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In 110 ammassati in una casa e bombardati
l'Onu denuncia il massacro di 30 civili
Tra le vittime nel quartiere di Gaza City un'intera
famiglia, molti bambini
I soldati ammettono: nella scuola dell'Unrwa non c'erano militanti
armati
La Repubblica, 9 gennaio 2009

Il racconto di un ragazzo sopravvissuto, che ha perso
madre e fratelli.
Nella zona almeno 50 morti, si scava tra le macerie
GAZA -
"Abu Salah è morto, sua moglie è morta. Abu Tawfiq è morto, suo figlio è
morto e anche sua moglie. Mohammed Ibrahim è morto, e sua madre è morta.
Ishaq e Nasar sono morti. Tanta gente è morta". Ahmed Ibrahim Samouni ha
tredici anni e quel che gli tocca raccontare è un massacro, la
distruzione di gran parte della sua stessa famiglia e di altre decine di
persone che come lui sono rimasti 24 ore chiusi in una casa che doveva
essere il loro rifugio ed è diventata una trappola.
Ammassati in casa e poi bombardati. Sono morti così almeno una trentina
di palestinesi in un'unica casa a Zeitoun, quartiere a sud di Gaza City.
"Uno dei più gravi episodi dall'inizio delle operazioni", denunciano le
Nazioni Unite. Le vittime del bombardamento del quartiere arriverebbero
almeno a cinquanta. Tra le macerie si cercano ancora decine di dispersi,
secondo i soccorritori il bilancio è destinato a salire.
Una famiglia sterminata. Il 4 gennaio scorso, raccontano
testimoni oculari citati dal Coordinamento degli Affari umanitari
dell'Onu (Ocha), centodieci persone, oltre la metà bambini, sono stati
radunati in un edificio a un piano dai militari dell'esercito
israeliano.
Da un giorno l'esercito era penetrato via terra, e sono stati proprio i
soldati a raccomandare ai civili di restare chiusi dentro "per la loro
stessa sicurezza". Il giorno dopo, la casa è stata sottoposta a un
violento bombardamento. Tra le vittime, sedici membri della famiglia
Samouni, sette donne, tre bambini e tre uomini. Sono stati i
sopravvissuti della famiglia a ricostruire l'accaduto con le agenzie
dell'Onu e i volontari di B'Tselem, l'organizzazione per la difesa dei
diritti umani israeliana.
Due membri della famiglia hanno raccontato che domenica
mattina, dopo i pesanti bombardamenti della notte, decine di loro
parenti erano stati riuniti dai militari e gli era stato ordinato di
rimanere chiusi in casa mentre erano in corso perquisizioni porta a
porta. Ahamad Talal Samouni, 23 anni, ha raccontato che la famiglia era
stata riunita dai soldati armati nella casa di cemento appartenente a
uno dei membri del clan. "I soldati ci hanno detto di non uscire.
Avevamo fame. Non c'era latte per i bambini, medicine per i piccoli che
stavano male".
La casa della strage. Poco prima dell'alba di lunedì, tre uomini
della famiglia hanno deciso di lasciare la casa per andare a prendere
altri parenti e portarli dentro, ha raccontato Meysa Samouni, 19 anni, a
B'Tselem. Mentre stavano per uscire un colpo d'artiglieria ha centrato
l'ingresso, uccidendo uno di loro. Subito dopo una grande esplosione ha
devastato il tetto e fatto tremare tutto l'edificio. Lei è caduta a
terra, coprendo sua figlia con il corpo. "Tutto era coperto di polvere e
fumo. Sentivo gridare e piangere. Quando il fumo si è diradato ho visto
decine di corpi, almeno trenta, e una ventina di feriti". Sua figlia
aveva perso tre dita di una mano. Lei e sua figlia sono state soccorse
dai soldati, medicate e fatte uscire di casa. Ma mentre usciva ha visto
che i soldati avevano già occupato la casa e avevano bendato e legato
una trentina di uomini.
Wael Samouni, che nel bombardamento ha perso tre figli piccoli, ha
raccontato ai funzionari dell'Onu la dinamica dell'episodio. Con i
giornalisti della Reuters ha parlato suo figlio tredicenne, Ahmed
Ibrahim, dal letto di ospedale dove è ricoverato per le ferite. Un
racconto chiaro e agghiacciante, che esce con voce flebile, e comincia
dal giorno prima, da quel che successe in casa loro. "Dormivamo tutti in
una stanza", ricorda. "Eravamo tutti addormentati quando i carri armati
e gli aeroplani hanno cominciato a colpire. Un proiettile ha raggiunto
la nostra casa, grazie a dio non siamo rimasti feriti. Siamo corsi fuori
e c'erano quindici uomini... Atterravano dagli elicotteri sui tetti
delle case". I soldati, racconta Ahmed, percuotevano le persone e le
costringevano a entrare tutti in una casa.
Senza acqua. Il giorno dopo la casa è stata bombardata, la madre
di Ahmed è morta, con tre suoi fratelli. Ahmed ha cercato di tenere in
vita i suoi tre fratellini più piccoli e di aiutare i feriti che
giacevano in mezzo ai cadaveri. "Non c'era acqua, non c'era pane, niente
da mangiare", ricorda il bambino. "Mi sono alzato, avevo bendato la mia
ferita e mi sono trascinato fuori per prendere l'acqua cercando di
ripararmi dai tiri dei carriarmati e degli aeroplani. Sono andato dai
vicini e ho cominciato a chiamarli finché non sono quasi svenuto. Ho
portato indietro cinque litri d'acqua".
Lo shock dei soccorritori. Quando gli operatori della Mezzaluna
Rossa e della Croce Rossa hanno finalmente ottenuto il permesso di
accedere alla zona hanno trovato bambini ancora abbracciati alle madri
morte, troppo deboli per mettersi in piedi, e feriti tra i corpi. Alcuni
dei cadaveri riportavano anche colpi d'arma da fuoco oltre alle ferite
del bombardamento, indicazione di un possibile intervento ravvicinato o
successivo dei soldati.
"Abbiamo cominciato a chiamare: 'C'è nessuno vivo in questa casa?' -
racconta un medico palestinese che era tra i soccorritori - e abbiamo
sentito le voci dei bambini". I piccolo stavano morendo di fame,
aggiunge.
Il quartiere di Zeitoun aveva già subito distruzioni considerevoli tra
il primo e il 3 gennaio, e l'esercito aveva negato alla Croce Rossa
l'accesso alla zona per evacuare i feriti. I soccorritori della Croce
rossa avevano ricevuto richieste d'aiuto fin da sabato ma non hanno
avuto accesso alla zona fino a ieri. "Ci sono ancora persone tra le
macerie - ha detto al Washington Post Khaled Abuzaid, autista di
ambulanza della Croce Rossa - Ma senza acqua o elettricità sono sicuro
che moriranno".
Abuzaid conferma che, oltre a bloccare loro l'accesso, i soldati
israeliani li avevano preavvertiti che non avrebbero potuto portare sul
luogo del bombardamento macchine fotografiche, radio o telefonini -
tutte attrezzature standard per le squadre di soccorso.
Aiuti ostacolati. I blocchi di terra costruiti dai bulldozer
israeliani hanno impedito il passaggio delle ambulanze.
I feriti più gravi sono stati caricati sui carretti trainati dagli
asini. Chi ha potuto muoversi a piedi ha raggiunto il centro abitato più
vicino, a due chilometri di distanza, e da lì i feriti sono stati
trasportati in veicoli civili agli ospedali della zona. Tre bambini, il
più piccolo aveva cinque mesi, sono morti al loro arrivo all'ospedale.
L'accesso al quartiere rimane ristretto. La Croce Rossa e la Mezzaluna
rossa sono tornate oggi durante la tregua di tre ore e hanno soccorso
103 persone che erano rimaste intrappolate senza cibo né acqua in tre
case nello stesso isolato dell'abitazione dei Samouni.
L'accusa dell'Onu. L'Ocha non accusa l'esercito israeliano di
aver agito deliberatamente, ma ha chiesto l'apertura di un'inchiesta. La
Croce Rossa internazionale ha accusato l'esercito israeliano di "non
rispettare gli obblighi imposti dalla legge umanitaria internazionale
circa le garanzie di soccorso e cura dei feriti". "I militari erano
consapevoli della situazione - aggiunge Allegre Pacheco, vice-direttore
dell'Ocha - ma non hanno assistito i feriti. Né hanno permesso a noi o
alla Mezzaluna rossa di soccorrerli".
In una risposta scritta, l'esercito israeliano afferma di lavorare in
coordinamento con le organizzazioni di aiuto umanitario "per garantire
assistenza ai civili" e che "in alcun modo ha colpito intenzionalmente
dei civili".
La scuola bombardata. Si stanno intanto chiarendo i contorni di
un'altra vicenda controversa, su cui l'Onu ha sollevato ufficiali
proteste. La scuola dell'Agenzia per i rifugiati dell'Onu colpita
martedì scorso a Jabaliya e in cui sono morti 40 civili sarebbe stata
colpita per errore: non c'erano infatti uomini armati all'interno
dell'edificio, come in un primo tempo hanno sostenuto le autorità
israeliane. Lo ha dichiarato ad Haaretz il portavoce della Unrwa
Chris Gunness che afferma inoltre che gli israeliani hanno diffuso, a
sostegno della tesi ufficiale, immagini vecchie, risalenti al 2007.
"In un briefing con diplomatici stranieri alti ufficiali dell'esercito
israeliano hanno ammesso che gli spari ai quali le forze israeliane
hanno risposto a Jabalya non provenivano dalla scuola - ha detto Gunness
- l'esercito israeliano in quell'occasione ha ammesso che l'attacco al
sito dell'Onu non è stato intenzionale".
Ora l'Unrwa insiste nel chiedere un'inchiesta obiettiva per stabilire se
il bombardamento della scuola sia stata una violazione del diritto
internazionale e delle leggi umanitarie. E per portare eventualmente i
responsabili di fronte alla giustizia.
Link originale :
http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/esteri/medio-oriente-46/strage-casa/strage-casa.html
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/ONU-Massacro30CivGaz.htm
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