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Anno III, Comunicato del giugno  2008

 

 

Come se non ci fosse...

L'occupazione invisibile

 

Quando vuoi trattare qualcuno da nemico, quando vuoi che l’altro percepisca fino in fondo la tua ostilità, il massimo che puoi fare non è urlargli contro la tua rabbia, le tue rivendicazioni o il tuo disprezzo. Il massimo è ignorarlo. Negare che esista, renderlo trasparente ai tuoi occhi e fare in modo che lui sappia che tu non lo vedi, non lo senti, non percepisci la sua umanità. E la sua sofferenza.

Quando si fa questo ad un intero popolo, questo processo porta a considerare i suoi problemi degli accidenti. Che non si sa bene a chi capitano. E non ci si ricorda perché avvengono. Non si considerano più i diritti delle persone che compongono quel popolo, ma si accenna ai ‘problemi’, si fronteggiano le ‘emergenze’, si tracciano possibili ‘soluzioni’ per ovviare alla ‘situazione’. Si decide allora di “alleviare”, “umanizzare”, ridurre gli errori”. Ma le persone, le persone spariscono e nel migliore dei casi diventano numeri. E se non esistono, non vengono considerate, ascoltate. E di questi assenti si può fare quello che si vuole. Non sono interlocutori.

A volte, purtroppo, chi chiude gli occhi davanti alle tragedie delle persone sono gli stessi leader di quel popolo, o comunque coloro che, detenendo un certo potere economico, adottano la stessa tecnica dei potenti ‘nemici’ e guardano oltre, magari pensando di guardare lontano, mentre invece volgono lo sguardo semplicemente, drammaticamente attraverso la vita e la sorte della loro gente, senza vederla davvero. E fanno il gioco del nemico.

Tutto questo, in Palestina, ha ancora e sempre la stessa causa: l’occupazione militare israeliana. Tutto questo, nei giorni scorsi, si è manifestato purtroppo ancora una volta tragicamente fuso con l’incapacità dei leader palestinesi di difendere il diritto della loro società ad una vita libera, dignitosa per tutti. Ma d'altra parte questo annebbiamento della realtà è perfettamente funzionale al permanere del sistema di distruzione della società palestinese perversamente compiuto da Stati Uniti, Israele e vecchio apparato di Al Fatah.

Dal 21 al 23 maggio più di mille uomini d’affari da tutto il mondo si sono dati appuntamento nella Betlemme diventata una prigione per la prima Palestine Investment Conference (PIC).

I lavori della conferenza, dal titolo “Partner for Change”, sono stati aperti presso l’Intercontinental Jacir Palace, a un isolato dal Muro e accanto all’Azza’, uno dei campi profughi di Betlemme. Ma tutto questo “contorno” non era rilevante per il “tema” previsto, nemmeno per le massime cariche dell’Autorità Palestinese, il presidente Abu Mazen e il primo ministro Salam Fayyad. Tantissime personalità internazionali, da Tony Blair al ministro degli esteri francese Bernard Kouchner hanno partecipato con entusiasmo perchè dentro all'Hotel non sarebbe filtrata neanche una minima accusa ad Israele e l'inferno di un popolo intero stremato da quarant’anni restava finalmente fuori della finestra.

Un grande evento, allora, questa Conferenza di...pace! Finalmente una ripresa dell’economia palestinese. Finalmente un po’ di lavoro per le centinaia di migliaia di disoccupati palestinesi. Ma -come ha raccontato amareggiato un italiano dei Caschi Bianchi, Cosimo Caridi- “l’aria che si respirava tra gli addetti ai lavori era quella di una svendita. I palestinesi si vedono sottrarre terra e risorse da ormai 60 anni, lo stato israeliano si impadronisce di tutto ciò che può essere utile allo sviluppo economico del paese, quindi l’idea è cercare di vendere il più possibile al settore privato. Se non possono essere padroni nel loro Stato, tanto vale venderlo piuttosto che farselo rubare.”

“Soprattutto -proseguiva Caridi- le critiche rivolte alla conferenza si possono riassumere ricordando che la Palestina non è uno Stato sovrano, non gestisce gli ingressi nel paese, sia per quel che riguarda le persone, sia per i beni e i capitali. Sarà quindi difficile che un investitore decida di investire il proprio capitale con il rischio di non poterlo controllare perché gli viene negato l’accesso dalle autorità di confine israeliane. Il problema politico è alla base del problema economico palestinese, senza una definitiva risoluzione del conflitto non c’è speranza per un’economia moderna in Palestina”

Ecco dunque cosa ci si è dimenticati ancora una volta: anche questa iniziativa apparentemente lodevole è stata fatta ‘come se’… non ci fosse l’occupazione, come se la Palestina fosse una terra libera, uno Stato sovrano; come se i palestinesi potessero davvero auto-determinarsi. E questo è uno schiaffo morale e reale, concreto: se non tengo conto del contesto, significa che non opero per il bene di quelle persone che in quel contesto si trovano a vivere e a dibattersi. 

“L'occupazione militare israeliana, causa del disastro economico palestinese, esce «normalizzata» dal faraonico incontro di Betlemme perché è stata citata ben poche volte, e sempre a bassa voce, da Fayyad, Abu Mazen e dagli altri partecipanti”, afferma Michele Giorgio-  “rimuovendo la patina dorata con la quale è stata rivestita questa conferenza, emergono «dimenticanze» che la società civile palestinese e le forze di sinistra hanno accolto con stupore e sgomento.”

Mai si è parlato nel corso dell’incontro dei checkpoint,  che ormai sono più di cinquecento in Cisgiordania, e che impediscono certamente ‘di fatto’ all’economia di girare, oltre che ai palestinesi di circolare liberamente nel loro territorio. “Assieme alla chiusura totale dei centri abitati palestinesi – ricordava tempo fa Michele Giorgio in un suo altro articolo-  i posti di blocco sono e rimarranno uno degli elementi centrali dell'occupazione. Non solo ma in numerosi punti della Cisgiordania, a nord e a sud di Gerusalemme e lungo il percorso del muro in via di ultimazione, si stanno trasformando in veri e propri terminal di frontiera gestiti, parzialmente o totalmente, da società private spesso fondate allo scopo di mettere le mani su fondi ingenti messi a disposizione dal ministero della difesa.

E allora avanti così, come se bastasse parlare di economia per rimuovere le macerie  dell’occupazione.

O forse basta proprio parlare di ripresa economica in Palestina, perchè il mondo, tranquillizzato dal tema annunciato, dimentichi la storia, il contesto, la situazione reale in cui vivono centinaia di migliaia di persone. D'altra parte, il meccanismo è identico a quello messo magistralmente in atto durante la Fiera del Libro di Torino: importante è censurare completamente il lato oscuro del 1948, con la pulizia etnica di 700.000 palestinesi, per festeggiare i sessant'anni di Israele.

«Gli investimenti sono benvenuti ma quello discusso a Betlemme è un progetto neoliberale», ha affermato il dottor Mustafa Barghuti, del partito progressista Mubadara. «Un  piano economico - ha aggiunto - che normalizza l'occupazione israeliana. Proporre investimenti senza chiedere la fine immediata dalla pressione militare di Israele inganna la comunità internazionale e illude la nostra gente. Fino a quando non avremo la libertà non riusciremo mai a sviluppare la nostra economia».

Basta cambiar argomento, perché il nostro mondo, offuscato da parole  ‘neutre’, come quelle del linguaggio del business, sia neutralizzato nella percezione della realtà effettiva e arrivi a dire, seppur sommessamente… dopotutto… se si riprende ad investire in Palestina vuol dire che male non si sta!

Fonte : Bocche Scucite n. 58

nandyno@libero.it

 

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