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Anno II, 2007, Comunicato n. 116

 

 

  1. Perle in cambio di carbone

  2. CLAMOROSO: Israele vieta al capo delegazione palestinese di entrare a Gerusalemme

  3. La benda moderata

  4. Scettici su Annapolis


Perle in cambio di carbone

 

 di Khalid AMAYREH 

Negoziatori israeliani e palestinesi hanno aperto lunedì scorso una serie di incontri segreti nel tentativo di redigere un documento congiunto per l’imminente conferenza di pace voluta dagli Stati Uniti, fissata per il prossimo novembre ad Annapolis, nel Maryland. Le due parti sono ancora profondamente divise sulle questioni principali al centro del conflitto israelo-palestinese.

 Stando a funzionari palestinesi vicini alle trattative, è probabile le due squadre incaricate di negoziare sprechino più tempo  a formulare e a far valere le proprie rispettive posizioni iniziali che non a colmare le divergenze. 

Mentre l’Autorità Palestinese continua a cercare una definitiva soluzione sulla base delle risoluzioni ONU 242 e 338, all’interno dell’ossatura di ciò che viene generalmente definita “la formula della terra in cambio di pace”, Israele, che considera i territori “contesi” piuttosto che “occupati”, non dà adito a dubbi circa il suo chiaro rifiuto del diritto al ritorno ed è determinato a conservare i principali blocchi di colonie ebraiche in terra araba occupata.

 Azmi Al-Shuebi, un precedente ministro di governo palestinese, ha riferito al settimanale Al-Ahram che sono state valutate “proposte di compensazione” per superare le divergenze relative all’estensione e alla profondità di un ipotetico ritiro israeliano dalla Cisgiordania.

 Da questo punto di vista, quella principale prevede uno “scambio di terre” per mezzo di cui Israele si annetterebbe il 3-5% dell’intera area Cisgiordana, principalmente a Gerusalemme Est e la zona circostante, fino al lato occidentale del muro di separazione, in cambio della quale Israele dovrebbe cedere un’area equivalente all’interno del suo stesso territorio all’eventuale stato palestinese. 

Si tratta di una situazione senza vie d’uscita. Israele sta offrendo ai palestinesi un pezzo di terra sabbioso del deserto del Negev lungo i confini con Gaza in cambio dell’annessione di grandi colonie ebraiche, comprendenti Ma’ali Adomim, Pisgad Ze’ev, Ariel, Efrata e Gush Itzion, a Gerusalemme Est e dintorni. Come ha affermato un dirigente palestinese, la proposta equivale ad un baratto di una perla in cambio di un pezzo di carbone della stessa grandezza. 

La decisione di iniziare a redigere un documento congiunto israelo-palestinese non significa che la serie dei recenti incontri di alto profilo tra Abbas e Olmert abbia avuto successo. Secondo gli osservatori, emtrambe le parti vogliono far contenta Washington ed evitare di dare l’impressione di ostacolare passi in avanti. 

Questa settimana Omert ha detto ai membri del gabinetto israeliano che lui ed Abbas non erano giunti a nessuna conclusione durante il loro incontro del 4 ottobre  e che intendevano formulare una percezione reciprocamente accettata di come una qualsiasi soluzione definitiva dovrebbe apparire.

 “Non ci sono stati accordi o incomprensioni tra me ed Abu Mazen”, ha detto Olmert, aggiungendo che loro due non hanno fatto niente di più che “esaminare i problemi e le questioni centrali che stanno alla base per negoziati che dovranno portare a due Stati per due popoli”. 

Le osservazioni di Olmert hanno dimostrato che, nonostante il suo “positivo” e “cordiale” incontro con Abbas, i due stanno ancora discutendo le formalità e le questioni procedurali. 

E’ probabilmente certo presumere che, se le attuali trattative procederanno ad un simile passo di lumaca,  le due parti si recheranno ad Annapolis senza un accordo di massima, fatto che, di conseguenza, condannerà la conferenza al fallimento. 

Secondo la portavoce palestinese Hanan Ashwari, il successo o il fallimento dell’imminente conferenza dipende dalla disponibilità dell’amministrazione Bush a farsi coinvolgere. Ashwari ha detto al settimanale che ci sono due elementi principali che si pongono come ostacolo alla conferenza: primo, l’amministrazione Bush deve ancora dimostrate una qualche disponibilità concreta a fare pressioni su Israele e, secondo, la situazione interna palestinese è più disgraziata che mai. Ashwari ha giudicato negativamente la composizione del team palestinese per la trattativa come “le solite vecchie ed incompetenti facce che tanto ci fanno tornare alla mente i fallimenti dell’epoca degli accordi di Oslo”. 

Nel frattempo, questa settimana le tattiche israeliane per guadagnare tempo hanno spinto il precedente negoziatore palestinese Ahmed Qurei ad avvisare che, se prima della conferenza di Annapolis non viene formulata una dichiarazione congiunta tra israeliani e palestinesi circa le questioni definitive, i palestinesi possono benissimo fare a meno di partecipare.

Il navigato negoziatore dell’era di Oslo ed ex Primo Ministro palestinese ha evidenziato che i principi per una soluzione definitiva sono chiari ad entrambe le parti e quello di cui c’è bisogno adesso è una decisione. 

Olmert ha riempito di elogi Abbas, insistendo che “per la prima volta, c’è una dirigenza palestinese che vuole conseguire la pace con Israele fondata su due stati che coesistono in sicurezza uno a fianco dell’altro e in cui Israele resterà uno stato ebraico”. Il Premier israeliano ha descritto Abbas come “coerente e metodico……contrario al terrorismo e pronto per un dialogo serio con Israele”. 

Una simile sviolinatura, proveniente da un uomo conosciuto tra i palestinesi più per la sua falsità che non per la sua rettitudine, è stata accolta con apprensione, alimentando le voci secondo cui Abbas scenderà a compromessi su Gerusalemme e sul diritto al ritorno, le due questione che, più di ogni altra, stanno alla base del conflitto israelo-palestinese. 

Salman Abu Sitta, un preminente sostenitore del diritto al ritorno dei palestinesi nella loro patria, come sancito dalla Risoluzione ONU 149, questa settimana ha diffidato Abbas dal “trattare alla leggera il diritto al ritorno”. 

“Siamo consapevoli delle pressioni che sta affrontando per abbandonare le costanti palestinesi”, ha scritto questa settimana Abu Sitta in una lettera aperta indirizzata ad Abbas. “Ma ciò che più di ogni altra cosa ha attirato la nostra attenzione sono i tentativi israeliani di ridefinire il concetto di soluzione dei due stati. Adesso Israele pretende un riconoscimento reciproco di una patria per gli ebrei e, su ciò che rimane della terra, la Palestina , una patria per i palestinesi”. 

La preoccupazione palestinese circa i pericoli dell’imposizione di un accordo sconsiderato che esclude il diritto al ritorno, ha indotto un gran numero di fazioni palestinesi con base a Damasco a richiedere un incontro nella capitale siriana per ridefinire gli obbiettivi nazionali palestinesi, compreso il diritto al ritorno. Le fazioni, che comprendono gruppi islamisti e formazioni progressiste di sinistra, dovrebbero metter in guardia Abbas contro il cedimento alle pressioni americane fatte per sacrificare il diritto al ritorno in cambio di un improbabile staterello palestinese in Cisgiordania. 

Il saccheggio israeliano di terra palestinese è continuato senza accennare a diminuire mentre Olmert parla di pace con i palestinesi. Lunedì, la stampa ebraica ha riportato che l’esercito israeliano aveva deciso di impossessarsi di terre ad est di Gerusalemme allo scopo di costruire ulteriori migliaia di abitazioni per coloni. 

La fondazione di una nuova colonia, chiamata E-1, ostacolerebbe la rimanente continuità territoriale tra la Cisgiordania meridionale (Hebron e Betlemme) e la zona di Ramallah.  

Khalid AMAYREH 

Originale da: The People's Voice

Tradotto da  Diego Traversa http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=3941&lg=it

FOTO d'archivio e di FiloDeFero per www.jerusalem-holy-land.org


Clamoroso:

Israele vieta al capo delegazione palestinese di entrare a Gerusalemme. Avrebbe dovuto incontrare i 'partner israeliani' 

12-11-2007 Gerusalemme  

Le forze di occupazione israeliane, ieri sera, hanno impedito l’ingresso del capo della delegazione per le trattative, Ahmad Qree ,“Abu Alaa”, nella città di Gerusalemme: avrebbe dovuto partecipare alla riunione, prevista per la serata, tra le due delegazioni, israeliana e palestinese, per le "trattative di pace". 

L’ufficio di Abu Alaa ha riferito che i soldati israeliani di stanza al posto di controllo az-Zaim, a est della città di Gerusalemme, hanno vietato l’ingresso all'auto che trasportava Abu Alaa che avrebbe dovuto partecipare all’incontro con la delegazione israeliana.

 L’ufficio ha aggiunto che la delegazione palestinese, compreso Abu Alaa, che è tornato a Ramallah, si è riunita e sta discutendo con Abu Mazen, che si trova in Egitto, su quale decisione prendere contro il divieto israeliano.   

Fonti israeliane hanno riferito che la ministra degli esteri e capo della delegazione israeliana per le trattative, Livni Tzipi, ha telefonato al capo della delegazione palestinese Qree chiedendo scusa per quanto è accaduto. 

Il portavoce di Fatah, Fahmi Az-Za’arir, ha dichiarato che Israele, con il suo "divieto di transito" a Qree, "dimostra, senza ombra di dubbio, la reale intenzione nei confronti di tutta l’iniziativa di pace in generale, e verso la conferenza di Annapolis in particolare".

 http://www.infopal.it/testidet.php?id=6783


La benda moderata

 di Benjamin WHITE

 Abbiamo avuto il Live 8 e il Live Earth, e questa settimana, sebbene su scala più piccola, abbiamo quasi avuto One Million Voice. Organizzato dal gruppo One Million, lo scopo conclamato era riunire Israeliani e Palestinesi in eventi simultanei a Tel Aviv, Gerico, Londra, Washington e Ottawa, per esprimere sostegno ai "moderati" e invitare ad una soluzione a due stati negoziata.

 Il progetto è abortito, tra dichiarazioni e contro-dichiarazioni, quando gli artisti hanno voluto la cancellazione dell'evento di Gerico, e il concerto a Tel Aviv ha fatto seguito. Ciò a causa di una pressione da parte del movimento palestinese che obiettava verso ciò che loro sembrava un altro tentativo di promuovere una falsa pace che non affronta le ingiustizie strutturali alla base del conflitto. 

In effetti, nonostante la retorica pacifista -- e la pretesa di rappresentare una volontà universale -- l'approccio di One Voice evidenzia gli stessi difetti che hanno segnato gli sforzi "ufficiali" di pace da Oslo fino al Quartetto. Questi errori erano ampiamente dimostrati nel commento di Seth Freedman su Guardian's Comment is Free, che sosteneva che il principale ostacolo alla pace è l'"estremismo" presente su entrambi gli schieramenti.

Questa interpretazione della situazione in Palestina/Israele è possibile solo attraverso una considerevole scrollata di spalle verso la storia e una fondamentale distorsione del presente. La dice lunga che il concerto di Tel Aviv era programmato per aver luogo a Hayarkon Park -- lo stesso luogo in cui, quasi 60 anni fa, il villaggio palestinese di Jarisha fu cancellato dalle mappe da parte delle forze armate ebraiche. 

I suoi abitanti condivisero la sorte di quasi 800.000 altri Palestinesi, espulsi da quello che divenne Israele ed impediti fino a oggi di tornare alle loro case, con la loro terra confiscata. Tuttavia il materiale ufficiale di OneVoice dà l'impressione che il conflitto iniziò solo 40 anni fa, quando Israele occupò il resto della Palestina (la West Bank, Gaza Strip e Gerusalemme Est). 

Condannando la "minoranza estremista" di entrambe gli schieramenti suona lodevole. Naturalmente "entrambi gli schieramenti" usano la violenza, e naturalmente vi è odio ed estremismo religioso sia tra i Palestinesi che tra gli Israeliani. La questione cruciale, comunque, è che tutto il potere è nelle mani di Israele. Israele sta occupando e colonizzando la terra palestinese, non il contrario. Le città palestinesi sono assediate da un esercito moderno ed altamente tecnologico, e sono soggette a chiusura, raid e bombardamenti -- non il contrario. 

La colonizzazione sionista non è la riserva di una frangia di fanatici in Israele -- è fondamentale per l'indentità e la pratica dello stato. Come Martin Luther King diceva: "La libertà non è mai volontariamente donata dall'oppressore; è l'oppresso che deve esigerla". Dato che Israele continua a non mostrare la minima intenzione di abbandonare il suo ruolo di signore coloniale, non è giusto condannare "entrambe le parti", come se tra occupante ed occupato vi fosse uguaglianza. 

Non c'è da sorprendersi che quelli che hanno un'esperienza diretta di questo apartheid non si facciano illusioni sull'utilità di "processi di pace" privi degli strumenti per incidere. All'inizio di questa settimana l'inviato per i diritti umani delle Nazioni Unite nei Territori Occupati, John Dugard, ha condannato il Quartetto per aver mancato di garantire i diritti dei Palestinesi. Tim Frank's, della BBC, ha osservato che molti diplomatici e funzionari nella regione "sarebbero d'accordo con l'analisi di Dugard", anche se non lo ammettono pubblicamente. 

C'è la riscossa del linguaggio della moderazone, da One Voice a Condoleeza Rice, dai mancati concerti per la pace alla prossima conferenza di pace di Novembre. E' una dicotomia seducente, da una parte quelli che portano la fiaccola della pace, che si sforzano per un "risveglio di tutte le coscienze" a favore delle "forze della luce, dell'amicizia e dell'amore". Sull'altro lato quelli che minacciano, calunniano e ingannano; quelli malignamente intransigenti che soffocano la speranza e bruciano le bandiere. 

Ma cos'è un "moderato"? In tempi recenti la parola "moderato" è stata applicata ad alcuni improbabili personaggi del Medio Oriente. Per gli USA, la Gran Bretagna e Israele tra questi vi sarebbero l'Arabia Saudita, l'Egitto e la Giordania. Nessuno di questi permette una grande libertà di espressione: tutti opprimono i movimenti di opposizione. Di fatto, l'Arabia Saudita è uno dei regimi più repressivi del mondo.

 Si direbbe che la "moderazione" non abbia niente a che fare col fatto che tu faccia riscorso o meno alla tortura degli attivisti politici o alla fustigazione dei "devianti", e tutto a che fare con la tua obbedienza alle politiche USA e agli interessi di Israele. Ovvero ciò che unisce i reali sauditi, il presidente egiziano e il re giordano. 

Frattanto gruppi come ISM e Another Voice vengono condannati da Freedman e One Voice come "estremisti" volti a "distruggere l'altro lato", e accusati di muovere fantasiose e non specificate minacce. Tuttavia questi gruppi sono impegnati nella difesa dei diritti umani e del diritto internazionale, e sono composti da motivati Israeliani, Palestinesi e altri stranieri. L'etichettarli come "estremisti" è un riflesso del loro rifiuto di accettare un apartheid indorato e luoghi comuni pieni di buone intenzioni funzionali al mantenimento dello status quo. 

Può essere una verità scomoda, ma la pace per entrambe i popoli non arriverà se la fondamentale disparità di potere tra Israele e i Palestinesi (senza uno stato, occupati ed espropriati) continua ad essere oscurata. Sfidare gli interessi costituiti che perpetuano la conquista della Palestina non vi farà avere premi da parte dei monarchi giordani o lodi dal Dipartimento di Stato USA, ma in ultima analisi è ciò che avvicina alla pace.

Originale dal sito di Ben White 

Articolo originale pubblicato il 19 ottobre 2007

Tradotto da Gianluca Bifolchi  http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=3976&lg=it


Scettici su Annapolis

di Giorgio Bernardelli

Milano, 13 novembre 2007 

Quali sono gli umori della piazza palestinese alla vigilia ormai della Conferenza internazionale sul Medio Oriente (secondo le ultime notizie dovrebbe tenersi ad Annapolis a partire dal 26 novembre)? Alcune risposte interessanti vengono dall'ultimo sondaggio condotto dal Jerusalem Media and Communication Center. Nonostante le tante promesse ricevute - proprio oggi Olmert ha confermato l'intenzione di procedere a un altro rilascio di prigionieri prima del vertice - non c'è grande ottimismo in casa palestinese: solo il 35 per cento degli intervistati si aspetta un risultato positivo da Annapolis, mentre il 62 per cento è convinto che il vertice fallirà.

Ciò non significa - però - una bocciatura rispetto al negoziato: è in costante crescita il numero di coloro che sostengono la necessità di una trattativa con Israele e i due Stati come unica soluzione possibile del conflitto. Inoltre solo il 28 per cento degli intervistati è convinto che a un fallimento di Annapolis seguirebbe una terza intifada. Quanto ai nodi del contendere l'ostacolo di sempre resta la questione dei profughi: il 66,8 per cento si dichiara convinto che dovrebbero essere lasciati tornare nelle loro città e villaggi d'origine. Una posizione del tutto inaccettabile per Israele. Il dato più interessante, probabilmente, resta però quello sugli equilibri interni: Abu Mazen sta recuperando credibilità, mentre (rinchiusa nella trappola di Gaza) Hamas sta perdendo consensi. Anche se un palestinese su due, però, dichiara di essere favorevole a un governo di unità nazionale per uscire dall'attuale situazione di spaccatura.

 Come si vede, dunque, quello che emerge è ancora una volta un quadro estremamente complesso. Non ci sono i palestinesi buoni da una parte e i cattivi da isolare dall'altra. Sarà bene tenerlo presente nelle prossime settimane. Specie se - come appare molto probabile - Annapolis finirà con una serie di buoni propositi, senza vincitori né vinti.  

Leggi i dati del sondaggio sul sito di Miftah 

 http://www.terrasanta.net/terrasanta/jaf_det.jsp?wi_number=875&wi_codseq

 

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