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SUGLI EBREI: COSÌ, SERENAMENTE
di Mons.
Brunero Gherardini
da “FIDES CATHOLICA” , anno 2008 – n° 1, pagg. 245-278

Introduzione
Mons. Brunero Gherardini è nato a Prato il 10 febbraio 1925 ed
è stato ordinato Presbitero il 29 giugno 1948 a Pistoia per la
Diocesi di Prato. Dopo un lungo servizio presso la Santa Sede,
prima come officiale dell'allora Sacra Congregazione dei
Seminari, poi come professore ordinario d'ecclesiologia nella
Facoltà Teologica (di cui è stato anche decano) della
Pontificia Università Lateranense, è canonico della
patriarcale Basilica di S. Pietro, Consultore della
Congregazione delle Cause dei Santi e membro della Pontificia
Accademia S. Tommaso d'Aquino. È il postulatore della causa di
beatificazione del Beato Papa Pio IX. Dal 2000 dirige la
Rivista internazionale "Divinitas".
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In questo studio
mons.
Brunero Gherardini - postulatore della causa di
beatificazione del B. Pio IX - si attesta sulla
questione ebraica unicamente per lumeggiare le
implicazioni teologiche di questo tema per la Chiesa.
Non intende per questo essere tacciato di antisemitismo:
questo studio non è volto in nessun modo a compromettere i
valori del rispetto e della stima verso gli Ebrei, quanto
piuttosto a precisare dogmaticamente il loro ruolo nei
confronti dell'Alleanza di Dio con il suo popolo e in
particolare nei confronti di Gesù e della sua morte.
Analizzando i testi, se ne deduce che, seppur condivisa con
quella d'altri soggetti (Giuda ed i Romani), la
responsabilità degli Ebrei è fuori discussione: non solo "i
grandi sacerdoti e gli anziani persuasero il popolo a
chiedere (la salvezza di) Barabba e la morte di Gesù" (Mt
27,20), ma la folla stessa urla che "il sangue di Lui ricada
su di noi ed i nostri figli" (Mt 27,25). E quando Pilato "se
ne lava le mani" e si dichiara "innocente" del sangue di
Cristo, rimette ogni decisione alla discrezione degli Ebrei:
"Pensateci voi" (Mt 27,24). Il loro verdetto è allora: "Sia
crocifisso" (Mt 27,23)! La responsabilità ebraica della
crocifissione non è certo inferiore rispetto a quella romana
ed a quella personale di Giuda.
L'eminente studioso con
questo articolo ci offre una profonda riflessione inerente
ad una tematica teologica particolarmente delicata, ma che
oggi è estremamente importante affrontare, soprattutto senza
pregiudizi ideologici.
SUGLI EBREI: COSÌ,
SERENAMENTE
La questione ebraica si riaccende spesso e non di rado
divampa, assumendo toni d'intolleranza intimidatoria e
ricattatoria, per colpa di qualche cattolico estremista, o
dei c.d. gruppi fondamentalisti, ma anche - e più
frequentemente di quel che si creda - per colpa degli stessi
Ebrei.
Sull'argomento intervengo con la stessa serenità con cui,
a suo tempo, presi posizione favorevole alla tesi di R.
Martin-Achard1 circa «l'universalismo» d'Israele2,
e con lo stesso spirito che, ancor prima, da prete novello,
m'inclinò verso un'associazione internazionale di preghiere
per il mondo ebraico e successivamente verso l'«Amicizia
ebraico-cristiana». Spero che tali precedenti allontanino
del tutto dalla mia persona il sospetto della prevenzione.
Ovviamente, non intervengo sulla complessità ed i vari
aspetti della questione ebraica: non ne ho la competenza, né
dispongo dello spazio necessario per un compito di sì vasto
respiro. M'auguro pure che nessuno, ragionevolmente
dissentendo da quanto sto per dire, veda nella mia posizione
un ennesimo rigurgito d'antisemitismo: sarebbe un
non-senso, sia perché semitismo ed antisemitismo attengono
all'aspetto razziale della questione - al quale mi sento
assolutamente estraneo - sia perché l'interesse teologico,
l'unico dal quale son mosso, trascende i limiti della razza
e perfino della stessa natura: "Non est Judaeus neque
Graecus, non est servus neque liber, non est masculus neque
femina" (Gal 3,28).
L'aspetto della questione ebraica che desidero metter a
fuoco ha due lati: l'uno si ricollega direttamente alla
morte di Cristo, l'altro alla continuità/discontinuità tra
sinagoga e Chiesa, o meglio tra religione ebraica e
Cristianesimo.
1 -
Gli Ebrei e la morte
di Cristo - Da
quando il mondo intero poté assistere al film The
Passion di Mel Gibson, è passato del tempo: quel tanto
ch'era necessario per parlarne liberi dal forte impatto
emotivo che la pellicola ebbe sulle coscienze dei vari
spettatori. Tra le reazioni più intransigenti, ed in qualche
caso anche scomposte, emersero quelle di provenienza
ebraica. La ragione di esse discendeva dalla sostanziale
aderenza del film ai dati storici del Nuovo Testamento. E
poiché codesti medesimi dati collegano la crocefissione di
Cristo alla parte in essa sostenuta dagli Ebrei, dal mondo
ebraico si sollevarono, e tuttora si sollevano, alte
proteste. Televisioni giornali e riviste di tutto il mondo,
a più riprese, ne misero in evidenza i momenti salienti. In
uno di questi era visibile in primo piano un cartello con la
seguente scritta: The Passion is a lethal Weapon against
Jews3.
L'impressione, ampiamente confermata da tali reazioni, è
che l'Ebreo d'oggi veda un po' in tutti, dovunque ed in
tutte le direzioni attacchi letali all'immagine
dell'Ebraismo. È poi un fatto innegabile che si è ben al di
là dell'impressione dinanzi all'accusa lanciata contro la
pellicola di Mel Gibson dall' "Anti-Defamation League" - un
organismo operante ormai dal 1913 all'ombra e per iniziativa
della potentissima B'nai B'rîth4.
L'accusa si fonda sulla negazione della storicità degli
Evangeli, fonte primaria di Mel Gibson, nonché sul presunto
ripudio da parte cattolica sia di Nostra aetate,
erroneamente definita enciclica, sia della "dottrina papale
degli ultimi decenni"5.
Gravissima è la parte dell'accusa che destituisce gli
scritti neotestamentari di validità storica. Ancor più grave
è che cattolici più o meno rappresentativi se ne faccian
difensori e portavoce. Costoro dimenticano - voglio sperare
che non lo faccian di proposito - le conseguenze deleterie
che ne deriverebbero sul dogma cattolico in genere, ed in
specie sui dogmi dell'incarnazione, della rivelazione e
dell'ispirazione biblica6. Sta di fatto, però,
che all'umile confessione si preferisce la deriva del
patrimonio dogmatico sopra accennato e con esso, di
conseguenza, della stessa fede cattolica. La ragione? Una
sola: non urtare la suscettibilità del mondo ebraico.
L'editrice Ancora ha diffuso una Guida alla lettura
del film "La Passione secondo Mel Gibson"7.
Nell'introduzione alla quarta parte si legge: "È vero che
gli Evangelisti nel raccontare la Passione insistono
unilateralmente (il corsivo è mio) sulla responsabilità
dei Capi giudaici (c.s.) nella condanna di Gesù e
tendono ad assolvere (c.s.) i Romani. Ma la loro posizione
risente d'un particolare momento storico. Mentre scrivevano,
gli Evangelisti facevano parte d'una comunità che doveva
tenersi buoni i dominatori romani, mentre era spesso
perseguitata dai Giudei che non vedevano bene l'espandersi
della prima comunità cristiana"8. Un tal modo di
ragionare, non privo - e lo si costaterà subito -
d'inesattezze storiche in antitesi alla testimonianza delle
fonti, è l'eco fedele di quello diffuso ad arte in atmosfera
conciliare e postconciliare, al seguito di Nostra aetate.
L'ecumenismo parve un'esigenza primaria e divenne un "molok"
al quale si sacrificò molto, se non proprio tutto.
Si volle creare e stabilizzare un'atmosfera nuova in
vista di più amichevoli rapporti tra Ebraismo e
Cristianesimo. Si doveva rimuovere la coltre dei vecchi
rancori e dissipar i secolari contrasti, addensatisi subito
dopo l'esecuzione capitale di Cristo. A tal fine, una
re-interpretazione del testo sacro che ne espungesse o
devalorizzasse i riferimenti antigiudaici, parve un'urgenza
senz'alternative. Ricordo bene come s'espresse a tale
riguardo il card. J. Willebrands - ormai "alla verità", come
si dice in Toscana dei defunti - nella sua veste di
responsabile dell'organismo vaticano per la riunificazione
dei cristiani: andando ben oltre la delimitazione
"cristiana" del suo compito istituzionale, s'improvvisò
storico ed esegeta biblico, confondendo antisemitismo e
giudizio critico nei riguardi d'Israele. Il 14 marzo del
1985, infatti, a Oxford, nel quadro d'un incontro ecumenico,
indicò com'espressione della reazione cristiana all'ostilità
degli Ebrei contro Cristo e la sua Chiesa le parole del
Nuovo Testamento che "hanno avuto conseguenze antisemitiche
e contribuito ad una visione negativa dei Giudei e del
giudaismo"9.
Una tale esegesi, figlia naturale della
Formgeschichtliche Methode e pertanto sostanzialmente
avversa alla storicità ed ispirazione dei testi sacri, fu
ripresa in tutti gl'incontri tra Ebrei e Cristiani, per dar
una spiegazione storicistica ai passaggi neotestamentari non
favorevoli agli Ebrei stessi. Identica spiegazione
ritroviamo oggi anche negli atti ufficiali del mondo
cattolico. Per l'emozione ch'esso suscitò, molti - immagino
- hanno ancora presente il documento Noi ricordiamo: una
riflessione sulla Shoa, del 16.03.2005. Il par. 3 di
esso è frutto della suddetta esegesi, la quale affiora pure
nel par. 5. Vi si leggono, infatti, parole eversive insieme
della storia e dei racconti evangelici: "Gruppi esagitati di
Cristiani... assalivano... le sinagoghe, non senza subire
l'influsso di certe erronee interpretazioni del Nuovo
Testamento concernenti il popolo ebraico nel suo insieme...
Tali interpretazioni... (che) son circolate per troppo
tempo, generando sentimenti d'ostilità nei confronti di
questo popolo,... sono state totalmente e definitivamente
rigettate dal Concilio Vaticano II"10.
È indiscutibile che, se i primi Cristiani o i loro
posteri misero a ferro e fuoco le sinagoghe ebraiche, non
son degni di memoria storica che non sia un'aperta condanna.
Ma che le interpretazioni di testi, oltretutto d'evidenza
cristallina, debban considerarsi "erronee" solo perché ne
rilevano il contenuto non molto lusinghiero per il mondo
ebraico, è ingiustificabile per più d'una ragione.
Anzitutto, non è affatto vero che l'insistenza sulle
responsabilità ebraiche della crocefissione di Cristo sia da
attribuire "unilateralmente" agli Evangelisti. Chiunque lo
sostenga, o è prevenuto o non è informato. Anche un modesto
cultore di storia e di filosofia conosce Rabbi Moses Ben
Maimon (o Maimonide, 1135-1204), il più rinomato pensatore
giudaico del Medioevo, studioso e commentatore accurato del
Talmúd11. E proprio Maimonide, cioè un ebreo (e
quale ebreo!) dichiarò apertamente che "gli Ebrei ebbero
davvero un ruolo determinante nella morte di Gesù e che ne
avevano tutte le ragioni"12. Son le ragioni che
si leggono nel Talmúd, un commento ufficiale, nella sua
definitiva configurazione verificatasi attorno al 500 d.C.,
della Legge mosaica13; più esattamente, un
commento che "si occupa degli innumerevoli aspetti della
legge ebraica, ma lascia aperte le conclusioni mandatórie...
È in se stesso un rituale, un'opera di sacro
intellettualismo"14. E come tale, della condanna
a morte di Cristo ad opera dei capi d'Israele dà la seguente
giustificazione, poi ripresa da Rabbi Maimonide: "praticò
magia, seduzione e corruzione corruziones"15.
Non sussiste alcun dubbio, in effetti, sul fatto che le
fonti del pensiero ebraico e le sue ufficiali spiegazioni,
cioè la Mishnah ed il Talmúd, riconoscono pienamente
legittima la condanna a morte di Cristo, in base ai "suoi
crimini" d'empietà e di magia; e riconoscono pure
inevitabile che, per tali crimini, i capi pronunciassero la
detta condanna. Oggi lo rileva anche, con estrema
correttezza, D. Klinghoffer, uno scrittore ebreo al di sopra
d'ogni sospetto16.
Chi, pertanto, ha definito "unilaterale" il racconto
evangelico che addebita ai capi ebraici la morte in croce di
Cristo, rinnega la storia e - ne son certo, in buona fede -
accredita il falso.
Chi poi limita codesto addebito ai soli capi,
cade in una seconda inesattezza. È vero, infatti, che la
responsabilità dell'uccisione di Cristo ricade in buona
parte sulla coscienza dei capi d'Israele. È vero, cioè, che
"principes sacerdotum et omne consilium quaerebant falsum
testimonium contra Jesum" (Mt 26,29; cf 27,1) e che, in una
spasmodica ricerca dei capi d'accusa, sobillavano
accanitamente la plebaglia contro Gesù e subornavano le
autorità romane. Quando poi fu posta l'alternativa tra Gesù
e Barabba, "principes sacerdotum et seniores persuaderunt
populis ut peterent Barabbam, Jesum vero perderent" (Mt
27,20). Che dunque "principes sacerdotum et seniores - et
omne consilium" - abbian la propria parte di responsabilità
e non certo l'ultima, nessuno può onestamente negarlo. Ma
non si può negare nemmeno che i capi non furon gli unici
responsabili. Ad un certo punto, l'intera popolazione
insorse. In realtà, venuto il momento cruciale, s'assiste al
coinvolgimento di "tutti" in una responsabilità comune.
Gesù, colui ch'era passato in mezzo ai contemporanei facendo
del bene a tutti (Act 10,38), viene ora sputacchiato
schiaffeggiato deriso flagellato e coronato di spine; lo
spettacolo è toccante e potrebbe indurre non pochi alla
resipiscenza. Se non che, mentre "pontifices et ministri
clamabant, dicentes: Crucifige, crucifige eum" (Gv 19,6), si
leva pure il grido della folla sobillata: "Omnes dicunt:
crucifigatur" (Mt 27,22). Quel grido si fa presto
parossistico: non questa o quella persona, ma "universus
populus dixit: Sanguis eius super nos et super filios
nostros" (Mt 27,25)17. È un grido d'una
drammaticità sconvolgente. I benefici ricevuti e
l'esaltazione del trionfale ingresso in Gerusalemme son di
punto in bianco cancellati. La folla non ha più fame e sete
della Parola di Dio, né dei miracoli che Dio aveva tante
volte operato attraverso Cristo, e non ricorda più d'essere
stata anche recentemente da Lui sfamata: improvvisamente
ciecamente satanicamente ne invoca la morte ed auspica di
venir presto irrorata, insieme con i propri figli, dal
sangue di Lui.
Il quadro è d'una trasparenza indiscutibile. Nessuno,
perciò, può sentirsi autorizzato a modificarlo tanto nella
sostanza, quanto nei particolari. Nessuno, cioè, può parlare
d'unilateralità degli Evangeli nel sottolineare le
responsabilità giudaiche della morte di Cristo, per la
semplice ragione che gli Evangeli si limitano a registrare
la notizia di tali responsabilità, comuni ai capi e
all'intero popolo ebraico.
C'è una terza inesattezza, al seguito delle precedenti:
quella degli Evangeli che scaricano sul mondo ebraico il
peso morale dell'esecuzione mortale di Cristo, per metter un
velo sulla parte che vi ebbero i Romani. La giustificazione
addotta è veramente puerile offensiva ed ingiusta,
riguardando uomini,che, intrepidi e a testa alta, "ibant
gaudentes...quoniam digni habiti sunt pro nomine Jesu
contumeliam pati" (Act 5,41). L'accennata giustificazione
concerne un non confessato tentativo di tener buono
l'invasore Romano per non urtarne la suscettibilità, come a
dire, un accarezzar il lupo per il verso del pelo. Che
all'alba del Cristianesimo ci siano stati dei "lapsi" perché
incapaci di fronteggiare la prospettiva del martirio, si sa
e non è uno scandalo: anche i primi cristiani erano degli
uomini e non tutti gli uomini son degli eroi. Ma che gli
agiografi neotestamentari, tutti testimoni di Cristo fin
allo spargimento del proprio sangue, abbian tentato
d'ammansire la giustizia romana, potrebb'esser sostenuto
soltanto in base a sicuri documenti. Ci sono? Dove? Quali? È
evidente che quando la storia vien ricostruita non quale ci
fu consegnata dalle fonti, ma quale si vorrebbe che le fonti
ci consegnassero, alla fantasia ed alla prevenzione non ci
son limiti.
2 -
I testi incriminati
- Innanzi tutto li
passerò in rassegna; quindi tenterò di coglierne il senso
genuino.
Si tratta dei testi riguardanti le premesse della
sentenza capitale a carico di Gesù, nonché la sua
esecuzione. Nel prenderli in esame, specie là dove si
disponga di testi paralleli, sceglierò l'una o l'altra
redazione, non senza segnalarne tutto il contesto per la
completezza dell'informazione. Ecco, dunque, i testi
relativi alle premesse.
Inizio da Mt 22,15: "Pharisaei consilium inierunt ut
caperent eum (Jesum) in sermone". Altrettanto, ma non senza
qualche piccola variante, si legge in Mc 12,12; in Lc 20,20;
in Gv 8,6. Dal punto di vista letterario, la formula
indicante il riunirsi dei capi ebraici con lo scopo di
discutere la colpevolezza di Cristo e di condannarlo,
compare non una volta sola. E chiarissimo è il suo senso. La
predicazione di Gesù, ora direttamente ora indirettamente,
aveva colpito in pieno petto specialmente i Farisei. Questi,
che non eran certamente degli stupidi, s'eran resi conto
d'esser il bersaglio preferito del biondo Rabbi Nazareno e
per tale motivo corsero ai ripari: un pretesto, colto dalle
sue stesse labbra, per accusarlo. Oltretutto, non era la
prima volta che si comportavan in tal modo; Mc 3,6 lo
documenta chiaramente, e s'era appena agl'inizi della vita
pubblica di Gesù: "Pharisaei statim cum Herodianis consilium
faciebant adversus eum quomodo eum perderent". La conferma
viene da Mt 12,14: "consilium faciebant adversus eum,
quomodo perderent eum".
Persistendo nel loro atteggiamento inquisitorio e
preoccupati del fatto che Gesù avesse ridotto al silenzio i
Sadducei in tema di risurrezione (Mt 22,23-33; Mc 12,18-27;
Lc 20,27-40; Act 23,6.8), continuarono ad interrogarlo
mediante un loro legisperito, alla ricerca d'un pretesto
accusatorio (Mt 22,34-36; Mc 12,28-31; Lc 20,25-28). Dal
canto suo, Gesù dava l'impressione, con disinvolta e
coraggiosa parrhesìa, di voler offrire lui stesso
il desiderato pretesto: prima infatti invitò le turbe a
metter in pratica l'insegnamento degli Scribi e dei Farisei
(Mt 23,3: "Omnia quaecumque dixerint vobis, servate et
facite"), ma subito aggiunse: "Secundum opera vero eorum,
nolite facere": non seguitene l'esempio, non l'incoerenza
tra il dire ed il fare, non l'ambizione e l'ipocrisia, non
la cecità spirituale, le rapine, le immondezze, le
persecuzioni contro i profeti e la loro soppressione (Mt
23,4-39, e numerosi passi paralleli). Le posizioni vennero
così ribaltate: l'accusato si fece freddo e deciso
accusatore.
Il tramare nell'ombra, però, continuava. Mt 26,3 lo
documenta: "Tunc congregati sunt principes sacerdotum et
seniores populi in atrium principis sacerdotum, qui
dicebatur Caiphas; et consilium fecerunt ut Jesum dolo
tenerent et occiderent. Dicebant: non in die festo, ne forte
tumultus fieret in populo" (Mc 14,1.2; Lc 22,1.2; 20,18).
Da rilevare quel "dolo" del testo mattaico: in esso son
riconoscibili i tratti della cospirazione, poi esaltati dal
tradimento: un apostolo mercanteggia il Maestro con i
principi dei sacerdoti e pattuisce le modalità della
consegna, presto esattamente rispettate (Mt 26,14-16; Mc
14,10.11; Lc 22,3-6). Da rilevar pure quanto sia insistente
e reiterata l'indicazione dei capi ebraici: l'attenzione è
tutta proiettata verso il loro comportamento. Che, peraltro,
in qualche caso sa anche dissimularsi. Quando, nel Tempio,
Gesù rivendica l'origine divina della sua dottrina, chiede
ai Giudei: "quid me quaeritis interficere"? Essi gli danno
dell'indemoniato ed osservano: "quis te quaerit
interficere"? (Gv 7,20) E rinnoveranno l'accusa
d'indemoniato anche in seguito (Gv 8,48.52; 10,20).
Da Mt 26,57-58 si vien a sapere che, arrestato Gesù, la
turba lo condusse da Caifa "principem sacerdotum, ubi
Scribae et seniores convenerant". Ciò significa che il
collegio giudicante s'era ufficialmente ed istituzionalmente
riunito. Mancando però l'oggetto del giudizio, "quaerebant
falsum testimonium contra Jesum, ut eum morti traderent" (Mt
26,59). Lo scopo ch'era stato ripetutamente dichiarato, fu
ancor una volta la molla dalla quale le trame dei capi
venivan mosse: si voleva la morte di Cristo. A tal fine,
anche due soli falsi testimoni eran più che sufficienti (Mt
26, 61). La seduta si chiuse con una scena drammatica: dopo
che Cristo s'era autoproclamato Figlio di Dio, "princeps
sacerdotum scidit vestimenta sua, dicens: blasphemavit; quid
adhuc egemus testibus? ...audistis blasphemiam: quid vobis
videtur? At illi respondentes dixerunt: reus est mortis" (Mt
26,65-66; Mc 14,52ì3-72; Lc 22,54-71; Gc 18,12-27). Non si
trattò affatto d'una farsa. Per la mentalità ebraica e per
la Legge, Gesù, proclamandosi Dio, era davvero un
bestemmiatore meritevole della pena capitale. II tribunale
poté solo trarne le conseguenze.
Il cap. 27 di Mt s'apre portando nuovamente in primo
piano "principes sacerdotum et seniores populi adversus
Jesum, ut eum morti traderent" (Mt 27,1; Lc 22, 66; Gv
18,28). D'improvviso, però, il tribunale ebraico - quel
medesimo tribunale che in Gv 19,7 rivendicherà l'urgenza
della Legge, sentenziando: "nos legem habemus et secundum
legem debet mori" - riversò sul tribunale romano la
responsabilità della sentenza: "Et vinctum adduxerunt eum et
tradiderunt Pontio Pilato praesidi" (Mt 27, 2; Lc 23,1; Gv
18,31-32). II tribunale romano, sensibile alla ragion di
stato quanto gli Ebrei alla bestemmia, iniziò la sua
indagine. Chiese, per bocca del suo presidente, se Gesù
fosse re, ponendolo sotto il fuoco incrociato dell'accusa di
cui i capi l'imputavano (Gv 10,33: "quia tu, homo cum sis,
facis teipsum Deum") e della domanda che Pilato, geloso
custode della sovranità romana, gli rivolgeva (Lc 23,3: "Tu
es rex Judaeorum"? Gv 19,37) 1 capi, intanto, e la turba dai
medesimi sobillata gridavano: "Qui se regem facit,
contradicit Caesari!...non habemus regem, nisi Caesarem" (Gv
19,12.15). E Gesù, dopo un pacato "tu dicis" in risposta
affermativa alla domanda di Pilato sulla sua regalità, né a
lui, né alle grida provocatorie della folla aggiunse una
parola. L'attesta Mt 27,14: "Non respondit ei (Pilato) ad
ullum verbum"; poco sopra leggiamo: "Et cum accusaretur a
principibus sacerdotum et senioribus, nihil respondit" (Mt
27,12).
Non ci volle molto perché Pilato si convincesse
dell'innocenza di Gesù, com'egli dichiara apertamente in Gv
18,38 (19,4; Lc 23,22): "Causam (mortis) invenio in eo
nullam". Evidenti furon pure i suoi tentativi di liberarlo.
Quando però s'accorse della loro inutilità e del tumulto che
andava crescendo, "lavit manus coram populo, dicens:
innocens ego sum a sanguine iusti huius; vos videritis". In
quel momento la folla invocò il sangue di Cristo su di sé ed
i propri figli (Mt 27,24-25; 23,35; Act 5,38).
Forse, in Pilato prevalse anche il timore che
un'eventuale liberazione di Cristo mettesse in dubbio la sua
fedeltà a Cesare; ed alla folla che proprio questo gli
rinfacciava, cedette rassegnato. Fece quindi fustigare Gesù
e lo consegnò poi nelle mani dei capi e della folla stessa,
perché secondo la loro Legge lo mettessero in croce (Mt
27,25-26; Gv 19,15-16).
E così fu.
Dopo il racconto della crocefissione, ha inizio un
secondo gruppo di passi neotestamentari, dei quali qualche
cenno, a puro titolo esemplificativo, ho anticipato nella
parte iniziale di questo scritto: sono quelli riguardanti,
direttamente o no, la parte avuta dagli Ebrei nella morte di
Gesù.
Appena cominciaron a diffondersi i primi indizi della sua
risurrezione, l'insieme del mondo ebraico unitamente ai suoi
capi ritornò in primo piano. Alla scoperta del sepolcro
vuoto, "quidam de custodibus venerunt in civitatem et
nunciaverunt principibus sacerdotum omnia quae facta
fuerant" (Mt 28,11). L'Evangelista mette subito in evidenza
la doppiezza di quei capi, i quali, per non piegarsi né
all'evidenza del sepolcro vuoto, né al racconto delle pie
donne che giuravano d'aver visto il Risorto e parlato con
Lui, inventarono la storiella del trafugamento del cadavere:
"Dicite quia discipuli eius nocte venerunt et furati sunt
eum, nobis dormientibus" (Mt 28,12-13). La loro falsità è
resa più grave dal denaro ("pecuniam copiosam") con cui la
sostennero e dall'apparente zelo con cui richiesero a Pilato
una sorveglianza speciale "ne forte veniant discipuli eius
et furentur eum" (Mt 27,64). Raffinata doppiezza, che
passerà poi emblematicamente nel nome stesso di Fariseo.
Una circostanza fa riflettere. In Gv 7,13 s'avverte
l'atmosfera che già prima dell'esecuzione capitale di Cristo
s'era largamente diffusa: "Nemo palam loquebatur de illo
propter metum Judaeorum". Questo medesimo timore, ad
esecuzione compiuta, imprigionò i discepoli nel cenacolo,
che i medesimi sprangarono accuratamente sempre "propter
metum Judaeorum" (Gv 20,19). Evidentemente, le reticenti
esigenze del dialogo eran ancora di là da venire e la paura
che il trattamento usato con Cristo fosse esteso anche ai
cristiani, per un verso tenne costoro alla larga dagli
Ebrei, per un altro non impedì che la ricostruzione storica
fosse fedele alla realtà dei fatti.
Nello sbarrato cenacolo, dunque, s'eran nascosti i
Dodici, unitamente a Maria e alle pie donne, "perseverantes
unanimiter in oratione" (Act 1,14). In occasione della
Pentecoste successiva alla morte e risurrezione di Gesù,
ripieni di Spirito Santo usciron all'aperto. In Gerusalemme,
con gli Ebrei c'eran "viri religiosi ex omni natione quae
sub caelo est" (Act 2,5); essi avevano ascoltato gli
Apostoli ciascuno nella propria lingua (Act 2,8). Rivolto
direttamente agli Ebrei, Pietro non nascose la verità dei
fatti dietro parole di comodo; fu perentorio: "Jesum
Nazarenum...per manus iniquorum affligentes, interemistis"
(2,22.23). Con la consapevolezza del testimone oculare,
continuò: "Hunc Jesum resuscitavit Deus, cuius omnes nos
testes sumus...certissime sciat ergo omnis domus Israel,
quia Dominum eum et Christum fecit Deus, hunc Jesum, quem
vos crucifixistis" (Act 2,29.32.36). Contrariamente a quanto
oggi avviene, i destinatari delle parole di Pietro né le
rifiutarono, né s'inalberarono, ma umilmente chiesero che
cosa dovessero fare: fu un implicito riconoscimento delle
proprie responsabilità. "Poenitentiam agite - rispose subito
Pietro - et baptizetur unusquisque vestrum in nomine Jesu
Christi in remissionem peccatorum vestrorum: et accipietis
donum Spiritus Sancti. Vobis enim est repromissio, et filiis
vestris, et omnibus qui longe sunt, quoscumque advocaverit
Dominus Deus noster" Act 2,37-39. Sulla questione della
"repromissio" dovrò ritornar in seguito; per ora, sarà
sufficiente leggerne attentamente testo e contesto.
Pietro aveva appena risanato lo zoppo che chiedeva
l'elemosina presso la Porta Speciosa del Tempio (Act
3,1-10), quando arringò la gente colà riunitasi, dicendo:
"Viri Israelitae, ... Deus...glorificavit filium suum Jesum,
quem vos tradidistis et negastis ante faciem Pilati,
iudicante illo dimitti. Vos autem sanctum et justum negastis
et petistis virum homicidam donari vobis : auctorem vero
vitae interfecistis, quem Deus suscitavit a mortuis, cuius
nos testes sumus...Poenitemini igitur et convertimini, ut
deleantur peccata vestra" (Act 3,13-15.19; Mt 27,20.21.22).
II giorno dopo, i principi dei sacerdoti, gli anziani del
popolo e gli Scribi di Gerusalemme vollero indagare ancora
sul miracolo verificatosi presso la Porta Speciosa; sotto
l'azione dello Spirito Santo, Pietro fece loro osservare che
ciò era avvenuto "in nomine Domini nostri Jesu Christi
Nazareni, quem vos crucifixistis, quem Deus suscitavit a
mortuis...Hic est lapis qui reprobatus est a vobis
aedificantibus" (Act 3,5-11).
Il testo che segue modifica alquanto l'orizzonte,
passando dall'incriminazione degl'Israeliti per la morte di
Cristo al coinvolgimento di vari responsabili: Erode e
Ponzio Pilato, i quali in occasione deila condanna di Cristo
divennero amici, i Gentili, la popolazione israelitica (Act
427; Lc 23,12). Evidentemente l'enumerazione dei
responsabili, anziché toglier il carico di responsabilità
dalle spalle d'ognuno, lo sottintende e vi si richiama.
Dopo di che gli Apostoli vennero incarcerati e per
intervento divino liberati. I capi ebraici riuniron il
tribunale per decider il da farsi e protestarono perché gli
Apostoli li consideravan responsabili della morte cruenta di
Cristo: "vultis inducere super nos sanguinem hominis
istius". Pietro e gli Apostoli, invece, rinnovaron l'accusa:
"Deus patrum nostrorum suscitavit Jesum, quem vos
interemistis suspendentes in ligno". Dopo l'accusa, il
richiamo e l'evangelizzazione: "Hunc principem et salvatorem
Deus exaltavit dextera sua ad dandam poenitentiam Israeli et
remissionem peccatorum". Ma gli Ebrei non recedevano: "Haec
cum audissent, dissecabantur et cogitabant interficere
illos...(Apostoli) ibant gaudentes a conspectu concilii,
quoniam digni habiti sunt pro nomine Jesu contumeliam pati"
(Act 5,17-19.30-33.41-42).
Poco dopo, seguendo il filo narrativo degli Atti
degli Apostoli, s'incontra il protomartire Stefano, un
intrepido giovane che, al servizio della verità e con la
forza di essa, polemizza vigorosamente con gli Ebrei,
rievocando le loro responsabilità storiche: "Dura cervice et
incircumcisis cordibus et auribus, vos semper Spiritui
sancto resistitis, sicut Patres vestri ita et vos. Quem
Prophetarum non sunt persecuti Patres vestri"? Il richiamo
storico non era fine a se stesso; doveva introdurre
l'attenzione dell'uditorio all'ultimo atto di codesta
persecuzione, dominato dalla passione e morte di Cristo. In
effetti, "(Patres vestri) occiderunt eos qui praenunciabant
de adventu lusti, cuius vos proditores et homicidae fuistis"
(Act 7,50-53). Ne seguì non soltanto il martirio di Stefano,
ma una "persecutio magna in Ecclesia" (Act 8,2). Gli Ebrei,
in effetti, rifiutaron per la prima volta la memoria e la
responsabilità della crocefissione di Cristo, disperdendo i
cristiani con la speranza che anche il nome e il ricordo di
Cristo venissero per sempre dimenticati; ma "qui dispersi
erant pertransibant, evangelizantes verbum Dei" (Act 8,4).
Con l'evento sulla via di Damasco, ha poi inizio l'epopea
di Paolo. Rispetto a quello di Pietro, egli formula un
kerygma diverso: non più direttamente rivolto ai
correligionari ebraici, bensì ai pagani. Cambia il modo di
presentare Cristo, non Cristo, non la sua storia, non la sua
verità. Pietro, tuttavia, non scompare dalla scena degli
Atti. Lo si ritrova presto accanto al Centurione Cornelio,
ai suoi parenti ed amici, nell'atto d'evangelizzar loro Gesù
e di render testimonianza "omnium quae fecit in regione
Judaeorum et Jerusalem, quem occiderunt suspendentes in
ligno" (Act 10,39). È una costante: il solo evocare gli
Ebrei richiama alla mente dell'Apostolo la responsabilità da
loro contratta nel mandar a morte il Signore.
Il pensiero di Paolo è più sfumato, ma sostanzialmente
non diverso. Ad Antiochia di Pisidia, tuttavia, le sue
parole son chiare: "Nullam causam mortis invenientes in eo,
petierunt Pilato ut interficeret eum" (At 13,28). È vero che
nel suo epistolario Paolo addita nei nostri peccati la causa
proporzionata della morte di Cristo (1 Cor 15,2; Rm 4,25;
5,8.9.10) e mette in risalto lo spirito oblativo di Lui (Ef
5,2.25) nel darsi volontariamente e per puro amore alla
morte:"Tradidit semetipsum pro nobis oblationem et hostiam
Deo in odorem suavitatis.... dilexit Ecclesiam et seipsum
tradidit pro ea"(Ef 5,2.25); "Dilexit me et tradidit
semetipsum pro me" (Gal 2,20). È vero pure che in Rm 8,32
Paolo collega direttamente la morte del Signore alla volontà
del Padre "qui etiam proprio Filio suo non pepercit, sed pro
nobis omnibus tradidit illum". Tuttavia, per esser egli
stesso israelita e della fazione farisaica, conosceva bene
come fossero andate le cose. E se questo "come" non è
esplicitamente denunziato nel suo epistolario, non significa
che abbia voluto dissociarne i suoi ex-correligionari. Lo
descrive anzi in una cornice prettamente ebraica: una
condanna a morte, inflitta "fuori dalla porta" della città
santa (Ebr 13,12), in piena aderenza alle disposizioni della
Legge, ad un condannato che per ciò stesso, cioè per la
croce, era da Dio maledetto e rinnegato dal suo popolo (Gal
3,13). C'è poi un'altra ragione per la quale c'è reticenza
sulle responsabilità del popolo ebraico: quella croce, che
nel paganesimo contrassegnava d'infamia uno schiavo
criminale e nell'ebraismo sommergeva nell'ignominia il
delinquente, in Paolo diventa lo strumento d'una redenzione
cosmica. Gli "arconti" o principi di questo mondo,
identificabili nelle potenze angeliche (Ef 1,21; Col. 1,16)
che provvedono all'ordine sociale al cui mantenimento è
preposto Pilato per i Romani e il sinedrio per gli Ebrei, se
avessero conosciuto la sapienza di Dio, che non è umana
sapienza, ma il piano eterno della salvezza universale,
"numquam Dominum gloriae crucifixissent" (1 Cor 2,6-8).
3 -
Interpretazione dei
suddetti testi
- Per non incorrere nel
pericolo d'interpretazioni soggettive ai danni della Sacra
Scrittura che, proprio perché tale e come tale affidata alla
Chiesa, sfugge nettamente ai limiti del soggetto, m'affido
ai criteri più volte determinati dal Magistero
ecclesiastico, nonché alla sua dottrina. Ciò non comporta
un'adesione indiscussa a tutto quanto si legge nella Dei
Verbum del Vaticano II, sia perché ciò che di dogmatico
il Vaticano II espose, appartiene per sua stessa confessione
al magistero precedente, sia perché alcune novità della
Dei Verbum lascian alquanto insoddisfatti. Essa, pur
senza dichiararlo esplicitamente, rinunzia di fatto alla
dottrina classica dell'assoluta inerranza biblica e limita
l'inerranza stessa alla sola "verità salutare"18.
Se si pensa che l'inerranza assoluta della Sacra Scrittura
non è soltanto una tra le varie premesse d'ogni lavoro
esegetico, ma è anche una verità della fede cattolica, a più
riprese almeno implicitamente confermata dal Magistero
ecclesiastico e dalla tradizione scolastica19,
s'intravede per quale motivo abbia poco sopra definito non
soddisfacenti alcune novità della Dei Verbum; esse
suscitano - a dir il vero - non poche perplessità. Per
uscire dalle quali, sarà bene che l'esegeta cattolico si
lasci guidare dai capisaldi del Magistero, in special modo
dalla "Providentissimus Deus" di Leone XIII e dalla "Divino
afflante Spiritu" di Pio XII: l'una infatti stabilisce
un'esatta nozione d'ispirazione biblica, nozione che
chiamerei teologica in quanto ripugna alla dissociazione
della fede dall'ispirazione stessa e dall'inerranza; l'altra
mette in evidenza e richiama la varietà dei generi letterari
presenti nella Scrittura, le regole per la loro
interpretazione ed il senso letterale che ne discende20.
La tendenza odierna è, invece, per il superamento dei due
accennati capisaldi, dando, proprio per questo, la fondata
impressione di staccarsi direttamente dall'ambito
autenticamente cattolico. Si tratta d'un ambito determinato
non da scelte soggettive, ma dalla fedeltà alla linea
segnalata dal Magistero. A tale linea è certamente fedele il
Vaticano II, specie con la sua formulazione d'un criterio
indiscutibile: "in lumine fidei - sub Ecclesiae Magisterii
ductu"21. Questo, e non la tendenza sopra
accennata, sarà dunque anche il mio criterio.
Prima però di riprender il discorso sul significato dei
passi neotestamentari riguardanti il mondo ebraico, mi
permetto - per i non addetti ai lavori - qualche parola sui
sensi biblici. Anzitutto, due son quelli relativi a tutta la
Scrittura in quanto umano-divina: il senso letterale
e quello tipico. Padri, Dottori, Sommi Pontefici e
tutti gli Autori classici invitano alla ricerca del senso
letterale attraverso testo-contesto-passi paralleli-scienze
ausiliarie, come quello che maggiormente chiarisce il
pensiero d'un determinato passaggio. Il senso tipico
è quello dell'Antico Testamento che allude al Nuovo e lo
prepara. Fondamentale per determinare con chiarezza
l'intenzione divina, quale fu percepita dall'agiografo sotto
ispirazione, è il senso letterale in tutte le sue
forme e figure stilistiche (metafore, parabole, allegorie,
simboli); non appartengono, ovviamente, ad esso il c.d.
senso accomodatizio - vi ricorre talvolta la Liturgia -
nonché i non-sensi ed i controsensi, in quanto offensivi
della verità rivelata22.
La conseguenza da trarre è che anche i passi del Nuovo
Testamento non favorevoli al mondo ebraico debbano esser
interpretati in senso letterale: la qual cosa
comporta un'interpretazione delle parole secondo il loro
valore, stabilito o ricuperato:
a. attraverso l'esame interno del testo e del suo
contesto;
b. attraverso la filologia, la semantica, la storia,
l'archeologia, l'orientalistica, cioè con l'ausilio di tutte
le scienze ausiliarie,
c. ferma però restando la base dogmatico-teologica d'ogni
interpretazione neotestamentaria, cioè l'origine apostolica
e la storicità dei quattro Evangeli.
Alla luce di ciò, è a dir poco strano il modo sbrigativo
e solo apparentemente storico-scientifico di chi, dinanzi al
ripetuto "quem vos crucifixistis, vos interemistis", se
n'esce con la trovata d'una mentalità antiebraica che
avrebbe contraddistinto i primi cristiani, e non è nemmeno
sfiorato dall'evidenza d'un testo, dal quale trasuda la
mentalità anticristiana che portò alla crocefissione di
Cristo. Del resto, tutt'era stato previsto dallo stesso
Gesù: "...Filius hominis tradetur principibus sacerdotum et
Scribis, et condemnabunt eum morte, et tradent eum Gentibus
ad illudendum et fagellandum- et crucifigendum" (Mt
20,18-19). I responsabili della crocefissione son qui
segnalati ancor prima ch'essa venga messa in atto:
1. i grandi sacerdoti e gli Scribi, cioè i capi del
popolo ebraico, il quale consegnerà loro Gesù perché venga
condannato a morte;
2. i Gentili, vale a dire il rappresentante dell'impero
romano, Pilato, ed i suoi soldati.
Sulla diversa colpevolezza di questi due gruppi, è ancora
Gesù a far luce: "Qui me tradidit tibi - dice a Pilato -
maius peccatum habet" (Gv 19,11). Ora, dal racconto
evangelico emergono, senza possibilità d'errore, i
responsabili di codesta consegna: Caifa e tutte le autorità
ebraiche, sostenute dalla folla esacerbata (Gv 11,4953;
18,14), nonché Giuda iscariota, che di fatto eseguì la
consegna (Gv 18,2.5; cf 6,71; 13,2.11.21)23.
Analizzando, dunque, i contesti, se ne deduce che, seppur
condivisa con quella d'altri soggetti (Giuda ed i Romani24),
la responsabilità degli Ebrei è fuori discussione: non solo
"i grandi sacerdoti e gli anziani persuasero il popolo a
chiedere (la salvezza di) Barabba e la morte di Gesù" (Mt
27,20), ma la folla stessa, qui chiamata "popolo-Xaòg", urla
che "il sangue di Lui ricada su di noi ed i nostri figli"
(Mt 27,25)25. E quando Pilato "se ne lava le
mani" e si dichiara "innocente" del sangue di Cristo,
rimette ogni decisione alla discrezione degli Ebrei:
"Pensateci voi" (Mt 27,24). II loro verdetto è allora
"Crucifigatur"(Mt 27,23)!
L'interpretazione letterale, attenta a tutte le sfumature
del testo e del suo contesto immediato e remoto, non può
esser altro che univoca: la responsabilità ebraica della
crocefissione non è certo inferiore rispetto a quella romana
ed a quella personale di Giuda.
Ciò nonostante, specie dopo che Nostra aetate
rifiutò formalmente l'espressione "popolo deicida" e
l'accusa di deicidio contro il popolo ebraico, s'è assistito
alle grandi manovre per attenuar o addirittura negare le
gravi responsabilità di questo popolo. Come se il quarto
Evangelista fosse il solo ad insistere sulle dette
responsabilità, s'è preteso di vedere il racconto del quarto
evangelista nell'ottica delle sue categorie spirituali e di
leggerlo quindi secondo i suggerimenti del senso tipico.
Ed un primo suggerimento sarebbe quello di veder simboli e
sensi traslati in tutto quello che riguarda le
responsabilità ebraiche della crocefissione di Cristo26.
Cioè, in pratica una destoricizzazione del testo, con un
benservito se non all'origine apostolica dell'intero
messaggio neotestamentario, almeno alla storicità di quella
parte del quarto Evangelo che riguarda il popolo ebraico ed
i suoi capi nel decidere l'esecuzione capitale di Cristo.
Come se, quanto a storicità e senso letterale,
non si disponesse dell'evidenza critica nei Sinottici e
negli Atti, e ciò non trovasse conferma anche
nell'epistolario paolino.
È possibile, pertanto, cioè tenendo presenti i testi
"incriminati" ed i criteri esegetici con cui è doveroso
interpretar il Libro Sacro, pervenire ad ineludibili
conclusioni. I fatti son noti: dopo l'ultima Cena, durante
la quale Cristo suggella con il suo Sangue, sacramentalmente
reso presente e disponibile, l'Alleanza nuova predetta dai
profeti (Mt 26,26-28; 1Cr 11,23-25), si sottopone alla
tremenda notte della sua agonia nell'Orto degli Olivi (Gv
18,1-27 e luoghi paralleli). Qui vien arrestato dalle orde
scomposte di Giuda, il traditore prezzólato dai capi
ebraici. In quella medesima notte, sul far dell'alba, si
riunisce ufficialmente il Sinedrio e condanna Gesù come
bestemmiatore; s'era infatti autoproclamato Figlio di Dio
(Mt 26,63-66; Gv 10,33; Act 7,56). La condanna è formalmente
ineccepibile: una volta stabilita la veridicità dell'accusa,
la condanna diventava un adempimento dovuto. Poiché Pilato,
al quale spettava il diritto di vita e di morte, poteva
rimaner poco convinto da un delitto di "lesa maestà divina"
- e di fatto se ne uscì con un "vedetevela voi" (Mt 27,24)
per trarsi fuori dalle strettoie del discorso teologico o
semplicemente religioso -, il Sinedrio, con abilità
luciferina, portò l'attenzione del procuratore romano sul
piano politico, insinuando a carico di Gesù la colpa di
"lesa maestà imperiale" (Lc 23,2). Vista insufficiente anche
codesta insinuazione, l'attenzione fu concentrata sulla vera
ed unica causale: Gesù è un bestemmiatore, soggetto come
tale al giudizio del supremo tribunale ebraico, che Pilato,
secondo la legge romana, deve rigorosamente rispettare.
Se non che Pilato non solo non riconosce alcuna
colpevolezza in Gesù, ma, al contrario, si convince sempre
più della sua innocenza e cerca di salvarlo. Giuridicamente
parlando, il suo comportamento non è affatto esemplare:
rimette Gesù al giudizio di Erode, poi ne propone
l'alternativa con il malfattore Barabba, infine pensa di
placare l'odio giudaico contro l'innocente decretandone la
flagellazione. Il Sinedrio e la plebaglia né s'accontentano
né demordono. Pilato, allora, ancor meno correttamente, fa
propria la condanna già formulata dalle autorità ebraiche
(Mt 27,24-25), ma se ne lava le mani.
Sempre dal punto di vista giuridico, non han rilevanza
gli strani prodigi che accompagnano la crocefissione di,
Cristo e scuotono non poche coscienze (Mt 27,51-54). L'ha
tutta, invece, il fatto che, alle tre del pomeriggio del
venerdì dopo l'ultima Cena, in mezzo a due ladroni,
"lesus... iterum clamans voce magna, emisit spiritum" (Mt
27,50).
La condanna e l'esecuzione, basate sull'accusa di
"blasphemia", portano una chiara impronta di provenienza
ebraica. Nostra aetate 41f tenta però di sollevar
il popolo ebraico da ogni responsabilità. Vi si legge, sì,
un piccolo riconoscimento, introdotto da una proposizione
concessiva - "Etsi auctoritates Judaeorum cum suis asseclis
mortem Christi urxerunt" - , ma il seguito è tutto a
discolpa degli Ebrei: "quae in passione eius perpetrata
sunt, nec omnibus indistinte Judaeis tunc viventibus, nec
Judaeis hodiernis imputari possunt". La proposizione
concessiva, nonostante la sua solida base neotestamentaria,
perde quasi tutto il suo valore storico in conseguenza della
proposizione principale, che dichiara innocenti gli Ebrei
d'allora e di oggi. Seguono anche altre dichiarazioni che
riguarderanno il prossimo paragrafo, e che, per il momento,
non prendo in esame.
Accennando alla larga base neotestamentaria, mi riferivo
ai testi sopra riportati ed esaminati. Nessuno poteva, né
può ignorarli; nemmeno il decreto conciliare Nostra
aetate. Esso, però, volle indebolirne o negarne la
forza testimoniale. Da qui la distinzione tra gli Ebrei
d'allora e quelli d'oggi, tutti ugualmente discolpati. C'è
qui un'incongruenza neanche troppo latente: se
"auctoritates" sintetizza le espressioni neotestamentarie
già incontrate, come "principes sacerdotum et seniores
populi", chi se non il popolo è sottinteso in "cum suis
asseclis"? E vero che, solo in regime democratico, dietro la
sentenza d'un tribunale c'è tutto il popolo, in nome del
quale quel tribunale opera; ma il popolo non è affatto
assente neanche nell'operato del tribunale teocratico
d'Israele che condanna Gesù per bestemmia. Le autorità
stesse, infatti, s'appellano al popolo, lo interrogano, lo
sobillano, lo coinvolgono nell'uccisione di Cristo e ne
precostituiscono le gravissime responsabilità storiche.
Pertanto, la distinzione tra gli Ebrei d'ieri e quelli
d'oggi avrebbe un senso, se alludesse agli Ebrei che allora
rifiutarono Cristo e quelli che oggi l'hanno riconosciuto e
lo confessano. Non c'è senso, invece, nell'aver fatto d'ogni
erba un fascio.
Più grave ancora è il tentativo, in atto prima e dopo il
decreto conciliare, di non riconoscere realtà di popolo alla
massa che grida sulla piazza contro Cristo. Poche centinaia,
si dice, non sono il popolo, non lo rappresentano, non ne
esprimono la volontà27. Come se il popolo ,fosse
la somma di determinati individui. "Ciò che caratterizza in
primo luogo un popolo è la condivisione di vita e di valori,
che è fonte di comunione a livello spirituale e morale"28.
Quanti durante il processo a Cristo gridavano: "sia
crocefisso...il suo sangue scenda su di noi e sui nostri
figli", non eran certamente
tutti gli Ebrei, ma eran gli Ebrei presenti nella
Città santa per la festa di Pasqua, abbarbicati fin a
rimanerne accecati ai loro valori di razza e di religione,
individuati come Ebrei proprio da codesti valori, in nome
dei quali si sgolavano dinanzi al Sinedrio ed a Pilato
perché Gesù venisse dichiarato reo di morte. Rivendicando
l'osservanza dei detti valori, essi stessi si riconoscono
popolo ed agiscono come popolo. E quando Caifa, il sommo
pontefice di quell'anno, rimprovera ai suoi colleghi di non
aver capito nulla non avendo considerato che "expedit ut
unus moriatur homo pro populo (?.aoi)" (Gv 11,50), riconosce
realtà di popolo a quanti stanno reclamando l'esecuzione
capitale di Cristo.
Nostra aetate 4/f vuole che "Judaei neque ut a
Deo reprobati neque ut maledicti exhibeantur". Il discorso è
d'estrema delicatezza; lo riprenderò unitamente a quello sul
popolo deicida nell'ultimo paragrafo. Per ora mi si permetta
di richiamare la connessione di Mt 27,25 con Mt 23,31-39
dove Gesù denuncia le gravi responsabilità storiche delle
"guide cieche" d'Israele e ne preannuncia le conseguenze: la
crocefissione del Salvatore come ultimo anello delle dette
responsabilità e l'abbandono della "vostra casa", chiara
allusione a Ger 12,7 (22,5; Ez 10,18-19; 11,22-23) che
predice l'allontanarsi di Jahvèh da Gerusalemme.
Per concludere, mi sembra innegabile, alla luce del senso
letterale di quei testi sacri che ne costituiscono la fonte
storica, quanto segue:
a. il popolo ebraico passò dall'"osanna" al "crucifige"
sotto l'azione perversa dei suoi capi;
b. questi infatti tutto fecero pur di mandar ad effetto
la loro volontà di "perdere" Gesù;
c. lo fecero come "capi" nel rispetto della Legge e
quindi dei valori riguardanti l'intero popolo israelitico,
il quale ne assecondò gl'intenti;
d. e rimasero, per questo, i primi - anche se non gli
unici - responsabili del drammatico evento.
4 -
Il popolo
dell'Alleanza
- Nonostante il loro coinvolgimento in esso, Nostra
aetate 4/b-c attesta non solo gl'inizi della Chiesa dal
popolo ebraico, ma anche la continuità tra l'Alleanza antica
e la nuova. Chiama infatti i "Christifideles, Abrahae filios
secundum finem", dai quali la Chiesa ebbe la "Revelationem
Veteris Testamenti" ed ai quali appartiene, secondo
l'Apostolo (Rm 9,4-5) "l'adozione a figli, la gloria ed i
patti d'Alleanza, la Legge, il culto e le promesse". Dai
figli d'Abramo, cui "appartengono i Padri, nacque Gesù
secondo la carne".
Il testo, forse per dir troppo in breve, risulta un po'
confuso, ma non inintelligibile. La chiave interpretativa
dovrebb'esser la distinzione tra "secondo la fede" e
"secondo la carne". L'averla spesso dimenticata ha prodotto
giudizi infondati e quindi insostenibili, come quello della
continuità tra l'antica e la nuova Alleanza. O come quello
degli Ebrei destinatari ancor oggi e detentori delle
promesse salvifiche.
"Secondo la carne" si dà indubbiamente una continuità di
razza tra gli Ebrei antichi e gli attuali; può considerarsi
eccezione, secondo la carne, qualche convertito all'ebraismo
appartenente ad altre stirpi. Ma anche costui ha diritto,
non "secondo la carne", bensì "secondo la fede", ad esser
considerato ebreo a tutti gli effetti. La religione ebraica
lo costituisce tale29.
"Secondo la fede" non tutti gli Ebrei posson considerarsi
spiritualmente legati alla Chiesa, nel senso inteso da
Nostra aetate 4/a, che sottolinea il vincolo "quo
populus Novi Testamenti cum stirpe Abrahae spiritaliter
coniunctus est". A parte il fatto che la Chiesa voluta e
fondata da Cristo nel segno della cattolicità non può
legarsi a nessuna stirpe30 senza cessare d'esser
se stessa, è doveroso affermare fortemente che l'unico
legame esistente tra la Chiesa ed Abramo è "secundum fidem":
nasce dalla fede e la esprime. È la fede d'Abramo, da Gesù
stesso chiamato "vostro padre" per indicare non la
continuità fra Israele e la Chiesa, ma il legame di stirpe
tra il capostipite e la sua discendenza; quel "vostro",
infatti, restringe il legame alla discendenza carnale, del
tutto estranea alla cattolicità della Chiesa. Tuttavia, al
di là e al di sopra della stirpe, un legame di fede è dato
dal rapporto che lo stesso Abramo stabilì con Cristo:
"...exultavit ut videret diem meum; vidit et gavisus est"
(Gv 8,56). Questo medesimo legame congiunge ancor oggi in
perfetta unità la Chiesa e quei discendenti d'Abramo, i
quali accettarono ed accettano Cristo, poiché "qui ex fide
sunt, benedicentur cum fideli Abraham" (Gal 3,9). Non quindi
i discendenti "secondo la carne", membri di quel popolo che
si lasciò gravemente coinvolgere nella crocefissione di
Cristo, lo rifiutò come Messia e Figlio di Dio e continua
tuttora a rifiutarlo; ma solo i discendenti "secondo lo
spirito".
Han quindi perfettamente ragione coloro31 che
distinguon il giudaismo in quello antico ed in quello
talmudico postcristiano (o giudaismo rabbinico). Nel primo
determinante è non già il fatto razziale ma l'attesa del
Messia e la preparazione alla sua venuta; nel secondo è la
stirpe che conta e la stessa religione ha connotazioni
razziali. Tra l'uno e l'altro si colloca Cristo, Figlio di
Dio, incarnatosi per l'umana salvezza, attorno al quale si
stringe il "piccolo resto d'Israele" costituito da Maria,
dagli Apostoli, dai discepoli e dai primi convertiti: tutti
provenienti da Israele, ma ormai al di là d'Israele, essendo
i primi credenti in Cristo. È questo l'evento con cui
coincide l'esordio della Chiesa; e mentre nel giudaismo
rabbinico continua il rifiuto radicale di Cristo, il
"piccolo resto" d'ieri e d'oggi mantien il suo legame e la
sua continuità con la fede d'Abramo attraverso la Chiesa
stessa.
Tre sono allora le questioni che ne discendono:
a. se l'attuale popolo ebraico sia davvero da Dio
rifiutato e maledetto;
b. se mantenga ancora le antiche promesse;
c. se sia ancora "il popolo dell'Alleanza ".
Il nocciolo della questione ebraica sta tutto in tali
domande, alle quali rispondo per quel tanto che ne so e che
mi consente di mantenere la serenità preannunciata nel
titolo.
a. Bisogna partire dall'elezione per dar
un'adeguata risposta alla prima domanda. La parola (bahar,
rad. bhr) richiama il concetto di b'rîth e
con esso l'assoluta libertà con cui Dio si sceglie
Israele come popolo suo, riversando su di esso la sua
misericordiosa e non dovuta hesēdh. In conseguenza
dell'elezione, Israele, a differenza d'ogni altro popolo e
grazie a circostanze diverse nelle quali lo stesso Jahvèh
gli rivela la sua predilezione, diventa il popolo
eIetto. Prima in Abramo e nella sua posterità (Gn 12,1-3;
22,15-18; 26,4; Es 41,8; Neh 9,7), poi al momento dell'esodo
sotto la guida di Mosè (Ex 3,7-10; Dt 6,21-23; Ps 105,26).
Il Dt fa capire la natura sovranamente libera di siffatta
scelta: non perché sia il popolo più numeroso, essendo anzi
il più piccolo (Dt 7,7); non perché sia il più giusto,
essendo anzi "di dura cervice" (Dt 9,4-6); ma perché l'amore
di Dio è libero. In libertà "Egli ha scelto te" (Dt 7,6) e
non viceversa. L'ha fatto per aver al proprio servizio un
popolo santo, e santo in forza di tale servizio; un popolo
che si diversifichi dagli altri popoli per rinomanza onore e
gloria (Dt 26,19) facendo in sé rifulgere la grandezza e la
santità d'Jahvèh (Dt 7,-6).
Appare fuori discussione che, per quella medesima
libertà, con la quale Jahvèh elegge, possa anche abbandonare
l'eletto, qualora questi non si comporti con la dovuta
fedeltà; la hesēdh di Dio (Dt 7,9.12) esige infatti
la hesēdh dell'uomo (Dt 6,4; 11.1) e non tollera
che venga meno: "Tra tutte le famiglie della terra io non ho
conosciuto che voi; ma per tutte le vostre iniquità, io vi
punirò" (Am 3,2). Risuona qui l'lo sovrano di Colui che,
presceltosi un popolo, non permette ch'esso dimentichi
l'amore preferenziale da cui fu innalzato a "popolo di Dio"
e trascuri la missione alla quale fu eletto e destinato (Am
4; 9,7-8). Sullo sfondo oscuro di tali trascuratezze ed
infedeltà, si staglia il rifiuto da parte di Dio e
verso tale rifiuto Geremia, unitamente ad altri profeti,
mantiene sveglia l'attenzione dei suoi correligionari. È una
spada di Damocle (cf 2Re,23,27) sulla sorte d'Israele che,
per la pervicacia delle proprie colpe, da popolo di Dio
decade a popolo da Dio condannato e respinto (Gr 6,30; 7,29;
14,19; 31,37), così come Giuda era stato eletto dopo che
Efraim era stato rifiutato (Ps 78,67) e la sposa amata ed
infedele era stata ripudiata in attesa della sua
conversione, secondo il drammatico racconto d'Osea.
Non è stata dunque la Chiesa a parlar arbitrariamente ed
infondatamente di rifiuto; essa lo ha letto nella divina
rivelazione e ne ha tratto le conseguenze. Né s'è mai
soffermata sul momento dei rifiuto stesso, perché la
rivelazione stessa le ricordava che l'ira di Dio non è per
sempre e che il rifiuto sarebbe stato alla fine seguito da
una "nuova elezione di Gerusalemme" (Zac 1,17; 2,16). La
Chiesa ha sempre visto in essa la prospettiva del nuovo
Israele al quale Is 41, 8 (43,20; 44,2; 45,4) riserva ancora
l'antico e significativo titolo: "il mio eletto".
Il ripudio d'Israele, dunque, pur non essendo assoluto, è
un dato di fatto; riguarda solo il giudaismo che in Gesù non
riconobbe, né riconosce il Messia. Quel rifiuto durerà tanto
quanto l'atteggiamento negativo degli Ebrei nei confronti di
Cristo. Con "la nuova elezione", tuttavia, resta aperta e
luminosa la prospettiva del ricupero32. Un tale
ripudio comporta anche una maledizione? È davvero maledetto
quel popolo che fu il popolo dell'elezione? Il popolo
benedetto?
Non si parla di maledizione se non sulla base della
benedizione. Dio stesso prospetta l'una e l'altra al suo
popolo (Dt 11,26-28) non perché sia nella libertà del popolo
la scelta della benedizione o della maledizione, ma perché
esso conosca che la sua benedizione non è assoluta. E
infatti ancorata alla sua fedeltà all'amore di Dio e
all'osservanza dei suoi comandamenti (Dt 11,28; 30,15-18).
Se ne ha un riflesso neotestamentario, di grande rilievo, in
Mt 25,41-46: Dio non si diverte a maledire perché esprime il
suo amore nella benedizione, e tuttavia maledice chi rifiuta
Cristo.
Chi parla di "popolo maledetto" non dà un segnale
d'antisemitismo; il significato di "maledizione" è
rigorosamente delimitato al rifiuto di Cristo; del resto la
parola è d'uso biblico: in Gn 3,14 è maledetto il serpente;
in Gn 4,11, Caino. Spesso colpisce chi va contro Dio e la
sua Legge (Nm 22,6; 23,8; 2Re 2,24; Lam 3,65). Se,
rovesciando le posizioni, colpisce Dio, costituisce il grado
più alto dell'infedeltà dell'uomo (Lv 24,11.15; Job 2,9). II
Nuovo Testamento esclude che il liberato dalla maledizione
possa a sua volta maledire (Lc 6,28; Mat 5,44; Rm 12,14) ,
ma è addirittura Colui che ci libera dalla maledizione a
farsi per noi maledetto (Gai 3,13). In breve, può certamente
apparire di cattivo gusto il dir agli Ebrei che son da Dio
maledetti, ma nessuno dovrebbe dimenticare che ciò può esser
detto soltanto in ottica biblica, in base a criteri
dell'Antico e del Nuovo Testamento ed, in ultim'analisi, in
base ad un unico criterio che, esplicito o implicito,
riassume tutti gli altri: il rifiuto di Cristo.
b. Nell'attuale condizione di popolo ripudiato, è lecito
allora affermare che Israele mantien ancora le antiche
promesse? che è ancora titolare dell'Antica Alleanza?
Nostra aetate 4/b non si pronunzia chiaramente; si
limita a dire che Dio, "ex ineffabili misericordia sua,
antiquum Foedus finire dignatus est" con Israele, il popolo
da Lui eletto, dal quale la Chiesa ebbe poi la rivelazione
veterotestamentaria. Un po' più chiaramente s'esprime in
41d, dove, pur ricordando l'opposizione ebraica a Cristo,
non ha dubbi sul fatto che "Judaei Deo, cuius dona et
vocatio sine poenitentia sunt, adhuc carissimi manent
propter patres". Questa giustificazione fa pensare alla
continuità delle promesse e dell'Alleanza: quei lontani
padri che ebbero da Dio le une e l'altra, son per gli Ebrei
d'oggi la garanzia sicura del loro coinvolgimento nelle
stesse promesse e nella stessa Alleanza che resero ieri i
Padri e rendono oggi i figli "a Dio carissimi". Tuttavia,
ciò che rimase tra le righe del decreto conciliare, venne
presto reso esplicito da interventi di teologi cattolici e
di responsabili dei rapporti tra Chiesa cattolica e mondo
ebraico. Perfino la Liturgia del Venerdì Santo, facendo
piazza pulita di quel "pro perfidis Judaeis" nel quale i
destinatari avvertivano un senso offensivo, l'ha
semplificato in "pro Judaeis", aggiungendo la preghiera
ch'essi possan "in sui (Dei) nominis amore et in sui
foederis fidelitate proficere".
Qui l'Alleanza è un dato di fatto, innegabile; si chiede
che la fedeltà ad essa da parte ebraica non solo non venga
mai meno, ma cresca. E perché l'orizzonte ideale della nuova
Liturgia poss'apparire ancora più terso, la preghiera
ricorda le "promissiones" concesse da Dio "Abrahae eiusque
semini" e si chiude implorando "ut populus acquisitionis
prioris ad redemptionis mereatur plenitudinem pervenire".
Quell' "eiusque semini" rivela un'intenzionalità non
criptata, vuoi far capire che le promesse d'Jahvèh non si
bloccaron sull'Israele della primissima ora, ma s'estendono
ai suoi attuali discendenti. Quali? Quelli "secondo la
stirpe" o quelli "secondo la fede"? La risposta è ovvia e
trasparente nel richiamo alla redenzione. Non avrebbe senso,
infatti, quell'"ad redemptionis pienitudinem pervenire", con
riferimento ad un popolo che si definisca pervicacemente per
il suo rifiuto del Redentore; sarebbe un nonsenso non solo
storico-teologico, ma anche semplicemente logico, non
essendo possibile che raggiunga la pienezza della redenzione
chi si tiene alla larga dalla redenzione stessa.
Mantengo un rispettoso silenzio su discorsi e scritti
ufficiali che assicurano la permanenza degli Ebrei
nell'Alleanza salvifica, la prima e mai revocata (?)
Alleanza, anzi l'unica che, in quanto tale, non sarebbe né
antica né nuova, e che, pertanto, è ugualmente via di
salvezza per il mondo ebraico e per quello cristiano. La
ragione addotta, vale a dire l'irrevocabilità delle promesse
e dell'Alleanza, tien conto del fatto che "i doni di Dio
sono irrevocabili", ma ignora un altro fatto e cioè che tali
doni posson esser rifiutati. Israele li rifiutò rifiutando
Cristo e la sua redenzione, continua anzi a rifiutarli,
dunque non li possiede, dunque non è "a Dio carissimo" se
l'esser cari a Dio presuppone ed esige la piena ed
incondizionata adesione al suo progetto salvifico in Cristo.
Mi permetto d'esprimer il mio dissenso, sereno e sommesso
ma senza tentennamenti, dai colleghi che, certo in buona
fede, han ripreso la tesi d'Israele destinatario ancor oggi
delle antiche promesse e titolare dell'Alleanza33.
Nessuno mette in dubbio la realtà scritturisticamente
incontestabile d'israele-popolo-delle promesse ed ogni buon
teologo conosce l'immutabilità di Dio, il quale "non è un
uomo per mentire né un figlio d'Adamo per ritrattarsi" (Nm
23,19). Egli infatti non abbandona nessuno se non ne è
abbandonato; ed anche in questo caso è come il padre del
figliol prodigo, con le braccia aperte a colui che ritorna
al suo cuore di padre. La questione, biblicamente
storicamente teologicamente, è questa. Essa vede al centro
della storia del popolo eletto il dato incontestabile
dell'Alleanza e delle promesse, prima ai patriarchi, poi a
David, infine, quando cioè Israele non ha più dignità di
popolo, avendo perso re, tempio, onore e capitale, alla
Gerusalemme nuova, "madre d'una discendenza innumerevole"
(Is 54,3; 60,4) e "casa di preghiera per tutt'i popoli" (Is
56,7). Quando ciò si verifica, Israele non è più monolitico:
l'Israele che accoglie e continua la fede d'Abramo, è da
questa destinato a collegarsi con una discendenza senza fine
e ad esser casa di preghiera per tutt'i popoli: la sua fede
in Cristo l'assimilerà alla "creazione nuova" e gli darà di
questa il respiro universale. Al contrario, l'Israele che
chiude le porte a Cristo, costituisce il punto di rottura
rispetto al passato e all'avvenire. Non avrà "una
discendenza innumerevole", non sarà "casa di preghiera per
tutt'i popoli", perché non sarà più portatore dell'Alleanza
e delle promesse. La sua condizione storica ne è rimasta
alterata. Tutto s'è in lui progressivamente modificato ed
inaridito. L'eredità che l'arricchiva gli è scivolata di
mano; l'Alleanza che lo caratterizzava è stata rivolta ad
altri (cf Mt 21,41). Si parla ormai d'un'Alleanza nuova,
perché quella antica ha perso valore ed efficacia. Ed a
parlarne, non è questo o quel dottore privato, non un
antisemita di nuovo o vecchio conio, ma l'autore
dell"‘Epistola agli Ebrei", un testo canonico contenente la
rivelazione cristiana. Eccolo: "Dicendo autem novum,
veteravit prius. Quod autem antiquatur et senescit, prope
interitum est" (Ebr 8,13).
Che tale evento si sia ormai verificato, l'attesta Ebr.
8,6 rivelando che la funzione mediatrice di Cristo è tanto
più elevata, quanto più nobile ed efficace, perché fondata
su nuove e definitive promesse, è l'Alleanza di cui Egli è
mediatore. II Sacro Testo ci mette di fronte ad una
sostituzione: un'altra economia salvifica al posto della
precedente, dichiarata caduca e ormai alla fine. Nuova e
definitiva ormai è l'altra (SEUtEpaS in 9,6 e 10,9)34.
Se, dunque, il Sacro Testo ha - come ha - ancor un
valore, il solo porlo in discussione insospettisce; il
trascurarlo, e peggio ancor il riferirsi ad esso per
sostener esattamente il contrario di quanto rivela,
squalifica chi se ne rende colpevole. E quanto il Sacro
Testo rivela, riguarda promesse ed Alleanza che gli Ebrei un
giorno ebbero graziosamente da Dio e che non avrebbero mai
dovuto rifiutare; cosa che nemmeno oggi dovrebbero fare35,
non essendone capaci. La rinuncia alle antiche promesse ed
all'Alleanza è implicita nel rifiuto del loro epilogo in
Cristo. Anche per questo, dunque, oltre che per il
trasferimento dell'Alleanza da un popolo ad un altro, gli
Ebrei secondo la carne non ne son più i legittimi titolari.
E non posson, perciò, rinunciare a ciò di cui non dispongono
più.
c. Il terzo quesito se il popolo ebraico sia ancor il
popolo dell'Alleanza, trova una risposta indiretta in quanto
precede. Se si tratta degli Ebrei che costituirono "il resto
d'Israele" e lo continuano nel tempo, costoro son ancor il
popolo dell'Alleanza: non in quanto razza ebraica e
discendenza carnale dal loro capostipite, ma in quanto
acquisiti per la fede alla redenzione di Cristo.
Se invece si tratta di quel popolo ebraico che si
configura in termini etnico-religiosi secondo l'ebraismo
talmudico e postcristiano, continuando a definirsi in base
alla sua secolare ripulsa di quel Cristo sul quale già
s'appuntavano le antiche promesse, la risposta non può esser
che negativa. L'Alleanza antica è stata sostituita e Cristo
è il mediatore unico della nuova (cf Ebr 12,24).
5 -
Conclusione
- In fondo al percorso che m'ero prefisso, m'accorgo che
potrei dir ancora tante cose, sulle quali, invece, taccio
per non eccedere nell'uso del tempo mio ed altrui.
Continuando un'osservazione iniziale sulla totale
estraneità di quanto esposto alla ricorrente accusa d'antisemitismo,
non nego che l'antisemitismo ci sia; se ne vedono spesso le
manifestazioni e le conseguenze. Dico solo che un sereno e
serio discorrere su dati biblico-teologici riguardanti gli
Ebrei non ha nulla che fare con l'antisemitismo. E nemmeno
con i piani egemonici degli apocrifi Protocolli dei Savi
di Sion, e con le biliose ritorsioni antitedesche di
provenienza giudaica, di cui in Occhio per occhio
di John Sack36.
Non è facile capire in che cosa l'antisemitismo consista:
evidentemente il suo significato s'evince dal prefisso
"anti" che precede il sostantivo "semitismo". Ma ciò solo in
parte fa luce su un concetto che di per sé non è di facile
comprensione. Quando Pio XI dichiarò che siamo tutti semiti,
non disse un assurdo: semiti furono infatti Maria, Giuseppe,
gli Apostoli e, nella sua umanità, lo stesso Gesù. Tuttavia,
ad avvalorare la sua asserzione, Pio XI la precisò con
l'avverbio "spiritualmente" e con il riferimento alla fede:
quanto ad essa, infatti, tutti discendiamo da Abramo che,
per la fede, vide i giorni del Signore Gesù e ne gioì (Gc
8,56). L'antisemitismo significa, allora, un comportamento o
un indirizzo avverso al popolo ebraico? Nessun biblista e
nessuno storico risponderanno di sì senza ma e senza se.
Semita infatti non ha un significato univoco, pur rimandando
a Sem ed ai suoi discendenti (Gn 10,21), la cui
complicatissima classificazione, peraltro, segue criteri
culturali, storici e geografici, più che caratteristiche
etniche. Sembra infatti che, assai più d'altre ragioni, sian
le lingue di varie popolazioni e la loro corrispondenza
reciproca ad unificarne il raggruppamento sotto il nome di
Semiti. E l'analisi delle lingue ha portato alla conclusione
che furon certamente Semiti:
a. gli Accadi della Mesopotamia al tempo dei Sumeri;
b. gli Amorrei della valle del Tigri e dell'Eufrate fino
al Golfo Persico;
c. gli Aramei del deserto siro-arabico e dintorni dei
Golfo d'Alessandretta;
d. i Cananei della zona tra il Libano, la Siria, la
Palestina, la depressione tra il Mar Rosso, il Golfo d'Aqaba
ed i territori tra il Mediterraneo ed il deserto
siro-arabico. Cananei son pure i Fenici, gli Ammoniti, i
Moabiti (cf Gn 19,3038), gli Idumei (da Esaù=Edom) e gli
Ebrei (da Giacobbe=Israele).
e. Sono infine di discendenza semitica anche gli Etiopi e
gli Arabi37.
Se il mio scritto nascesse da spirito antisemitico, sarei
curioso di sapere contro quale delle popolazioni sopra
indicate sarebbe rivolto. E se per caso fossero gli Ebrei a
sentirsene colpiti, la curiosità aumenterebbe per capire
come e perché essi unifichino su se stessi dei rilievi
storico-teologici che, in teoria, potrebbero riguardare
tutti gli altri Semiti.
Sarà solo una mia impressione, ma a me par eccessivo ed
un po' puerile il cedere acriticamente alla moda ormai
largamente diffusa di veder un po' dovunque non solo un
antisemitismo che risolleva la testa, ma che la volge,
oltraggioso ed impudente, in direzione antiebraica. A tale
riguardo, sarà opportuno chiarir l'idee.
Fermo restando che antisemita non significa soltanto
antiebreo, il "soltanto" dovrà esser espunto da ogni
esposizione critico-scientifica. Riconosco, peraltro, che al
detto significato limitativo fu riservata un'accoglienza
pressoché unanime in seguito a persecuzioni scatenate da
motivi razziali, economici, sociali, politici, nelle quali
il dato religioso era preminente. Con l'accusa
d'antisemitismo, tuttavia, sono state impropriamente
bollate, qualche volta - ed oggi in particolare -, quelle
espressioni di senso negativo nei confronti degli Ebrei, che
affiorano lungo la storia dei rapporti giudeo-cristiani38.
Non mi pare criticamente corretto il metter tutto sullo
stesso piano. Che si sia ecceduto nei toni, è indubbio ed è
deprecabile, soprattutto quando ad eccedere fu un testimone
della religione dell'amore, magari ai vertici del governo
ecclesiastico; ma torno a ripetere che non si trattò
d'antisemitismo, puerilmente ancorato all'accusa d'omicidi
rituali39, di pozzi avvelenati40 e
d'ostie profanate 41. La causa dell'opposizione
cristiana e segnatamente cattolica era di natura
rigorosamente religiosa e, come tale, non riconducibile né
ad una ragione razziale, né a contrapposizioni politiche.
Sull'altra sponda, infatti, c'era il ripudio di Cristo,
della sua rivelazione, della sua Chiesa; da questa matrice,
squisitamente religiosa, insorgeva l'accusa di "maledizione"
e di "deicidio".
Sulla prima di esse ho già detto molto di quanto pensavo
che dovesse esser detto, sulla seconda mi permetterò tra
breve qualche osservazione. Su ambedue, peraltro, mi si
permetta d'insistere per sottolineare l'acriticità del peso
che P. Demann addebita ali' "assurdità teologica" e alla
"carica dell'odio"42. È assurdo teologicamente -
l'avverbio indica un ben determinato settore dello scibile
ed esclude il valore assoluto dell'asserto - ciò che
contraddice alla sacra rivelazione, alla realtà dei fatti ai
quali essa si riferisce, alla dottrina della Chiesa che su
di essa si fonda. Ora, l'equivoco della "mai revocata
Alleanza" in base all"`irrevocabilità dei doni di Dio" può
aver indotto a giudicare assurdo, teologicamente parlando,
anche ciò che tale non è. Ma, appunto, si tratta d'un
equivoco. In Gal 3,14-15 si legge che "Christus nos redemit
de maledicto legis...ut in Gentibus benedictio Abrahae
fieret...per fidem". Qui tutt'è chiaro. La benedizione
antica, l'Antica Alleanza, i doni che Dio aveva elargito al
popolo eletto son passati, mediante la fede, ai pagani.
Chiunque creda in Cristo cessa d'esser ebreo o romano o
greco, perché diventa una "creazione nuova". E nuova grazie
a quella benedizione il cui destinatario, ieri, era il
popolo ebraico ed oggi è chiunque, da qualunque popolo,
confessi in Cristo il Figlio di Dio, l'unico mediatore, il
proprio salvatore (cf 1Tm 2,5; ct 4,12; 10,43; 1Cr 1,30; Rm
5,9-10; Gv 3,18; 10,9; Mc 16,15). Lo stato di popolo eletto
si concluse con il no a Cristo; ciò che lo costituiva eletto
è passato ad altri: "veniet et perdet colonos et dabit
vineam aliis", si legge in Mc 12,9. Quel "perdet" mette in
evidenza la riprovazione e la condanna.
È, dunque, teologicamente assurdo non il trarre, "in
lumine fidei, sub ductu Ecclesiae", le dovute conseguenze
dalla rivelazione neotestamentaria; bensì, il contrario. Ma
l'accusa di "deicidio "rientra nel teologicamente assurdo o
nel teologicamente corretto?
La questione, in questi termini, e soprattutto se la si
fondi sul presunto parallelismo della maternità divina43,
è mal posta. Maria ha diritto al titolo di "Madre di Dio"
sia perché generò Colui che è l'Unigenito del Padre e, come
tale, Dio egli stesso, sia perché le spiegazioni che ebbe
dall'Angelo al momento dell'Annunciazione la misero in
condizione d'emettere un "sì" pienamente responsabile e di
totale adesione al progetto di Dio. Nell'uccisione di Cristo
non si riscontra questa medesima coincidenza di causalità
materiale e formale. Chi ,lo mise a morte uccise, sì, il
Figlio di Dio, non perché proprio il Figlio di Dio volesse
uccidere, bensì colui che, definendosi tale, aveva
bestemmiato e meritato l'esecuzione mortale. La causale
unica dell'uccisione di Cristo fu una bestemmia: "Pur
essendo uomo, s'è detto Dio". Gesù, dunque, fu messo in
croce non perché era Dio, ma perché si diceva Dio. Il
deicidio, pertanto, è qui solo "materialiter" presente, ma
"formaliter" è del tutto assente.
È vero che in Act 3,14-17 l'apostolo Pietro rimprovera
agli Ebrei d'aver tradito e rinnegato dinanzi a Pilato "il
Santo ed il Giusto", cioè il Figlio poi risuscitato dal
Padre, e d'avergli preferito un omicida. Ma non accenna per
nulla alla consapevolezza degli Ebrei che Gesù fosse davvero
Figlio di Dio, né alla loro conseguente determinazione
d'ucciderlo per tale ragione : "Santo e Giusto" non
significano "Dio" né "Figlio di Dio". Anzi, la
responsabilità del deicidio è almeno implicitamente espunta
da Pietro là dove osserva: "Scio quia per ignorantiam
fecistis"44.
Che la questione sia mal posta si deduce anche da un
altro motivo. Quasi sempre, alla liberazione degli Ebrei
dall'accusa di deicidio si fa seguire un richiamo al
coinvolgimento di tutti i peccatori, d'ogni tempo e luogo,
nella morte di Gesù. In effetti, già Is 53,5.6 aveva
sottolineato ch'Egli sarebbe "stato trafitto a causa dei
nostri peccati, ...e dei nostri delitti". Inoltre, una
tradizione ininterrotta porta attraverso i secoli la voce
della Chiesa, la quale ne ripete il contenuto e lo raccoglie
nel Catechismo della Chiesa Cattolica, dove
confluisce a sua volta l'insegnamento del Catechismo
Romano, ispirato al Concilio di Trento e come tale
approvato nel 156645: "La Chiesa, nel magistero
della sua fede e nella testimonianza dei suoi santi, non ha
mai dimenticato che «ogni singolo peccatore è realmente
causa e strumento delle sofferenze» del divino Redentore...
La Chiesa non esita ad imputare ai cristiani la
responsabilità più grave nel supplizio di Gesù,
responsabilità che troppo spesso essi hanno fatto ricadere
unicamente sugli Ebrei". Questione mal posta, perché
trasferita dal piano storico-giuridico a quello
morale-teologico. Su questo piano si sa, per l'attestazione
che ne dà la stessa rivelazione in 1 Cor 2,8, che gli Ebrei
"non avrebbero mai crocefisso il Re della Gloria" se come
tale l'avessero conosciuto. Sta di fatto, però, che furon
gli artefici della sua crocefissione. La conseguenza da
trarre è che:
a. sul piano storico, la loro responsabilità è
innegabile, così come innegabile è il concorso d'altri
soggetti;
b. sul piano teologico, manca nel modo più assoluto la
formalità che configuri l'esecrando delitto di deicidio,
nonostante che la vittima crocefissa fosse proprio il Figlio
di Dio.
A mio modesto parere, anche la non estensibilità della
responsabilità suddetta ai membri attuali del popolo ebraico
presta il fianco a qualche riserva. Nessuno, sia ben chiaro,
intende sostenere la non pertinenza personale delle colpe:
chi le ha commesse, ne porta la responsabilità e le
conseguenze. Ciò, tuttavia, non autorizza a chiudere gli
occhi su una qualche loro continuità. La stessa Scrittura
avverte a tale riguardo che, come di generazione in
generazione si diffonde la lode del Signore (Ps 78,13), così
Egli rimprovererà l'iniquità commessa fino alla terza e alla
quarta generazione (Es 20,5; Nm 14,18). C'è una solidarità
di fondo, infatti, alla quale nessuno sfugge. E la
solidarità che stringe ogni singolo uomo nell'unità del
genere umano, ma anche quella che fa di determinati
individui un unico e medesimo popolo. All'interno di esso,
ovviamente, agiscono i capi, ma impersonando il popolo e
spesso in suo nome. Fu certamente dei capi d'Israele la
responsabilità della crocefissione di Gesù, ma il popolo non
se ne dissociò, anzi la fece propria e l'invocò. Ne consegue
che, se gli Ebrei d'oggi - e l'esser ebreo, per confessione
degl'interessati46, è il collegamento a due
valori costitutivi, la religione e la nazione, i quali
trascendono gl'individui d'ieri d'oggi e di domani - non
commisero personalmente il misfatto della crocefissione, non
per questo non ne condividono moralmente la responsabilità
ed il peso. Per la misteriosa solidarità che li congiunge
nell'unità del popolo ebraico, son anch'essi, che pure a
quel misfatto non parteciparono personalmente, solidali con
esso in quanto Ebrei47.
Un'ulteriore conseguenza riguarda la decisione dei Padri
conciliari, nella fase preparatoria di Nostra aetate,
d'appoggiare la loro benevola presa di posizione nei
riguardi d'Israele a Rm 11,28-29 non senza un uso piuttosto
libero del testo sacro. Esso dice: "Secundum Evangelium
quidam, inimici propter vos: secundum electionem autem,
carissimi propter Patres. Sine poenitentia enim sunt dona et
vocatio Dei". Il testo approvato è il seguente: "Secundum
Apostolum, Judaei Deo, cuius dona et vocatio sine
poenitentia sunt, adhuc carissimi manent propter Patres"
(NAe 4/d).
Che l'uso del testo fosse piuttosto libero fu chiaro agli
stessi Padri conciliari, come risulta dalla Expensio
modorum. Ma è ancor più chiaro in sede esegetica.
L'Apostolo scrive a cristiani provenienti dal paganesimo,
contro i quali gli Ebrei sono spesso in disaccordo. Egli
intende metterne a fuoco le peculiari posizioni e presenta
agli etnico-cristiani la reale situazione degli Ebrei:
"invisi a Dio" in quanto nemici dell'Evangelo ed a Lui cari
in considerazione dei loro Padri. Essendo stati gratificati
da Dio con la scelta del Messia dai loro ranghi ed avendone
per primi ascoltato l'Evangelo, per primi avrebbero anche
dovuto accoglierne la parola e metterla in pratica. La
rifiutarono. Il rifiuto è tuttora in atto. Perciò non son
più amici di Dio. Discendono però dai Padri, attraverso i
quali venne loro assicurata l'elezione che li rende a Dio
carissimi: dunque, non in quanto Ebrei che rifiutano Cristo
- sotto questo aspetto sono anzi "invisi" -, ma in quanto
eredi di quei Padri che predissero Cristo e la sua salvezza,
ed in quanto chiamati, essi pure, alla conversione per la
gloria eterna. L'elezione - e con essa le promesse, la
benedizione, l'Alleanza - ha la sua continuità nella
"creazione nuova" operata da Cristo, il quale pertanto si
pone dinanzi a tutti, Ebrei compresi, come l'unico
Salvatore. Non avrebbe senso, altrimenti, il continuo
ripetere da parte della Chiesa che l'unico Salvatore è
Cristo, se non lo fosse anche per gli Ebrei.
In questa luce è da interpretare Rm 11,29: "i doni e la
vocazione di Dio sono irrevocabili". Lo sono, certamente, ma
secondo l'eterno progetto salvifico di Dio, realizzato da
Cristo. Lo si capisce anche grammaticalmente parlando:
infatti, la presenza dell'articolo determinativo (τά ed η)
individua non doni generici o comuni, ma quegli
specialissimi doni che si concentrano nell'Alleanza di Dio
col suo popolo: l'antico ed il nuovo Israele48.
Ad esso son
chiamati anche gli Ebrei. In esso, con la tensione amorosa
del Padre verso il figliol prodigo (Lc 15,11-32), Dio ne
attende e ne vuole l'integrazione.
da “FIDES
CATHOLICA” , n.1 del 2008, pagg. 245-278
NOTE
1 Israél et les nations. La perspective
missionnaire de l'Ancien Testament, Delachaux &
Niestlé, Neuchatel-Parigi 1959.
2 ...on doit reconnaitre qu'en théorie...le
Talmúd émettait des principes de franc universalisme», J.
BONSIRVEN, Talmúd, in DThC XV, Parigi 1946, c. 22.
3 Da notare che "Lethal Weapon" è il titolo
d'un altro film di Mel Gibson: un accostamento senza dubbio
intelligente.
4 E. RATIER, Misteri e segreti del
(sic!) B'nai B'erîth. La più importante
organizzazione ebraica internazionale, tr. it. dal fr.,
Verrua Savoia 1998, p. 198-207; cf. EPIPHANIUS,
Massoneria e sette segrete: la faccia occulta della storia,
volume di 545 pagine, privo d'altre indicazioni (editore,
luogo e data d'edizione), p. 476-489.
5 Dal "Dossier sul Film La Passione",
pubblicato da "Sodalitium" XX/4 (2004) 4-18.
6 Tra le moltissime introduzioni all'Antico e
al Nuovo Testamento scelgo C. ZEDDA, Introduzione ai
Vangeli, Roma 1957 (volume prezioso, informato ed
aggiornato sulla produzione scientifica del suo tempo, e
proprio per questo ancor valido) e "Bible de Jérusalem",
Parigi 1974, p. 1407-1413.
7 Con testi di R. Royal, L. Baugh e G.
Bertagna, Milano 2004.
8 Ivi, p. 84.
9 Cf. B. GHERARDINI, Coscienza cattolica e
cultura contemporanea, Roma 1987, p. 208.
10 La Passione, cit. p. 86.
11 Per opportune notizie si veda E. COHEN,
Maimonides, in RGG, IV. Tubinga 19603, c. 611-612; H.
BAMBERGER, Das System des Maimonides, Berlino 1935;
E. GILSON, La Philosophie au Moyen Age, Parigi
19722, p. 373ss.
12 La Passione, cit. p. 22.< |