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Le parole per non dirlo
di
Yonatan Mendel,
London Review of books, Gran Bretagna
da
Internazionale 736, 21 marzo 2008
I palestinesi sequestrano,
aggrediscono, uccidono. I militari di Tel Aviv arrestano,
reagiscono, sgombrano. Un giornalista israeliano analizza come
la stampa del suo paese parla del conflitto
Nel 2007
ho provato a farmi assumere dal quotidiano israeliano Maariv
come corrispondente dai Territori occupati. Oltre a parlare
arabo e ad aver insegnato nelle scuole palestinesi, avevo
partecipato a molti progetti congiunti israelo-palestinesi.
Durante il colloquio con il direttore mi ha chiesto come
potevo pensare di essere obiettivo: avevo trascorso troppo
tempo con i palestinesi, quindi sicuramente avevo un
pregiudizio favorevole nei loro confronti. Così non ho avuto
il posto.
Il
colloquio successivo l'ho fatto con Walla, il sito web più
frequentato di Israele. Quella volta mi è andata bene e sono
diventato il corrispondente di Walla dal Medioriente. Non mi
ci è voluto molto a capire cosa voleva dire Tamar Liebes,
direttrice dello Smart Institute of Communication della
Hebrew
University, quando affrmava: "I giornalisti e gli editori si
comportano come degli attivisti del movimento sionista e non
come osservatori esterni".
Con
questo non voglio dire che i giornalisti israeliani manchino
di professionalità. Giornali, tv e radio denunciano con una
determinazione lodevole la corruzione, la decadenza sociale e
la disonestà dilaganti. Il fatto che gli israeliani abbiano
saputo quello che ha fatto l'ex presidente
Moshe
Katsav con le sue segretarie dimostra che i mezzi
d'informazione del paese fanno il loro dovere anche a rischio
di suscitare scandali. Gli intrallazzi di Ehud Olmert per
l'acquisto di un appartamento, le relazioni clandestine di
Benyamin Netanyahu, il conto segreto aperto da Yitzhak
Rabin in
una banca statunitense sono tutti argomenti che la stampa
israeliana ha trattato con la massima libertà.
Altrettanta libertà non esiste invece sulle questioni che
riguardano la sicurezza.
In quel caso, ci siamo "noi" e "loro", le forze armate
israeliane e il "nemico". Le valutazioni di ordine militare -
le uniche consentite - sovrastano qualsiasi altro discorso. Il
problema non è che i giornalisti israeliani obbediscono a
degli ordini o si attengano ad un codice scritto:
è solo che si fidano delle
forze di sicurezza del paese.
Nella
maggior parte degli articoli sul conflitto arabo-palestinese
si contrappongono due schieramenti: da una parte le Forze di
difesa israeliane (Idf) e dall'altra i palestinesi.
Quando si parla di uno scontro violento, le Idf confermano
oppure l'esercito dichiara, mentre i palestinesi
sostengono: "I palestinesi sostengono che negli scontri a
fuoco con le Idf è stato gravemente ferito un neonato". Sono
invenzioni? "I palestinesi sostengono di essere stati
minacciati dai coloni israeliani".
Ma chi
sono questi palestinesi? L'intero popolo palestinese, gli
arabi israeliani, gli abitanti della Cisgiordania e della
Striscia di Gaza, quelli che vivono nei campi profughi dei
paesi confinanti, quelli della diaspora? Perché un articolo
parla di una tesi sostenuta dai palestinesi?
Perché
non si cita quasi mai un nome, un ufficio, un'organizzazione,
insomma una qualsiasi fonte a cui attribuire le dichiarazioni?
Forse perché questo le farebbe apparire più credibili?
Quando i
palesinesi non sostengono nulla, il loro punto di vista rimane
semplicemente inascoltato.
Il
Centro per la difesa della democrazia in Israele (Keshev) ha
analizzato il modo in cui le principali tv e i grandi giornali
israeliani hanno parlato delle vittime palestinesi nel
dicembre del 2005.
Risultato: in 48 articoli si dava notizia della morte di 22
palestinesi, ma solo in otto si riportava anche una
dichiarazione dei palestinesi, oltre alla versione
dell'esercito israeliano. Negli altri quaranta articoli la
notizia era data solo dal punto di vista delle Idf.
Un altro
esempio: secondo la stampa israeliana, nel giugno del 2006 -
quattro giorni dopo il
rapimento del soldato Gilad Shalit nel versante
israeliano della
barriera di sicurezza che circonda Gaza - Israele
ha arrestato
una sessantina di
militari di Hamas, di cui
trenta erano parlamentari e
otto erano militari del governo palestinese.
Con
un'operazione accuratamente pianificata Israele ha catturato e
imprigionato il ministro palestinese per gli affari di
Gerusalemme, i ministeri delle finanze, dell'istruzione, degli
affari religiosi e di quelli strategici,
dell'interno,
dell'edilizia e degli istituti carcerari, nonchè i sindaci di
Betlemme, di Jenin e di Qalqilya, più il presidente del
parlamento palestinese e un quarto dei suoi deputati.
Il fatto che questi alti funzionari siano stati prelevati dai
loro letti in piena notte e trasferiti
in
territorio israeliano
non era un rapimento.
Israele non rapisce: Israele arresta.
L'esercito israeliano
non uccide quasi mai
nessuno intenzionalmente, figurarsi se commette un assassinio.
Anche quando sgancia una bomba da una tonnellata su una zona
di Gaza densamente popolata, provocando la morte di un uomo
armato e di 14 civili innocenti tra cui 9 bambini,
non si
tratta
di un'uccisione intenzionale o di un assassinio, ma di un
omicidio
mirato.
Un giornalista israeliano può dire che i militari delle Idf
hanno colpito dei palestinesi, o li hanno uccisi, o uccisi per
errore, e che i palestinesi sono stati colpiti, o uccisi, o
perfino che hanno trovato la morte
(come se
l'avessero cercata), ma non scriverà mai che sono stati
assassinati. Qualunque termine si voglia usare, resta il fatto
che dall'inizio della seconda intifada sono morti per mano
delle Idf 2087 palestinesi che non avevano niente a che fare
con la lotta armata.
Per come
le dipingono i mezzi di informazione israeliani, le Idf hanno
anche un'altra strana caratteristica:
non sono mai loro che
cominciano, decidono o lanciano un'operazione.
Le Idf si limitano a
reagire.
Reagiscono ai lanci di
razzi, reagiscono agli attentati terroristici, reagiscono alle
violenza dei palestinesi.
Così tutto sembra molto più
civile e ordinato: le forze armate israeliane sono costrette a
ingaggiare dei combattimenti, a distruggere case, a sparare ai
palestinesi
(uccidendone 4.485 in sette anni), ma i soldati non sono
responsabili di nessuno di questi fatti.
Si
trovano davanti a un nemico insidioso e, com'è doveroso,
reagiscono. Il fatto che le loro operazioni (il coprifuoco,
gli arresti, le sparatorie, le uccisioni) siano la prima causa
delle reazioni dei
palestinesi, alla stampa israeliana non interessa. Dato che ai
palestinesi non è dato reagire, i giornalisti israeliani usano
un altro vocabolario: vendicare, provocare, aggredire,
incitare, lanciare pietre o sparare razzi Qassam.
Nel
giugno del 2007, intervistando Abu Qusay, portavoce delle
Brigate di Aqsa a Gaza, gli ho chiesto perché fossero stati
lanciati dei razzi Qassam contro la cittadina israeliana di
Sderot: "L'esercito potrebbe reagire", ho osservato senza
rendermi conto che le mie parole contenevano già
un
pregiudizio. "Ma la nostra è una reazione", ha obiettato Abu
Qusay. "Noi non siamo terroristi, non abbiamo intenzione di
uccidere. Resistiamo alle continue incursioni dell'esercito
israeliano in Cisgiordania, alle sue aggressioni, all'assedio
alle nostre risorse idriche, alla chiusura dei nostri
territori". Le parole di Abu Qusay sono state tradotte in
ebraico, ma l'esercito israeliano ha continuato a penetrare in
Cisgiordania ogni notte. In fin dei conti, era solo una
reazione.
In un
periodo in cui i raid israeliani contro Gaza erano frequenti,
ho chiesto ad alcuni colleghi: "Se
un palestinese armato varca il confine, entra in Israele,
arriva a Tel Aviv e si mette a sparare alla gente per la
strada, lui sarà il terrorista e noi le vittime, giusto? Ma se
le forze armate israeliane varcano il confine, penetrano nella
Striscia di Gaza per chilometri con i loro mezzi corazzati e
cominciano a sparare ai palestinesi armati, chi sarà il
terrorista e chi il difensore della sua terra?
Perché i
palestinesi che abitano nei Territori occupati non hanno mai
il diritto di praticare l'autodifesa, mentre l'esercito
israeliano difende il paese?"
Uno dei
grafici del giornale, il mio amico Shai, mi ha chiarito come
stanno le cose: "Se tu vai a Gaza e ti metti a sparare a
casaccio alle persone, sei un terrorista. Ma quando lo fa
l'esercito, è un'operazione per la sicurezza di Israele: è
l'attuazione di una decisione del governo!".
Dei tipi
resistenti
Un'altra
interessante distinzione tra loro e noi è emersa quando Hamas
ha chiesto il rilascio di 450 militanti prigionieri in cambio
del soldato Gilad Shalit. Israele ha annunciato che ne avrebbe
liberato alcuni ma non quelli con le mani sporche di sangue.
Sono sempre i
palestinesi, mai gli
israeliani ad avere le mani sporche di sangue. Il che non
significa che un ebreo non possa uccidere un arabo: ma anche
se lo fa non avrà mai le mani sporche di sangue.
E se viene arrestato sarà scarcerato dopo qualche anno.
Per non parlare di
quegli israeliani che si sono sporcati le mani di sangue e poi
sono diventati primi ministri.
Noi
israeliani non solo siamo più innocenti quando uccidiamo:
siamo anche più sensibili quando ci fanno del male.
Ecco come suona una tipica descrizione del missile Qassam che
colpisce Sderot:
"Un
Qassam è caduto nei pressi di un edificio abitato da civili.
Tre israeliani sono rimasti lievemente feriti e altri dieci
sono in stato di shock". Non bisogna sottovalutare queste
conseguenze: un missile che colpisce una casa in piena notte
può effettivamente provocare un forte shock. Ma lo
shock è
solo per gli ebrei.
I palestinesi, a quanto
pare, sono molto resistenti.
Le Idf -
invidia di tutti gli altri eserciti del mondo - uccidono solo
le persone importanti. "Un altro esponente di Hamas", sulla
stampa israeliana, è diventato quasi un ritornello. Gli
esponenti minori di Hamas o non si trovano oppure non vengono
mai uccisi. Shlomi Eldar, che fa il corrispondente da Gaza per
conto di una rete televisiva israeliana, ha coraggiosamente
affrontato il fenomeno nel suo libro del 2005
Eyeless in Gaza
(A Gaza senza occhi). Nel 2003, quando è stato
assassinato
Riyad
Abu Zaid, la stampa
israeliana ha riportato il comunicato stampa dell'esercito
secondo cui il morto era capo dell'ala militare di Hamas nella
Striscia di Gaza. Eldar, che è uno dei pochi
giornalisti investigativi israeliani,
ha poi scoperto che in
realtà si trattava semplicemente del segretario
dell'associazione dei prigionieri di Hamas. "E'
una delle tante occasioni in cui Israele ha promosso sul campo
un militante palestinese", ha commentato
Eldar.
"Dopo
ogni assassinio mirato, qualsiasi militante di base viene
elevato al rango di capo". Questo
fenomeno per cui i
comunicati delle forze armate diventano direttamente notizie
è frutto sia dello
scarso accesso alle informazioni sia della scarsa volontà dei
giornalisti di cogliere in fallo i militari o di denunciarli
come criminali. "Le Idf sono in azione a Gaza"
(o a Jenin o a Tulkarem o a Hebron) è la formula usata
dall'esercito e ripetuta dalla stampa. Perché rattristare i
lettori? Perché
raccontargli quello che fanno i soldati, descrivere il terrore
che seminano, il fatto che arrivano armati a bordo di veicoli
pesanti e soffocano la vita di una città, suscitando ancora
più odio, dolore e desiderio di vendetta?
A
febbraio scorso, uno dei provvedimenti contro il lancio di
razzi Qassam
verso
Israele è stato di tagliare la corrente a Gaza per qualche ora
al giorno. Anche se questo comporta, tra l'altro, la mancata
erogazione di elettricità agli ospedali, è stato scritto che
"il governo israeliano ha deciso di approvare questo
provvedimento considerandolo un'arma non letale".
Un'altra
operazione che i militari effettuano spesso è lo sgombero, in
ebraico khisuf. Khisuf significa precisamente "mettere a nudo
qualcosa di nascosto", ma nell'uso che ne fanno le forze
armate assume il significato di ripulire una zona che
potenzialmente può offrire riparo ai ribelli palestinesi.
Nel
corso dell'ultima intifada, le ruspe israeliane hanno
abbattuto migliaia di case palestinesi, sradicato migliaia di
alberi, ridotto in macerie migliaia di serre.
Meglio sapere che l'esercito ha sgomberto il posto, invece di
guardare in faccia la realtà: le forze armate israeliane
distruggono le proprietà, l'orgoglio e la speranza dei
palestinesi.
Allo
stesso modo, le zone di guerra sono i luoghi in cui i
palestinesi possono restare uccisi anche se sono bambini ma
non sanno di essere entrati in una zona di guerra. A
proposito: tendenzialmente, i bambini
palestinesi sono promossi ad adolescenti palestinesi,
soprattutto quando vengono uccisi accidentalmente.
Altri esempi? Gli avamposti israeliani in Cisgiordania sono
definiti avamposti illegali, forse per distinguerli dagli
insediamenti israeliani, che a quanto pare sono legali. E
ancora: l'Olp viene sempre designato con la sigla ebraica,
Ashaf, e mai con la sua denominazione completa.
La
parola Palestina non si usa quasi mai: esiste un presidente
palestinese, ma non un presidente della Palestina.
Negare
la realtà
"Una
società in crisi si reinventa un nuovo vocabolario",
ha scritto David Grossman, "e pian piano sviluppa una nuova
varietà di parole che non descrivono la realtà ma piuttosto
cercano di nasconderla". La stampa israeliana ha adottato
questa "nuova lingua" spontaneamente, ma chi fosse
in cerca
di direttive ufficiali può trovarle nel rapporto Nakdi,
scritto dall'Autorità israeliana per le trasmissioni
radiotelevisive. Il documento, redatto nel 1972 e aggiornato
per tre volte, doveva servire a "esporre chiaramente alcune
delle norme
deontologiche che governano la professione giornalistica".
Tra queste c'era il
divieto di usare
l'espressione Gerusalemme est. Ma le
restrizioni non si limitano alla geografia.
Il 20
maggio 2006 la rete tv più seguita di Israele, Canale 2, ha
dato la notizia di "un altro omicidio mirato a Gaza, un
omicidio che potrà forse fermare i lanci di razzi Qassam" (negli
omicidi mirati sono morte almeno 376 persone, tra cui 150
civili che non erano i bersagli designati). In
studio c'era il corrispondente israeliano ed esperto di
questioni arabe, Ehud Ya'ari, che ha affermato: "L'ucciso è
Muhammad Dahdouh, della Jihad islamica. Questo episodio fa
parte dell'altra guerra in corso, una guerra che mira a
sfoltire le fila di quelli che lanciano razzi Qassam". Né
Ya'ari né il portavoce delle forze armate si sono dati la pena
di riferire che nell'operazione erano rimasti uccisi anche
quattro
civili
palestinesi innocenti e altri tre erano stati gravemente
feriti, tra cui una bambina di cinque anni, Maria, che è
rimasta paralizzata.
Un altro
aspetto interessante è che da quando Hamas ha preso il potere
nella Striscia di Gaza, uno dei nuovi termini dispregiativi
usati dai mezzi d'informazione israeliani è
Hamastan. E
i movimenti come Hamas o il libanese Hezbollah sono definiti
organizzazioni, e non movimenti o partiti politici.
Anche il
termine arabo Intifada, rivolta, è usato senza mai spiegarne
il significato.
A
febbraio ho fatto un'esperienza curiosa: ho studiato le
reazioni dei giornali all'assassinio, in Siria, di Imad
Moughniyeh. In quell'occasione si è assistito a una specie di
gara in cui ciascuno cercava di
indicare
il morto con una definizione più efficace di quella scelta
dagli altri: ultraterrorista, maestro dei terroristi, il più
grande terrorista sulla Terra. Ci sono voluti molti giorni
prima che la stampa israeliana smettesse di inneggiare agli
assassini di Moughniyeh e cominciasse a fare quello che
avrebbe
dovuto fare fin dal primo momento, cioè sollevare degli
interrogativi sulle conseguenze di quell'uccisione.
Com'è
ovvio, i corrispondenti israeliani che si occupano del mondo
arabo devono parlare arabo e devono conoscere a fondo la
storia e la politica del Medio Oriente. E poi, devono essere
ebrei.
Stranamente però, i mezzi d'informazione israeliani
preferiscono assumere giornalisti con una
conoscenza mediocre
dell'arabo, invece di reporter madrelingua,
perché in questo caso si tratterebbe certamente di
arabo-israeliani.
Se le
parole occupazione,
apartheid e razzismo (figuriamoci poi palestinesi con
cittadinanza israeliana, bantustan, pulizia etnica e nakba)
sono completamente assenti dai loro discorsi pubblici,
gli
israeliani possono passare tutta la vita senza conoscere la
realtà in cui vivono. Prendiamo per esempio il razzismo, in
ebraico giz'anut. Se una legge del parlamento israeliano
prescrive che il 13 per cento dei terreni del paese può essere
venduto esclusivamente ad acquirenti ebrei, il parlamento
è
razzista. Se in sessant'anni il paese ha avuto un unico
ministro arabo, allora Israele ha avuto dei governi razzisti.
Se in sessant'anni di manifestazioni i proiettili di gomma e
le munizioni sono stati
usati
solo contro i manifestanti arabi, vuol dire che Israele ha una
polizia razzista. Se il 75 per cento degli israeliani ammette
che non vorrebbe avere un arabo per vicino di casa, allora la
società israeliana è razzista. Se non si riconosce apertamente
che Israele è un
paese dove le relazioni tra gli
ebrei e
gli arabi sono segnate dal razzismo,
sarà impossibile per gli ebrei israeliani affrontare la
realtà. Lo stesso atteggiamento di negazione dell'evidenza si
riscontra nella tendenza a evitare il termine apartheid. Per
gli israeliani è molto difficile usarlo perché il termine si
riferisce al Sudafrica
bianco.
Questo non significa che oggi nei Territori occupati ci sia un
regime identico a quello del Sudafrica razzista.
Ma per
instaurare un regime di apartheid non occorre che ci siano
delle panchine pubbliche riservate ai bianchi. In fin dei
conti apartheid significa separazione, e se nei Territori
occupati i coloni israeliani hanno una strada solo per loro,
mentre i palestinesi sono costretti a usare strade
alternative o addirittura dei tunnel,
significa che il sistema
stradale è all'insegna dell'apartheid.
Se il
muro di sperazione costruito sulle terre confiscate agli
abitanti della Cisgiordania separa le persone, allora è
un muro
dell'apartheid.
Se nei
Territori occupati esistono due sistemi giudiziari, uno per i
coloni ebrei e l'altro per i palestinesi, allora siamo di
fronte a una
giustizia dell'apartheid.
Nei
ranghi
Ma
veniamo proprio ai Territori occupati.
Sembra incredibile, ma in
Israele non ci sono Territori occupati. Questo
termine viene usato di tanto in tanto da qualche politico o
commentatore di sinistra, ma non compare mai nelle pagine di
politica. In passato si diceva Territori amministrati, per
nascondere il fatto che si trattasse di un'occupazione. Poi si
è passati a chiamarli Giudea o Sanmaria.
Oggi i
mezzi di informazione israeliani li chiamano i Territori.
Questo termine serve a
confermare l'idea che gli
ebrei sono le vittime, quelli che agiscono
soltanto per autodifesa, la metà morale dell'equazione, mentre
i palestinesi sono
gli attaccanti, i cattivi, quelli che sparano
senza ragione. A spiegare questo stato di cose basta un
semplice esempio: "Un cittadino dei Territori è stato
catturato mentre faceva entrare illegalmente delle armi". Per
il cittadino di un territorio occupato, potrebbe forse avere
un senso cercare di resistere all'occupante, ma per chi è solo
cittadino dei
Territori la cosa è del tutto priva di senso.
I
giornalisti israeliani non sono embedded e nessuno gli ha
chiesto di convincere l'opinione pubblica che la politica
militare di Israele sia buona. Quindi le loro restrizioni
linguistiche sono una scelta volontaria, quasi inconsapevole,
e per questo ancora più pericolosa. Eppure, la maggioranza
degli israeliani giudica i mezzi d'informazione del paese
troppo di sinistra e non abbastanza patriottici. E il giudizio
sulla stampa straniera è anche peggiore. Durante l'ultima
Intifada, Avraham Hirschson, che era ministro delle finanze,
ha chiesto di sospendere le trasmissioni della Cnn da Israele,
accusandola di "programmi non equilibrati e tendenziosi: una
campagna per istigare alla rivolta contro Israele".
Tutti i
maschi israeliani devono fare ogni anno un mese di servizio
militare come riservisti finché non compiono cinquant'anni. "I
civili israeliani", ha affermato un ex capo di stato maggiore,
"sono dei soldati con undici mesi di congedo all'anno". La
stampa israeliana, invece, non si prende
neanche
un giorno di congedo.
Le
parole per non dirlo - Internazionale 736, 21 marzo 2008
http://isalab.files.wordpress.com/2008/04/parole-per-non-dirlo.pdf
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