|
Contro i fanatici ebraici che li picchiano e li
insultano ogni giorno, i palestinesi che vivono
presso l’insediamento di Kyriat Arba hanno trovato
trovato una difesa: la TV camera
(1).
«Me la porto sempre dietro», dice Bassam
al-Jaabari, povero calzolaio che ha dovuto mettere
grate alla finestra della sua botteguccia, «è il
solo modo per trattenerli dal tirarmi pietre».
Siamo ad Hebron, città del tutto palestinese.
Ma a un centinaio di metri dalla bottega del
calzolaio sono venuti ad abitare da un anno, in un
palazzotto di tre piani, famiglie di «coloni»
talmudici che dicono di aver comprato l’immobile.
Da allora, le angherie e le violenze sono
quotidiane. Le donne vengono insultate e
aggredite, e così i bambini quando vanno a
scuola.
Volontari di B’Tselem, il benemerito gruppo
ebraico che difende i diritti umani, da tempo
scortano i bambini a scuola. Ma non basta a
trattenere i violenti. Così, B’Tselem ha
distribuito un centinaio di piccole telecamere ad
altrettante famiglie palestinesi. «I coloni
rendono la vita impossibile agli arabi», dice Issa
Amro, la responsabile del gruppo umanitario per
Hebron: «Ma se vedono che sono ripresi, ci pensano
due volte».
Tutto è cominciato per caso. Nel marzo scorso
varie TV internazionali, fra cui la BBC, hanno
mandato in onda la scena disgustosa di una ebrea
che lanciava insulti ad un gruppo di donne
palestinesi. «La scena ha provocato reazioni in
ogni parte del mondo; abbiamo capito che la cosa
poteva avere un effetto deterrente, e anche di
documentazione, per eventi che altrimenti sono
invisibili e la cui veridicità è difficile da
documentare», dice Oren Yacokovobich, un altro
esponente di B’Tselem.
Quando un palestinese denuncia di aver subito
aggressioni da coloni ebraici, spiega il
giornalista Khalid Amayreh, «gli viene richiesto
di fornire prove impossibili, come i nomi degli
autori e il numero delle loro carte d’identità.
Alla fine le denunce vengono catalogate ‘contro
ignoti’ e finiscono in archivio. I tribunali
ebraici non se ne occupano. Quando poi i
palestinesi denunciano danni alle loro proprietà,
la polizia israeliana esige che le vittime provino
oltre ogni dubbio che il danno è stato fatto da
ebrei e non auto-inflitto. Gli ebrei sono ritenuti
innocenti per principio»
(2).
Ma la polizia si sente obbligata a intervenire
quando le angherie fanno il giro del mondo in
video.
Due settimane fa la BBC ha diffuso il video che
mostrava un vecchio pastore palestinese e sua
moglie duramente picchiati dai «coloni» ebraici a
bastonate. La settimana scorsa due degli
aggressori che apparivano nel video sono stati
arrestati. La moglie del pastore, Thamam al-Nawaja
di 58 anni, è stata anche intervistata dalla BBC
in ospedale dove era ricoverata per le ferite
subìte, insieme al marito settantenne. «I coloni
sono venuti e ci hanno dato dieci minuti per
sloggiare dalla nostra terra», ha raccontato, «noi
abbiamo rifiutato e loro ci hanno bastonato». Lei
ha un braccio e uno zigomo fratturato, suo marito
anche più fratture.

Il gruppo dei fanatici appartiene alla setta del
rabbino estremista Meir Kahane; da lì uscì quel
Baruk Goldstein che nel 1994 massacrò da solo, col
suo mitragliatore, 29 arabi in preghiera alle
tombe dei Patriarchi - sito archeologico e
religioso da cui i fanatici del Talmud vogliono
escludere i musulmani.
Il portavoce del gruppo, David Wilber, ha detto
che le riprese video mandate in onda dalla BBC
sono false: «Oggi è facile falsificare un video. E
inoltre, i video non mostrano quello che è
avvenuto appena prima. Forse quel che è stato
filmato era la reazione ad una provocazione».
B’Tselem ha documentato direttamente e denunciato
alla polizia sionista 47 casi di aggressione
fisica, pestaggi, calci, lanci di pietre e persino
sparatorie dei coloni contro i palestinesi. «Sono
solo una piccola parte dei delitti commessi
impunemente dai coloni», dicono al gruppo.
Il giornalista Amayreh spiega: «Questi
comportamenti delinquenziali sono il risultato
dell’indottrinamento ideologico dei coloni, per
loro i non-ebrei in generale, e i palestinesi in
particolare, sono non-umani. Il rabbino Abraham
Kook, il padre spirituale del sionismo (fu il
primo rabbino d’Israele negli anni ‘30, ndr) ha
scritto che ‘la differenza fra un’anima ebrea e le
anime dei non-ebrei è più grande della differenza
fra un’anima umana e quella del bestiame’».

Lo ha testimoniato anche Mustafa Shavar, docente
universitario palestinese che da quattro anni è
detenuto nel carcere di Kitziot senza capo
d’accusa. Ha più volte chiesto al giudice militare
(Kitziot è sotto la giurisdizione di Tsahal) di
sapere quale era il reato per cui si trovava in
galera, se non altro perchè evitasse di
commetterlo di nuovo quando liberato.
«Il giudice mi ha risposto che non mi avrebbe
concesso il privilegio di conoscere il motivo
della mia detenzione perchè, ha detto
letteralmente, gli ebrei sono i padroni e i
non-ebrei sono i loro schiavi, e il popolo eletto
non ha alcuna obbligazione morale o legale di
spiegare agli inferiori perchè sono maltrattati».
Le violenze di questo tipo sono in crescita negli
ultimi mesi.
Denunciano l’intensificarsi delle aggressioni
anche gli «ebrei messianici», una setta di
diecimila persone che vivono in Israele (molti
vengono dalla California, sono i «Jews for Jesus»)
che seguono la legge ebraica ma credono che Gesù
sia il Messia
(3).
Il 20 marzo scorso un pacchetto recapitato per
posta ad una di queste famiglie, la famiglia
Ortiz, è esploso tra le mani del figlio
quindicenne, Ami, sfracellandogli entrambi i
pollici e rovinandogli l’udito in modo permanente.
La famiglia Ortiz era stata «segnalata» come
bersaglio da un volantino anonimo, distribuito fra
gli ebrei ortodossi della zona, che mostrava le
foto dei membri della famiglia e ne indicava
l’esatto indirizzo.
Nell’ottobre dell’anno scorso, una chiesa battista
americana, dove gli ebrei messianici si riuniscono
a pregare a Gerusalemme, è stata incendiata. E un
mese fa, a maggio, nella cittadina di Yehuda, c’è
stato il rogo dei libri cristiani ordinato dal
fanatico vicesindac Uri Aharon. Le angherie, i
lanci di pietre e gli sputi sono all’ordine del
giorno.
La campagna di violenze è opera, si sospetta,
dell’organizzazione ultra-ortodossa Yad Leahim. Il
suo rabbino, Shlomo Dov Lifschitz, ha dichiarato:
«Questi (ebrei messianici) provocano... è un
miracolo che non accada di peggio». Questi
comportamenti sono ben noti agli enti
internazionali di soccorso.
Si apprende infatti che l’UNICEF, la branca
dell’ONU che assiste i bambini sfavoriti nel
mondo, ha rifiutato la donazione di un ricco
ebreo, in quanto questi finanzia anche gli
insediamenti ebraici in Cisgiordania, che l’ONU
dichiara illegali (4). L’ebreo è il miliardario
Lev Leviev, un «oligarca» russo, gran trafficante
in diamanti, riparato in Sion dove sta a capo di
una miriade di imprese; una di queste, la Danya
Cebus, ha costruito parecchi insediamenti nei
territori occupati.

1)
Sarah Yeivin, «Cameras help palestinians ‘shoot
back’ at violent settlers», AFP, 20 giugno 2008.
2)
Khalid Amayreh, «Hilter youth in the West Bank»,
Window into Palestine, 16 giugno 2008.
3)
«Tiny community of messianic Jews under increased
threat», Haaretz, 20 giugno 2008.
4)
«UNICEF severs ties with Israeli mogul over
settlement building», Haaretz, 21 giugno 2008. |