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Palestina: È tempo di una terza Intifada?
di Carlo M. Miele
Osservatorio Iraq, 29 settembre 2008

Stallo nei colloqui di
pace,
crescita esponenziale
degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, e aumento delle
aggressioni dei coloni
israeliani ai danni dei palestinesi. Tutti elementi questi che
potrebbero costituire la base per una nuova rivolta
palestinese, a più di venti anni dallo scoppio della prima
Intifada e a
otto dall’inizio della seconda.
A sostenerlo è il quotidiano israeliano
Ha’aretz, che
in un
articolo pubblicato
oggi cita “politicanti scontenti di Fatah”.
Mentre ufficialmente gli apparati della sicurezza del
presidente Mahmoud Abbas stanno collaborando con le autorità
israeliane e mantengono le distanze da Hamas - affermano gli
analisti del quotidiano – un’ala importante del movimento
sarebbe intenzionata a “riconciliarsi” con il Movimento della
resistenza islamica e a “indirizzare la rabbia verso Israele”.
“Otto anni dopo lo scoppio della seconda Intifada (28
settembre del 2000, ndr), le controversie all’interno
dell’Autorità palestinese potrebbero condurre a un nuovo
conflitto in Cisgiordania tra israeliani e palestinesi”, si
legge nell’articolo, secondo cui “gli ultimi incidenti tra
coloni estremisti e palestinesi potrebbero contribuire alla
deflagrazione”.
A sostegno della sua tesi,
Ha’aretz cita
Kadoura Fares, il leader della
peace coalition
palestinese ed esponente di spicco della nuova generazione di
Fatah, che la scorsa settimana ha chiesto pubblicamente al
presidente Abbas di porre immediatamente fine ai colloqui con
Tel Aviv, in quanto l’attività di colonizzazione portata
avanti dagli israeliani in Cisgiordania rende ogni trattativa
“inconcepibile”.
Un malcontento condiviso da molti dei membri più giovani di
Fatah, come Hussam Khader del campo profughi di Balata, o gli
ex militanti delle Brigate Al-Aqsa, detenuti dalle autorità
palestinesi in attesa dell’amnistia di Israele.
L’ipotesi di una nuova
Intifada viene giudicata, invece, poco credibile
dai servizi israeliani, secondo cui l’opinione pubblica
palestinese sarebbe ancora esausta per le sofferenze causate
dall’ultima rivolta, considerata chiusa il 14 giugno 2007, con
la presa del potere a Gaza da parte di Hamas e la definitiva
spaccatura all’interno della società palestinese.
Secondo quanto stimato dalla ong israeliana
BTselem,
oltre seimila persone sarebbero morte tra Gaza e Cisgiordania
solo negli ultimi otto anni. Di queste 4.823 sono palestinesi
uccisi dalle forze di sicurezza israeliane a Gaza, in
Cisgiordania e in Israele e 48 quelli uccisi da civili
israeliani, mentre le vittime della parte israeliana sarebbero
1061 (di cui 726 civili e 335 membri delle forze di
sicurezza).
Di fronte a una tale carneficina – sostengono le fonti
dell’intelligence di Tel Aviv – appare difficile che lo
scontro armato riprenda subito.
A meno che non ci sia un pretesto, che non venga innescata una
scintilla. Le aggressioni dei coloni ebrei in Cisgiordania per
esempio – ipotizza
Ha’aretz – potrebbero fare quello che nel 2000
fece Ariel Sharon, con la sua passeggiata sulla Spianata delle
moschee.
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