Come se non ci fosse...
L'occupazione invisibile

Quando vuoi trattare qualcuno da nemico, quando vuoi
che l’altro percepisca fino in fondo la tua ostilità,
il massimo che puoi fare non è urlargli contro la tua
rabbia, le tue rivendicazioni o il tuo disprezzo. Il
massimo è ignorarlo. Negare che esista, renderlo
trasparente ai tuoi occhi e fare in modo che lui
sappia che tu non lo vedi, non lo senti, non
percepisci la sua umanità. E la sua sofferenza.
Quando si fa questo ad un intero popolo, questo
processo porta a considerare i suoi problemi degli
accidenti. Che non si sa bene a chi capitano. E non ci
si ricorda perché avvengono. Non si considerano più i
diritti delle persone che compongono quel popolo, ma
si accenna ai ‘problemi’, si fronteggiano le
‘emergenze’, si tracciano possibili ‘soluzioni’ per
ovviare alla ‘situazione’. Si decide allora di
“alleviare”, “umanizzare”, ridurre gli errori”. Ma le
persone, le persone spariscono e nel migliore dei casi
diventano numeri. E se non esistono, non vengono
considerate, ascoltate. E di questi assenti si può
fare quello che si vuole. Non sono interlocutori.
A volte, purtroppo, chi chiude gli occhi davanti alle
tragedie delle persone sono gli stessi leader di quel
popolo, o comunque coloro che, detenendo un certo
potere economico, adottano la stessa tecnica dei
potenti ‘nemici’ e guardano oltre, magari pensando di
guardare lontano, mentre invece volgono lo sguardo
semplicemente, drammaticamente attraverso la vita e la
sorte della loro gente, senza vederla davvero. E fanno
il gioco del nemico.
Tutto questo, in Palestina, ha ancora e sempre la
stessa causa: l’occupazione militare israeliana. Tutto
questo, nei giorni scorsi, si è manifestato purtroppo
ancora una volta tragicamente fuso con l’incapacità
dei leader palestinesi di difendere il diritto della
loro società ad una vita libera, dignitosa per tutti.
Ma d'altra parte questo annebbiamento della realtà è
perfettamente funzionale al permanere del sistema di
distruzione della società palestinese perversamente
compiuto da Stati Uniti, Israele e vecchio apparato di
Al Fatah.
Dal 21 al 23 maggio più di mille uomini d’affari da
tutto il mondo si sono dati appuntamento nella
Betlemme diventata una prigione per la prima Palestine
Investment Conference (PIC).
I lavori della conferenza, dal titolo “Partner for
Change”, sono stati aperti presso l’Intercontinental
Jacir Palace, a un isolato dal Muro e accanto
all’Azza’, uno dei campi profughi di Betlemme. Ma
tutto questo “contorno” non era rilevante per il
“tema” previsto, nemmeno per le massime cariche
dell’Autorità Palestinese, il presidente Abu Mazen e
il primo ministro Salam Fayyad. Tantissime personalità
internazionali, da Tony Blair al ministro degli esteri
francese Bernard Kouchner hanno partecipato con
entusiasmo perchè dentro all'Hotel non sarebbe
filtrata neanche una minima accusa ad Israele e
l'inferno di un popolo intero stremato da quarant’anni
restava finalmente fuori della finestra.
Un grande evento, allora, questa Conferenza di...pace!
Finalmente una ripresa dell’economia palestinese.
Finalmente un po’ di lavoro per le centinaia di
migliaia di disoccupati palestinesi. Ma -come ha
raccontato amareggiato un italiano dei Caschi Bianchi,
Cosimo Caridi- “l’aria che si respirava tra gli
addetti ai lavori era quella di una svendita. I
palestinesi si vedono sottrarre terra e risorse da
ormai 60 anni, lo stato israeliano si impadronisce di
tutto ciò che può essere utile allo sviluppo economico
del paese, quindi l’idea è cercare di vendere il più
possibile al settore privato. Se non possono essere
padroni nel loro Stato, tanto vale venderlo piuttosto
che farselo rubare.”
“Soprattutto -proseguiva Caridi- le critiche rivolte
alla conferenza si possono riassumere ricordando che
la Palestina non è uno Stato sovrano, non gestisce gli
ingressi nel paese, sia per quel che riguarda le
persone, sia per i beni e i capitali. Sarà quindi
difficile che un investitore decida di investire il
proprio capitale con il rischio di non poterlo
controllare perché gli viene negato l’accesso dalle
autorità di confine israeliane. Il problema politico è
alla base del problema economico palestinese, senza
una definitiva risoluzione del conflitto non c’è
speranza per un’economia moderna in Palestina”
Ecco dunque cosa ci si è dimenticati ancora una volta:
anche questa iniziativa apparentemente lodevole è
stata fatta ‘come se’… non ci fosse l’occupazione,
come se la Palestina fosse una terra libera, uno Stato
sovrano; come se i palestinesi potessero davvero
auto-determinarsi. E questo è uno schiaffo morale e
reale, concreto: se non tengo conto del contesto,
significa che non opero per il bene di quelle persone
che in quel contesto si trovano a vivere e a
dibattersi.
“L'occupazione militare israeliana, causa del disastro
economico palestinese, esce «normalizzata» dal
faraonico incontro di Betlemme perché è stata citata
ben poche volte, e sempre a bassa voce, da Fayyad, Abu
Mazen e dagli altri partecipanti”, afferma Michele
Giorgio- “rimuovendo la patina dorata con la quale è
stata rivestita questa conferenza, emergono
«dimenticanze» che la società civile palestinese e le
forze di sinistra hanno accolto con stupore e
sgomento.”
Mai si è parlato nel corso dell’incontro dei
checkpoint, che ormai sono più di cinquecento in
Cisgiordania, e che impediscono certamente ‘di fatto’
all’economia di girare, oltre che ai palestinesi di
circolare liberamente nel loro territorio. “Assieme
alla chiusura totale dei centri abitati palestinesi –
ricordava tempo fa Michele Giorgio in un suo altro
articolo- i posti di blocco sono e rimarranno uno
degli elementi centrali dell'occupazione. Non solo ma
in numerosi punti della Cisgiordania, a nord e a sud
di Gerusalemme e lungo il percorso del muro in via di
ultimazione, si stanno trasformando in veri e propri
terminal di frontiera gestiti, parzialmente o
totalmente, da società private spesso fondate allo
scopo di mettere le mani su fondi ingenti messi a
disposizione dal ministero della difesa.
E allora avanti così, come se bastasse parlare di
economia per rimuovere le macerie dell’occupazione.
O forse basta proprio parlare di ripresa economica in
Palestina, perchè il mondo, tranquillizzato dal tema
annunciato, dimentichi la storia, il contesto, la
situazione reale in cui vivono centinaia di migliaia
di persone. D'altra parte, il meccanismo è identico a
quello messo magistralmente in atto durante la Fiera
del Libro di Torino: importante è censurare
completamente il lato oscuro del 1948, con la pulizia
etnica di 700.000 palestinesi, per festeggiare i
sessant'anni di Israele.
«Gli investimenti sono benvenuti ma quello discusso a
Betlemme è un progetto neoliberale», ha affermato il
dottor Mustafa Barghuti, del partito progressista
Mubadara. «Un piano economico - ha aggiunto - che
normalizza l'occupazione israeliana. Proporre
investimenti senza chiedere la fine immediata dalla
pressione militare di Israele inganna la comunità
internazionale e illude la nostra gente. Fino a quando
non avremo la libertà non riusciremo mai a sviluppare
la nostra economia».
Basta cambiar argomento, perché il nostro mondo,
offuscato da parole ‘neutre’, come quelle del
linguaggio del business, sia neutralizzato nella
percezione della realtà effettiva e arrivi a dire,
seppur sommessamente… dopotutto… se si riprende ad
investire in Palestina vuol dire che male non si sta!