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Anno IV,  2009

 
     
 

QUESTA Redazione, pur non condividendo sempre e necessariamente tuttE le dichiarazioni degli autori

nei testi citati, reputa che esse siano comunque UTILi fonti di informazione, testimonianza e riflessione.

Non omologati in nessuno schieramento e in rispetto di quella libertà di pensiero e d'espressione garantite costituzionalmente, riteniamo IRRINUNCIABILE E giustO dare spazio a MOLTE voci del dissenso, ALTROVE NEGATE.

 
 

Report dal campo profughi di Nahr al Bared

da Elisabetta, Associazione Zaatar

 
 

Il campo profughi di Nahr al Bared, con suoi 40.000 abitanti, era il secondo per dimensioni in Libano, possedeva fino al 2007, l’economia più stabile e sviluppata fra tutti i 12 campi profughi palestinesi ufficialmente registrati sul territorio libanese. Era frequentato dai libanesi e anche dai vicini siriani, che godevano di prezzi competitivi e credito. Tra il maggio e il settembre del 2007, il campo è stato raso al suolo dall’Esercito Libanese, con il pretesto di estirparne le milizie di Fatah al Islam che vi si erano insediate. Il numero degli elementi armati di questa organizzazione non superava le quattrocento unità e nelle sue fila si contavano curdi, siriani, libanesi, sauditi e pochi elementi palestinesi estranei al campo.
 

Di ritorno a Nahr el Bared a 16 mesi dalla mia ultima vista, molte cose sembrano cambiate, anche se i cambiamenti  rispetto al disastro e alla devastazione sono in realtà minimi e la situazione dei profughi è disperata. Il campo è tutt’ora occupato dall’Esercito Libanese, circondato da 5 check point con l’ingresso proibito a chiunque. I palestinesi devono mostrare l’ID ai check point ogni volta che entrano nel campo e spesso devono sottostare a controlli.

Io sono entrata grazie ad un permesso speciale rilasciato dall’Esercito Libanese ai funzionari delle Ong. Il campo è presidiato dai soldati libanesi anche al suo interno e non mancano le vessazioni contro gli abitanti. Della popolazione del campo, composta da  40.000 persone, sono circa 18.000 gli sfollati che sono rientrati nella parte del campo nuovo. Il nucleo centrale del campo invece, quello cosiddetto “campo vecchio” è tutt’ora recintato, anche se gran parte della macerie è stata rimossa donando al paesaggio un aspetto lunare. Il campo vecchio è una immensa distesa polverosa di calcinacci e cemento frantumato. Sporadicamente si sentono esplosioni, sono gli ordigni inesplosi trovati e fatti brillare dall’Esercito Libanese.

Gli sfollati rientrati nel campo nuovo sono alloggiati per la maggior parte in container montati dall’UNRWA (United Nation Relief and Works Agency for Palestinian Refugees), composti da una stanza di circa 10 metri quadrati per famiglie fino a 5 persone e due stanze per nuclei familiari che superano le 5 unità. Così si trovano famiglie di 10 componenti costrette in spazi di 20 metri quadrati, dove all’interno si dorme, si cucina e si trovano i servizi igienici. I container sono in gran parte di metallo con tetto di lamiera, chi dispone di un po’ di denaro, ha sostituito il pavimento in compensato, distrutto dalle intemperie e dall’usura, con piastrelle di ceramica. C’è chi ha provato a coibentare il soffitto ed ha migliorato in parte la situazione climatica interna, ma in compenso gli insetti si annidano nelle fessure e il materiale utilizzato provoca in alcuni casi, specialmente nei bambini, reazioni allergiche (quasi tutti i bambini del campo sono afflitti da dermatiti). 

Le famiglie più “fortunate”, che hanno le case parzialmente distrutte o ai quali è rimasto in piedi anche un solo muro, si sono adattate a vivere in un'unica stanza, in attesa della ricostruzione, anche piccoli negozi nei fondi di ciò che resta dei palazzi bombardati cominciano a funzionare, ma è un economia inesistente che ruota tra i 18.000 profughi presenti. il tessuto sociale è compromesso, gli aiuti umanitari provenienti da varie ONG, sia estere che libanesi,  vengono distribuiti quotidianamente e spesso si assiste a violenti litigi tra i profughi durante la distribuzione. Alcune famiglie possiedono un libretto dove quotidianamente viene segnata la consegna delle buste del pane.

Ibraim, 75 anni, e sua moglie Fatima hanno 14 figli, 8 maschi e 6 femmine. Ibraim ha lavorato all’estero per  40 anni per costruirsi quella che doveva essere una bella abitazione di 5 piani vicina al mare. I 4 piani superiori si sono afflosciati sopra al piano terra sotto le bombe, i soldati hanno poi dato fuoco a quel che rimaneva dell’interno e rubato tutto. Ora marito e moglie sono accampati davanti alla porta di quella che era la loro casa, nei resti di un orto dove razzolano le galline e i 6 pulcini superstiti dei 32 che erano nati, divorati dai serpenti (nel campo se ne sono trovati alcuni lunghi fino a 3 metri) e dai gatti. A Fatima, che non rinuncia all’ospitalità palestinese offrendomi i fichi del suo giardino, si riempiono gli occhi di lacrime mentre mi chiede e si chiede, quando ricostruiranno? Dopo il Ramadan?

Aggirarsi per le stradine create tra un container e l’altro (alcuni disposti su due piani) è un esperienza sconvolgente, i volti delle donne sulla soglia delle baracche appaiono ovunque smarriti e senza speranza, sembrano fantasmi perduti. Ti fanno entrare nelle loro baracche e quasi sempre all’interno si trovano bambini malati sdraiati sui materassi stesi a terra, diversi sono disabili e alcuni necessitano di costosi interventi chirurgici che le famiglie non possono permettersi. I bambini giocano tra la spazzatura e i liquami, le fogne sono a cielo aperto, l’odore a tratti è insopportabile. In tutto il campo si respira costantemente la polvere sollevata dalle macerie e dalle strade distrutte, i vestiti ed i capelli ne rimangono costantemente impregnati. Eppure tutti preferiscono trovarsi qui, con le famiglie riunite, che sparpagliati tra scuole e magazzini nei campi profughi adiacenti, come per esempio nel campo di Beddawi.

Visito la clinica medica di Al Shifa, costituita da alcuni container. Il medico di turno mi spiega che sono 4 medici volontari che si alternano 24 ore su 24 e che le prestazioni, prevalentemente emergenze di vario tipo, sono state inizialmente gratuite ma attualmente per andare avanti, si chiedono piccoli contributi, le scorte di medicinali si stanno esaurendo. Le patologie preesistenti si sono aggravate, ci sono inoltre molti casi di depressione. In estate aumentano i casi di gastroenterite soprattutto tra i bambini, si sta anche diffondendo una preoccupante malnutrizione.

L’UNRWA ha aperto due scuole nel campo, costituite da alcuni container sovrapposti, attualmente ci sono 5.000 studenti tra i 7 e i 15 anni. Le lezioni riprenderanno dopo il Ramadan con due turni al giorno, uno al mattino e uno al pomeriggio, gli insegnanti sono occupati a tempo pieno. Oltre alla scuola a tenere impegnati bambini e ragazzi, ci sono le piccole associazioni del campo che hanno riaperto nei magazzini e nei fondi dei palazzi distrutti e che offrono uno spazio per riunirsi e fare attività di vario genere, con i pochi mezzi a disposizione, in alcuni casi si sono ricavati piccoli campi da calcio e si organizzano tornei. Il lavoro che queste Associazioni svolgono per i giovani e i bambini è prezioso in tutti i campi profughi palestinesi e fondamentale a Nahr el Bared.

Visitando il campo una domanda fra tutte mi sorge spontanea, dove sono finiti i milioni di dollari stanziati dai Governi Internazionali per la ricostruzione?

 

Fonte:

http://www.associazionezaatar.org/index.php?option=com_content&task=view&id=676&Itemid=1

 

Link a questa pagina:

http://www.terrasantalibera.org/Report_Nahr_al_Bared.htm

 

 

 

 
 

 

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