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Anno III, Comunicato n.  , del   2008

 

 

Sul reato d’opinione

Maurizio Blondet

per www.effedieffe.com 28/05/2007

 

Il 27 marzo scorso la giustizia belga ha condannato a ben cinque anni per «terrorismo» Bahar Kimyongur, cittadino belga d'origine turca.
Il delitto di costui non consisteva in azioni, ma in parole.
Kimyongur teneva un'agenzia informativa dove esaltava la resistenza di popoli sotto occupazione, palestinesi, iracheni e afghani.
Inoltre, traduceva e pubblicava i comunicati del movimento turco DHKP-C, considerato terrorista.
Fatto impensabile da noi, ha preso le difese del giovane un personaggio famoso nel Paese: Jean Bricmont, docente di fisica teorica all'università cattolica di Lovanio.
Che ha scritto per il grande giornale Le Soir un commento («La pente glissante des lois anti-terroristes», 27 marzo) che è una appassionata e razionale difesa della libertà d'espressione, anche delle espressioni «estreme».
La brava giornalista Silvia Cattori ha intervistato Bricmont su questo tema per il Réseau Voltaire, a cui rimandiamo per una lettura integrale. (1)
Ci limiteremo qui a dire l'essenziale degli argomenti del professor Bricmont.
La principale «prova» contro Kimyongur che ha provocato la sua condanna  è stato un suo comunicato, dove il giovane in qualche modo giustificava un attentato avvenuto in Turchia e «mal riuscito», nel senso che aveva fatto vittime diverse da quelle prese di mira.
Replica di Bricmont: «Giustificare la violenza come 'necessaria' e scusare i 'danni collaterali' resta, checchè se ne pensi, un'opinione. Ed è tra l'altro un'opinione largamente diffusa da quelli che esaltano la politica americana e israeliana. Il fatto è che l'imputato è stato condannato senza essere stato accusato di aver partecipato ad azioni violente».
Gli è stato obiettato che le espressioni di Kimyongur erano orribili, violente e incivili.
«Per definizione», risponde Bricmont, «la censura è sempre esercitata da coloro che hanno il diritto di esprimersi e che lo impediscono ad altri. E in generale si giustifica la censura dicendo che non si possono lasciar pubblicare idee o frasi 'orribili'. Il problema è che è impossibile applicare questo proposito in modo imparziale, come esigono i principii del diritto».
«Basta percorrere una biblioteca dei classici del pensiero occidentale, dalla Bibbia ad Hegel per esempio, per trovare appelli all'assassinio e al genocidio, alla guerra santa, o testi di un razzismo straordinario. (2) Sfido i fautori della censura a trovare dei principii oggettivi su cui basarla. Tali principii, se applicati in modo imparziale, porterebbero alla chiusura delle nostre biblioteche. La verità è che nelle biblioteche ci sono testi 'canonizzati' (letteralmente nel caso della Bibbia) che non verranno censurati. I soli ad essere censurati saranno dunque gli autori oggi marginali; da qui si vede che la censura è sempre l'arma dei forti contro i deboli».

 

Come si vede, Bricmont non difende alcun relativismo di stampo radicaloide.
Sostiene che il diritto non può escogitare principii legali oggettivi per giudicare idee «orribili» e intollerabili.
Infatti, dice: «E' evidente che ci sono dei rischi nella libertà d'espressione. Ma tutta la storia della censura dimostra che questa comporta rischi peggiori. Il fine del diritto è il principio del male minore, non di instaurare la perfezione. Questa non è di questo mondo».
Dunque il cattolico Bricmont arriverebbe a riconoscere persino il diritto alla bestemmia?
Risposta: «Che questo diritto esista è evidente. Basta vedere il modo in cui le credenze dei musulmani, o dei cristiani 'fondamentalisti', vengono quotidianamente vilipese e derise. Questo è possibile perché costoro sono la parte debole. Al contrario, è pericoloso prendersi gioco di quella che si può chiamare la religione laica dell'Occidente, ossia che noi siamo buoni e dobbiamo intervenire dappertutto nel mondo, specie nelle nostre ex-colonie, per fermare i nuovi genocidi e i nuovi Hitler».
E a proposito delle vignette insultanti contro Maometto fatte passare come un'affermazione della libertà di pensiero (ma il suo discorso può valere per gli scritti della Fallaci o di Magdi Allam): «Anzitutto, va detto che delle caricature non sono argomenti, ed è un abuso farle passare per una 'critica alla religione'. Ma peggio, queste caricature stigmatizzano una comunità in quanto tale (e avevano manifestamente lo scopo di farla reagire, onde marginalizzarla un po' di più).
Poiché questa comunità è definita dalla sua religione, si usano contro di essa argomenti 'laici' per fingere di non essere razzisti. Ma resta il fatto che si tratta di una comunità umana.
Ora, uno dei grandi progressi culturali degli ultimi decenni è proprio che oggi è ritenuto incivile e maleducato deridere un gruppo umano in quanto tale: ciò vale per gli omosessuali, i negri, gli zingari e persino i belgi.
C'è gente che vuol tornare ai bei vecchi tempi di quando si potevano deridere apertamente i gruppi deboli, e ciò, per giunta, in nome del 'politicamente corretto'
».
«C'è gente in Francia che viene fatta tacere, che è perseguitata e marginalizzata, generalmente con l'accusa di antisemitismo (e non penso ai negazionisti, ma a gente come Edgard Morin e Pascal Boniface) (3): e in questi casi non si è sentita l'appassionata difesa delle 'libertà d'espressione' che è stata mobilitata per le vignette anti-islamiche».
«Quando Faurisson ha reso pubbliche le sue idee sulle camere a gas (sostiene che non esistevano), è stato sospeso dall'insegnamento e perseguito in vari modo. Allora circolò un appello a difesa del suo diritto di esprimersi, firmata da 500 persone fra cui Noam Chomsky. Questa petizione era neutrale rispetto alle affermazioni di Faurisson. Vidal Naquest [uno storico e militante ebreo-francese] attaccò Chomsky giudicando la sua firma  un appoggio 'scandaloso' al negazionismo. Ma quando si difende la libertà di espressione di qualcuno, si lascia da parte il contenuto dei testi incriminati. Difendere il diritto ad esprimere un'opinione non significa giudicare quell'opinione come buona».

 

Ancora una volta, come si vede, Bricmont usa un argomento da filosofia del diritto.
La sua tesi di fondo è che la censura non ha fondamento giuridico: esso è uno strumento usato da chi ha il potere (di parlare, come minimo) per far tacere chi non ce l'ha.
Socraticamente, dai «forti» contro i «deboli».
«Quando si vuole eliminare qualcuno dal dibattito, lo si bolla come 'stalinista', 'antisemita', 'negazionista', 'rosso-bruno'»…
Vi si può accusare anche di aver incontrato qualcuno che è negazionista o antisemita.
Ciò si fa generalmente nel nome della «vigilanza» contro il «fascismo».
Ma evidentemente questa vigilanza si esprime con molta minor forza quando un uomo politico israeliano - come Avigdor Lieberman - pronuncia dichiarazioni chiaramente fasciste e razziste, e invoca la pulizia etnica…
Le cose su cui veniamo invitati ad indignarci sono le frasette di Le Pen, che contrariamente a Lieberman, è lontano dal possedere un qualche potere, e soprattutto armi di distruzioni di massa.
Infine sulla Legge Gayssot, il modello di tutte le leggi contro il negazionismo varate in Europa, compresa la legge Mancino e la legge Mastella: «Il senso della legge Gayssot non viene in primo luogo dal suo contenuto - il divieto di mettere in questione certi aspetti del processo di Norimberga - ma dalla sua semplice esistenza. E' una legge che va contro tutti i principii del diritto. E' una vera 'lettre de cachet' (mandato d'arresto in bianco), un regresso giuridico di parecchi secoli.
Per la sua semplice esistenza, questa legge subordina la libertà d'espressione e di pensiero alle istituzioni giuridiche che la applicano e ai gruppi che esigono la sua applicazione. Una volta ammesso tale principio, è grande il rischio di vedere estesa la sua applicazione ben al di là del suo oggetto originario, Norimberga. Infine, essa esercita una sottile intimidazione, mostrando la forza dei gruppi di pressione sionisti che non esitano a identificare ogni critica ad Israele con 'antisemitismo' e di conseguenza con la negazione della 'soluzione finale'. E' un segnale indiretto, volto a segnalare che la difesa dei diritti dei palestinesi rischia di trovarsi di fronte gruppi di pressione capaci di distruggere la reputazione e anche le carriere dei loro avversari, senza parlare delle persecuzioni giudiziarie più o meno arbitrarie, anche se chi difende i diritti dei palestinesi accetta integralmente la sentenza di Norimberga
».

 

Ancora: «La lotta contro l'antisemitismo viene condotta oggi come la 'lotta all'anticomunismo' nelle dittature dell'Est. Ossia: invece di dibattere e argomentare, si intimidisce, si impone di tacere, si trascina gente davanti ai tribunali. Tutto questo funziona per un po'. Ma tutti coloro che hanno studiato la storia delle monarchie assolute, delle religioni di Stato o dei partiti unici dubiteranno del successo duraturo di una simile strategia. Bisognerebbe ascoltare non solo quello che si dice pubblicamente, ma quel che si dice in privato, nelle strade e nei bar, e questo nessuno lo può controllare. Strumentalizzare la 'lotta all'antisemitismo' per proteggere Israele è doppiamente criminale: per i palestinesi da una parte, ma anche per la gente di origine ebraica, che rischia di restare vittima di questa strategia. […] E' un triste omaggio alle vittime della soluzione finale aver creato una situazione dove il monopolio della difesa della libertà d'espressione è lasciato ai 'fascisti' come Le Pen».
«C'è un problema più profondo con questa legge, ossia - tra i suoi effetti - il rifiuto di dibattere con X o Y perché sarebbero 'fascisti', 'antisemiti', 'giustificanti l'ingiustificabile', eccetera. L'argomento è che, se si parla col nemico, lo si 'legittima'. Ma è evidentemente quando si dibatte con gli avversari, non con gli amici, che si è obbligati ad affinare i propri argomenti e a volte a rivederli… non si discute con Le Pen per non legittimarlo.
Ma agli occhi di chi? Rappresenta il 20% dei francesi
».

Maurizio Blondet


Note
1) Silvia Cattori, «La loy Gayssot est une régression juridique de plusieurs siècles», Réseau Voltaire, 16 maggio 2007.
2) Bricmont cita questo passo di Hegel come esempio: «Il negro rappresenta l'uomo naturale in tutta la sua barbarie e la sua indisciplina. Per comprendere, dobbiamo abbandonare tutte le nostre concezioni europee. Non dobbiamo pensare né a un Dio personale né a una legge morale, dobbiamo spogliarci da ogni spirito di rispetto e moralità, da tutto ciò che chiamiamo sentimento, se vogliamo cogliere la sua natura [del negro]… Nel suo carattere non si può trovare niente che si accordi all'umano». (Georg W. F. Hegel : «La raison dans l'histoire. Introduction à la philosophie de l'histoire», traduction nouvelle, introduction et notes par Kostas Papaioannou, Paris, Édition 10/18, 1965, pagine 234 e 251).
3) Lo storico ebreo Edgar Morin è stato condannato da un tribunale di Versailles nel 2004 per «diffamazione razziale verso il popolo ebraico». Pascal Boniface è docente di diritto internazionale e capo dell'IRIS (Istituto di studi Internazionali e Strategici). Nel 2004 è stato perseguito per «antisemitismo», per aver criticato aspramente le atrocità di Israele contro i palestinesi.


Fonte : www.effedieffe.com  

 

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