"Non vedo che un modo possibile per far scoppiare la pace
in Medio Oriente: che Israele si ritiri dai
Territori Palestinesi Occupati"
Così disse,
circa un anno fa, Mons. Michel Sabbah, ex-Patriarca Latino di
Gerusalemme, e pare che tali parole siano ancora oggi del tutto,
tragicamente, attuali (NdR)
LA PACE È NELLE MANI DI ISRAELE
di Mons.
Michel Sabbah, Patriarca Latino di Gerusalemme

Non vedo che
un modo possibile per far scoppiare la pace in Medio Oriente: che
Israele si ritiri dai Territori Palestinesi Occupati. Io vado
ovunque mi chiedano d'andare per dire la verità su quello che
accade in Medio Oriente. Sono il portavoce della Chiesa per il
bene dei palestinesi, come per quello degli israeliani.
Ma sono le
condizioni di vita di milioni di palestinesi a essere tragiche
ormai. Ci si domanda talvolta come possano le persone che
risiedono nei Territori Palestinesi sopravvivere con l'occupazione
israeliana, e con tutto quello che ne consegue: la disoccupazione
tocca il 70% della popolazione, la libertà di movimento è
inesistente.
Sotto la
violenza dell'occupazione, la società palestinese comincia a
disgregarsi.
Se si parla
di azioni terroristiche palestinesi, bisogna anche parlare di
azioni terroristiche israeliane.
Si può
parlare di guerra? L'espressione più chiara per quanto riguarda i
palestinesi è quella di « resistenza all'occupazione».
E questa
dura dal 1967. C'è stato un periodo di dialogo tra il 1993 e il
2000, ma l'assetto della regione non è stato mai stabilito.
La
resistenza palestinese, con sempre nuove esperienze di azioni
nonviolente, si esprime talvolta con il ricorso alla violenza.
La violenza
palestinese e quella israeliana sono purtroppo indissociabili e
legate tra loro. C'è una soluzione per ovviare a questo circolo
vizioso, ed è semplice: si avrà la pace se si porrà fine
all'occupazione militare israeliana.
Il problema
è che Israele non parla di occupazione, ma del suo diritto di
difendersi e della sua sicurezza. Questa non è una buona analisi
perché, restando nei Territori Palestinesi, Israele espone il suo
popoloa una maggiore violenza.
Solo
l'ingiustizia fatta al popolo palestinese separa quest'ultimo
dagli israeliani.
Se cesserà
quest'ingiustizia, se i palestinesi avranno il loro Stato, saranno
i migliori amici d'Israele. La pace di cui parlo è molto più utile
a Israele che ai palestinesi.
Ci si
domanda anche se sia realistico pensare che Israele possa ritirare
le colonie, tenendo conto che ormai molti abitanti sono nati e
cresciuti lì. Ma non è che perché si è nati sulla terra del
proprio vicino, quella casa ci appartiene.
Lo sgombero
delle colonie è realistico e necessario. Ci sono già delle colonie
che si sono svuotate a causa dell'insicurezza. C'è stato il
disimpegno da Gaza. E 450.000 persone possono facilmente essere
accolte da sei milioni di israeliani.
Concretamente, il dialogo dipende dal governo israeliano. E lui
che ha tutte le carte in mano: se vuole la pace, sta a lui fare
dei passi concreti e non delle concessioni unilaterali.
Finché i
palestinesi vivranno nell'umiliazione, non potrà fermarsi la
violenza.
Israele
continua a dire di non avere un valido interlocutore per fare la
pace: i palestinesi rivendicano oggi solo il 22% della Palestina
storica per formare il loro Stato e sono pronti a lasciare a
Israele il 78%.
Il popolo
israeliano sembra approvare in larga maggioranza il suo governo,
quando questo da prova di fermezza contro i palestinesi. E un
popolo che vive nella paura: vuol essere protetto ma,
paradossalmente, cerca leader forti che colpiscano e che lo
vendichino. Sono uomini che, al posto di proteggerlo, lo espongono
alla violenza.
Vi è anche
l'idea, diffusa in Israele, di avere un giorno l'insieme dei
Territori Occupati senza palestinesi.
Bisogna
proprio dire che la comunità internazionale non ha il coraggio di
agire: compie gesti di solidarietà verso i palestinesi, invia del
denaro. Ma i palestinesi oggi hanno più bisogno di giustizia che
di denaro.
In questo
contesto di valutazione politica dei rapporti tra lo Stato
d'Israele e il popolo palestinese, è fondamentale non confondere
religione e politica.
La Chiesa
suggerisce, infatti, che il dialogo con il popolo ebraico è
distinto dalle scelte politiche dello Stato d'Israele. Inoltre,
l'esistenza di Israele e le sue scelte politiche devono essere
viste non in una prospettiva religiosa, ma in rapporto ai principi
comuni della legge internazionale.
In
tutt'altro ambito si pone l'impegno che da lungo tempo coinvolge
le Chiese cristiane e l'ebraismo. Noi, Chiese di Terra santa,
meditiamo insieme sulle radici della nostra fede. Con la Chiesa
intera condanniamo gli atteggiamenti di disprezzo, i conflitti e
le ostilità che hanno caratterizzato la storia delle relazioni
ebraico cristiane.
Noi
cattolici cerchiamo di vivere l'insegnamento della Chiesa nel
mondo e di applicarlo nel nostro con testo particolare.
Diversamente dai fratelli e dalle sorelle che sono in Europa, la
nostra storia di cristiani in Terra santa è stata quella di una
comunità minoritaria (situazione condivisa anche dagli ebrei del
Medio Oriente) in seno a una società in maggioranza musulmana. Per
molti secoli non siamo stati una maggioranza dominante nei
confronti del popolo ebraico, come fu in Occidente.
Il nostro
contesto contemporaneo è unico: noi siamo l'unica Chiesa locale
che incontra il popolo ebraico in uno Stato che si definisce come
ebreo e dove gli ebrei sono la maggioranza dominante. Inoltre, il
conflitto in corso tra lo Stato di Israele e il mondo arabo, e in
particolare tra israeliani e palestinesi, indica che l'identità
nazionale della maggior parte dei nostri fedeli si trova in
conflitto con l'identità nazionale della maggioranza degli ebrei.
Nella nostra
continua ricerca di dialogo con i fratelli e le sorelle ebrei,
dobbiamo essere pienamente consci di questo contesto particolare.
La Chiesa di
Gerusalemme si trova inoltre arricchita da molti cristiani
provenienti da altre terre, che hanno fatto di Gerusalemme la loro
casa. In seno alla Chiesa, poi, vi sono cristiani di espressione
ebraica che sono ebrei o che hanno scelto di vivere in seno al
popolo ebraico.
Desiderando
vivere in comunione con tutti, impariamo a essere un segno
visibile di unità per l'umanità intera. Tutti gli uomini che
vivono su questa terra sono chiamati a lavorare per la pace, tutti
ugualmente testimoni, voce di verità e presenza che guarisce le
ferite.
Per questo
non possiamo esimerci dal riconoscere che l'ostacolo più grande
alla pace è l'occupazione militare israeliana.
Il conflitto
in corso non è una guerra: non ci sono due eserciti che si
combattono tra loro. Uno solo è l'aggressore e l'altro
l'aggredito.
Coloro che
occupano e impongono l'occupazione sono gli israeliani; coloro che
subiscono l'occupazione e sono oppressi, sono i palestinesi.
Per questo
Israele, lo Stato più potente della regione, dovrà compiere il
primo passo: Israele ha in mano le chiavi della pace.
Brano tratto da "Voce che grida dal
deseto", Ed. Paoline, 2008
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/PaceManiIsraele-Sabbah.htm
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