scrive su Il Giornale del 3 settembre 2009: «Il razzismo
all’incontrario rischia adesso di contagiare l’Italia». L’articolo
riguarda la vicenda di un ‘bianco’, che è stato costretto a fuggire dal
Sudafrica per le vessazione razzistiche di senso contrario da parte dei
‘neri’. Egli si è rifugiato in Canada, non solo poiché Paese grande e
ricco – commenta la Magli – ma poiché vi è il «fondato timore di
ritrovarsi in Europa a rischio di maltrattamenti o almeno di
sottomissione ai voleri di tanti immigrati». In Europa, continua
l’Autrice, «stiamo male poiché siamo costretti a vivere nello stesso
territorio con popoli diversi da noi, e diversi prima di tutto
fisicamente […]. È la natura che fa sì che i parenti si somiglino
fisicamente tra loro. […] Le diversità fisiche colpiscono subito
e creano immediatamente un senso di estraneità. [...] L’uguaglianza
[sostanziale, in quanto tutti uomini o animali razionali, nda] è un
valore meta-fisico […], ma si tratta di un valore filosofico,
difficilissimo da comprendere e da realizzare. […] È quasi impossibile
per un ‘bianco’ identificarsi in un ‘nero’: comprendere i sentimenti, le
percezioni, i gusti, intuire il tipo di intelligenza, le reazioni, gli
interessi. Se si aggiunge a questo dato di partenza, la differenza di
lingua, di religione, di storia culturale, ci si rende conto che vivere
sullo stesso territorio non significa vivere ‘insieme’. Non si amano le
stesse cose; non si desiderano le stesse cose; soprattutto non si lavora
per lo stesso futuro, non si hanno le stesse mete. […] Si è costretti al
silenzio, all’umiliazione, al rimbambimento gli europei ponendogli
sempre di fronte le stimmate della seconda guerra mondiale, ma esistono,
oltre agli immigrati in Europa, miliardi di uomini […], che non si
piegano davanti alla onnipotente presunzione della guida americana e che
manderanno all’aria ogni idea di uguaglianza unificatrice e di governo
mondiale. Non sarebbe, dunque, urgente che anche noi, gli italiani, gli
Europei, riprendessimo in mano la nostra vita, il nostro futuro? Cosa
hanno fatto di male i giovani italiani, i giovani tedeschi, nati tanto
tempo dopo il fascismo, dopo il nazismo, perché debbano tenere ancora la
testa bassa, umiliarsi, chiedere perdono?».
[3])
L. Taparelli D’Azeglio,
Civiltà Cattolica, Roma, 8ª ed., 1949, vol. II, n° 1582; pagg. 173-200.
Il Diritto naturale
è oggettivo in quanto è “la ragione e la volontà divina, che comanda
l’osservanza dell’ordine naturale e ne proibisce il turbamento” (S.
Agostino, Contra Faustum manichaeum, XXII, 27). Onde la
base su cui poggia l’ordinamento o il Diritto naturale è assolutamente
salda, immutabile ed oggettiva, essa corrisponde alla volontà e
all’Essere divino, che da tutta l’eternità ha ordinato le creature al
loro fine, esse – perciò – hanno una disposizione naturale a formarsi i
concetti di bene e di male e a comprendere che “occorre fare il bene e
fuggire il male”. Dunque l’uomo per natura è inclinato ad agire in
maniera conforme all’ottenimento del fine. Per cui la spiegazione del
dovere va cercata in Dio e nella natura umana, che partecipa alla Legge
divina tramite la legge naturale, inscritta nell’anima di ogni uomo, che
si sente obbligato davanti al suo Creatore a rispettare certe regole per
cogliere il fine, e non nel soggetto umano che sarebbe legge a se stesso
(morale autonoma kantiana o giusnaturalismo illuminista di Grozio,
Pufendorf e Rousseau). Perciò Dio in quanto Creatore ha dei Diritti ad
essere onorato e obbedito dalla creatura, che in quanto tale ha dei
doveri verso Lui. Il dovere di agire in un certo modo e non in un altro
va ricercato nel Diritto che Dio ha di mettere ordine nell’universo
creato, con regole precise, ed aiutare - così - la creatura ragionevole
e libera ad agire bene, prendendo i mezzi buoni a cogliere il fine. Se
la morale fosse soggettiva e autonoma, l’uomo dovrebbe essere il
Creatore dell’universo e di se steso, ma ciò ripugna, come ogni sistema
filosofico immanentistico e panteistico.
[4])
Le sue lezioni erano trascritte dai suoi allievi. Le lezioni
ordinarie (commento alla IIa-IIae della ‘Somma Teologica’ di S.
Tommaso d’Aquino) riguardanti le virtù morali e teologali, furono
pubblicate solo recentemente, a cura di padre
Beltran De Heredia O.P.
nella collezione Biblioteca de Teòlogos españoles,
a Salamanca, in cinque volumi, dal 1932 al 1935. Ma l’opera che lo rese
famoso fu pubblicata undici anni dopo la sua morte (1557) e si intitola
Relectiones theologicae, che sono la raccolta delle lezioni
straordinarie, che una volta l’anno Da Vitoria leggeva pubblicamente
durante il suo insegnamento a Salamanca (1526-1541); esse erano dei
compendi divulgativi delle lezioni ordinarie o quotidiane. Sono
divisibili in due parti: la prima di carattere giuridico (ed è la più
importante) e la seconda di carattere teologico. Le Relectiones
più note sono quelle sul potere della Chiesa, del Papa e del Concilio
ecumenico che è inferiore a quello del solo Papa, il potere politico
temporale e il diritto di guerra, quelle che riguardano il Diritto
internazionale sono intitolate De Indis e trattano della
conquista delle Americhe da parte della Spagna. Esse sono più attuali
che mai, poiché aiutano a «promuovere una fruttuosa collaborazione tra i
popoli e una pacifica soluzione dei problemi internazionali che
inevitabilmente sorgono» (P.
Dezza, ibidem, pag. 216).
[5])
Oggi, nel contesto dello “scontro di civiltà” - Samuel-Huntingtoniano -
voluto dagli ambienti “teo-con” giudaico-americanisti, l’Onu pur essendo
nata come organizzazione rivoluzionaria e mondialista, alcune volte si
ritrova a svolgere un ruolo diverso da quello delle superpotenze che
dirigono il mondo. Per esempio, proprio in questi giorni, «Israele e
Francia accusano: l’Agenzia Onu ha nascosto notizie sulla bomba nucleare
di Teheran. Fra poche settimane El Baradei lascerà la guida dell’Aiea.
[…] Adesso persino l’America di Barak Obama, il Presidente della ‘mano
tesa’ e delle trattative ad oltranza con i nemici degli Usa, non
escluderebbe l’opzione militare. Tanto di aver chiesto all’Italia,
intorno alla metà di settembre, di cominciare a valutare tutte le
aziende che fanno ancora affari con Teheran, se non sia il caso di
interromperli e di smobilitare i propri stabilimenti dall’Iran» (Shalom,
ottobre 2009, p. 14). Come si vede se l’Onu cerca minimamente di
smarcarsi dalla politica mondialista (come è successo, qualche volta,
soprattutto sotto l’era Bush jr.) è oggetto di critica da parte delle
superpotenze che dirigono la politica, la finanza e la guerra o la pace
nel mondo.
[6])
C. Giacon, La seconda
scolastica. I grandi commentatori di S. Tommaso, il Gaetano, il
Ferrarese, il Vitoria, Bocca, Milano, 1944, vol. 1, pag. 185.
Id.,
Suarez, Brescia, La Scuola, 1945.
[7])
P. Dezza, ibidem,
pagg. 196-197.
[8])
Secondo Sergio Romano il
discorso di Ahmadinejad all’Onu del settembre 2009 andrebbe letto non in
chiave “antisemita”, ma anti-mondialista, in quanto il presidente
iraniano ha criticato alcuni «circoli, che facendo uso del loro potere e
della loro ricchezza, cercano di imporre un clima di intimidazione e di
ingiustizia nel mondo e agiscono con prepotenza, mentre rappresentano se
stessi, grazie alle loro enormi risorse medianiche, come difensori della
libertà, della democrazia e dei diritti umani. […] È una manifestazione
di antisemitismo? Se fosse tale sarebbero antisemiti anche tutti coloro
che in questi anni hanno sostenuto l’esistenza di una forte lobby
filo-israeliana. Sarebbe antisemita ricordare che i consiglieri
neoconservatori di Bush all’epoca della guerra irachena erano in buona
parte ebrei-americani. […] L’espressione antisemitismo non può essere
usata come una clava per impedire legittime discussioni e legittime
critiche» (Corriere della Sera, 29 settembre 2009).
[9])
V. Cathrein, Philosophia moralis, Herder, Friburgo, ed.
21ª, Libro II, capitolo IV, De jure internationali, pagg.
501-516, passim.
Cfr. anche:
P. Carosi, Corso di
filosofia, vol. VII, Etica, parte II, articolo IV, Il
diritto internazionale, Paoline, Roma, 1960, pagg. 301-322.
[10])
A. Solgenitsin, Due
secoli insieme. Ebrei e Russi prima della rivoluzione e durante il
periodo sovietico, 2 volumi, Napoli, Controcorrente, 2007.
L’Autore dimostra in questi due volumi di
1. 200 pagine complessive che il ruolo del popolo ebraico nella storia
umana ed anche in quella della Russia è innegabile e considerevole,
soprattutto nella rivoluzione bolscevica, prima durante e dopo. Egli si
immerge negli avvenimenti, non nei pre-giudizi e mostra a partire dalle
relazioni tra ebrei e russi negli ultimi due secoli (Ottocento e
Novecento) il ruolo preponderante svolto dal giudaismo nella Russia a
partire dal XIX secolo. Soprattutto per quanto riguarda il bolscevismo,
basta citare i nomi di chi ne era a capo per capire che la rivoluzione
bolscevica fu tutto tranne che russa: essa fu voluta e fatta da
ebrei, che manovrarono le masse russe alle quali fu fatta fare.
Anche Putin ha dovuto lottare non poco con l’elemento ebraico, che si
era impossessato della Russia durante la presidenza Eltsin ed è riuscito
a liberare il suo popolo dalla stretta soffocante, che alcuni oligarchi
e finanzieri apolidi avevano stretto attorno alla Russia. Il “Premio di
Stato” conferito nel 2007 da Putin a Solgenitsin, arrestato come
contro-rivoluzionario e anti-comunista dal KGB staliniano e rinchiuso in
Siberia per lunghi anni, è dovuto soprattutto allo studio svolto dal
Solgenitsin per mostrare come il giudaismo abbia influito negativamente
e devastato la storia e il patrimonio spirituale e culturale oltre che
economico del popolo russo sino ai nostri giorni. Assieme alla Russia il
giudaismo internazionale ha rovinato l’Europa con la prima e la seconda
guerra mondiale e assieme agli Usa durante il dopo guerra ha cancellato
l’identità culturale e spirituale anche del Vecchio Continente,
rendendolo totalmente omologato al “Nuovo Modo di Vita” americano, al
quale oggi come oggi resiste pienamente solo il mondo arabo, essendo
penetrato parzialmente anche in estremo Oriente e in Asia.
[11])
C. Giacon, ibidem, pag.
195.
Cfr. anche:
F. De Vitoria, La
questione degli indios, Levante Editori, 1996.
M. Fazio, Due
rivoluzionari: F. De Vitoria e J.J. Rousseau, Roma, Armando, 1998.
Aa.Vv.,
L’universalità dei diritti umani e il pensiero cristiano del ‘500,
Rosenberg e Sellier, 1995
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