Perle in cambio di carbone
di Khalid AMAYREH
Negoziatori israeliani e palestinesi hanno
aperto lunedì scorso una serie di incontri
segreti nel tentativo di redigere un documento
congiunto per l’imminente conferenza di pace voluta dagli
Stati Uniti, fissata per il prossimo novembre ad
Annapolis, nel Maryland. Le due parti sono ancora
profondamente divise sulle questioni principali al centro
del conflitto israelo-palestinese.
Stando a funzionari palestinesi vicini alle
trattative, è probabile le due squadre incaricate di
negoziare sprechino più tempo a formulare e a far
valere le proprie rispettive posizioni iniziali che non a
colmare le divergenze.
Mentre l’Autorità Palestinese continua a
cercare una definitiva soluzione sulla base delle
risoluzioni ONU 242 e 338, all’interno dell’ossatura di
ciò che viene generalmente definita “la formula della
terra in cambio di pace”, Israele, che considera i
territori “contesi” piuttosto che “occupati”, non dà adito
a dubbi circa il suo chiaro rifiuto del diritto al ritorno
ed è determinato a conservare i principali blocchi di
colonie ebraiche in terra araba occupata.
Azmi Al-Shuebi, un precedente ministro di
governo palestinese, ha riferito al settimanale Al-Ahram
che sono state valutate “proposte di compensazione” per
superare le divergenze relative all’estensione e alla
profondità di un ipotetico ritiro israeliano dalla
Cisgiordania.
Da questo punto di vista, quella principale
prevede uno “scambio di terre” per mezzo di cui Israele si
annetterebbe il 3-5% dell’intera area Cisgiordana,
principalmente a Gerusalemme Est e la zona circostante,
fino al lato occidentale del muro di separazione, in
cambio della quale Israele dovrebbe cedere un’area
equivalente all’interno del suo stesso territorio
all’eventuale stato palestinese.
Si tratta di una situazione senza vie d’uscita.
Israele sta offrendo ai palestinesi un pezzo di terra
sabbioso del deserto del Negev lungo i confini con Gaza in
cambio dell’annessione di grandi colonie ebraiche,
comprendenti Ma’ali Adomim, Pisgad Ze’ev, Ariel, Efrata e
Gush Itzion, a Gerusalemme Est e dintorni. Come ha
affermato un dirigente palestinese, la proposta equivale
ad un baratto di una perla in cambio di un pezzo di
carbone della stessa grandezza.
La decisione di iniziare a redigere un
documento congiunto israelo-palestinese non significa che
la serie dei recenti incontri di alto profilo tra Abbas e
Olmert abbia avuto successo. Secondo gli osservatori,
emtrambe le parti vogliono far contenta Washington ed
evitare di dare l’impressione di ostacolare passi in
avanti.
Questa settimana Omert ha detto ai membri del
gabinetto israeliano che lui ed Abbas non erano giunti a
nessuna conclusione durante il loro incontro del 4 ottobre
e che intendevano formulare una percezione reciprocamente
accettata di come una qualsiasi soluzione definitiva
dovrebbe apparire.
“Non ci sono stati accordi o incomprensioni
tra me ed Abu Mazen”, ha detto Olmert, aggiungendo che
loro due non hanno fatto niente di più che “esaminare i
problemi e le questioni centrali che stanno alla base per
negoziati che dovranno portare a due Stati per due
popoli”.
Le osservazioni di Olmert hanno dimostrato che,
nonostante il suo “positivo” e “cordiale” incontro con
Abbas, i due stanno ancora discutendo le formalità e le
questioni procedurali.
E’ probabilmente certo presumere che, se le
attuali trattative procederanno ad un simile passo di
lumaca, le due parti si recheranno ad Annapolis
senza un accordo di massima, fatto che, di conseguenza,
condannerà la conferenza al fallimento.
Secondo la portavoce palestinese Hanan Ashwari,
il successo o il fallimento dell’imminente conferenza
dipende dalla disponibilità dell’amministrazione Bush a
farsi coinvolgere. Ashwari ha detto al settimanale che ci
sono due elementi principali che si pongono come ostacolo
alla conferenza: primo, l’amministrazione Bush deve ancora
dimostrate una qualche disponibilità concreta a fare
pressioni su Israele e, secondo, la situazione interna
palestinese è più disgraziata che mai. Ashwari ha
giudicato negativamente la composizione del team
palestinese per la trattativa come “le solite vecchie ed
incompetenti facce che tanto ci fanno tornare alla mente i
fallimenti dell’epoca degli accordi di Oslo”.
Nel frattempo, questa settimana le tattiche
israeliane per guadagnare tempo hanno spinto il precedente
negoziatore palestinese Ahmed Qurei ad avvisare che, se
prima della conferenza di Annapolis non viene formulata
una dichiarazione congiunta tra israeliani e palestinesi
circa le questioni definitive, i palestinesi possono
benissimo fare a meno di partecipare.
Il navigato negoziatore dell’era di Oslo ed ex
Primo Ministro palestinese ha evidenziato che i principi
per una soluzione definitiva sono chiari ad entrambe le
parti e quello di cui c’è bisogno adesso è una decisione.
Olmert ha riempito di elogi Abbas, insistendo
che “per la prima volta, c’è una dirigenza palestinese che
vuole conseguire la pace con Israele fondata su due stati
che coesistono in sicurezza uno a fianco dell’altro e in
cui Israele resterà uno stato ebraico”. Il Premier
israeliano ha descritto Abbas come “coerente e
metodico……contrario al terrorismo e pronto per un dialogo
serio con Israele”.

Una simile sviolinatura, proveniente da un uomo
conosciuto tra i palestinesi più per la sua falsità che
non per la sua rettitudine, è stata accolta con
apprensione, alimentando le voci secondo cui Abbas
scenderà a compromessi su Gerusalemme e sul diritto al
ritorno, le due questione che, più di ogni altra, stanno
alla base del conflitto israelo-palestinese.
Salman Abu Sitta, un preminente sostenitore del
diritto al ritorno dei palestinesi nella loro patria, come
sancito dalla Risoluzione ONU 149, questa settimana ha
diffidato Abbas dal “trattare alla leggera il diritto al
ritorno”.
“Siamo consapevoli delle pressioni che sta
affrontando per abbandonare le costanti palestinesi”, ha
scritto questa settimana Abu Sitta in una lettera aperta
indirizzata ad Abbas. “Ma ciò che più di ogni altra cosa
ha attirato la nostra attenzione sono i tentativi
israeliani di ridefinire il concetto di soluzione dei due
stati. Adesso Israele pretende un riconoscimento reciproco
di una patria per gli ebrei e, su ciò che rimane della
terra, la Palestina , una patria per i palestinesi”.
La preoccupazione palestinese circa i pericoli
dell’imposizione di un accordo sconsiderato che esclude il
diritto al ritorno, ha indotto un gran numero di fazioni
palestinesi con base a Damasco a richiedere un incontro nella
capitale siriana per ridefinire gli obbiettivi nazionali
palestinesi, compreso il diritto al ritorno. Le fazioni,
che comprendono gruppi islamisti e formazioni progressiste
di sinistra, dovrebbero metter in guardia Abbas contro il
cedimento alle pressioni americane fatte per sacrificare
il diritto al ritorno in cambio di un improbabile
staterello palestinese in Cisgiordania.
Il saccheggio israeliano di terra palestinese è
continuato senza accennare a diminuire mentre Olmert parla
di pace con i palestinesi. Lunedì, la stampa ebraica ha
riportato che l’esercito israeliano aveva deciso di
impossessarsi di terre ad est di Gerusalemme allo scopo di
costruire ulteriori migliaia di abitazioni per coloni.

La fondazione di una nuova colonia, chiamata
E-1, ostacolerebbe la rimanente continuità territoriale
tra la Cisgiordania meridionale (Hebron e Betlemme) e la
zona di Ramallah.
Khalid AMAYREH
Originale da: The People's Voice
Tradotto da Diego Traversa