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Anno III,  Comunicato del 15 ottobre 2008

 

 

 

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CRISTIANI NEL MIRINO :
 
vietato protestare
 Cattolici in Vietnam: vivere in libertà vigilata

 

dal quotidiano "Avvenire" del 15 ottobre 2008

di Lorenzo Fazzini da Hanoi, Vietnam

 

 

L’ edificio giallo, elegante nel suo stile neocoloniale di fine Otto­cento, giace lì solitario, circon­dato da vialetti, aiuole e panchine. «Ve­drà, arriveranno ad abbatterlo e co­struirci un albergo: è troppo ghiotto u­no spazio così in pieno centro città», ci dice un imprenditore italiano da diver­si anni residente da queste parti.

 

Bam­bini e donne incinte vi passeggiano di sera, mentre dal vicino lago Hoan Kiem spira un po’ di brezza a dare frescura ad una Hanoi affogata nel caldo umido. L’e­co delle «preghiere di protesta», come i cattolici locali hanno battezzato i radu­ni che si sono svolti qui in due riprese (l’ultimo a fine settembre) per chiedere che questo edificio, confiscato dal go­verno nel 1959, ritorni alla Chiesa, non si è ancora spenta tra le parrocchie del­la capitale: «Non preghiamo più in stra­da, ma continuiamo nelle nostre chiese», confidano alcuni sacerdoti.


  Notte e giorno poliziotti nelle loro divise color kaki – quelli in borghese non si con­tano nemmeno – e membri della Gio­ventù comunista con le loro caratteristi­che casacche azzurre stazionano guar­dinghi davanti all’ex sede della nunziatu­ra apostolica in Vietnam, a pochi passi della cattedrale neogotica di San Giusep­pe. Da qualche settimana questo pezzo di terra e questo edificio sono diventati il simbolo dell’indomita Chiesa cattolica (5 milioni e mezzo di fedeli, 40 vescovi, 2700 sacerdoti) che in Vietnam lotta per la li­bertà in un Paese comunista, dove la ban­diera con falce e martello svetta ancor og­gi sugli edifici di proprietà del partito.


  La questione è annosa: il palazzo dell’ex delegazione apostolica, requisito dal go­verno negli anni Cinquanta (come altre 90 proprietà ecclesiastiche quali terreni, e­difici, scuole, ospedali), fino a dicembre e­ra adibito a night club.

 

 Fu in quell’occa­sione che l’arcivescovo Joseph Ngo Quang Kiet prese carta e penna e domandò al Comitato del popolo della capitale che e­dificio e terreno circostante venissero re­stituiti alla Chiesa. Il piazzale veniva usa­to come parcheggio privato per le xe, le motorette che a frotte attanagliano il traf­fico delle città vietnamite. Le autorità pub­bliche a marzo avevano solennemente promesso la restituzione alla Chiesa di en­trambe le strutture.

 

 Poi, inaspettatamen­te, una notte di fine settembre – dopo me­si di trattative tra governo e Chiesa – ca­mion e operai, scortati da poliziotti, han­no iniziato a lavorare sullo spiazzo intor­no all’ex nunziatura per costruire un par­co pubblico. «Non ci hanno interpellato, hanno fatto tutto da soli, interrompendo il dialogo in maniera unilaterale», è il la­mento dei cattolici di Hanoi. Che a quel punto hanno iniziato a protestare pacifi­camente, recitando il rosario tutti i giorni (compresi preti e vescovi), su quel fazzo­letto di terra. Proprio come, ad agosto, a­vevano iniziato a fare i fedeli della par­rocchia di Thai Ha, retta dai padri reden­toristi: in quell’occasione un’azienda pri- vata, sostenuta dal governo aveva inizia­to a costruire un suo stabilimento su un’al­tra proprietà ecclesiastica confiscata alla parrocchia redentorista.


  I partecipanti alla protesta di Hanoi so­no stati pesantemente attaccati dalla po­lizia: «Hanno usato gas irritanti e basto­ni elettrici contro anziani e bambini i­nermi che erano lì solo a pregare», rac­conta un religioso che chiede di restare anonimo. «Hanno arrestato 6 cattolici, 3 sono ancora in carcere o agli arresti do­miciliari: una vera e propria violazione dei diritti dell’uomo». In loro favore Hu­man Rights Watch e Amnesty Interna­tional hanno alzato la voce chiedendo­ne al governo la scarcerazione. I lavori e­dili, al momento, nello spiazzo dell’ex nunziatura si sono interrotti; le transen­ne rosse e un mucchio di sabbia abban­donata ricordano ai passanti – insieme al sovrastante cartello per la concessione edilizia – che la minaccia di riprendere i lavori è sempre pendente.


  «Queste due vicende del Nord – la nun­ziatura di Hanoi e la parrocchia redento­rista – non sono legate alla mera rivendi­cazione di terreni, ma riguardano il mo­do in cui è amministrata la giustizia in questo Paese», è l’analisi di padre Thomas Vu Quang Trung, superiore dei 150 gesuiti presenti nel Paese. «La gente dopo il 1975 ha perso la sua terra (nel Nord anche pri­ma, già nel ’54 con l’avvento dei comuni­sti) e ora vuole che gli venga restituita».


  Insomma, da Hanoi prende il via una ri­vendicazione che sembra richiamare al­tre epoche, ad esempio gli scioperi degli operai polacchi di Danzica o i sit-in per la democrazia degli studenti di Cina in piaz­za Tianan Men. «Per la prima volta – se­gnala padre Francis Xavier Phan Long, a capo dei frati minori del Vietnam – i ve­scovi locali hanno fatto sentire la loro vo­ce in maniera comune su una questione concreta come quella della proprietà pri­vata, insistendo sul dialogo franco e di­retto con le autorità civili. Non sappiamo se la legge sulla proprietà privata cam­bierà, ma noi ci speriamo». Già, perché le proteste dei cattolici possono diventare la leva con cui la società vietnamita po­trebbe mettere fine al predominio che il Partito comunista detiene sul bene deci­sivo della terra. «Le autorità temono un ef­fetto- domino: se cedono sulla nunziatu­ra c’è il rischio che tutte le religioni – ca­doisti, buddisti, protestanti – reclamino le loro esigenze in nome della giustizia».

 

 L’osservazione è di padre John Nguyen Van Ty, per molti anni provinciale dei sa­lesiani in terra vietnamita, oggi consiglie­re del cardinale di Ho Chi Minh City, Phan Minh Manh. «Secondo alcuni, questa vi­cenda di Hanoi può essere la scintilla che potrebbe incendiare tutto. Sia la Chiesa in Vietnam che i cattolici della diaspora so­no uniti: noi non cediamo, è una que­stione di giustizia, non di libertà religio­sa, ma di diritto». Le autorità ecclesiastiche tendono anco­ra la mano al governo, forti anche del gran­de rispetto che la Chiesa si è guadagnata in questi ultimi anni sul fronte della carità e dell’aiuto ai poveri, in particolare ai ma­lati di Aids.

 

Lo stesso cardinale Jean-Bap­tiste Pham Minh Mân non lesina critiche al potere statale che, nell’affaire-Hanoi, sta mostrando il suo aspetto più vetero­comunista: 'Ho pubblicamente ribadito che, come hanno detto sia il Concilio Va­ticano II che Giovanni Paolo II e come Be­nedetto XVI ha ribadito a sua volta, la Chiesa basa la propria politica su un dia­logo che si fonda sulla verità, la giustizia e la carità. Ho chiesto ai fedeli della dio­cesi di pregare perché tutte le parti inte­ressate abbiano la forza da Dio di dialo­gare e risolvere il problema. Il dialogo è però difficile perché questa parola non e­siste nel vocabolario comunista».


 Le autorità temono un effetto-domino: se cedono con i cristiani c’è il rischio che tutte le religioni reclamino le loro esigenze in nome della giustizia

Da Avvenire di giovedì 16 ottobre 2008