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Alcune verità sulla “crisi georgiana”
18 Settembre 2008
Seminari di Eurasia
Rivista di Studi geopolitici
2008-2009
“Il Caucaso in fiamme. La reale
posta in gioco nella «crisi in Georgia» e la fine
dell’unipolarismo americano”
(seminario
di “Eurasia. i” – Torino, 17 settembre 2008)
RELATORI
Fabrizio Vielmini
- Esperto di geopolitica russa e ricercatore
associato presso l'ISPI.
Luca Bionda
- Collaboratore di "Eurasia. Rivista di studi
geopolitici", ha visitato Abkhazia e Ossezia del Sud.
Moderatore:
Enrico Galoppini
- Islamologo e redattore di "Eurasia. Rivista di
studi geopolitici".
Per ascoltare l'audio del Seminario clicca
qui
Resoconto
di Enrico Galoppini
Il 17 settembre, a Torino, presso il Centro culturale
italo-arabo Dar Al-Hikma, si è svolto il convegno “Il
Caucaso in Fiamme. La reale posta in gioco nella "crisi in
Georgia" e la fine dell'unipolarismo americano”.
L’iniziativa, inserita nell’ambito dei seminari 2008-09 di “Eurasia.
Rivista di Studi geopolitici”, ha visto la
partecipazione di due ottimi conoscitori della questione che,
recentemente, è stata al centro delle cronache e
dell’attenzione degli analisti di politica internazionale.
Nell’introduzione, il sottoscritto ha esortato i relatori,
Fabrizio Vielmini (esperto di geopolitica russa e ricercatore
associato presso l'ISPI) e Luca Bionda (collaboratore di
“Eurasia” che ha visitato Abkhazia ed Ossezia del sud) a
sottolineare come la “crisi georgiana” abbia posto fine agli
ultimi residui d’ambiguità della politica estera atlantica e
dei suoi ‘diversivi’ (tipo la “guerra all’Islam”), quando
ormai è evidente che l'obiettivo della “guerra al terrorismo”
è la Russia. Allo stesso tempo, nella breve guerra d’agosto, è
venuta a cadere la favola del “rispetto del diritto
internazionale”, poiché l’esercito georgiano, sobillato dagli
atlantici, ha colpito anche i peacekeepers russi.
Luca Bionda ha proposto inizialmente una scheda storica
sull’Ossezia, e, con l’aiuto di una dettagliata carta della
regione, ha illustrato ai presenti il complesso mosaico di
popoli della regione del Caucaso. Dopo di che è passato a
spiegare le relazioni che intercorrono tra gli osseti, i russi
e i georgiani, in modo da capire perché i primi si sono posti
sotto la protezione di Mosca. L’inizio del “problema” – ha
spiegato il collaboratore di “Eurasia” – è da situare in
concomitanza con la fine dell’URSS, quando le istanze
autonomiste-indipendentiste dell’Ossezia del Sud (come di
altre repubbliche) emersero chiaramente per motivi
d’autodifesa, per poi giungere alla sistemazione del 1992.
Fabrizio Vielmini ha successivamente proposto un intervento
denso ed illuminante su come gli Stati Uniti abbiano
pianificato ed attuato una vera e propria “strategia per la
Georgia”, dagli anni Novanta alle “rivoluzioni colorate”. Con
la fine del sovietismo, la Russia ha dovuto per un decennio
stare alle “regole del gioco” definite dall’America, che in un
delirio d’onnipotenza mirava a stabilirsi (in eterno?) come
l’unica superpotenza mondiale. Il tentativo d’imporre un mondo
multipolare guidato dalla “unica nazione indispensabile” ha
coinvolto lo strumento militare principe del dispositivo
atlantico, ovvero la NATO, con la prospettiva di un suo
“allargamento” a Paesi dell’area di tradizionale influenza
russa e comunque ex sovietica, in maniera da completare
l’accerchiamento ai danni del “nemico principale”. Allo stesso
scopo gli Stati Uniti si sono dati da fare per far prevalere,
con particolare impegno dopo il cosiddetto big bang del XXI
secolo (l’11 settembre), il passaggio di oleodotti e gasdotti
attraverso Paesi da essi controllati. La guerra delle
pipelines, infatti, spiega anche in parte l’intervento in
Afghanistan, e bene ha fatto Vielmini a ricordare che la
“guerra al terrorismo” già nel 2002 apriva un nuovo fronte
proprio in Georgia, con la scusa dei “ribelli ceceni” (!)
affiliati ad al-Qâ‘ida. L’anno successivo, non a caso,
avveniva la prima delle cosiddette “rivoluzioni colorate”,
quella in Georgia, che avrebbe costituito il paradigma per
tutte quelle successive, riuscite e non, dall’Ucraina all’Asia
Centrale, passando per la Bielorussia, con l’obiettivo finale
del colpo di mano a Mosca.
I relatori – mantenutisi sempre nell’alveo dell’analisi
geopolitica – non hanno ritenuto importante dedicare del tempo
alla denuncia della cosiddetta “informazione” e delle sue
invenzioni, poiché è evidente che una propaganda che riesce a
trasformare l’aggressore in aggredito può prosperare solo in
un ambiente plagiato dai condizionamenti di quella stessa
superpotenza i cui sogni di dominare il mondo si sono,
probabilmente, infranti nel corso di quella che a torto
potrebbe essere considerata una “crisi locale”. Piuttosto, è
stata senz’altro utile la descrizione di alcuni aspetti della
“democrazia georgiana”, per la quale – secondo uno dei cantori
dell’indispensabilità dell’unipolarismo americano,
Bernard-Henri Lévy – noialtri europei dovremmo essere disposti
a ‘morire’. A voler prendere sul serio certi parametri
“democratici”, quel che invece risalta è l’assoluta
arbitrarietà del regime imposto da Saakhashvili, cresciuto ed
ammaestrato dai suoi padroni d’Oltreoceano per andare a
predicare un nazionalismo ottuso ed aggressivo ai danni dei
popoli non georgiani che vivono entro i confini dello Stato
retto da Tiblisi. Per non parlare degli atti d’intimidazione e
delle violenze d’ogni tipo ai danni delle opposizioni, sia di
piazza (quelle del nov. 2007 sono già finite nel
dimenticatoio) che istituzionali (oppositori uccisi o fuggiti
all’estero).
Lo sconsiderato attacco a Tskhinval e la pronta risposta russa
sono stati al centro del secondo intervento di Fabrizio
Vielmini. La Russia non poteva fare altrimenti. Mostrarsi
indecisi avrebbe inferto un durissimo colpo alla credibilità
della capacità della Russia di garantire sia la propria
stabilità sia la propria credibilità, con successivo effetto
domino di rivendicazioni separatiste ed incoraggiamento alle
provocazioni delle nuove “democrazie” post-sovietiche targate
USA. A questo punto, invece, le velleità degli Stati baltici,
della Polonia, dell’Ucraina (in crisi istituzionale e con la
Crimea che addirittura chiede a Kiev di riconoscere Abkhazia e
Ossezia del Sud!) vengono fortemente ridimensionate, così come
la possibilità da parte della cosiddetta “nuova Europa” di
fungere da punta di lancia del dispositivo anti-russo
escogitato dagli americani in combutta con quei settori
europei che hanno sponsorizzato l’allargamento dell’UE a Paesi
il cui “spirito europeista” è tutt’altro che comprovato. Uno
dei contraccolpi della “crisi georgiana”, o meglio
dell’indiscutibile vittoria russa, è stata l’emersione di
fratture profonde in seno all’UE e di una spaccatura nel
“campo euroatlantico” difficilmente ricomponibile.
Alcuni dei presenti hanno poi posto alcune domande, tra cui
una nella quale si chiedeva un parere su un’eventuale svolta
americana nel caso in cui Barack Obama diventasse il prossimo
presidente. Ma l’approccio geopolitico ha il pregio di
concedere ben poco all’ideologia, per cui Fabrizio Vielmini ha
assicurato che le linee di politica estera di Washington
restano fondamentalmente le stesse, repubblicani o
democratici, e prova ne è che il pianificatore della strategia
verso la Russia negli anni Ottanta, Zbignew Brezisnki
(originario proprio della “nuova Europa”), è diventato uno dei
consiglieri del candidato democratico… Lo stesso Vielmini, per
non usare troppi giri di parole, ha ribadito che, per gli USA,
il “nemico principale” è la Russia, e non la Cina, come alcuni
sostengono, e sarà proprio interessante seguire se
quest’ultima approfondirà la cooperazione avviata in seno
all’Organizzazione della Conferenza di Shangai o se proverà ad
approfittare del contrasto russo-americano per rinnovare la
stagione della “diplomazia del ping-pong”.
Le conclusioni da trarre dal seminario di “Eurasia” dedicato
al “Caucaso in fiamme” sono perciò le seguenti:
1) la fine dell'unipolarismo americano è già un fatto, e la
manovra a tenaglia contro la Russia s’è inceppata, mentre
l’America si avvia verso una crisi cronica (finanziaria, ma
anche militare, per l’impossibilità di sostenere i troppi
scenari che la vedono coinvolta);
2) il baricentro mondiale va spostandosi verso il blocco dei
Paesi dell’OCS, con l’Europa che dovrà presto trarre da ciò le
adeguate conclusioni, pena un “isolamento” attribuito
vanamente alla Russia;
3) l’ultima spiaggia degli USA resta la messa in opera
dell’extrema ratio: “Europa terra nostra o di nessuno”, e per
questo il dispositivo militare anti-russo va dispiegandosi sul
terreno dell’UE, anziché – come sarebbe logico osservando un
mappamondo – in Alaska, davvero a due passi dal “nemico
principale”…
La reale posta in gioco nella “crisi in Georgia” è, assieme a
quella di altre “crisi” (si pensi a quella mediorientale,
nient’affatto scollegata), l’esito della lotta per il
predominio mondiale: da una parte gli USA, che vedono
esaurirsi l’illusione di costituire l’unico centro
decisionale, dall’altra le potenze eurasiatiche e il nuovo
assetto multipolare del XXI secolo.
Per
ascoltare l'audio del Seminario clicca
qui
http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkkEZuVVpkhUzwfXuB.shtml
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