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Ancora non è chiaro chi siano i veri responsabili
delle violenze perpetrate in questi giorni ai danni
dei cristiani iracheni. La cosa certa è, però, che la
comunità cristiana sembra essere vittima del clima di
scontro politico, etnico e confessionale che si sta
affermando nel paese in vista delle elezioni
provinciali, che risulteranno decisive per gli
equilibri politici nel paese
Centinaia di famiglie cristiane hanno lasciato la
città di Mosul (400 Km a nord di Baghdad) perseguitate
dalle minacce di morte e dalle immagini delle
abitazioni distrutte dei loro parenti, ed accompagnate
dallo spaventoso clamore mediatico attorno al destino
della presenza cristiana in Iraq. Dopo il 2003 tale
presenza ha subito violente 'scosse’ che hanno spinto
la maggior parte dei cristiani ad abbandonare il
paese.
Con ancora indosso gli abiti con cui avevano trascorso
la notte, alcune famiglie cristiane sono fuggite
quando hanno sentito i megafoni che chiedevano loro di
lasciare le loro abitazioni entro poche ore. Dopo
neanche 48 ore le famiglie in fuga erano più di 1.500,
accompagnate dagli interrogativi riguardo a chi sia il
responsabile di questi incidenti che hanno provocato
la morte di più di 12 cristiani e la distruzione di
non meno di tre abitazioni.
Il ministero degli interni iracheno ha ultimamente
escluso l’eventualità che questi incidenti siano stati
causati da al-Qaeda, dopo che l’organizzazione aveva
emesso un comunicato in cui negava il proprio
coinvolgimento. Diverse altre formazioni armate attive
a Mosul, fra cui l’Esercito Islamico (al-Jaish
al-Islami), il fronte "del Jihad e del Cambiamento"
(al-Jihad wa 't-Taghyir), il partito Baath, e il
gruppo "Ansar al-Islam", hanno emesso comunicati in
cui condannavano questi episodi.
Va sottolineato che la campagna di persecuzione contro
i cristiani ha avuto inizio in concomitanza con
l’inasprirsi del conflitto politico fra i diversi
partiti per l’assegnazione dei seggi dei consigli
provinciali (dai quali sono state escluse le
minoranze), alla luce delle tensioni fra Baghdad ed
Erbil (la
capitale della regione autonoma del Kurdistan
iracheno, circa 80 Km a est di Mosul (N.d.T.)
) scatenate da uno scontro fra l’esercito iracheno e
le forze dei Peshmerga curdi, e dalle minacce turche
di entrare nel nord dell’Iraq a seguito del conflitto
con il Partito dei Lavoratori Curdi (PKK).
Un violento conflitto politico
I cristiani, che avevano fatto della piana di Ninive,
nella provincia settentrionale di Mosul, la loro
patria in Iraq da centinaia di anni, si sono trovati
di fronte ad un conflitto politico curdo-arabo che è
costato loro morte e distruzione nell’arco di pochi
giorni.
Osama al-Najifi, deputato arabo della provincia di
Mosul al parlamento iracheno, ha accusato i Peshmerga
agli ordini del governo autonomo del Kurdistan, e
dispiegati a Mosul ormai da cinque anni, di aver
cacciato le famiglie cristiane dalle loro case.
Al-Najifi afferma che l’allontanamento delle milizie
curde dalla città di Mosul è l’unica soluzione per
porre fine allo sfollamento dei cristiani. Egli ha
chiesto al governo iracheno di sostituire con urgenza
le forze militari attualmente presenti nella città con
altre forze "provenienti da Baghdad". Si tratta
tuttavia di un provvedimento che, se venisse preso,
susciterebbe il risentimento curdo.
Da parte loro, i curdi hanno respinto con forza le
accuse chiedendo la revoca dell’immunità per quei
parlamentari che hanno accusato i Peshmerga di essere
responsabili dell’accaduto. Il parlamento curdo ha
inviato una delegazione nelle regioni in cui si sono
rifugiati i cristiani, offrendo assistenza umanitaria
e sostegno finanziario.
L’esponente di spicco della coalizione sciita – e
vicepresidente del parlamento – Khaled al-Attiya ha
riconosciuto che "ciò che hanno subito i cristiani è
avvenuto per determinati scopi politici". Tuttavia
al-Attiya si è rifiutato di indicare apertamente i
responsabili, parlando di "ambienti terroristici" il
cui obiettivo sarebbe quello di influenzare gli sforzi
volti a definire delle quote di rappresentanza stabili
per le minoranze religiose ed etniche – prima fra
tutte quella cristiana – all’interno dei prossimi
consigli provinciali.
Poi ha aggiunto: "Questa volta il terrorismo in Iraq
ha preso di mira i cristiani, in coincidenza con la
nostra discussione relativa alla legge sui consigli
provinciali ed al riconoscimento dei diritti delle
minoranze all’interno di questa legge. L’ultima
operazione contro i cristiani ha avuto come obiettivo
quello di influenzare l’andamento del dibattito in
corso".
Dopo mesi di scontro politico, confessionale ed etnico
tra arabi, curdi e turcomanni (dentro e fuori il
parlamento iracheno) relativamente all’identità ed al
futuro della città di Kirkuk, il parlamento aveva
approvato il mese scorso la legge elettorale per i
consigli provinciali, dopo aver abrogato l’articolo 50
che riguarda le quote di rappresentanza delle
minoranze religiose ed etniche, come i cristiani, gli
shabak, e gli yazidi.
Yunadem Kanna, deputato cristiano al parlamento
iracheno, parlando con il nostro giornale ha
sottolineato il fatto che "l’abrogazione, da parte del
parlamento, del diritto delle minoranze ad essere
rappresentate all’interno dei consigli provinciali è
un segnale dell’arretramento della democrazia e del
concetto di fratellanza in Iraq, e del tentativo di
imporre la volontà dei partiti politici alle
componenti più piccole della società irachena allo
scopo di realizzare interessi particolari". Egli ha
affermato che "quanto è accaduto può solo essere
descritto come una espropriazione delle libertà delle
minoranze presenti nel tessuto sociale iracheno – come
i cristiani, i sabei, gli shabak e gli yazidi".
Manifestazioni cristiane avevano avuto luogo a Mosul
prima degli ultimi incidenti, a partire dal giorno
successivo all’approvazione della legge. Esse
chiedevano la riconferma dell’articolo 50 nella sua
forma iniziale all’interno della legge elettorale per
i consigli provinciali. I dimostranti avevano
dichiarato che il loro diritto ad un’equa
rappresentanza all’interno dei consigli provinciali
non costituiva il tetto massimo delle loro richieste
politiche, e che essi si sarebbero spinti a chiedere
l’autogoverno della piana di Ninive e delle altre
regioni storiche da essi abitate che sono state
annesse alla regione del Kurdistan.
Kanna ha criticato il governo iracheno per "la sua
lentezza nel prendere i provvedimenti necessari a
fermare l’ondata di violenza", ed ha aggiunto che "il
numero di famiglie cristiane che sono fuggite dalla
città di Mosul ha raggiunto in una sola settimana la
quota di 1.566".
Pressioni politiche e religiose
E’ stato precisato che i cristiani sono stati presi di
mira da milizie e gruppi armati, e ciò ha spinto molti
di essi ad abbandonare il paese. Ciò è avvenuto
soprattutto a seguito delle pressioni di alcuni gruppi
armati che hanno chiesto ai cristiani di convertirsi
all’Islam o di pagare la 'jizya’ (la
tassa che in epoca medievale era imposta ai sudditi
non musulmani, i quali in cambio avevano la libertà di
praticare la loro fede, e il diritto di ricevere
protezione dallo stato musulmano di fronte ad
eventuali aggressioni esterne (N.d.T.)
).
Nell’agosto del 2004, vennero fatte saltare cinque
chiese in un solo giorno. Inoltre decine di sacerdoti
cristiani sonno stati rapiti e uccisi in Iraq ad opera
di ignoti. L’episodio dell’uccisione del sacerdote
Paulos Iskandar di Mosul, rapito e decapitato, suscita
ancora raccapriccio quando si parla delle sofferenze
dei cristiani nel paese.
Secondo i dati che siamo riusciti ad ottenere dal
ministero iracheno della pianificazione, prima
dell’occupazione americana dell’Iraq nel 2003, i
cristiani nel paese erano circa 850.000, concentrati a
Baghdad, Mosul, Kirkuk e Bassora. Questa cifra è scesa
di molto negli ultimi anni a causa dell’emigrazione di
decine di migliaia di cristiani.
Secondo i dati del ministero dell’emigrazione, circa
40.000 famiglie cristiane hanno lasciato l’Iraq dopo
le esplosioni delle chiese. Il partito assiro conferma
che sono soltanto 250.000 i cristiani che tuttora
risiedono in Iraq, e che anche questi ultimi attendono
soltanto la prima occasione per lasciare il paese.
Mille anni di convivenza
Il patriarca Emmanuel Dali, capo della chiesa
cristiana in Iraq, ci ha parlato della tragedia dei
cristiani iracheni, ponendosi il seguente
interrogativo: "Dopo mille anni in cui abbiamo vissuto
insieme, perché oggi, nel XXI secolo, vengono compiute
azioni ingiuste ed inumane contro di noi?".
I capi delle chiese cristiane nella provincia di
Ninive hanno invitato i loro fedeli ad agire con
ragionevolezza, senza lasciarsi trascinare da voci e
dicerie tendenziose e non obiettive.
In un comunicato diffuso dai mezzi di informazione,
hanno invitato a non pubblicare notizie che seminano
la paura e la discordia tra cristiani e musulmani,
"figli di una stessa nazione", ed hanno chiesto agli
ulema musulmani ed alla popolazione di Mosul di
moltiplicare gli sforzi per riportare la calma.
Le voci di condanna che si sono levate in tutto l’Iraq
ed in tutto il mondo, da parte di tutte le personalità
politiche e religiose, hanno tuttavia creato ulteriore
confusione ed incertezza intorno a questi episodi di
persecuzione nei confronti dei cristiani, ed a coloro
che ne sono realmente responsabili.
Secondo la popolazione di Mosul, il governo iracheno e
quello locale hanno reagito con grave ritardo per
porre fine a questi episodi, ed anzi si sarebbero
decisi a prendere provvedimenti soltanto a causa della
pressione dei mezzi di informazione e delle notizie
allarmanti da essi diffuse. Una settimana dopo gli
avvenimenti, il portavoce del ministero degli interni
ha escluso il coinvolgimento di al-Qaeda, ed ha
affermato che il ministero è in possesso di
informazioni importanti relative ai responsabili, le
quali sarebbero state rese pubbliche entro 48 ore.
Tuttavia sono passati alcuni giorni, ma l’attesa
verità non è stata rivelata.
Rami Nouri
e Hussein Ali Dawud sono corrispondenti da
Erbil e Baghdad per il quotidiano 'Dar al-Hayat’
FONTE ORIGINALE
:
لا
أحد
يعلن
مسؤوليته
عن
تهجير
مسيحيي
العراق
FONTE ITALIANA :
www.arabnews.it
TRADUZIONE :
UNIMED
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