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GERUSALEMME:
Gli abitanti di Silwan, quartiere arabo di Gerusalemme,
hanno notato le crepe sui muri
delle loro case, qualche calcinaccio caduto: e così
hanno scoperto che gli «archeologi di Geova» erano di
nuovo al lavoro nel sottosuolo, sotto i loro piedi.
«Questi lavori minacciano di far crollare le nostre
case», dice Fakhri Abu Diab, capo del comitato per la
difesa di Silwan: «Ancora una volta, nessuno s’è degnato
di avvertirci, né di farci vedere
i permessi. I coloni agiscono come se noi non
esistessimo».
Sì, perché gli archeologi dediti agli scavi nel
sottosuolo di Silwan, ricco di storia e di resti
antichi, non sono veramente archeologi.
Sono, spiega testualmente Le Monde, membri della
«associazione Elad, un gruppo di coloni fondamentalisti,
a cui il Servizio Israeliano delle Antichità ha concesso
il terreno (altrui) e chi
da allora è diventato maestro nell’arte di
strumentalizzare il sottosuolo di Gerusalemme a fini
politici. Nel giro di una ventina d’anni, a forza di
persecuzioni giuridiche, falsificazione
di documenti e reclutamento di collaboratori, Elad è
riuscita a impadronirsi di oltre 50 abitazioni nel
centro di Silwan»
(1).
Questi «archeologi» sono interessati soprattutto agli
antichi tunnel di cui è traforato il sottosuolo della
città.
Secondo il «Comitato israeliano contro le demolizioni di
case», uno dei gruppi ebraici che cerca
di aiutare i palestinesi in questo frangente, Elad vuole
collegare il tunnel detto di Ezechia (che fa parte di un
parco-percorso archeologico visitabile) con un’altra
antichissima galleria, attualmente murata, perché porta
proprio sotto la verticale della moschea di Al Aqsa.
Ossia il luogo più santo per l’Islam fuori dalla Mecca.
Ora, da decenni potenti e ben finanziati gruppi di
zeloti ebraici tentano di far crollare o esplodere
la moschea di Al Aqsa, perché su quel luogo - dove
ritengono fosse il «Santo dei Santi», il luogo interno
dell’antico tempio ebraico dove avveniva il sacrificio
dell’agnello pasquale - vogliono far sorgere il terzo
Tempio.
Ci sono stati in passato progetti, a malapena sventati,
di portare tonnellate di esplosivo sotto
Al Aqsa attraverso quelle gallerie.
Nel 1996, il governo Netanyahu autorizzò l’apertura di
un tunnel sotto la spianata delle moschee (Monte del
Tempio per gli ebrei): in difesa di Al Aqsa, i
palestinesi provocarono una sommossa che la polizia
israeliana sedò a mitragliate: oltre 70 palestinesi
uccisi, e 17 ebrei.
Negli anni, lo Stato sionista è diventato sempre meno
laico e sempre più corrivo coi fanatici che vogliono
ricostruire il Tempio, distruggendo la moschea.
Il pericolo si avvicina, per i palestinesi.
Meir Margalit, il capo del Comitato israeliani contro le
demolizioni, spiega: «questi cosiddetti archeologi
dell’Elad sono individui impregnati di una ideologia
messianica; immaginano che
il Terzo Tempio scenderà dal cielo schiacciando e
distruggendo la moschea. Basta che i palestinesi sentano
ancora una volta che la moschea è in pericolo, per far
scoppiare una nuova esplosione popolare. E i peggio è
che il governo non tiene a freno quei pericolosi
fanatici».
Lungi dal tenere a freno, come abbiamo visto, il regime
sionista ha dato agli zeloti di Elad lo status di
«archeologi», autorizzando i loro scavi che, oltre a
rendere pericolanti le case palestinesi, mirano ad
avvicinarsi ad Al Aqsa dal disotto.
La complicità fra Elad e i servizi di sicurezza
israeliani è più che evidente.
Il 10 febbraio scorso quattro palestinesi hanno fatto
ricorso alla Corte Suprema contro gli scavi che
avvengono sotto i loro pavimenti; immediatamente sono
stati arrestati dalla polizia giudaica
con l’accusa di aver «danneggiato il cantiere
archeologico».
Poco prima altri due palestinesi, dopo aver presentato
una denuncia al commissariato per gli scavi abusivi,
sono stati arrestati con l’accusa di «violenza».
Persino Yossi Beilin, il deputato israeliano del partito
Meretz (di sinistra e pacifista), avendo chiesto di
poter visitare gli scavi, s’è visto rifiutare il
permesso dalle Belle Arti israeliane.
Le Monde ha cercato di contattare le Belle Arti, il
Dipartimento dei Parchi Nazionali e lo stesso gruppo
Elad: nessuno ha voluto dare spiegazioni, ciascuno
rimandando all’altro la responsabilità
dei lavori.
Reticenza, dispetto: cosa vogliono sapere questi goym?
«E’ sempre così», sospira Margalit, il capo del
Comitato: «Sempre la stessa storia. Il governo fa fare
il lavoro sporco ai coloni fanatici, e chiude tutt’e due
gli occhi. E tutti tacciono».
Scava scava, vecchia talpa.
Fino all’Apocalisse.
Quando si rivelerà «l’uomo d’iniquità, colui che
s’oppone e s’innalza su tutto ciò che è chiamato Dio o è
oggetto di culto, fino a sedersi egli stesso nel Tempio
di Dio, dichiarando Dio se stesso» (San Paolo, II
Tessalonicesi, 2, 4-5).
La distruzione della moschea Al Aqsa sarebbe un
sacrilegio per l’Islam.
Ma la ricostruzione del Tempio e la ripetizione del rito
dell’agnello - ciò a cui puntano i fanatici, per
«riattivare» la loro religione rimasta senza rito
sacramentale - sarebbe una bestemmia inaudita anche per
i cristiani: per i quali l’ultimo Agnello è stato
sacrificato duemila anni fa, ed ora si adora non su un
monte, ma «in Spirito e verità».
Può entrare in questo discorso anche una notizia solo
apparentemente senza rapporto con esso.
La comunità ebraica di Budapest ha dato mandato
all’avvocato Peter Wolz per reclamare, a nome dei
sopravvissuti di Auschwitz, 40 miliardi di dollari di
danni al governo americano
(2).
Ma come?
Gli USA non sono colpevoli dell’olocausto, anzi hanno
combattuto i nazisti…
Si, replica Wolz a nome dei suoi clienti: ma l’America
non ha fatto abbastanza per gli ebrei.
Non lo ha ammesso lo stesso presidente Bush, nella sua
recente visita a Vad Yashem in Israele? «Avremmo dovuto
bombardare Auschwitz», ha detto, e poi (su suggerimento
della Rice) ha precisato: «Voglio dire, dovevamo
bombardare nel ‘44 le ferrovie e i ponti che portavano
gli ebrei ad Auschwitz».
Gli ebrei ungheresi l’hanno preso in parola.
Hanno calcolato che se avessero bombardato le ferrovie,
gli americani avrebbero salvato 400 mila ebrei in più.
Fatti due conti sul costo di ogni vita ebrea non salvata
per omissione di bombe, la comunità ebreo-ungherese
(quella da cui viene George Soros), ha presentato il
conto: americani, pagate 40 miliardi di dollari; e
pentitevi, voi complici della Soah.
Evidentemente, è una prova di onnipotenza e arbitrio,
praticamente divina.
Solo chi si sente Dio può agire così: tutti colpevoli,
tutti davanti al tribunale supremo, nessun innocente
tranne il popolo divino.
La causa pende alla corte federale di Colombia,
Washington.
1)
Benjamin Barthe, «Fouilles archeologiques, outil
politique des colons de Jérusalem», Le Monde, 20
febbraio 2008.
2)
Anna Bystroem, «Hungarian Jews called to register for
class action», Budapest Sun, 13 febbraio 2008.
«Düsseldorf-based Wolz says he has already filed a class
action for $40 billion against the US government at the
Federal District court of Colombia, in Washington DC.
The class action concerns the failure of the Allies to
bomb the railway bridges between Hungary and Auschwitz
during the Second World War. Wolz believes the bombing
of the railway bridges could have saved more than
400,000 Hungarian Jews life during 1944. He put the
number of Budapest Jews who escaped the Holocaust -
people like financier George Soros and the late
Congressman Tom Lantos - at about 120,000 only».
http://www.effedieffe.com/content/view/2088/167/
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