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TONY BLAIR,
L’ASCARI DI ISRAELE
di Claudio Moffa -
www.claudiomoffa.it

Le
dichiarazioni di Blair al Comitato britannico di inchiesta sulla guerra
in Iraq – l‟ex premier inglese ha ammesso che “ufficiali israeliani
influenzarono e parteciparono attivamente alla decisione statunitense e
britannica di attaccare l‟Iraq nel 2003” - non hanno ricevuto alcuna
attenzione seria da parte dei principali mass media italiani. Eppure la
notizia è allo stesso tempo altamente attendibile e sconvolgente le
normali letture del conflitto iracheno e delle guerre mediorientali in
generale: attendibile perché il suo contenuto ha come fonte primaria lo
stesso ex capo del governo brtitannico; sconvolgente perché rimette in
discussione due luoghi comuni della politologia e dell‟opinionismo
giornalistico sul Medio Oriente:
1) come ha
notato giustamente Repaci nel diffondere in rete il dispaccio dell‟Irib,
quelle dichiarazioni mettono in crisi il primato del fattore petrolio
nelle vicende mediorientali degli ultimi vent‟anni: uno si sarebbe
aspettato rivelazioni su riunioni segrete fra il leniniano “comitato di
affari della borghesia” – e cioè il governo Blair – e qualche petroliere
interessato alla rapina del greggio dell‟Iraq occupato: e invece no, le
riunioni segrete ci sono state, ma con ufficiali israeliani, portavoce
di un paese che sembrerebbe più attratto dagli scavi sotto la Moschea di
Omar alla ricerca del mitico Tempio di Salomone che non da quelli dei
pozzi petroliferi dei paesi contigui: anche perché la centrale nucleare
di Dimona, attiva fin dai tempi di Kennedy, garantisce allo Stato
ebraico una base forte per l‟autonomia energetica
2) il
secondo luogo comune smentito è che siano le due superpotenze – USA e
Inghilterra – a comandare il “piccolo Israele”, a usarlo o come
avamposto di “democrazia” in mezzo alla “barbarie islamica” (destra), o
come “pedina” delle loro mire imperialiste nella regione (sinistra). Le
cose invero non stanno così, e dalle parole di Blair la superpotenza
inglese risulta essersi comportata se non come una colonia di Israele,
come un suo partner bisognoso di assistenza e di consigli sulla grave
scelta da compiere. Un solo episodio, è vero, quella raccontato da Bush
ma cruciale e determinante una svolta di carattere storico negli
equilibri mediorientali e mondiali.
D‟altro
canto il problema è generale e non riguarda solo la riunione citata da
Blair. Non a caso l‟articolo dell‟Irib riporta anche la lamentela di uno
dei due autori di The Israel Lobby, Walt, che queste cose aveva
scritto nel suo libro ma era stato o smentito o accusato di
“complottismo”. Dunque, oltre l‟episodio in sé, quel che emerge è il
meccanismo di lunga durata del ruolo svolto dal sionismo nelle
decisioni politiche dei governi del “libero Occidente”: con meccanismi
del genere Londra – nonostante l’ostilità di una parte
dell’establishment britannico - tirò fuori nel 1917 la Dichiarazione
Balfour, permise alla Legione ebraica di Jabotinsky di combattere in
Palestina contro l’Impero Ottomano e partecipò nel 1956 assieme a
Francesi e Israeliani all’aggressione contro l’Egitto di Nasser.
Ma
fermiamoci alla sola epoca postbipolare,
quella svolta storica cioè che
ha visto, attraverso una serie di eventi traumatici in molti paesi
chiave per le dinamiche mediorientali, l‟incredibile moltiplicazione del
potere di Israele in tutto il mondo: dall‟Italia post-tangentopolista
alla Russia della famiglia finanziaria di Eltsin, dagli Stati Uniti
neocons al tramonto del gollismo in Francia, dalle rivoluzioni colorate
nell‟Est europa e nei Balcani (qui, colorate soprattutto di sangue),
all‟Africa dell‟Etiopia post-Menghistu e del Ruanda del tutsi Kagame.
Facciamo dunque una rassegna telegrafica parziale di fatti degli
ultimi vent’anni, piccole unità di notizie su cui il politologo e il
giornalista professionale dovrebbe lavorare per spiegarsi e spiegare
come funziona il mondo di oggi dal punto di vista dei rapporti fra
Israele e le “grandi potenze” mondiali: “Terrorismo islamico”?
Notizie: il finanziere russo-israeliano Berezovsky, grande nemico di
Putin, ha sostenuto la guerriglia islamica cecena; la guerriglia
islamica del Kosovo è stata finanziata da Soros; i musulmani
bosniaci sono stati difesi e accolti da Israele; nel Curdistan
operano dopo il dissolvimento del regime di Saddam, agenti
israeliani; la guerriglia islamica del Darfur è sostenuta da
Israele. Dunque, esiste un “terrorismo islamico” pro-israeliano di cui
nessuno mai parla.
11
settembre? Un
gruppo di giovani agenti israeliani viene colto festante su un terrazzo
di un edificio prospiciente le Twin Tower sotto attacco e in fase di
crollo; lo speculatore ebreo Larry Silverstein guadagna 4 miliardi di
dollari con una assicurazione sui due edifici sottoscritta pochi mesi
prima l‟attentato; due impiegati newyorkesi della ditta israeliana Odigo
vengono avvisati la mattina presto di non recarsi a lavorare; Bin Laden
non avrebbe rivendicato l‟attentato prima di un anno e più; Colin
Powell, la mattina dell‟attentato si accingeva ad andare a parlare
all‟ONU per annunciare il “sì” di Washington allo Stato Palestinese.
Discorso mai pronunciato, si andò alla guerra e all‟assedio di Arafat
senza che Washington opponesse una resistenza credibile. Intanto
continuano i tentativi di attentati islamici negli USA: nel 2003 venne
fermato all‟aeroporto – notizia Haaretz – un mercante ebreo di diamanti
che tentava di far attraversare alla dogana un missile; nello stesso
anno un giovane israeliano viene fermato alla guida di un camion carico
di tritolo, in prossimità di una base USA.
Bush jr.
e Israele e l’Iraq?
La composizione
dell‟Amministrazione Bush fu decisa prima che la Corte Suprema
pronunciasse il suo verdetto sul risultato delle elezioni: vi entrano
oltre a Colin Powell, anche Cheney Rumsfeld e i neocons come
“consiglieri” di guerra; contro Cheney e i falchi, Powell risulta essere
nell‟estate 2001 a favore della riduzione delle sanzioni contro l‟Iraq;
fine agosto, Tel Aviv, isolata durante Durban I (agosto-settembre 2001)
da tutto il pianeta, lamenta di non essere ascoltata da Washington
quando i kamikaze compiono stragi nelle città israeliane; poche ore dopo
la strage delle Torri Gemelli, il clima cambia a favore di Israele e il
12 settembre Sharon dice: „adesso vi accorgete di cosa vuol dire essere
sottoposti ad attacchi terroristici”; ancora il 12 settembre l‟allora
ambasciatore israeliano Pazner minaccia l‟uso dell‟atomica contro la
Siria; il 20 settembre i neocons scrivono a Bush, indicando le tappe
della guerra al “terrorismo islamico”: c‟è non solo l‟Afghanistan ma
anche, già allora l‟Iraq; inizia l‟assedio al debolissimo
“cristiano”-sionista Bush da parte di Israele, dei mass media, dei
falchi dell‟amministrazione; 2 ottobre, Sharon evoca la solita Monaco
per stigmatizzare l' “imbelle” presidente USA, rifiuta un incontro con
Arafat richiestogli a fine settembre da Bush e Colin Powell, e viene
sentito dire: “we control America, and America knows it”; gennaio 2003,
Bush in polemica evidente con Rumsfeld che già spediva le truppe nel
Qatar, dice “sono io che decido se fare la guerra o no”; marzo, il
congressista Jim Moran accusa Bush di stare per intraprendere una guerra
per conto di Israele, e non degli USA; la stessa accusa di … Saddam
Hussein, che durante la sua conferenza stampa nel giorno dell’invasione,
si scaglia contro “gli americani, gli inglesi e dietro di loro il
maledetto sionismo”. La conferenza viene trasmessa e tradotta in diretta
e simultanea dal TG 1, la frase sfugge così alla censura. Il giorno dopo
nessun quotidiano la riporta. C’è dunque da meravigliarsi che le
dichiarazioni di questi giorni di Blair, che confermano clamorosamente
l’accusa del Presidente iracheno del 20 marzo 2003, siano oggi ignorate
dagli stessi mass media e siano state diffuse in Italia dall’agenzia
iraniana Irib? No, perché si sta parlando di Israele, e le
informazioni sullo stato ebraico seguono alcune regole sostanzialmente
precise.
Quali
sono queste regole?
1) le
unità di notizia “scomode” circolano abbastanza frequentemente sulla
stampa araba (poco attendibile per la spocchiosa presunzione
occidentale) e su quella israeliana,
molto meno su quella italiana. Come mai la notizia sulla ditta Odigo
prima accennata, o quella sul missile del mercante di diamanti ebreo,
non sono state riprese dai quotidiani italiani a smentita della tesi
della “leggenda metropolitana” degli ebrei salvatisi l‟11 settembre o
della natura vera di molto “terrorismo islamico”? Semplice, è come se un
ebreo e un “gentile” dicessero che Israele ha commesso crimini contro
l‟umanità a Gaza: il primo (di solito) solamente sbaglia, il secondo è
un “antisemita”. Cosicché, quella notizia letta dal redattore esteri
specializzato in Medio Oriente, e da lui non riversata sul grande
pubblico italiano, assume i connotati di una sorta di “conoscenza
massonica”: resta una notizia per l‟elite mediatica, che sa e anzi deve
sapere come gira il mondo, ma non si deve azzardare a dirlo al “popolo”:
e se anche tentasse, la macchina redazionale costruita dal direttore,
ovviamente filoisraeliano (altrimenti non sarebbe tale), glielo
impedirebbe.
2) Le
unità di notizia che sfuggono a tale regola-filtro e vengono fatte
circolare, non vengono poi né commentate adeguatamente, né assemblate
con altre unità di notizie significanti, secondo la prassi di qualsiasi
commentatore politico su qualsiasi altro problema che non sia la
“questione Israele”. Esse notizie al contrario vengono lasciate
parcellizzate e separate l‟una dall‟altra, e spesso ridotte a un
trafiletto: nel 1993 il ministro Mancino riferì in Parlamento che
l‟attentato al Duomo (non certo la statuetta dell‟aggressore di
Berlusconi) era stato rivendicato a nome di una sigla islamica
attraverso un cellulare appartenente a un cittadino israeliano. Il
Corriere della sera pubblicò la notizia appunto in uno stringato
trafiletto: eppure ci sarebbe stato di che commentare, fino a riproporre
la memoria del br Mario Moretti, quello della stessa a sei punte del
rapimento Macchiarini, quattro anni prima l‟assassinio del filoarabo
Moro.
Si potrebbe
continuare con una lunga catena di fatti e di notizie: si disvelerebbe
così una più o meno forte “presenza” israelo-sionista già nella guerra
Iran-Iraq degli anni Ottanta (scandalo contras); nel primo conflitto
contro l‟Iraq del 1991; in alcuni episodi tragici della seconda guerra
come le torture nel carcere di Abu Ghreib o la drammatica repressione a
Falluja; nelle minacce di aggressione oggi contro l‟Iran, una guerra che
persino Bush jr. ha voluto evitare e che invece è Israele a voler
perseguire a tutti i costi. Un ruolo israeliano compare anche come nella
guerra di Georgia dello scorso anno (vedi Eric Salerno su il
Messaggero), nel colpo di stato in Honduras, nelle guerre africane
postbipolari di cui alla denuncia di Gheddafi, nel processo di
distruzione della federazione jugoslava degli anni Novanta. Ma di tutto
questo si evita di parlare: al massimo, si assiste alla polemica fra
“anticomplottisti” e “complottisti”, questi ultimi che depistano però la
loro analisi verso i soli Stati Uniti o la sola Inghilterra, evitando –
come insegna il loro silenzio sulle dichiarazioni di Blair – di
accennare al ruolo sia pure ipotetico e eventuale di Israele.
Alle
spalle di tale modo di informare - sì alla diffusione di una parte delle
unità di notizie ma nessun approfondimento o quadro di sintesi;
depistaggio verso gli USA o il - c‟è una sorta di lobotomizzazione del
cervello, a sua volta indotta dalla sacralizzazione di tutto ciò che è
ebraico: c‟è il dogma dell‟Olocausto, la paura di essere censurati o
emarginati, e ovviamente c‟è tanta malafede e poca professionalità.
Perché, attenzione, la questione non è certo di essere pro o contro
Israele, la questione è attenersi innanzitutto ai fatti e su questi
fondare analisi credibili. Non si tratta dunque di fare propaganda,
ma semplicemente di contrastare l‟informazione deformata, e dunque la
propaganda diffusa sui mass media che di volta in volta occulta le
notizie scomode. Un discorso questo che riguarda giorno dopo giorno la
cronaca degli eventi, ma nel lungo periodo anche la storia e il
disvelamento della verità storica. Cosa scriveranno della guerra
irachena del 2003, sulle sue radici vere, i libri di storia per le
scuole fra 50 anni? Questa domanda ne suscita un'altra: cosa resterà
delle dichiarazioni di Blair fra 50 anni? Certo resteranno documenti
d‟archivio: ma chissà quale cortina fumogena attorno ad essi, una volta
che un bravo ricercatore inglese li scovasse e li volesse utilizzare per
una “revisione” delle guerre del suo paese. Un futuro inquietante che
vive già nell‟oggi, come sanno tutti coloro che propongono nuove
argomnentate letture di eventi in cui centrale è la “questione
israeliana”.
www.claudiomoffa.it
http://www.terrasantalibera.org/blair_ascari_israele.htm
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