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21 agosto 2008
Nelle colline a sud di Hebron, dove non vale alcuna
legge, la situazione, come al solito, è senza
controllo: i coloni continuano ad attaccare i figli
dei pastori con mazze e pietre, per rubare le pecore e
rendere loro la vita impossibile, mentre la polizia di
Israele continua a trattare male chiunque tenti di
presentare un reclamo contro i coloni in questione.
I coloni di Beit Yatir e di Susia hanno preso di mira
i figli ed il gregge di Mahmoud Abu Kabaita. Ma
Mahmoud è stato lasciato al sole cocente per quattro
ore, fuori dal commissariato di Kiryat Arba, prima che
gli concedessero il permesso di entrare. Alcuni dei
figli di Abu Awad soffrono di una grave malattia della
pelle, e la sua famiglia è già stata vittima di un
pogrom crudele da parte dei coloni di Asael, come ho
descritto su questo giornale tre settimane fa. I
parenti, dopo aver atteso fuori dal commissariato per
due ore, se ne sono andati senza presentare reclamo,
dopo che, sabato scorso, erano
stati nuovamente attaccati. Questo è il modo in cui la
polizia di Israele, qui, applica la legge.
Dopo che avevo scritto in questa rubrica degli Abu
Awad, le cui povere cose – tutte – erano state
distrutte e saccheggiate dai manifestanti di Asael,
alcuni lettori si erano offerti di aiutare la
famiglia, squattrinata. Un personaggio importante, ben
noto nell'establishment politico, non necessariamente
di sinistra, e che ha voluto restare anonimo, ha dato
alla famiglia un contributo finanziario personale,
considerato ingente, per gli standard locali.
C'è stata una gran gioia nel misero accampamento, ma è
durata poco: sabato scorso i ragazzini e le pecore
sono stati attaccati di nuovo da quelli di Asael. Uno
splendido modo di accogliere la "sposa del sabato"(2),
come è d'uso tutte le settimane.
Nemmeno gli Abu Kabaita, che, per decreto israeliano,
avrebbero dovuto vivere fuori dalla barriera di
sicurezza, adiacente a Beit Yatir, hanno avuto molta
fortuna. Sono stati anche attaccati da manifestanti
della vicina colonia, e pure trattati male dalla
polizia di Israele, che, si presuppone, dovrebbe
proteggerli.
Esiste quindi, ad un'ora e mezza di distanza da Tel
Aviv, una regione con le sue regole: i coloni si
scatenano quanto loro aggrada e la polizia, che non
alza un dito, tratta pure male le vittime, quando
vogliono presentare un reclamo. Nelle scorse
settimane, come tutti
sanno, per qualche motivo le violenze sono aumentate,
ma per la polizia tutto va come al solito.
Di fronte al nuovo posto di blocco, fra antenne e
turbine eoliche, vive la famiglia Abu Kabaita: madre,
padre, 13 figli, due nonne (una di 97 anni), e,
naturalmente, pecore e capre. Abitano qui dal 1948:
palestinesi che vivono in un recinto ben tenuto di
tettoie, tende e strutture in pietra, alcune delle
quali sono state demolite da Israele.
All'ombra di un albero di datteri vi sono diverse
sedie di plastica; uno dei ragazzini, che raccoglie i
datteri, li serve con tazzine di infuso di salvia. Il
padre, Mahmoud, racconta le sue tribolazioni. Ha 40
anni; è nato qui, sulle terre di proprietà privata,
registrate a
nome della propria famiglia sin dall'epoca del dominio
turco. Non tiene i documenti ufficiali nel recinto; sa
già che il rischio è che i coloni, e forse anche la
polizia e l'esercito, li confischino.
Porta un berretto da baseball al contrario, parla bene
l'ebraico, e sembra un israeliano. Nel recinto è
parcheggiato un trattore Ferguson nuovo, ma deve
lasciare l'auto, una vecchia Subaru, dall'altra parte
della barriera di separazione e del posto di blocco
sul pendio, a diverse centinaia di metri da casa; ha
il divieto di portarla più vicino. Israele ha
costruito la barriera in modo che Beit Yatir resti in
territorio israeliano, insieme ad alcuni dei vicini
palestinesi.
Può essere un bene per i coloni, ma per gli Abu
Kabaita il nuovo posto di blocco ha solo annunciato
nuovi problemi: per andare a scuola, i ragazzini
devono attraversarlo tutti i giorni; così pure
Mahmoud, per comprare mangime per le pecore o vendere
una bestia del gregge, per comprare una bombola del
gas o altri prodotti. A volte i soldati gli permettono
di passare, altre volte no. Quando vuole vendere
pecore nella vicina Yata, i soldati gli permettono di
portarne fuori solo due per volta: proprio così. Ogni
passaggio, per sé e per i figli, dipende dalla buona
volontà del soldato al posto di blocco: se lo
desidera, li lascia attraversre; altrimenti, no.
Abu Kabaita: "Vado in trattore a Yata a prendere
l'acqua. Se i soldati sono gentili mi lasciano
passare, altrimenti devo andare per i campi per tre
ore, lungo un percorso che bypassa il posto di blocco.
Dipende tutto dal tipo di soldato che c'è". Aggiunge
che a
sua sorella, ed ad altri familiari che stanno dal lato
opposto, non è proprio permesso andarlo a trovare.
Anche il sentiero per la terra da pascolo, privata,
degli Abu Kabaita, è ad ostacoli: passa entro il
confine di Beit Yatir. Questo è pure la fonte di
costanti attriti: i ragazzini dei coloni lanciano
talvolta pietre ai figli dei pastori, quando
attraversano la colonia.
A volte i coloni tentano anche di rubare le pecore o
di investirle, come è avvenuto il primo agosto.
La famiglia ha 200 capi di bestiame; ora riposano,
nella calura estiva, distesi nel recinto. Quando è
stata fondata Beit Yatir, alla fine degli anni '80, è
iniziata la guerra per i terreni. Abu Kabaita non si è
dato per vinto, si è imbarcato in una battaglia legale
sfibrante, ed è rimasto sulla sua terra. Beit Yatir è
stata costretta ad espandersi in una direzione
diversa: non sul suo terreno, adiacente alla barriera
intorno alla colonia. Pure la barriera qui è
di dubbia legalità, dato che passa nel terreno di Abu
Kabaita; pastore e figli entrano nell'area da pascolo
attraverso una sua apertura. Il tetto di lamiera della
casa di famiglia è coperto da piccole pietre, che i
figli dei coloni talvolta vi lanciano contro.
"Non siamo viziati", spiega Abu Kabaita. "Siamo nati
in grotte, e siamo abituati ad una vita dura. Per noi
non è un problema: i nostri genitori ci hanno
abituati, e anch'io costringo i miei figli ad
abituarvisi. Sono solo i coloni a rovinarci, a
distruggerci la vita.
Siamo cresciuti così. Ci piaceva questa situazione, ci
piace essere nella natura in condizioni difficili –
fatta eccezione per i coloni, che sono venuti a stare
nei nostri terreni. Hanno rovinato le cose.
Vogliamo solo continuare a vivere la nostra vita;
tutto lì. E speriamo che i coloni smettano di causarci
problemi: ci impediscono di vivere".
Ora si toglie di tasca un pacchetto ripiegato di
documenti, a conferma dei reclami che è riuscito a
presentare alla polizia, contro gli attacchi dei
vicini. "Quando arrivo al commissariato, mi vedono, e
chiudono il cancello. Perdo l'intera giornata, lì; se
vado a
presentare un reclamo, devo passare un giorno intero
al sole. Questo è quel che è capitato l'ultima volta.
Sono stato lì, respinto come un cane. Premo sui tasti,
parlo al citofono; rispondono che mi faranno entrare
subito, e non capita alcunché".
L'ultima volta che ha cercato di presentare un
reclamo, il 4 agosto, dopo esser stato a cuocere per
ore nella calura, sono arrivati rappresentanti della
Presenza Internazionale Temporanea a Hebron,
protestando perché non lo lasciavano entrare. Nemmeno
questo è servito; è rimasto fuori. "Mi hanno lasciato
entrare alle due del pomeriggio", spiega; "ero
arrivato lì alle dieci di mattina, ed ho dovuto
aspettare fino alle cinque e mezza prima di poter
presentare il reclamo. Anche dopo averlo fatto, mi
sono accorto che i poliziotti
non si occupavano adeguatamente di me, e che l'agente
non aveva preso nota di quel che avevo detto".
Quella volta, al reclamo era stato assegnato il numero
309765/2008.
Fra i molti documenti che mostrano prova dei reclami,
rispetto ai quali nulla è stato fatto, ha anche una
fotografia presa clandestinamente una volta; mostra un
colono di Beit Yatir, che, secondo Abu Kabaita, è
quello violento: è vestito di bianco, con una grossa
kippà bianca in testa, una lunga barba, e si copre il
volto con le mani, per non essere identificato mentre
scappa.
Danny Poleg, portavoce e vicecomandante del Distretto
di Polizia di Giudea e Samaria, scrive: "1. Il sig.
Mahmoud Abu Kabaita ha effettivamente presentato un
reclamo al commissariato di Hebron il 4 agosto: sono
in corso indagini. 2. A riguardo del tempo che ha
aspettato, non ci sono prove concrete a dimostrare
quanto afferma.
Andrebbe notato che la polizia di Hebron sorveglia
continuamente ed attentamente i cancelli del
commissariato, pure con una TV a circuito chiuso, per
determinare se ci sono querelanti, o altri, che
necessitano del servizio. 3. Al cancello dell'ingresso
a cui si
ricevono i palestinesi c'è un telefono, con l'elenco
degli interni e dei segni rilevanti. 4. Malgrado tutto
ciò, e in risposta alla sua richiesta, il comandante
del distretto di Hebron ha ordinato di chiarire la
questione all'interno dello staff. 5. La polizia del
distretto di Hebron ha il compito di fornire un
servizio professionale, di alta qualità, e soprattutto
pronto, alla
popolazione della zona".
Era il primo agosto, al crepuscolo; i suoi due figli,
Bilal, di undici anni, e Saghr, di otto, tornavano a
casa con le pecore dal pascolo oltre Beit Yatir. C'era
un gruppo di figli dei coloni, che giocavano alla
guerra. Hanno tormentato Bilal e Saghr, tirando loro
contro palle di vernice; questo è quel che narra Abu
Kabaita. Era un gruppo di giovani di Susia, spiega,
con qualcun altro di Beit Yatir.
"Hanno cominciato a lanciare quelle bombe di vernice
contro i nostri bambini, che, spaventati, sono
fuggiti", racconta.
Bilal è rimasto a distanza, per controllare le pecore,
mentre Saghr è corso a casa. Il padre, che a quell'ora
era nell'oliveto, ha lasciato tutto per correre verso
il gregge, incontro ad un altro ragazzino pastore, che
era rimasto indietro. Una volta arrivato, ha visto
circa
10 giovani, che non mollavano diverse pecore. Accanto
al gruppo era parcheggiata un'auto bianca. Cinque
animali, fra capre e pecore, erano già legati ad
alberi del bosco.
"Volevo avvicinarmi, per chiedere: perché rubate le
nostre pecore? Ma sono molto fanatici, e mi hanno
intimato di andarmente immediatamente. Non ho visto
Bilal, e neppure le pecore. Dov'era Bilal? Dove'erano
le bestie? Avevo paura. Ho telefonato al numero di
emergenza, il 100. Nessuna risposta. Cominciava a far
buio. Siamo al buio da soli, questi imprecano urlando,
e sono preoccupato per mio figlio e per le pecore".
Ha telefonato all'Ufficio dell'ONU per il
Coordinamento delle Questioni Umanitarie a Hebron. Da
lì l'hanno indirizzato a B'Tselem, l'organizzazione
per i diritti umani. Il coordinatore della ricerca di
B'Tselem, Najib Abu Rakia, insieme a Musa Abu
Hashhash, operatore sul campo del distretto, hanno
chiamato l'Esercito di Israele e la polizia, perché si
recassero sul posto. L'Esercito è arrivato, la polizia
no.
Quando è giunta la jeep dell'Esercito i coloni sono
scappati, lasciando indietro il gregge. I soldati,
tuttavia, non hanno detto una parola ad Abu Kabaita,
ed hanno lasciato il luogo. Abu Kabaita e Bilal hanno
slegato capre e pecore, tornando a casa alla sera
tardi
con il gregge; stanchi, ma soprattutto spaventati.
Da allora, Bilal e Saghr hanno rifiutato di andare da
soli nel pascolo oltre Beit Yatir; il padre deve
accompagnarli tutti i giorni, sperando che tornino a
casa sani e salvi. Ora è molto preoccupato per la
sorte dei figli e del suo gregge. Si accorge pure che,
negli
ultimi tempi, la violenza da parte dei coloni si è
intensificata.
Abu Kabaita: "Ho abituato i bambini a non aver paura,
e spero che non capiti più. Non voglio dire che tutta
Beit Yatir sia così. Non tutti, nella colonia, sono
ladri e malvagi; è importante dirlo. Solo pochi, e
soprattutto quello nella fotografia, lo sono. Negli
ultimi mesi è andata peggio, e hanno cominciato a
crearci molti problemi, me ne accorgo. Cercano di
rubare le pecore e di investirle; lanciano pietre di
notte, e spaventano i miei bambini."
Per sua fortuna, la turbina eolica costruita dai
coloni quasi in cima alla casa è spesso rotta. Il
rumore che fa di notte, quando funziona, impedisce
loro di dormire. "Ogni volta che gira – bum! È come
un'esplosione notturna".
Una turbina sulla testa, una colonia che trabocca nel
terreno da pascolo, un'altra su un pendio lì accanto,
e la minaccia della violenza intorno – questa è la
vita sicura, e felice che tocca oggi alla famiglia Abu
Kabaita.
1)' Night raid', Haaretz 31/07/2008, in
http://www.haaretz.com/hasen/
spages/1007456.html
2) Si allude ai festeggiamenti per l'inizio del
sabato, usuali fra
gli ebrei ortodossi.
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