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Perché è necessario che
l’Europa riconosca Hamas quale legittimo rappresentante del
popolo palestinese
di
Angela Lano,
Direttrice dell'Agenzia InfoPal.it, il
5-12-2008

Ho
iniziato a occuparmi di Palestina partendo da “sinistra”,
negli anni ’80, studentessa di Orientalistica a Torino, e poi
dopo, come giornalista. I miei interlocutori palestinesi erano
amici del FPLP, sia in Italia sia in Palestina. A loro e al
compianto prof. Ascanio Dumontel, intellettuale di sinistra,
devo il mio interesse per la Questione Palestinese, oggetto di
gran parte dei miei studi universitari e della mia tesi di
laurea.
Partendo da questa prospettiva, per anni ho “letto” Hamas come
mera “reazione” alla corruzione palese della dirigenza di
Fatah. Ne percepivo la popolarità nella Striscia di Gaza degli
anni ’90 in quanto area depressa e povera. Insomma, era per me
un fenomeno populista, e maschilista, da studiare con
attenzione.
Ma
Hamas è qualcosa d’altro. È un movimento patriottico, di
sostegno concreto, economico, politico, sanitario, morale al
popolo palestinese oppresso e impoverito da embarghi, assedi,
Muro, bantustan, e aggressioni. Una formazione politica che ha
abbracciato il pragmatismo, che si è lasciata alle spalle la
terribile, e discutibile, stagione degli attentati kamikaze
(peraltro, organizzati da TUTTE le fazioni palestinesi, anche
da quelle “laiche”), e imboccato la via del governo.
Dall’altra parte, da anni, c’è un’ANP guidata da una
leadership di Fatah corrotta, collaborazionista,
anti-patriottica.
Per
tutte queste cose insieme, il Movimento di Resistenza
islamica, il 25 gennaio del 2006, ha vinto forse le prime
elezioni democratiche della regione, controllate da
Osservatori internazionali. Pardon, le ha stravinte. Votato da
musulmani, da cristiani – preti e suore comprese – entusiasti,
atei, comunisti. Le elezioni
erano state incoraggiate da
Europa e Stati Uniti, arrogantemente certi che avrebbe vinto
Fatah. Gli osservatori hanno impedito eventuali brogli e la
vittoria è toccata all’innominabile Hamas.
Da
lì, è nata la tragedia nella tragedia: il disumano embargo
internazionale, economico e politico.
Parallelamente, gli Usa hanno incrementato il loro sostegno a
Fatah, attraverso ingenti finanziamenti, armi, addestramenti
in campi allestiti dalla Cia. Come avvenne durante i
famigerati regimi dittatoriali latino-americani degli anni
’70-’80, leader locali corrotti si sono dimostrati pronti, e
senza tanti scrupoli, a svendere il proprio popolo e la
propria terra in cambio di capitali, potere, legittimità che
altrimenti non avrebbero posseduto.
Squadroni della Morte, in stile salvadoregno, addestrati a
uccidere e a terrorizzare, hanno iniziato a scorrazzare per la
Striscia di Gaza fino alla “presa di potere” (perché, poi,
usiamo questa espressione, visto che il potere ce l’aveva già
avendo vinto le elezioni?) di Hamas, a giugno dell’anno
scorso, e l’espulsione della frangia golpista di Fatah.
Ecco
allora che il mondo, a destra e a sinistra, ha gridato al
“colpo di Stato”, dimenticando volontariamente, e in malafede,
l’esito elettorale dell’anno precedente.
A
destra e a sinistra, in Italia, Hamas è considerata
un’organizzazione terroristica. Nella migliore delle ipotesi,
un movimento di pericolosi fondamentalisti, scellerati,
misogeni, violenti e invasati. Una vera minaccia ai “valori
secolari e democratici”…
Ma
non illudiamoci di essere in grado di pensare queste cose con
le nostre illustri teste, l’imbeccata viene sempre dalle
solite fonti: gli Usa e Israele, ovviamente.
Per
loro, il Movimento di Resistenza islamica NON deve essere
riconosciuto in quanto unico vero ANTAGONISTA al progetto
sionista di totale occupazione della Palestina, di pulizia
etnica, di crimini di guerra rimasti impuniti.
Il
disegno è chiaro, ma c’è ancora chi crede, o fa finta di
credere, per comodità, ignoranza, potere, carriera e altro,
allo “scontro di civiltà”, alla “guerra globale contro il
terrorismo islamico”, e, in nome della “democrazia” in stile
Grande Fratello orwelliano, accetta le vergognose e
dittatoriali
black-lists made in Usa.
Black-list in cui Hamas è stato inserito, a tutto vantaggio di
Israele, appunto…
Ma
torniamo all’arena politica palestinese. Dall’anno scorso, e
su base giornaliera, le forze dell’ANP in Cisgiordania
aggrediscono, rapiscono e torturano membri o simpatizzanti di
Hamas – intellettuali, professionisti, imam, studenti -, nel
silenzio mondiale della maggior parte dei “sostenitori di
sinistra” della Palestina.
Sono
forze di un’Autorità che collabora con l’occupante, che
coordina la “sicurezza”, ma che, in realtà, perseguita la
resistenza.
Perché è
necessario che l’Europa riconosca Hamas.
Perché è il movimento che ha vinto democratiche e trasparenti
elezioni, volute, incoraggiate, monitorate dall’Occidente.
Perché la resistenza dei popoli oppressi è riconosciuta dalle
leggi internazionali.
Perché Hamas è un movimento di resistenza patriottica. Perché
difende le istanze e i principi che un tempo erano retaggio
dell’Olp, tra cui il “diritto al ritorno”.
Perché attraverso una fitta rete di associazioni e
organizzazioni (molte delle quali attaccate e chiuse dalle
forze israeliani e dell’ANP) “dà da mangiare agli affamati” e
non si costruisce i palazzi con i soldi destinati agli
indigenti. Perché i suoi leader, a Gaza, conducono una vita
onesta e frugale, lontano dagli sfarzi di altri capi, a
Ramallah, rinchiusi in ville di holliwoodiana memoria. Il
premier eletto, e dunque legittimo, Ismail Haniyah, abita
ancora in un campo profughi, in mezzo alla sua gente.
Perché ha leader carismatici, come Haniyah e Mesha’al, mentre
dall’altra parte c’è l’insignificante Abu Mazen, pronto a
“dialogare” con un Israele che vuole solo espandersi ai danni
di ciò che resta della Palestina, che erige un Muro della
Vergogna alto 8 metri e lungo 700 km, che ha ridotto i T.O. in
tanti bantustan, ottenendo un’impotente condanna del Tribunale
internazionale dell’Aja, che uccide civili, che usa armi di
distruzione di massa e a micro-onde (contro Libano e Striscia
di Gaza, nell’estate del 2007).
Sulla
Via di Damasco.
I dubbi che, come persona, e donna, di “sinistra”, ancora
potevo serbare, sono stati fugati dalla recente
partecipazione, come membro della delegazione italiana, al
Congresso arabo-internazionale sul Diritto al Ritorno,
svoltosi dal 23 al 24 novembre a Damasco.
La
sera del 23 la nostra delegazione, insieme a quella
parlamentare greca e britannica, ha incontrato l’Ufficio
politico di Hamas al completo. È inutile nascondere l’ottima
impressione personale che il gruppo ha dato a me e a tutti gli
altri ospiti. Un’impressione di levatura intellettuale,
morale, umana, di cordialità e rispetto al di là delle
differenze culturali, religiose, di genere, ecc.
Dunque, ci siamo trovati di fronte ai “terroristi”, secondo la
dizione israelo-americana avallata dalla succube Europa, di
Hamas, Khaled Mesha’al in testa, che, con toni pacati e con
argomenti condivisibili e razionali, ci hanno spiegato la loro
linea politica e di lotta contro una delle più feroci
occupazioni militari contemporanee.
Mesha’al ci ha ricordato che, pur essendo nato in Palestina,
non vi può far ritorno, come milioni di altri palestinesi in
diaspora. Ha sottolineato che il problema “non è con gli ebrei
o con l’ebraismo, ma con l’occupazione israeliana” e che
ognuno “è libero di professare liberamente la propria fede”.
Ha evidenziato come, pur avendo vinto regolari e democratiche
elezioni, Hamas non abbia sedi diplomatiche in Occidente e ha
chiesto all’energica e coraggiosa baronessa Jennifer Tonge di
esercitare pressioni affinché il movimento, e il governo,
siano riconosciuti ufficialmente.
È
questa, infatti, la grande sfida che l’Europa, antica patria
storica del Diritto, deve lanciare a Israele e agli Usa:
dimostrare concretamente, al di là dei proclami di principio
sulla presunta “democrazia da esportazione” (nuovo volto e
nuova semantica delle guerre di rapina e conquista), che sa
essere giusta e civile. Che sa riconoscere la legittimità e la
legalità che propaganda dai megafoni istituzionali dei governi
e dell’Europarlamento. Che sa accettare l’esito elettorale dei
Paesi del “Sud” del mondo, anche quando non combacia con le
sue aspettative e previsioni. Che sa sdoganarsi dal giogo
pesante delle scelte di politica estera statunitense e sa
prendere le distanze dai crimini commessi da 60 anni a questa
parte dallo stato amico israeliano.
Domande
retoriche.
Perché noi ci ostiniamo a dialogare con questa forza, l’ANP di
Ramallah, la cui dirigenza non è stata eletta, il cui premier,
Salaam Fayyad, non è stato scelto dal popolo?
Perché i nostri leader europei fanno loro visita, ma non
accettano di essere ricevuti dal governo legittimo di Ismail
Haniyah?
Perché non si battono per la liberazione dei loro colleghi
palestinesi rinchiusi da tre anni, senza imputazione alcuna,
nelle carceri di Israele?
Sono
domande che si pongono i cittadini comuni che hanno la fortuna
e il privilegio di non informarsi attraverso i nostri sempre
più illegibili e inguardabili quotidiani e tv – sguaiatamente
di parte. Se lo chiedono uomini e donne onesti che hanno a
cuore la Giustizia e la verità.
Il
buon esempio dovrebbe darlo la cosiddetta “sinistra” (lasciamo
stare quella, ormai perduta, “per Israele”), alleata, a suo
dire, dei popoli oppressi della Terra, mettendo da parte
quell’aria di insopportabile snobismo politico che la porta ad
accettare tutto ciò che sia solo e squisitamente “laico”.
Che
vi/ci piaccia o meno, Hamas è uno dei movimenti di resistenza
più amato dai palestinesi. Forse uno dei pochi rimasti di
autentica “resistenza” politica contro l’occupazione.
La
sinistra, in Italia, ha perso anche su questo fronte: non ha
avuto il coraggio di prendere posizioni nette contro i crimini
israeliani. Ha nicchiato, tergiversato, accennato e
ritrattato, indugiato alla Don Abbondio dei nostri tempi. Ed è
stata mandata a stendere dal suo elettorato. Giustamente.
Anche su questo.
Basta
leggere i suoi quotidiani, per rendersi conto della
débâcle:
non sembrano più di sinistra, ma emanazione degli stessi
padroni, delle stesse lobbies degli altri... L’orrido termine
di “Hamastan” (territorio dominato da Hamas) è usato anche da
loro, qual inno all’ignoranza e all’incapacità di capire
dinamiche, percorsi e nuovi scenari. L’incapacità di leggere
il presente e immaginare il futuro. Di cambiare, di modificare
pensieri e visioni. Di crescere. Di testimoniare e accogliere
realtà altre…
In
nome della democrazia e del diritto internazionale tanto
propagandati, l’Europa e i suoi leader riconoscano Hamas quale
legittimo rappresentante del popolo oppresso di Palestina.
Abbiano il coraggio di riconoscerlo ufficialmente e cancellino
quel nome dalla
black-list imposta loro da Israele e dagli Stati
Uniti d’America. Per coerenza, contro l’ipocrisia imperante.
Link originale a questo articolo su :
www.infopal.it
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