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Intellettuali ebrei: pagati dal governo
di Maurizio Blondet per
www.effedieffe.com
28 luglio 2008

I nomi sono famosi a livello internazionale: Amos Oz, David
Grossman, tanto per farne due. Sono gli intellettuali ebrei di
mente aperta, sempre invitati alle mostre del libro, sempre in
viaggio da un festival della cultura all’altro. Gente di
talento, senza dubbio. Autori di romanzi, saggi, musiche,
pieces teatrali. Appena sbarcano - a Torino, a Milano, a
Parigi, dovunque nella vecchia Europa - vengono intervistati
devotamente, e gli intervistatori si beano del loro
progressismo.
Essi parlano infatti della pace, e della necessità della
comprensione fra i popoli. Si permettono di criticare persino
l’occupazione. Si dichiarano contrari alla penultima guerra di
Israele (all’ultima no: questa è diversa, è in gioco
l’esistenza stessa, mio figlio è caduto in mimetica...). E lì,
alle mostre e ai festival della poesia, dei libri e della
bellezza, vendono la loro mercanzia: firmano le copie del loro
ultimo romanzo, esibiscono i loro film che vengono
immancabilmente premiati (come ci spiega il critico di turno
di Repubblica o del Corriere) per il «messaggio di pace» che
contengono, smerciano i loro CD e firmano contratti per
rappresentare le loro opere teatrali.
Nessuno sa che essi stanno lavorando per lo Stato di
Israele.Obbligati sotto contratto a «contribuire a diffondere
una buona immagine» di Sion. Lo ha scoperto un poeta
israeliano, Ytzhak Laor, che ne ha scritto su Haaretz (1).
A Laor accade questo: invitato al festival della poesia di
Barcellona, il suo invito viene poi misteriosamente cancellato
«per ragioni di budget». Può partecipare, ma il viaggio
bisogna che se lo paghi di tasca sua. Sicchè, quando gli
giunge l’invito al festival della poesia di Sidney, Laor
chiede prudentemente ai suoi ospiti australiani: cosa fate per
le spese di viaggio? Niente paura, gli rispondono quelli:
l’anno scorso abbiamo invitato l’altro vostro celebre poeta,
Ronny Somech, e il volo glielo ha pagato il ministero degli
Esteri israeliano. E sì che Somech ha parlato un sacco di pace
e di coesistenza. Quindi chiederemo noi al vostro ministero...
A farla breve, anche l’invito di Sidney viene poi cancellato.
Laor, punto sul vivo, si chiede: come mai il ministero, che
paga i viaggi a Somech, non li paga per me? Fa una discreta
inchiesta, e alla fine gli arriva a casa - da una fonte che
preferisce non nominare - il contratto segreto che lo Stato fa
firmare agli artisti, come condizione per coprire le spese.
Contratto che a lui non è stato mai nemmeno sottoposto,
evidentemente perchè non parla di pace e coesistenza in modo
soddisfacente. E’ un lungo e barboso contratto in burocratese,
per la cui lettura integrale si rimanda ad Haaretz.
Le clausole che contano sono quelle in cui l’artista (definito
«service provider», fornitore del servizio) si promette non
solo il pagamento di biglietti aerei, ristoranti e alberghi,
ma anche gli «emolumenti artistici» del caso, però a precise
condizioni, come risultano al paragrafo 5: «Il fornitore del
servizio si impegna ad agire fedelmente, sotto la propria
responsabilità e infaticabilmente (sic) per fornire al
Ministero i più alti servizi professionali. Il fornitore del
servizio prende atto che lo scopo della richiesta dei suoi
servigi è promuovere gli interessi politici dello Stato di
Israele attraverso la cultura e l’arte, in ciò essendo
compreso il contribuire a creare una immagine positiva per
Israele». «Il fornitore del servizio non dovrà presentarsi
come agente, emissario, e/o rappresentante del Ministero». «Il
fornitore del servizio deve anche fornire al Ministero un
dettagliato rapporto sui servizi da lui forniti, includendovi
campioni e prove» (immagino, ritagli di giornale sugli
interventi dell’artista all’estero, come prove della
favorevole immagine che ha diffuso).
Infine, al paragrafo 15, la chiara minaccia: «Il Ministero ha
il diritto di annullare il contratto, o parte di esso, in via
immediata e a totale discrezione del Ministero, se il
fornitore del servizio non fornisce al Ministero i servizi e/o
non adempie agli obblighi in cui è impegnato in base a questo
contratto, e/o li fornisce in modo inadeguato e/o con piena
soddisfazione del Ministero, e/o esce dalla tabella di marcia
(timetable), e/o se il Ministero non abbisogna del servizio
(...) e il fornitore del servizio non avanzerà alcuna pretesa,
richiesta o azione legale basata sull’annullamento del
contratto da parte del Ministero».
Insomma, il libero artista israeliano - se vuole partecipare
ai festival culturali all’estero - non solo si impegna a
propagandare la linea politica israeliana; non solo a
dissimulare la sua condizione di «agente ed emissario»; ma è
anche tenuto, al ritorno, a fare un rapporto al Ministero per
comprovare la sua «utilità». E se fa il furbo e dice qualcosa
di sgradito, il Ministero degli Esteri gli annulla il
contratto di «fornitore» di propaganda, e il volo Tel
Aviv-Sidney-Tel Aviv se lo deve sborsare di tasca sua.
Non sembra proprio un contratto da «unica democrazia del
Medio Oriente». Al contrario, somiglia in modo agghiacciante
agli impegni che dovevano firmare al KGB i letterati sovietici
di regime per ottenere il sospirato viaggio all’estero, la
boccata d’aria fuori dal paradiso dei lavoratori; compreso
l’obbligo, al ritorno, di «riferire».
«E’ importante capire», scrive inoltre Laor, «che l’ambasciata
e l’addetto culturale (israeliano) determinano il valore di
ciascun artista e di quanto larga e favorevole audience
ciascuno è in grado di attrarre. Questo a sua volta determina
il valore dell’hotel (in cui sarà ospitato), dei voli, e
naturalmente dell’onorario artistico spettantegli».
Sono sicuro che Amos Oz e David Grossman scendono
invariabilmente in alberghi a cinque stelle. Ytzak Laor non
può nemmeno andare a Barcellona in pensione-famiglia: quanto
guadagna infatti un poeta? Dipende.
Dipende se l’Istituto (statale) per la Traduzione della
Letteratura Ebraica sceglie di tradurre le sue poesie o no, in
modo da farle conoscere in inglese ed altre lingue ad ampia
diffusione. Ma anche la traduzione non basta: per promuovere
le vendite e le critiche e gli articoli sui giornali
stranieri, bisogna fare la tournée a Parigi, a Londra e a
Roma, firmare copie, farsi fotografare e rilasciare interviste
(su pace e convivenza) per le pagine culturali del Corriere o
di Le Monde. E per i viaggi, anche l’Istituto di Traduzione
non può che rimandare al Ministero degli Esteri; e
precisamente alla sua Division for Cultural and Scientific
Affairs (DCSA).
Gli organizzatori dei festival culturali, conclude Laor, «sono
convinti, nella loro innocenza, che questa Divisione sia
qualcosa di equivalente al Goethe Institute tedesco, alla
Società Dante Alighieri italiana o alla Alliance Française
parigina (istituti che promuovono le rispettive culture
nazionali). Non è questo il caso». Si tratta della Stasi
israeliana, o della branca «culturale» del Mossad.
Così, oltre ai suoi kidon (le squadre di assassinio
all’estero), ai suoi sayanim (ebrei residenti all’estero che
collaborano volontariamente alle operazioni, siano spionaggio,
assassinio o disinformazione e propaganda), ha anche i suoi
«artisti» in missione segreta a contratto. I soli che vengono
promossi e di cui possiamo sentire la «calda voce umanitaria».
Forse si ricorderà che qualche mese fa alla Fiera del Libro di
Torino con ospite d’onore Israele, alcuni intellettuali arabi
(ed anche italiani) ne proposero il boicottaggio, data
l’oppressione che Sion continua ad esercitare sui palestinesi.
Altissime voci si levarono a biasimare «l’intolleranza», a
proclamare che la «cultura» non può obbedire a «censure» e a
«intimidazioni», eccetera, eccetera.
Alla luce di quel che ha rivelato Laor, ci si dovrebbe
chiedere se il boicottaggio della «cultura israeliana» e dei
suoi famosi «agenti culturali» non sia invece il solo modo di
liberare gli artisti, scrittori e poeti dal guinzaglio del
loro regime.
1) Ytzhak Laor, «Putting out a contract on art»,
Haaretz, 25 luglio 2008. In occasione della Fiera del Libro di
Torino, e delle polemiche che ne sono nate, Laor ha scritto la
seguente lettera aperta: « (...) Il nostro problema qui, in
quanto israeliani contro l’occupazione, è un problema concreto
con i nostri vicini concreti, quelli che tornano a casa dopo
avere prestato servizio ai blocchi stradali e avere trattato
esseri umani come animali: diventano fascisti attraverso la
pratica - ossia attraverso il servizio militare - e solo poi
fascisti ideologicamente. Questo non preoccupa la sinistra
filo-israeliana in Italia. Tu sostieni che la sinistra
italiana non avrebbe trattato un boicottaggio del Sudafrica
nel modo in cui sta trattando qualunque proposta di
boicottaggio di Israele. Ma la cosa è più semplice: pensa alla
sinistra italiana durante la prima guerra del Libano e
paragonala alla sua posizione attuale. Non è l’occupazione a
aver cambiato natura. è l’Europa occidentale che è cambiata,
che è tornata al suo vecchio modo di guardare i non-europei
con odio e disprezzo. Nell’immaginario della sinistra
italiana, i palestinesi hanno perso lo ‘status’ simbolico di
cui godevano un tempo (la kefia al collo di decine di migliaia
di giovani italiani, ad esempio) e sono passati
nell’hinterland dell’Europa: dove gli americani possono fare
quello che vogliono, e l’avida Europa, come sempre, si schiera
dalla parte dei più forti. I palestinesi sono ancora una volta
solo degli arabi che sanguinano, e il sangue arabo - proprio
come in passato il sangue ebraico - vale poco. Si potrebbe
riassumere il cinismo dell’attuale scena italiana citando
Giorgio Napolitano, quando ha fatto riferimento a una vecchia
discussione che ebbe nel 1982 a Torino con l’allora comunista
Giuliano Ferrara. Riflettendo sulla posizione del PCI sul
massacro di Sabra e Shatila, Napolitano, che sarebbe poi
diventato Presidente, ha detto: ‘Per quanto riguarda una
determinata persona (Giuliano Ferrara), ricordo solo che egli
si faceva promotore di una causa (la causa palestinese nel
1982) che nel Partito godeva di una qualche popolarità, ma che
non ci avvicinava per nulla alla presa del potere’.
Machiavelli avrebbe dovuto incontrare sia Ferrara che il
presidente italiano per un drink sui fiumi di sangue
palestinese. Ma il cambiamento di posizione della sinistra
italiana ha molto poco a che vedere con la propaganda
israeliana, anche se la Fiera del libro di Torino rientra
anch’essa nella propaganda israeliana. Concentriamoci per un
momento su questa fiera, a titolo di esempio. Abbiamo a che
fare con la Cultura, che è sempre la ‘coesistenza’ di affari
(delle case editrici, ad esempio) con il razzismo implicito
degli ‘amanti della Cultura’, cultura che è sempre puramente
occidentale (cristiana o ‘secolare’). Gli israeliani in questo
contesto sono gli ‘eredi della buona vecchia Europa’, mentre
gli arabi, naturalmente, non sono ammessi in questa cultura.
In breve, la xenofobia italiana ha anche un volto umano: la
Fiera del libro di Torino. Il nostro Stato, che da 41 anni sta
privando un’intera nazione di qualunque diritto se non quello
di emigrare, viene celebrato dalla Cultura. Bene, questa è
l’Europa - dopo tutto, la stessa Europa che noi e i nostri
genitori abbiamo conosciuto: la Cultura è sempre stata la
cultura dei Padroni. Il dibattito sulla Fiera del libro può
dimostrare come la sinistra, un tempo la più sensibile
d’Europa verso la causa palestinese, sia diventata la più
cinica sinistra filo-israeliana». Laor ha pubblicato un saggio
dal titolo: «Il nuovo filosemitismo europeo».
Fonte :
http://www.effedieffe.com/content/view/4016/176/
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