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E' giusto
tacere che Hamas è
il
legittimo rappresentante del popolo palestinese?

IL VICINO ORIENTE E’ LONTANO
I
“marxisti ” e la solidarietà con i palestinesi
di Claudio
Moffa, 30 dicembre 2008
Nel mondo arabo e islamico la protesta si è fatta sentire
a tutti i livelli, la Libia che si astiene all’ONU su una risoluzione di
mediazione fra Hamas e Israele, le manifestazioni popolari in molte
capitali del Medio Oriente, le dichiarazioni di Hezbollah in Libano su
una possibile nuova guerra contro Israele, probabile deterrente contro
la minaccia di Tel Aviv di continuare la mattanza con un intervento
terrestre a Gaza.
In Italia invece, il pur encomiabile sforzo di alcune
organizzazioni pro palestinesi ha prodotto una mobilitazione almeno per
ora molto limitata. Molto limitata in rapporto non tanto a quelle del
Vicino Oriente – fatto ovvio e scontato – quanto alla storia del
movimento per la pace dalla svolta del secolo ad oggi, e in particolare
a due date che ne hanno segnato positivamente l’avvio dopo l’11
settembre: quella della manifestazione pro palestinese che sfilò dal
Circo Massimo a Piazza Navona nel febbraio o marzo 2002, 200.000 persone
circa; e quella del 22 o 23 marzo del 2003, giorno dell’oceanico
assemblamento di più di 1 milione di persone a San Giovanni in Roma,
poche ore dopo l’attacco anglo-americano all’Iraq.
Da allora il movimento di solidarietà con i paesi e i
popoli arabi minacciati dalle guerre imperialiste e sioniste, ha
cominciato a declinare inesorabilmente e servono a ben poco i giudizi
autoconsolatori del Forum Palestina e di Sergio Cararo sul presunto
“successo” della mobilitazione alla Fiera del Libro di qualche mese fa.
Altro che successo, anche quella manifestazione è stato il segnale di
una crisi profonda, proprio in una fase in cui – dalla distruzione
dell’Iraq baatista alla guerra genocida del Libano, al disumano embargo
di Gaza – l’aggressività dello Stato d’Israele e del suo principale
alleato in Occidente – gli Stati Uniti– si è fatta sentire con una
violenza mai conosciuta prima d’ora.
I tre discorsi mancati
Come mai l’arretramento? I motivi di ordine teorico sono
articolabili in tre capitoli essenziali: il primo è il rifiuto della
sinistra estrema di impostare la mobilitazione contro le guerre di
Israele come un momento di lotta trasversale-interclassista per la
democrazia interna e internazionale – secondo i grandi principi della
decolonizzazione, evento storico progressivo oggi disprezzato
praticamente e teoricamente dalla cultura e dalla politica dominanti - e
nella conseguente fuga “in avanti”, che in realtà rischia di essere una
forma di sostanziale opportunismo e subalternità al nemico dichiarato,
in formule e strategie ultrarivoluzionarie. Meno Marx, più diritto
internazionale, questa dovrebbe essere la linea da seguire ma che nei
fatti è stata negata: il prezzo è stata la perdita – nonostante gli
orrori di Abu Ghraib e il linciaggio criminale del Presidente Saddam
Hussein - del 90 per cento e passa, dell’oceano di popolo di San
Giovanni. Certo, ogni movimento di massa ha il suo inevitabile riflusso,
ma come pensare di coordinare e guidare il variegato mondo pacifista
attorno a slogan marxisti leninisti iperideologizzati?
Il secondo difetto consiste in un’ossessione laicista che
impedisce di nuovo ogni contatto con il nuovo Medio Oriente
“postbipolare”, segnato da una religiosità talvolta inaccettabile per le
forme di integralismo che esprime e per gli episodi di intolleranza
contro le donne, ma anche unica vera leva ideologica – in un Medio
Oriente in cui storicamente, per colpa anche di Stalin, il marxismo è
stato spesso un filone occidentalizzante e proccidentale - per
contrastare l’offensiva dell’imperialismo e del sionismo. Anche in
questo caso il primitivismo politico sostituisce la politica: Stalin per
esempio, sostenne la guerriglia afghana contro l’imperialismo inglese,
una resistenza assai più retriva dei talebani odierni, e un imperialismo
britannico di cui Marx aveva esaltato le "sorti progressive" nella
confinante colonia indiana. La sinistra “rivoluzionaria” e “marxista”
respinge di fatto ogni vero contatto con un movimento di liberazione
nazionale come Hamas e permette che al suo interno, contro questo
baluardo essenziale della resistenza palestinese al sionismo, si levino
voci che definire di “dissenso” è solo un eufemismo.
Terzo capitolo, il rifiuto ostinato a considerare il
sionismo come un fenomeno globale che da una parte riguarda non solo i
palestinesi ma il pianeta intero, e dall’altra si muove secondo una
strategia a sua volta globale e inclusiva di temi e argomenti che solo
apparentemente sono altra cosa dai suoi interessi ultranazionalisti in
Medio Oriente. Metto subito i piedi nel piatto di questa commedia un po’
schizofrenica, con un irriverente esempio: atto primo, in una scuola
italiana viene nientemeno che sospeso e fatto oggetto di un esposto alla
polizia un insegnante – cattolico, non di estrema destra - che aveva
osato esprimersi in Consiglio di classe contro la verità ufficiale del
cosiddetto “Olocausto”: nessuno a sinistra fa una minima inchiesta per
indagare come stanno i fatti, al di là delle veline ufficiali. Tutti
zitti, ammutoliti dal sacrilegio compiuto dal bravo professore. Atto
secondo: sull’onda della gran cagnara sul rischio “antisemita”, in
diverse scuole italiane viene organizzato poco dopo un ciclo di
conferenze su Israele. Organizzatori e docenti sono quasi tutti ebrei.
Non ci sarà probabilmente dibattito.
Posto che ci sia stata qualche protesta contro questa
iniziativa propagandistica, come non ricollegare quel che l’oltranzismo
sionista sicuramente collega scientemente e calcolatamente, e cioè
l’episodio numero uno con l’episodio numero due? Non c’è bisogno di
citare Norman Finkelstein e l’industria dell’olocausto per capire il
rapporto causa-effetto. Basta un po’ di buon senso politico. Ma questo
banale buon senso scompare quando i “marxisti” devono affrontare il
terreno del cosiddetto Olocausto: i “rivoluzionari” lamentano che tutti
i negazionisti sono “nazisti” (?), ma evitano di fare in prima persona
la verifica della verità ufficiale, tanto per capire ad esempio se il
sionismo non rubi attraverso il dogma dell’Olocausto la scena a
Stalingrado, cioè a loro stessi, nella ricostruzione storica del
conflitto mondiale; o se il clima piagnone di Auschwitz non abbia
trasformato la stessa Resistenza europea e italiana da un movimento di
liberazione a un evento tribale degno di essere commemorato solo
attraverso il vittimismo della storiografia concentrazionaria. Per
questa via i cervelli rivoluzionari si lobotomizzano, e non elaborano e
non capiscono più nemmeno le trame interne ed esterne più o meno
recenti: l’11 settembre per esempio, le grandi manovre mediatiche
attorno a l’Onda studentesca, o più in generale l’attestarsi del
sionismo secondo i livelli delle realtà e movimenti da infiltrare.
“Comunisti” con i comunisti, “Fascisti” con i fascisti, “liberali” con i
liberali, “berlusconiani” con i berlusconiani, “laici” e magari ultras
dell’ateismo con i laici, "cristiani" con i cristiani, “islamici” con
gli “islamici”, filonazisti con gli ultras di destra. Tutti diversi a
polemizzare l’un contro l’altro; tutti uniti a difendere Israele, dal
livello massimo possibile – l’unica “vera” democrazia in Medio Oriente –
alla contestualizzazione da “assedio” islamico, all’orgogliosamente
“rivoluzionario” e “laico” “né-né”, all'esaltazione destrorsa della
"superiorità" razziale degli ebrei rispetto ai "pezzenti" arabi.
Alcuni esempi concreti
Queste tre contraddizioni teoriche – la ricerca dei
propri simili “marxisti” e “laici” in un Vicino Oriente che non è né
marxista né (soprattutto dopo l’assassinio di Saddam Hussein) laico; e
il rifiuto di comprendere il carattere globale e onnipervasivo del
sionismo - accomunano tutte o quasi le anime della sinistra estrema
italiana: così Ferrero, il cui imprinting anche valdese fa pensare a un
eccesso di sensibilità per la “causa” di Israele, si è recato in
Palestina poche ore prima dell’attacco a Gaza ma ha incontrato solo Abu
Mazen e le organizzazioni della sinistra marxista, giammai gli
integralisti di Hamas. Ferrero ha voluto parlare anche a una
donna-simbolo delle angherie sioniste contro i palestinesi, privata
della sua casa dalle autorità razziste dello Statoebraico: ma quella
donna è simbolo di cosa, se non del popolo palestinese, il popolo che ha
eletto Hamas come suo legittimo rappresentante nelle elezioni del 2006?
E allora perché Ferrero non ha incontrato Hamas, e non ha detto a chiare
lettere nel suo comunicato di condanna dell’aggressione israeliana che
Hamas non è solo il nemico con cui di fatto
bisogna trattare (questo
lo ammette anche Frattini), ma anche il
governo legittimo della
Palestina occupata, reso tale da un voto plebiscitario riconosciuto come
libero e onesto da tutta la comunità internazionale? Il governo che non
a caso Israele vuole eliminare, perché non prono ai suoi voleri come Abu
Mazen e buona parte di Al Fatah?
Dentro Rifondazione c’è poi
l’Ernesto, la “sinistra”
del PRC erede del gruppo
Interstampa dei tempi dello scontro fra Berlinguer e
Cossutta: una voce diversa sul piano della lotta contro le guerre di
Israele in Medio Oriente? Impossibile, fra i suoi principali dirigenti
c’è infatti Alberto Burgio, il sionista firmatario di un appello della
Comunità ebraica italiana contro le Università inglesi favorevoli al
boicottaggio dei prodotti israeliani: è lui il “comunista” che
Liberazione di Sansonetti
ha presentato settimane fa come alternativo ad un'altra voce moderata
del nuovo PRC postbertinottiano. La punta di diamante, insomma, del
gruppo di Grassi e Giannini, una sorta di Travaglio in salsa “marxista
leninista” (ai tempi di Bertinotti Burgio fu infatti eletto responsabile
della giustizia italiana) utile a contrastare l’egemonia del “troskista”
Ferrero: quale sia il prezzo da pagare per il passepartout
mediatico-poltronista Burgio è presto detto: si potranno fare comunicati
un po’ diversi, mormorare una tantum che Hamas è il legittimo
rappresentante del popolo palestinese, ma non sarà mai possibile
costruire una rete di alleanze politiche con le vere vittime e i veri
nemici del bellicismo israeliano in Medio Oriente. O Burgio o Hamas; o
Burgio o Hezbollah; o Burgio o la difesa dei sacrosanti diritti
dell’Iran a sviluppare il nucleare civile. O Burgio o quello che un
tempo si chiamava internazionalismo. Anche il “marxismo” de
l’Ernesto – un nome un
po’ curioso per una corrente “stalinista” - diventa così la foglia di
fico di un sostanziale equilibrismo che rischia di danneggiare, nelle
debite proporzioni, la causa arabo-palestinese.
Legati all’Ernesto ci sono poi Radio Citta Aperta –
diventata in pratica la radio del PRC a Roma sotto la direzione di Marco
Santopadre – e il Forum Palestina: anche qui il discorso è lo stesso,
tanto “marxismo”, tanto “laicismo” antiintegralista sono andati di pari
passo con l’incapacità di fatto di ampliare e rafforzare l’esperienza
della manifestazione del 2002 prima ricordata, fino alla manifestazione
alla Fiera del Libro. Tre-quattromila persone – ad essere ottimisti –
che gridavano slogan “rivoluzionari” come “Palestina rossa”. “Palestina
rossa”? Non è bastata la bella favola del “Cile rosso”? Per ora invero,
l’unico rosso che si riesce a vedere in Palestina è quello del sangue
dei palestinesi. Inutile dire che per questa via il Forum Palestina se
la dice e se la canta: nessun aggancio ai movimenti cattolici, e a tutti
coloro che da posizioni anche di centro o di centro destra (non era
questo il lavoro un tempo encomiabile di Un ponte per…, la costruzione
di una contro lobby in Parlamento?) possono essere recuperati a un
fronte comune contro l’arroganza e il bellicismo di Israele.
I motivi di ordine pratico
Ma i condizionamenti teorici richiamano anche un motivo
di ordine pratico: tutta la sinistra estrema è in effetti invischiata in
una serie di legami economici e logistici che – non essendo mai stato
costruito nel tempo alcun discorso
veramente terzaforzista
fra i due poli – la rendono prigioniera del solito ricatto “antisemita”
del centrosinistra finanziario. Ieri, la lenta marcia di infiltrazione
di militanti e giornalisti biforcuti nell’ancora vergine partito
post-piccista, moneta di scambio per una maggiore visibilità mediatica e
per qualche poltrona di più al governo, o negli equilibri interni fra
correnti; oggi, la realtà consolidata della rete di finanziamenti a
radio e iniziative culturali “marxiste”, da parte di giunte regionali o
comunali del centrosinistra ufficiale a loro volta segnate dal marchio
filoisraeliano della catena editoriale De Benedetti Caracciolo: basta
una telefonata “anonima” e minacciosa a una radio privata, o un
trafiletto su un giornale per far capire che “pe’ ccampa’ ” – sulla
pelle dei palestinesi - si deve rigare dritto: come quella velenosa
cronachetta di Repubblica
sull’ultima manifestazione romana per la Palestina, in cui si annotava
maliziosamente che gli “slogan antiisraeliani” erano saltati fuori
dopo che si erano
allontanati tre ex parlamentari del PDCI e del PRC. Vero, non vero?
Sicuramente vero il messaggio occulto: cari ex deputati, se volete
tornare in Parlamento dovete prendere le distanze. Fatelo e vi
chiameremo subito a parlare dalla Tribuna televisiva ore 8-9 a.m. Siamo
tutti progressisti, no?
Questa cappa soffocante non risparmia nessuno, e ben
comprende ovviamente l’intellettualità “rivoluzionaria”. Cosicchè anche
pubblicare un libro - per terminare con un altro esempio simbolo –
richiede esercizi di equilibrismo faticosi: si dovrà insomma accoppiare
al nome di qualche innominabile dirigente comunista quello accettabile e
ben accetto di qualche marciatore “marxista” degli Israel Days di
Giuliano Ferrara – per carità, lui sì, un vero rivoluzionario doc – per
aprirsi la strada a utili recensioni sul
Corriere della Sera.
Premio alla fedeltà che non si offre invece ad altri che per esempio,
sulla base di una nuova ricerca di archivio, hanno scoperto che – contro
la letteratura e saggistica dominanti sull’argomento – l’ultima
battaglia di Mattei fu contro Israele, poche settimane prima
l’espulsione di Cefis e pochi mesi prima l’attentato mortale di Bascapé.
Novità revisionistica, si direbbe, non indifferente ma sicuramente
fastidiosa quasi quanto le tesi irriverenti sul caso Moro dell’ex
Presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino.
Gli esempi potrebbero continuare, ma ci fermiamo qui per
concludere con una sola annotazione: che, cioè, sarebbe ora di
riflettere che un antifascismo
incapace di ragionare sugli eventi storici e che fa del negazionismo
olocaustico un mostro orripilante, e della decontestualizzazione
pansiana un crimine orribile anziché una riedizione monca di quanto già
sostenuto da Pavone circa il carattere di guerra civile della guerra di
liberazione italiana del 43-45; un
laicismo a metà, che non
vuole vedere gli orrori e gli effetti perversi del dogma olocaustico
sulla propria libertà d’azione militante; e un
marxismo che crede di
restar tale e “rivoluzionario” depennando dall’agenda dei suoi alleati
movimenti come Hezbollah e Hamas, o uno stato sovrano come l’Iran di
Ahmedimejad: questi antifascismo, laicismo e marxismo, rischiano di
essere alla fin fine solo tre forme di opportunismo politico, un
imbellettamento dei condizionamenti che si è costretti a subire giorno
dopo giorno forse a proprio vantaggio immediato (la sopravvivenza
politica), ma sicuramente a danno dei palestinesi e di chi è sotto il
tallone di ferro del sionismo in Medio Oriente e nel mondo. Come uscire
dall’impasse non so proprio – la situazione attuale è stata costruita in
lunghi anni - ma che parlare del problema sia il solo modo per far
tornare il movimento di solidarietà con i palestinesi e con i popoli ai
livelli di qualche anno fa, questo è per me certezza assoluta.
Istituto "Enrico Mattei"
di Alti Studi sul Vicino e Medio Oriente
Link originale :
http://www.claudiomoffa.it/
Link a questa
pagina :
http://www.terrasantalibera.org/Moffa-Hamas-MarxistiFiloSionisti.htm
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