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Origine degli ebrei
Maurizio Blondet
per
www.effedieffe.com
09/12/2007
Il lettore A. B. mi sollecita un commento
a
proposito di un testo, «La cospirazione di
Tutankhamon», di Andrew Collins e Chris
Ogilvie-Herard, che si riferisce a presunti documenti,
trovati nella tomba di Tutankhamon e poi trafugati e che
spiegherebbero l'origine egizia del monoteismo ebraico.
«Con
l'avvento del faraone eretico Amenofi IV
(rinominatosi Akhenaton), la minoranza Hyksos si
convertì al culto monoteista di Aton, seguendo la sorte
del suo breve regno. Cosa accadde dopo la caduta di
Akhenaton ancora oggi non è chiaro, poiché i regnanti
che gli succedettero ne cancellarono ogni traccia dalla
storia.
L'esodo biblico appare quindi inequivocabilmente
connesso alle vicende del faraone eretico Akhenaton
(le uniche idonee a garantirne un fondamento storico),
il quale instaurò una nuova fede monoteista dedita al
culto dell'ineffabile Dio Aton».
Cosa commentare?
Anzitutto la storia è niente affatto nuova: è parso
evidente a molti studiosi che il culto dell'unico dio
solare promosso da Ahkenaton (padre di Tutankamon) abbia
in qualche modo influenzato il monoteismo di Mosè.
E che costui fosse di cultura egizia lo suggerisce il
suo nome, essendo la radice «- moses»
o «- mosis» molto presente in Egitto (Tutmosis, nome di
faraone, ecc.).
In questo non c'è nulla di strano: l'Egitto era la
potenza culturale più prestigiosa dell'epoca,
di grandissima influenza e autorità in ragione della sua
stessa antichità.
L'intero Antico Testamento pare del resto un'eclettica
compilazione di miti e leggende dell'area
egizio-mesopotamica.
Il
culto solare di Akhenaton (poi cancellato dai sacerdoti
dei vari templi politeisti egizi, ostili a quel
dio-concorrente che riduceva le offerte agli dei
ippopotamo, falco, iena, scimmia, eccetera) aveva
tuttavia una carattere che manca nel monoteismo ebraico:
l'universalità.
Non dimentichiamo che il Dio ebraico è un dio nazionale
esclusivo.
Resto inoltre alquanto scettico davanti a «rivelazioni»
che sarebbero contenute in testi che ci assicurano
esistere, ma che sono stati nascosti, e che dunque non
si possono leggere: è il livello di scientificità di Dan
Brown.
In attesa che questi documenti vengano fuori, mi attengo
alle ricerche accuratissime dell'archeologo-capo di
Israele, Israel Finkelstein.
Egli ha cercato per decenni le conferme del racconto
biblico sul terreno, e non le ha trovate.
Ha trovato invece che: non ci fu alcun «esodo», e
nessuna popolazione arrivò da fuori in Palestina;
gli «ebrei» furono popolazioni locali che si distinsero
a poco a poco dai loro prossimi, abitanti negli stessi
villaggi, adottando usi alimentari ebraici (smisero di
mangiare carne di maiale, ad esempio), evidentemente per
impulso religioso.
Finkelstein ha trovato che le città presuntuosamente
«conquistate» dagli ebrei sotto il comando di Mosè, come
Gerico, non esistevano nel periodo indicato come quello
dell'Esodo.
Ha mostrato che era impossibile traversare il deserto
del Sinai in un'epoca in cui non era stato ancora
addomesticato il cammello: l'unica via di fuga
dall'Egitto era la strada costiera lungo il
Mediterraneo, presidiata da fortini egizi ogni paio di
chilometri, e i cui comandanti annotavano regolarmente i
passaggi di genti e di tribù che chiedevano di passare
in Egitto.
Si
dimentica troppo spesso che l'Egitto era uno Stato ben
organizzato e con una burocrazia sviluppatissima e
grafomane, che annotava tutto: e non annota, per
esempio, la presenza ai suoi confini di un potente regno
di Davide e di un ancora più fastoso regno di Salomone.
Se ci fossero stati, i faraoni avrebbero stretto
rapporti, di alleanza o di ostilità, con essi.
Invece nulla.
Allo stato attuale, questi due «regni» (che avrebbero
dominato una Israele unificata, le tribù del nord e
quella del sud, di Giuda), vanno ritenuti una invenzione
politico-propagandistica, elaborata 600 anni dopo dai
sacerdoti del Tempio, quando sperarono di conquistare i
ricchi territori del nord, «Israele» in senso proprio,
abbandonati degli Assiri in decadenza.
Allora il giovane re Joshua, che salì al trono di Giuda
all'età di 8 anni (dunque era nelle mani dei sacerdoti)
fu esaltato come «il germoglio di Davide», il
mitico unificatore del regno presunto antichissimo.
Sogno presto tramontato (Joshua fu sconfitto e ucciso
dal faraone Necho II, figlio di Psammetico, nel 610
avanti Cristo), ma trasfigurato nell'attesa del «re
discendente da Davide», l'unto che avrebbe liberato per
sempre il suo popolo dai suoi oppressori.
Tutto questo racconta Finkelstein nel suo libro
capitale, pubblicato anche in Italia: «Le tracce di
Mosè» (Carocci editore), a cui rimando: è una
lettura appassionante, e scientifica in senso proprio.
Il testo pubblicato da «luogocomune» presenta infine
un'evidente falsità: dice che i falasha, gli ebrei
etiopici, avrebbero abitato in Egitto sotto il
monoteista Akhenaton, per poi tornare in Etiopia con un
loro esodo.
In realtà, l'origine dei falasha è ben nota: si tratta
di un gruppo cristiano copto molto isolato, che a poco a
poco, a forza di leggere la Bibbia, si è
auto-identificato con il «popolo eletto», ma senza alcun
fondamento.
I rabbini lo sanno benissimo, tanto che hanno sottoposto
i falasha, trasportati con gran grancassa mediatica
dall'Etiopia, a rituali di conversione umilianti; e non
accettano il loro sangue «impuro» per le trasfusioni a
veri ebrei di razza.
Per il momento, credo più al professor Finkelstein che
al «segreto di Tutankamon»: pronto a correggermi, appena
i documenti trafugati salteranno fuori.
Maurizio Blondet
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