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Luigi Copertino
per
www.effedieffe.com
22 aprile 2008
Una premessa fondamentale è
d’obbligo.
Una premessa necessaria per ricordare a tutti i
cattolici il contenuto della dottrina
sull’infallibilità del Pontefice romano.
I pronunciamenti di un Pontefice possono essere
considerati atti del magistero (graduato poi nei
diversi livelli di autorità: solo autentico,
ordinario, straordinario) soltanto se manifestano in
modo univoco e chiarissimo una esplicita volontà di
insegnare alla Chiesa universale in modo moralmente
obbligante (sotto pena di anatema per chi osasse
negare l’insegnamento, quando questo è solenne,
formale, e infallibile).
La Chiesa, e quindi anche il Papa, è infallibile
solo in materia di dogma e di morale.
Questa è la dottrina dogmatica dell’infallibilità
papale, come promulgata dal Concilio Vaticano I.
Sicché il nostro direttore, Maurizio Blondet, può
stare tranquillo perché sono, casomai, i suoi
accusatori a sbagliare quando lo rimproverano di
eresia o di scisma o di superbia.
Quando il Papa parla di calcio o di chimica non è
affatto garantita né l’assistenza dello Spirito
Santo né, pertanto, l’infallibilità.
Ora, è evidente che la discussione circa le forme
politiche e le costituzioni non attiene in prima
istanza al campo della morale.
Perché, per la morale cattolica, fatti salvi alcuni
principi non negoziabili (il culto al vero Dio, la
libertas Ecclesiae, la soprannaturalità della Chiesa
e la naturalità della comunità politica, i principi
del diritto naturale, la garanzia che l’uomo non sia
ostacolato nel perseguimento del suo fine ultimo di
salvezza, etc.), non sussiste preferenza per questo
o quel sistema politico trattandosi di questione di
filosofia politica del tutto aperta alla libera
discussione dei cattolici stessi.
Ciò è talmente vero che per la Chiesa anche la
monarchia è, da sempre, solo una forma di governo
«preferibile», ma non in assoluto l’unica forma
lecita.
Qualsiasi forma è lecita se rispetta e favorisce la
legge naturale e gli altri principi non negoziabili
di cui sopra.
Se non li rispetta (come nel caso delle leggi
sull’aborto) l’Autorità politica va comunque
obbedita perchè mantiene l’ordine, salvo, però,
disobbedire alle leggi avverse al decalogo e alla
legge naturale.
Dunque, qualsiasi cosa un Papa dica sulla politica,
in quanto tale, è, nei confini della virtù della
prudenza e del rispetto dovuto alla sua persona, non
vincolante per il fedele.
In questa materia, la filosofia della politica, il
Papa può errare, soprattutto se parla come doctor
privatus, ovvero come Simone, e non come Pietro.
Vi sono stati persino Papi che hanno insegnato come
teologi privati, non come Papa, addirittura dottrine
eretiche in teologia: è stato, ad esempio, il caso
di Giovanni XXII, nel XIV secolo, che affermava la
dottrina (poi ritrattata in punto di morte) secondo
la quale la visione beatifica
non sarebbe concessa ai giusti se non al momento
della resurrezione dai morti.
Pur nella legittimità dei Papi successivi a Pio XII,
è innegabile che oggi esista una crisi di fede
dentro la Chiesa.
Personalmente la riteniamo una sorta di prova alla
quale Dio sta sottoponendo la sua Chiesa per
purificarla in attesa del futuro ritorno ad una fede
ancora più salda.
Un po’ come la notte oscura di cui parlano i
mistici.
Ed è altrettanto evidente che tale crisi si rifletta
anche in certe prese di posizione «politiche» dei
Papi post-conciliari.
L’ubbidienza dovuta al Papa nella fede e nella
morale non vincola oggi né vincolava ieri ad alcuna
obbedienza, salvo l’imperatività della legge di
natura, in ambito politico (sebbene anche le
questioni «politiche» siano per certe materie
strettamente connesse alla fede ed alla morale: si
tratta, in questi casi, di quelle materie «permixte»
nelle quali il «trono tocca l’altare», sicché in
tali materie miste l’obbedienza al Papa è dovuta
quantomeno con riguardo ai punti di evidente
interferenza tra spirituale e temporale).
Se il dogma dell’infallibilità papale fosse da
estendere a tutto lo scibile umano, l’esito sarebbe
la teocrazia ossia il governo temporale dei preti,
che è qualcosa di assolutamente ripugnante
all’essenza stessa del cattolicesimo.
Alla teocrazia inneggiava il «Dictatus Papae» di
Gregorio VII ma questo non fu affatto un atto di
magistero ma soltanto un atto, all’epoca, di fronte
al potere laico che aveva asservito la Chiesa,
storicamente necessario.
Un atto perciò stesso politico, certo provvidenziale
stante le condizioni storiche nelle quali fu
emanato, ma del tutto politico: tanto è vero che la
pretesa teocratica dei Papi medioevali, a partire da
Gregorio VII, passato il pericolo «ghibellino», non
ha avuto né continuazione né esito in quanto
evidentemente non benedetta da Dio al di là del
ristretto orizzonte temporale nel quale fu
storicamente opportuna.
La pretesa, infatti, del «Dictatus Papae» era quella
per la quale la sfera politica fosse un qualcosa di
«profano» senza la benedizione ecclesiastica.
Il che è come dire che tale sfera, quella politica,
non ha una propria consistenza per diritto di
natura: affermazione contraria all’insegnamento di
Nostro Signore che riconoscendo che nell’ordine
morale vi sono cose «dovute» a Cesare, come altre
dovute a Dio, non ha certamente inteso proclamare la
«laicità» della politica, come la intende il
liberalismo, ma la sua naturalità a fronte della
soprannaturalità della Chiesa.
Naturalità della politica che significa innanzitutto
che essa è fondata imprescindibilmente sul diritto
di natura e che non deriva la sua legittimità dalla
benedizione clericale
(1).
Dante, che ebbe a che fare con un Papa fortemente
teocratico, pur prendendosela con Bonifacio VIII per
le sue posizioni in politica, lo ha poi difeso, con
versi rimasti sublimi, a fronte dell’oltraggio a
quel Pontefice arrecato dagli emissari del re di
Francia, i quali lo schiaffeggiarono ad Anagni.
Ciò perché nel primo caso Dante si opponeva all’uomo
privato, Benedetto Caetani, e nel secondo caso
difendeva Bonifacio VIII, legittimo successore di
Pietro e Vicario di Cristo.
Dante era uomo medioevale e la sua Teologia della
Politica (il «De Monarchia»), che pure è pienamente
medioevale perché difende la sacralità del dominio
universale in temporalibus dell’Imperatore, nasceva
proprio dall’amore per la Chiesa di Cristo e per il
Pontefice.
Dante, in assoluta obbedienza - ripetiamo: in
assoluta obbedienza! - al Papa del suo tempo in
materia di Fede, tanto da difenderlo, come si è
detto, di fronte alle prevaricazioni di Filippo re
di Francia, tuttavia, da cattolico intelligente, non
temeva, anzi sentiva il cristiano dovere, di
avanzare le sue critiche ed osservazioni a quello
stesso Papa in materia politica.
Il Papa cattolico, la nazione «messianica» e la
costituzione deista
Fatta questa, lunga ma necessaria premessa
dottrinaria e storica, veniamo al viaggio americano
di Benedetto XVI per cercare di comprenderne il
senso tra ragioni della diplomazia e personali
visioni di Joseph Ratzinger in materia politica.
Si badi che quanto andremo a dire lo diremo con
tutto il rispetto, anzi, la stima e l’amore di figli
verso questo Papa che, per altre questioni (vedi
motu proprio o i suoi richiami alla tradizione
patristica), ha dimostrato grande coraggio.
Ma sul suo approccio al modello americano, che non è
questione di Fede o di morale, non possiamo seguirlo
benché, lo diremo, siamo convinti che le cose non
stiano del tutto come sono apparse sulla base dei
suoi discorsi nel soggiorno statunitense.
Benedetto XVI nella premessa al suo libro su Gesù ha
detto ai suoi lettori che quell’opera non era un
atto del magistero e che pertanto era possibile
discuterla apertamente.
A maggior ragione, si può tranquillamente ritenere
che Papa Ratzinger non ha certamente vincolato al
suo magistero infallibile un mero discorso di
diplomazia o di filosofia politica.
Anche se riteniamo che vi è un’altra spiegazione
(che esamineremo di seguito), per il momento ci sia
consentito di supporre che il Papa sembra essere
caduto nella «trappola» di Leo Strass.
Forse nessuno gli ha spiegato che Bush è la
marionetta di una setta (i neocon) gnostica ed atea,
il cui credo straussiano è, appunto, quello secondo
il quale l’unica verità, che però bisogna nascondere
alle masse bisognose di «miti religiosi», è che non
esiste verità, sicché la religione è buona solo per
mobilitare le masse attorno ad un progetto politico
di ordine interno ed egemonia «imperiale» sul mondo.
L’operazione mediatica è stata magistralmente
preparata e condotta dall’entourage di Bush, anche
con l’intento di recuperare l’immagine del
presidente offuscata, agli occhi dei cattolici, dal
rifiuto che Giovanni Paolo II oppose all’aggressione
all’Iraq.
Senza la conduzione operativa dei suoi consulenti,
con lo spirito costantemente annebbiato dai fumi
dell’alcool l’attuale inquilino della Casa Bianca
non avrebbe mai saputo mettere giù, da solo, il
proprio discorso rivolto al Papa, anche perché in
tale discorso sono state toccate questioni di
filosofia politica troppo grandi per un debilitato
psichico come l’attuale Presidente americano.
Parafrasando il discorso di Benedetto XVI a
Ratisbona, l’entourage di Bush ha fatto dire al
presidente americano che l’America non usa il nome
di Dio per giustificare il terrorismo.
Pur rendendoci conto che le ragioni della diplomazia
e del protocollo non lo avrebbero mai concesso,
tuttavia avremmo certamente esultato laddove il Papa
avesse chiesto, per tutta risposta, cosa sia, se non
millenarismo apocalittico e pseudo-messianico,
l’ideologia americana, di radici puritane, del
«destino manifesto» e della «nazione benedetta da
Dio» o della «City upon hill» oppure se avesse
chiesto se corrisponda alla definizione giuridica
internazionale di «terrorismo»
il bombardamento a tappeto di una nazione, l’Iraq,
con migliaia di vittime innocenti, sul presupposto
di una menzogna internazionale come quella delle mai
esistite armi di distruzione di massa (le uniche che
Saddam Hussein ebbe, a suo tempo, per gasare i
curdi, gli furono fornite dalla CIA).
Oppure se, invocando i principii della dottrina
cristiana del bellum iustum, il Santo Padre avesse
dato un giudizio sulla sproporzionalità della
potenza militare tecnologica impegnata dagli Stati
Uniti contro l’Afghanistan dei talebani, ovvero
contro l’inerme popolazione di quella sventurata
terra, a fronte, ammesso e non concesso che la
versione ufficiale sia vera, dell’attentato delle
Twin Towers.
Si tratta di domande che coinvolgono direttamente la
condanna pronunciata da Benedetto XVI, a Ratisbona,
ed utilizzata da Bush, verso chi usa il nome di Dio
per giustificare la propria potenza mondana.
Bush, o meglio, il suo entourage, ha infingardamente
approfittato della presenza del Papa per riprendere
nel suo discorso il passaggio della lectio
magistralis di Ratisbona che già a suo tempo fu
gettato dai media in pasto agli islamici.
Con il rischio di creare un altro «incidente» e con
il fine, tutto politico, di far passare una immagine
di Papa Ratzinger come cappellano di corte del suo
«impero».
Ma quel che né Bush né il suo entourage hanno
compreso, pochi infatti lo hanno capito perché pochi
ne hanno letto il testo, è che quello di Ratisbona è
stato, al di là della isolata citazione di Manuele
Paleologo su Maometto, un vero e proprio atto di
accusa verso l’Occidente post-cristiano che - così
disse Benedetto XVI - a partire da Lutero ha
de-ellenizzato la fede, separando Gerusalemme ed
Atene e producendo lo scontro tra fideismo e
razionalismo.
Chi conosce anche soltanto un po’ la storia delle
origini, puritane, degli Stati Uniti sa benissimo
che quella «condanna» del Papa calza perfettamente
proprio al caso degli Stati Uniti.
L’America è nata puritana proclamandosi «nazione
messianica» ed affermando la pretesa di essere
depositaria di un destino manifesto o di una
missione affidatagli per volontà divina, consistente
nell’esportare la democrazia, in verità il proprio
concetto liberal-massonico di democrazia, con le
buone o le cattive.
Ecco perché non si può non rimanere perplessi sulle
parole troppo diplomatiche e troppo accondiscendenti
del Papa verso il modello americano.
L’unica realtà che ha un mandato divino, disarmato,
è la Chiesa cattolica che non a caso è stata voluta
dal suo Fondatore come sovrannazionale ed Universale
proprio perché non si identificasse con nessun
popolo particolare e non si realizzasse nessun
etnocentrismo con pretese universalistiche (come è
invece avvenuto nel caso dell’Israele post-biblico).
Alvaro d’Ors, un grande filosofo giurista
tradizionalista spagnolo (combatté con i carlisti
durante la guerra civile), ha scritto, in «La
Violenza e l’Ordine» (Marco editore, 2003), che di
fronte all’universalità divina della Chiesa è
ammissibile, sul piano naturale della politica,
soltanto il pluralismo di popoli e Stati e che
perciò qualsiasi pretesa di realizzare lo Stato
mondiale, in forma di «governo sinarchico» o in
forma di imperialismo di una nazione particolare, è
progetto contrario alla volontà di Dio, foriero di
gravi conseguenze per l’umanità che cedesse a tale
tentazione.
E’ poi palese che tra il relativismo da Papa
Ratzinger giustamente denunciato ed il soggettivismo
teologico protestante, il settarismo puritano
americano, il nomadismo confessionale e spirituale
della cosiddetta religiosità americana (si vedano in
proposito gli studi della Gatto Trocchi), sussiste
più di una mera connessione: vi è in realtà una
stretta identificazione «esoterica». Gli Stati Uniti
d’America sono la nazione che storicamente adora, in
forma di religione civile patriottica, il Grande
Architetto dell’Universo, deità esoterica che
sarebbe nascosta dietro tutte le religioni
considerate alla stregua di paritarie vie di
salvezza.
Il Papa, ne siamo sicuri perché egli è un fine
studioso, non può non sapere che cosa è la
Massoneria e che i padri fondatori degli Stati
Uniti, Washington, Franklin, Jefferson, erano tutti
«fratelli di loggia».
Benedetto XVI, e prima di lui il teologo Joseph
Ratzinger, conosce benissimo la radice deista della
Costituzione degli Stati Uniti d’America.
Questo documento politico, infatti, presuppone, con
tutta evidenza, una concezione «razionale» della
divinità priva di elementi soprannaturali e
dogmatici e nega, nella sua essenza per l’appunto
deista, la necessità della religione rivelata.
Il deismo, che fu il credo filosofico delle logge
moderate anglosassoni e poi americane, pretende di
ricondurre Dio all’interno della sola razionalità
naturale (si tratta della posizione kantiana sulla
religione nei limiti della sola ragione).
Mentre noi cattolici crediamo nel Dio vivente,
creatore e governatore del mondo, che si rivela
all’uomo, i deisti accettano solo l’idea a-dogmatica
di un dio a-confessionale, sovente impersonale,
causa accidentale del mondo nonché l’idea di una
legge morale universale ma, appunto, priva di ogni
riferimento alla Rivelazione e perciò ritenuta
sostenibile solo razionalmente senza necessità di
apporti soprannaturali.
In tal modo, la fede è ridotta a mero, spesso
ipocrita, moralismo, ad etica sociale tanto
asfissiante, con i suoi divieti ed i suoi doveri,
quanto priva della Luce metafisica e liberatrice di
Cristo.
La morale deista è una riproposizione
dell’osservanza farisaica, senza cuore ossia senza
grazia, della Legge.
Non è un caso se il deismo nasce in ambiente
protestante, anglicano per la precisione.
Fu Locke, nel saggio «Ragionevolezza del
cristianesimo» (1695), a contribuire in maniera
decisiva a diffondere i principii del deismo: egli
considerava come la più ragionevole ed utile delle
religioni un cristianesimo liberato dal dogma e
ridotto alla precettistica morale.
Qui sta la base dell’idea della tolleranza religiosa
cui si ispirò il (pre)illuminismo inglese.
Locke vedeva nel cattolicesimo, intollerante per
definizione, il nemico principale della «tolleranza
religiosa».
Il deismo fu, poi, accolto in Francia da Voltaire e
fu trapiantato in America da quei calvinisti
radicali che furono i pilgrim fathers puritani.
Tendenzialmente deisti sono poi il cattolicesimo
liberale e l’umanesimo religioso sia esso cattolico
che laico.
Le necessitate «ragioni» americane del Papa
Ma allora perché mai il Santo Padre ha, in
apparenza, fatto un incondizionato elogio del
modello politico americano?
Diplomazia?
Inganno straussiano?
Interventi dell’intelligence americana in Vaticano,
come dice Blondet nel suo articolo, su questo sito,
«Il Papa in America»?
Non possiamo per niente escludere quest’ultima
ipotesi, e persino quella di più o meno velati
ricatti messi in atto contro la Chiesa
approfittando, anzi ingigantendolo, dello scandalo
dei preti pedofili (non a caso Benedetto XVI ha
fatto della richiesta di perdono alle vittime dei
preti pedofili un ritornello quotidiano della sua
visita), per costringere il Papa a discorsi non
troppo polemici contro l’America.
Se una pressione di tal genere fosse un giorno
provata ci sarebbe certamente da essere preoccupati
sulla libertà del Pontefice Romano in un mondo
globale unipolare: anche se, lo sappiamo, i
tentativi, inutili alla fin dei conti, del princeps
huius mundi di condizionare la Chiesa, anche
dall’interno, non sono cosa di oggi e sono stati una
costante nella sua storia.
Del resto non sempre gli stessi Papi, magari anche
santi, sono stati all’altezza di comprendere o di
opporsi a tali tentativi.
Leone X, che santo non era, non capì nulla di quel
che stava succedendo con Lutero in Germania e pensò
ad una mera bega tra monaci.
Clemente XIV non seppe opporsi alle pressioni
esercitate dai ministri massoni delle monarchie
illuminate della seconda metà del XVIII secolo, che
minacciavano una serie di scismi nazionali, e fu
costretto a sciogliere l’ordine dei Gesuiti.
Sotto un certo profilo è condivisibile anche
l’osservazione di Blondet sulla debolezza
dell’analisi di Papa Ratzinger che non avrebbe
capito che l’America odierna non è più quella
visitata da Tocqueville nel XIX secolo (ed anche
quella aveva già in sé, secondo noi, le radici del
suo attuale volto) ma è quella della filosofia
«ateo-religiosa» di Leo Strauss.
Del resto, Ratzinger, come tutti noi, è un uomo del
XX secolo, formatosi sui problemi tipici del secolo
scorso e supporre che, forse, egli non ha ben
compreso fino in fondo il cruciale passaggio in atto
tra la morente modernità ed il post-moderno nel
quale, pur intravedendosi alcune possibilità di
recupero aperte alla speranza cristiana, finora ha
prevalso la direttrice di marcia verso il
catastrofico esito finale di tutto ciò che di
antimetafisico aveva già partorito la modernità,
rivelandosi, infine, senza più maschere umanitarie
il luciferinismo intrinseco al processo di
de-cristianizzazione, non è da ritenere in sé
riduttivo della sua statura intellettuale ma
semplicemente indicativo della spiritualità di un
Papa che si affida totalmente come strumento
inadeguato - lo ha detto lui il giorno dell’elezione
e lo ha più volte ripetuto
(2)
- alla provvidenziale Volontà di Dio, nonché
indicativo della prospettiva di un uomo anziano
ormai proiettato verso l’Eterno più che verso il
temporale. Potrebbe essere spia di questa attardata
analisi ratzingheriana la sua insistenza sul
relativismo quando il male è ormai diventato molto
più profondo e grave e dovrebbe essere apertamente
indicato nel nichilismo, succedaneo postmoderno del
relativismo del quale porta alle estreme conseguenze
le già tragiche premesse.
Tuttavia, da parte nostra vorremmo provare a dare
un’altra spiegazione ed al tempo stesso a vagliare
se effettivamente Papa Ratzinger sia poi così
schierato su posizioni filo-americane o
filo-occidentali.
Crediamo che Benedetto XVI, sin da quando era solo
Joseph Ratzinger, ossia un teologo privato, veda nel
sistema americano di separazione tra Stato e chiese,
e dunque nel liberalismo che è come dire nel
relativismo in politica, una sorta di male minore
rispetto allo stato giurisdizionalista conosciuto
nel XIX e XX secolo in Europa. La riflessione
politico-ecclesiale di Ratzinger è, più o meno, la
seguente: a differenza delle tragiche esperienze
totalitarie conosciute dall’Europa ed a differenza
del laicismo europeo che vorrebbe la fede chiusa
nell’ambito della coscienza individuale senza
identità pubblica, il sistema di tolleranza
americano, non giacobino, lascia, perlomeno, libera
la Chiesa di operare.
Il punto debole di tale analisi, che - ripetiamo -
non è pronunciamento dottrinario di infallibilità e
pertanto è liberamente discutibile dai cattolici,
sta, però, nel fatto che essa finge, o è costretta
dalle circostanze storiche a far finta, di non
vedere che le radici del relativismo, che poi, come
abbiamo detto, sfocia nel nichilismo, sono proprio
nel liberalismo: in ciò che il Sillabo chiamava
«indifferentismo».
Lo Stato liberale americano è indifferente a tutte
le confessioni, le crede in quanto a verità tutte
equivalenti ma, a differenza dello Stato giacobino,
non le reprime nel privato lasciandole, al
contrario, libere nella loro autonomia sociale.
Considerare questo sistema un male minore può, a
nostro giudizio, essere legittimo ma solo in quanto
viviamo in questa realtà storica e non in senso
assoluto.
«Il date a Cesare ciò che è di Cesare ed a Dio ciò
che è di Dio» non può, infatti, assumere per il
cattolicesimo il significato, liberale, di
separazione e reciproca indifferenza tra Chiesa e
comunità politica.
Quell’insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo è,
invece, affermazione di una distinzione reciproca
sulla base del diritto di natura, essendo la
comunità politica ente di natura, che sempre, però,
tenga presente che «Gratia naturam supponit non
tollit sed perficit» sicché la comunità politica,
pur laica, deve essere perfezionata dalla Verità di
Cristo di cui la Chiesa cattolica (e non
le «chiese», secondo l’espressione relativista
tipicamente massonica e protestante oggi in uso ma
rigettata proprio da un documento ratzingheriano
come la «Dominus Iesus») è depositaria.
Questa è la dottrina politica tradizionale del
cattolicesimo, quella che la Chiesa in altre
circostanze storiche non aveva paura di proclamare
nel confronto, anche duro, con il liberalismo, sia
nella sua forma hegeliana sia in quella pragmatica
anglo-sassone.
Dunque da parte nostra siamo propensi a ritenere che
Benedetto XVI faccia buon viso a cattivo gioco e che
guardi al modello americano come al sistema che
nelle date attuali circostanze storiche meglio di
altri possa garantire la libertas Ecclesiae.
Ci permettiamo di non seguirlo in questa convinzione
alla luce di quanto abbiamo già accennato circa
l’ambiguità del panorama post-moderno di questo
inizio di millennio e circa l’odierno esito
inevitabilmente straussiano dell’America
tocquevilliana di un tempo.
Questa convinzione, sul Papa che è costretto a
giocare diplomaticamente nelle date circostanze
storiche, ci proviene proprio dal fatto che altrove
egli ha chiaramente dimostrato di conoscere più che
bene cosa, o chi, muove il «Nuovo Ordine Mondiale».
Ne sono riprova queste sue lapalissiane parole: «Sin
dagli inizi dell’Illuminismo, la fede nel progresso
ha sempre messo da parte l’escatologia cristiana,
finendo di fatto per sostituirla completamente. La
promessa di felicità non è più legata all’aldilà,
bensì a questo mondo. Emblematico della tendenza
dell’uomo moderno è l’atteggiamento di Albert Camus,
il quale alle parole di Cristo ‘Il mio regno non è
di questo mondo’ oppone con risolutezza
l’affermazione ‘il mio regno è di questo mondo’. Nel
XIX secolo, la fede nel progresso era ancora un
generico ottimismo che si aspettava dalla marcia
trionfale delle scienze un progressivo miglioramento
della condizione del mondo e l’approssimarsi, sempre
più incalzante, di una specie di paradiso; nel XX
secolo, questa stessa fede ha assunto una
connotazione politica. Da una parte, ci sono stati i
sistemi di orientamento marxista che promettevano
all’uomo di raggiungere il regno desiderato tramite
la politica proposta dalla loro ideologia: un
tentativo che è fallito in maniera clamorosa.
Dall’altra, ci sono i tentativi di costruire il
futuro attingendo, in maniera più o meno profonda,
alle fonti delle tradizioni liberali. Questi
tentativi stanno assumendo una configurazione sempre
più definita, che va sotto il nome di Nuovo Ordine
Mondiale»
(3).
Un Papa catto-cons? No,
soltanto un Papa realista
Tuttavia il realistico ragionamento di Papa
Ratzinger sul modello americano, da noi sopra
esposto, non gli evita, lo diciamo con estremo
dolore, l’essere usato da ambienti facenti capo ad
una certa destra passata dal tradizionalismo
lefreviano, degli anni settanta, al conservatorismo
«catto-anglicano» o «catto-protestante» di oggi e
che da anni rappresenta in Italia il corifeo succubo
della rivoluzione neoconservatrice inaugurata da
Reagan e proseguita dai Bush, padre e figlio.
Con l’elezione di Benedetto XVI al soglio
pontificio, infatti, è immediatamente iniziata la
strategia di questa destra catto-conservatrice per
l’arruolamento del nuovo Papa nelle fila paleocon e
neocon.
Una strategia che ha fatto leva soprattutto sulla
sua cordiale amicizia, che però a nostro giudizio
non è per niente condivisione di vedute
intellettuali, con i filosofi liberal-conservatori
Marcello Pera e Jurgen Habermas.
In Italia si è particolarmente distinto in questa
operazione di reclutamento Marco Respinti, con una
serie di articoli tendenti ad evidenziare l’entente
cordial tra il teologo Ratzinger ed il mondo
protestante americano ed in particolare con teologi
come George Weigel e Richard John Neuhaus passati
dal protestantesimo al cattolicesimo
(4).
Secondo questa abile strategia mediatica
catto-conservatrice, Papa Ratzinger sarebbe
l’alfiere, benedicente, della neo-cristianità a
stelle e strisce impegnata nello scontro di civiltà
contro
il maligno Islam.
Benedetto XVI viene così fatto passare per una sorta
di cappellano dell’ordine americano, fuoriuscito
dalla Rivoluzione del 1775-76, che, a differenza del
giacobinismo francese, assicura il rispetto della
libertà religiosa e, pur nella separazione tra
chiese e Stato, l’incidenza dei valori religiosi
nella vita pubblica.
E’ soprattutto questa laicità non
giurisdizionalista, che però come abbiamo detto
altro non è che relativismo confessionale, di
retaggio ecumenico-massonico, a piacere a questa
destra cattolica simpatizzante per l’America
cristiana (neo)conservatrice
(5).
Per il Santo Padre - sostengono i catto-con - c’è
ancora qualcosa in questo nostro Occidente che
merita di essere preservato, proposto e difeso,
anche da se stesso.
Essi sono soliti citare, a sostegno della loro tesi,
un significativo scritto dell’allora cardinal
Ratzinger: «C’è un odio di sé dell’Occidente -
scriveva Benedetto XVI - che è strano e che si può
considerare solo come qualcosa di patologico:
l’Occidente tenta sì in maniera lodevole ad aprirsi
pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama
più se stesso; della sua propria storia vede oramai
soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre
non è più in grado di percepire ciò che è grande e
puro»
(6).
Queste parole dell’attuale Papa campeggiano in pompa
magna sul documento «occidentalista» elaborato da un
gruppo di intellettuali del centro-destra,
pubblicato il 23 febbraio 2006 e firmato in primis
dall’allora presidente del Senato, il filosofo
Marcello Pera, il quale, ancora una volta, ha in tal
modo usato strumentalmente, per scopi di bassa
propaganda politica ed ideologica, l’amicizia di cui
lo ha onorato il Pontefice.
Quel documento riprendeva l’espressione del cardinal
Ratzinger sull’«Occidente che non ama più se
stesso», per additare come eccessive e
ideologicamente interessate le critiche
all’Occidente post-cristiano per le quali la nostra
civiltà ha fondato nell’arco di mezzo millennio,
dalle grandi scoperte e conquiste oceaniche del
cinquecento ad oggi, un mondo fondato sulla volontà
di potenza e sulla spoliazione colonialista.
Tuttavia queste interessate analisi
catto-conservatrici sono perlomeno parziali e
trascurano ben altre prese di posizione del regnante
Pontefice, prima e dopo l’ascesa al soglio
pontificio, dalle quali trapela tutt’altro che una
acritica accondiscendenza per l’Occidente
americano-centrico.
«In realtà, però, - è stato giustamente osservato
a proposito delle parole del cardinal Ratzinger
riportate dal citato documento del 2006 a firma di
Pera - il Pontefice sembra aver piuttosto richiamato
al disamore spirituale dell’Occidente per se stesso:
un male ben più profondo, che si è avviato con
l’inizio del processo di ‘laicizzazione’ inaugurato
con la riforma protestante e culminato
nell’agnosticismo illuministico e nella distruzione
delle tradizioni nel nome dell’incalzante
individualismo. Il documento parlamentare invece,
mostrando di ritenere che le conquiste fondamentali
della civiltà occidentale siano appunto
l’individualismo, la democrazia rappresentativa di
tipo liberale, i ‘diritti dell’uomo’ e le libere
leggi del mercato, sembra forzare strumentalmente il
pensiero del Pontefice e attribuire a quest’ultimo
una critica rivolta contro chiunque ritenga tali
valori discutibili o insufficienti: il che è
contraddittorio, dal momento che essi sono appunto,
in maggiore o minor misura, frutto di
quell’individualismo e di quel relativismo morale
che è sempre stato duramente condannato da Benedetto
XVI, sulla scia di
Giovanni Paolo II»
(7).
Del resto, nel 2004, lo stesso cardinale Ratzinger
ebbe modo di dichiarare che la Chiesa non si
identifica con l’attuale Occidente
(8).
In uno dei suoi discorsi tenuti durante la visita in
Germania nel settembre 2006, inoltre, Benedetto XVI
ha chiaramente affermato, ponendo con ciò una decisa
distinzione tra cristianesimo ed Occidente
post-cristiano, che non è del cristianesimo che i
popoli non occidentali hanno timore ma della
prepotenza politica e tecnologica dell’Occidente che
ha scelto un simulacro di «ragione» senza Dio e
senza, perciò, rispetto per tutto ciò che è sacro
(9).
Non è, però, soltanto questo il punto fondamentale
per evidenziare come Benedetto XVI non sia affatto
un apologeta sic et simpliciter della visione
americana del mondo: che molto di quanto è
occidentale sia da difendere non è dubitabile, ma
che questo «molto» sia davvero identificabile con
quel concetto unitario di Occidente (America +
Europa) al quale si riferiscono i catto-conservatori
ed i neoconservatori che inneggiano a Papa Ratzinger
è cosa sicuramente discutibile e, soprattutto,
storicamente e culturalmente falsa.
La storia non ci parla di un Occidente unitario e
lineare nel suo sviluppo, altrimenti non si
spiegherebbe neanche quell’odio, ben sottolineato
dal cardinal Ratzinger, che esso ha verso se stesso
e che è essenzialmente odio contro il cristianesimo
o, meglio, contro il cattolicesimo.
Odio autodenigratore che con tutta evidenza ha
origine nel discontinuo e nient’affatto lineare
sviluppo della storia occidentale.
La storia dell’Occidente, infatti, ci parla, per la
verità, degli Stati Uniti che nascono in puritana
polemica con l’Europa «terra dell’oppressione e
dell’oscurantismo papista»: un atteggiamento
anti-europeo che gli Stati Uniti hanno mantenuto sul
piano politico fino alla seconda metà del XX secolo
e che sul piano delle mentalità conservano tuttora
(non senza ritorni anche politici come dimostrato
dalle polemiche, in occasione dell’aggressione
all’Iraq, tra i neocon al potere negli Stati Uniti e
le cancellerie di mezz’Europa, con la non casuale,
ed ampiamente rivelatrice, distinzione che gli
americani hanno fatto tra «Nuova Europa», quella dei
Paesi europei schierati con la loro politica, e
«Vecchia Europa», quella dei Paesi europei ad essa
contraria).
Queste origini puritane degli Stati Uniti, Eric
Voegelin parla del puritanesimo come della prima
«rivoluzione gnostica moderna», sono una di quelle
deviazioni intervenute nello sviluppo
dell’Occidente: altro che «quinto viaggio di
Cristoforo Colombo», come pretende, sulla scorta di
Russel Kirk, Marco Respinti, ossia del ritorno in
Europa dall’America, sua figlia, delle radici
cristiane tradite dal vecchio continente!
Se nella storia di questo presunto unitario
Occidente non vi fossero state fratture e cesure
dovute al processo di decattolicizzazione
post-medioevale, ossia di «de-ellenizzazione del
cristianesimo», iniziata con Lutero, alla quale ha
fatto riferimento Benedetto XVI nella sua lezione di
Ratisbona il 12 settembre 2006, in tutte le forme
assunte da questo processo, sia rivoluzionarie sia
conservatrici (per queste ultime il riferimento è
soprattutto al mondo anglosassone, Locke e Burke),
sarebbe inspiegabile la crisi di questo stesso
Occidente (crisi rivelata non solo dal nichilismo
europeo ma anche dal fondamentalismo evangelicale
protestante americano, in particolare dal
cristiano-sionismo, che è una forma di «demonia del
sacro»).
Qui la questione si intreccia inevitabilmente con
quella del liberalismo, del quale in realtà non
sembra vedersi un cambiamento sostanziale se non nei
termini di un suo esito nichilista, del resto
inevitabile poste le sue immanentistiche premesse.
Di questo parere non sono, però, quei catto-cons che
vorrebbero usare Benedetto XVI a sostegno delle loro
posizioni politiche.
Essi, infatti, sono dell’avviso che il Papa ritenga
esservi stato uno sviluppo del liberalismo tale da
renderlo in qualche modo diverso rispetto alla
vecchia dottrina ottocentesca.
E citano, in proposito, il discorso del 22 dicembre
2005, alla Curia romana, durante il quale Benedetto
XVI così si è espresso: «Lo scontro della fede
della Chiesa con un liberalismo radicale ed anche
con scienze naturali che pretendevano di abbracciare
con le loro conoscenze tutta la realtà fino ai suoi
confini, proponendosi caparbiamente di rendere
superflua l’‘ipotesi Dio’, aveva provocato
nell’Ottocento, sotto Pio IX, da parte della Chiesa
aspre e radicali condanne di tale spirito dell’età
moderna. Quindi, apparentemente non c’era più nessun
ambito aperto per un’intesa positiva e fruttuosa, e
drastici erano pure i rifiuti da parte di coloro che
si sentivano
i rappresentanti dell’età moderna. Nel frattempo,
tuttavia, anche l’età moderna aveva conosciuto degli
sviluppi. Ci si rendeva conto che la rivoluzione
americana aveva offerto un modello di Stato moderno
diverso da quello teorizzato dalle tendenze radicali
emerse nella seconda fase della rivoluzione francese»
(10).
In realtà, pur nell’apprezzamento del modello
statunitense, dal contesto nel quale tale
considerazione è contenuta, questo discorso del Papa
ha ben altra apertura che non quella di una mera
«benedizione» al sistema americano.
Si potrebbe ricordare, onde togliere ai catto-con
ogni illusione sulle motivazioni del Papa, che non
sono dogmatiche ma soltanto storiche, il pensiero
del cardinal Ratzinger sugli stretti rapporti tra
liberalismo e relativismo etico.
L’attuale Pontefice ebbe a suo tempo modo di
affermare che: «Il liberalismo economico si
traduce sul piano morale nel suo esatto
corrispondente: il permissivismo»
(11).
La relazione posta dall’allora cardinale Ratzinger
tra liberalismo e permissivismo corre, però, a rigor
di logica, anche in senso contrario sicché,
parafrasando, si può affermare che «il permissivismo
si traduce sul piano sociale nel suo esatto
corrispondente: il liberalismo economico».
Ma il punto della questione è un altro.
Il nocciolo duro di ogni liberalismo, antico e
nuovo, (neo)conservatore o progressista, moderato o
radicale, è nel «contrattualismo sociale» che
deriva, direttamente, dal soggettivismo teologico di
Lutero e da quello filosofico di Cartesio.
I rapporti politici e sociali sono intesi dal
liberalismo, in tutte le sue varianti, sempre e
soltanto come un contratto tra chiuse, solipsiste,
monadi individuali, stipulato per la reciproca
utilità a difesa della «vita», della «proprietà» e
della «libertà».
Un patto utilitarista tra disperate esistenze
solitarie.
E’ negato nel liberalismo il «bene comune»,
principio fondamentale della dottrina sociale
cattolica (e con esso l’Amore di Dio, del quale è
espressione), perché si afferma che l’uomo sarebbe
mosso esclusivamente dall’egoismo (antropologia
negativa: errore speculare all’ottimismo
antropologico) sicché le forme di convivenza
politica e sociale sorgerebbero dalla mera somma
sinallagmatica degli egoismi.
Quelle forme di convivenza politico-sociale, poi, in
quanto limitazioni dell’assoluta libertà
individuale, sono per il liberalismo di per sé un
male, sebbene un male necessario, da tollerare per
la tutela dei beni primari: ecco perché esse, nella
prospettiva liberale, devono interferire il meno
possibile nella sfera privata, riservata
all’esclusivo scambio contrattualista tra i solitari
egoismi individuali.
Per il liberalismo lo Stato, o meglio, per usare una
terminologia tomista, la «comunità politica», è il
frutto di mere procedure costituzionali e pertanto,
per il pensiero liberale, la Verità ed il Bene sono
soltanto il prodotto di mere deliberazioni a
maggioranza, purché adottate con le previste
procedure stabilite dal «contratto sociale» ossia
dalla costituzione.
Pertanto nulla potrebbe opporsi, in un’ottica
liberale, ad Hitler e Stalin che agivano nel pieno
della legalità all’epoca vigente in Germania ed
Unione Sovietica.
I liberal-conservatori, cattolici o laici, credono
di poter individuare un diverso fondamento del
liberalismo, e ritengono che ad esso l’attuale
Pontefice si riferisca, consistente in un
personalismo compatibile con il cristianesimo.
Questi conservatori liberali sostengono che ciò che
nel liberalismo è presentato come una mera procedura
di tipo formale poggia invece su una ben precisa
concezione del bene e che in realtà il liberalismo,
anche nella sua versione procedurale, si fonda
sull’idea della persona umana, della sua autonomia e
della sua dignità, idea che in ultima analisi
rinvierebbe al cristianesimo.
Se davvero fosse così e se davvero il liberalismo
fosse altro che umanitarismo posto a mascherare
nichilistici rapporti di forza, per l’appunto
«liberi» di imporsi perché non più condizionati da
«sovrastrutture» di diritto naturale, e quindi se il
liberalismo si fondasse effettivamente su un serio
apprezzamento della dignità della persona umana, ci
si deve, però, spiegare quali siano le radici di
quella volontà di potenza dell’attuale Occidente
giunta fino ad ingannare l’intera opinione pubblica
mondiale (le mai trovate armi di distruzione di
massa) per scatenare una guerra in nome dei diritti
umani o come sia possibile che il liberale Occidente
umanitario (perché appunto di parodia umanitaria del
cristianesimo si tratta e non di «radici cristiane»
né tanto meno di cristianesimo) abbia scoperto di
contenere zone franche (le carceri della CIA in
Europa ed a Cuba) nelle quali i diritti umani sono
sospesi.
Se tale sospensione nonché leggi liberticide come il
«Patriot Act», emanato dall’Amministrazione Bush
sull’onda della paura del terrorismo dilagata dopo
il non chiaro attento alle Twin Towers, sono state
tranquillamente accettate dall’opinione pubblica, è
evidente che ciò è stato reso possibile, appunto,
dal fatto che i diritti umani, nell’accezione
liberale, sono mere proclamazioni formali,
procedurali, contenute in astratte carte
costituzionali, facilmente abrogabili o violabili, e
non poggiano effettivamente, come molti cattolici
liberali erroneamente ritengono, sulla concezione
cristiana, che è concreta e «carnale», della dignità
della persona umana.
Del resto, la nazione vessillo della
liberal-democrazia, gli Stati Uniti d’America, da
sempre ha fatto guerre di aggressione, dirette o
indirette, in nome di essa e dei diritti umani
«cartacei»: dall’invasione delle Filippine alla
guerra di Cuba ed alle fomentate rivoluzioni
antispaniche ed anticattoliche in Sudamerica nel XIX
secolo, dall’aiuto al governo massonico messicano
per la repressione dell’insorgenza dei Cristeros al
sostegno alle dittature militari anticomuniste nella
seconda metà del XX secolo.
Il «contrattualismo sociale», alla luce della
Tradizione, che insieme alla Scrittura è una delle
fonti della Rivelazione, è sempre stato condannato
dal magistero sociale cattolico sin dai tempi dei
Padri e dei Dottori medioevali della Chiesa
(Agostino, Tommaso d’Aquino, la seconda scolastica
di Salamanca, Bellarmino, giusto per citarne
qualcuno).
Una citazione per tutte tratta dal Compendio della
Dottrina Sociale della Chiesa: «La naturale
socialità dell’uomo fa emergere anche che l’origine
della società non si trova in un ‘contratto’ o
‘patto’ convenzionale, ma nella stessa natura umana;
e da essa deriva la possibilità di realizzare
liberamente diversi patti di associazione. Non va
dimenticato che le ideologie del contratto sociale
si sorreggono su un’antropologia falsa; di
conseguenza, i loro risultati non possono essere -
di fatto non lo sono stati - proficui per la società
e per le persone. Il Magistero ha bollato tali
opinioni come apertamente assurde e sommamente
funeste: confronta Leone XIII, Lettera enciclica
‘Libertas praestantissimum: Acta Leonis XIII, 8
(1889) 226-227»
(12).
Alla luce di cotanto precedente Magistero non è,
pertanto, possibile leggere il discorso di Benedetto
XVI del 22 dicembre 2005 alla stregua di una
beatificazione o benedizione del modello americano.
Se si legge bene il passo, sopra citato, del
Pontefice, posto però nel suo esatto contesto, il
Papa si è limitato a descrivere la trasformazione
intervenuta all’interno del pensiero liberale, con
il trapasso storico dalla modernità totalitaria alla
post-modernità relativista: si tratta del passaggio,
in seno al liberalismo, dall’egemonia di una
concezione «hegeliana», quella che in passato ha
generato lo Stato giurisdizionalista con il quale la
Chiesa ha dovuto duramente confrontarsi,
all’egemonia di una concezione pragmatica tipica del
liberalismo anglosassone (la linea conservatrice
della modernità risalente a Locke e Burke), la
quale, afferma il Papa, non si oppone frontalmente
alla Chiesa e lascia ad essa gli spazi di libertà
necessari alla sua azione.
Cosa che, a giudizio del Papa, è certamente un bene
per la Chiesa.
Ma attenzione: il Papa, pur apprezzando per certi
versi la nuova situazione storica, non ha inteso
ottimisticamente sminuire la pericolosità
dell’indifferentismo, già condannato da Pio IX nel
Sillabus, che essa comporta.
L’indifferentismo, che Benedetto XVI ha chiamato
«relativismo», è l’état d’esprit essenziale della
nuova situazione storica e coincide con la
post-modernità.
La «dittatura del relativismo», denunciata da Papa
Ratzinger, finisce inevitabilmente in «dittatura del
nichilismo».
Il Papa è uomo di così alta sapienza teologica,
filosofica e storica, da saper benissimo che il
relativismo ha le sue radici proprio nel
soggettivismo teologico di Lutero.
Orbene non c’è Paese al mondo più relativista degli
Stati Uniti d’America, nel quale, infatti, la
«transumanza interconfessionale» è all’ordine del
giorno (il «nomadismo spirituale» segnalato da
diversi studiosi).
Non è un caso se la versione postmoderna di tale
spiritualità intimista e relativista, ossia il new
age, proviene proprio dagli Stati Uniti.
E tale relativismo non è altro che l’ideale
massonico della presunta eguaglianza tra le
confessioni cristiane, o addirittura tra le
religioni mondiali (e massoni o in odore di
Massoneria erano tutti i padri della patria
americana ad iniziare da Franklin, Washington e
Jefferson).
E’ nostra convinzione che dal relativismo teologico
derivi per stretta e segreta connessione anche il
fondamentalismo americano di matrice protestante,
nonché la religione ridotta a strumento di governo
politico, a «religione civile».
Che Benedetto XVI non sia un apologeta del modello
americano, ma soltanto un realistico osservatore nel
panorama storico e mondiale nel quale la Chiesa in
questo inizio di XXI secolo si trova ad operare, è
dimostrato anche dalla sua polemica, a dire il vero
iniziata già da cardinale, contro il pericolo della
burocratizzazione della compagine ecclesiale ossia
quella concezione «clericocratica» della Chiesa che
vuole il clero occupato, o auto-occupato, in
faccende di strategia pastorale, di dominio mondano,
di egemonia culturale o politica.
E’ quel che già Dante Alighieri rimproverava,
cattolicamente, al clero del suo tempo.
Crediamo che quando Vittorio Messori afferma di
essere «anticlericale» proprio perché cattolico egli
intenda indicare il medesimo pericolo di
burocratizzazione ecclesiastica intravisto da
Benedetto XVI.
Ratzinger è un grande fustigatore
dell’auto-occupazione clericale e spesso ha
ricordato che gli uffici di curia, e quelli
diocesani, sfornano documenti su documenti
assolutamente inutili e che nessuno legge, anche
perché del tutto melensi nel loro linguaggio
tipicamente «ecclesialichese».
Ratzinger ha sempre richiamato il clero ad una più
profonda vita liturgica e spirituale ricordando che
solo in tal modo si resta nella Grazia di Cristo e
consequenzialmente Lo si comunica efficacemente agli
altri.
Per Ratzinger la prima ed autentica missione del
clero è quella di pregare, amministrare i sacramenti
e denunciare il male ovunque si manifesti, lasciando
fare il resto a Lui, a Nostro Signore.
Perché la Chiesa è il Suo Corpo Mistico ed è Lui che
opera.
Noi siamo solo strumenti, «matite» diceva Madre
Teresa di Calcutta.
Anche al suo Pontificato, Ratzinger ha impresso
questo stile liturgico ed orante.
E le folle, che si ammassano ogni domenica
all’Angelus, sembrano averlo percepito e gradito.
In questo richiamo ad una più intensa vita
spirituale del clero e di tutti i cristiani,
Benedetto XVI è in perfetta linea di continuità con
il suo predecessore Leone XIII che ebbe a definire,
nella lettera apostolica «Longinqua Oceani» (1899),
la burocratizzazione della Chiesa e l’affaccendarsi
del clero in cose mondane come «americanismo»,
raccomandando proprio alla Chiesa americana del
tempo di evitare un tale pernicioso pericolo.
Benedetto XVI sa molto bene che tra la malattia
«americanista», nel senso leonino di cui sopra, e lo
scandalo dei preti pedofili, per il quale ha fatto
doveroso mea culpa, vi è una fortissima Connessione.
Sosteneva Carl Schmitt, in «Cattolicesimo romano e
forma politica» (1925), che la ragione strumentale,
tecnica, aziendale, della modernità, dunque
figuriamoci quella della post-modernità attuale,
sarebbe riuscita a comprendere la Chiesa solo nella
misura in cui tutte le lampade d’altare sarebbero
state alimentate dalla stessa centrale elettrica.
In altri termini, per il mondo moderno la Chiesa non
è innanzitutto Mistero di Cristo ma solo
istituzione, amministrazione.
Ma se il clero accetta la burocratizzazione è
inevitabile che l’umanità cerchi altrove il Mistero,
che la Chiesa non gli offre più, cadendo preda del
settarismo neospiritualista.
Diceva don Divo Barsotti, grande mistico
contemporaneo: «S’io fossi foco abbrucerei una
Chiesa che non mi desse più Cristo!».
Questa è, appunto, l’essenza dell’«americanismo» che
è la forma ecclesiale del modello politico americano
intriso di pragmatismo.
E Benedetto XVI, riteniamo, pur nel tentativo di
preservare spazi di libertà per la Chiesa, lo sa
perfettamente.
Egli è consapevole che il rischio di tale strategia
è la deriva americanista ma, al momento, rebus sic
stantibus, è costretto a patteggiare con il mondo
liberale occidentale anche perché questo mondo sa
trasformarsi in perfetto totalitarismo mediatico
anticattolico ogni qualvolta che osteggiare la
Chiesa cattolica è confacente ai propri interessi
geopolitici.
Luigi Copertino
http://www.effedieffe.com/index2.php?option=com_content&task=stampa&id=2954&pop=1&page=0&Itemid=175
1)
La questione fu chiarita, in senso anti-teocratico,
prima da Agostino e poi da Tommaso d’Aquino per i
quali la comunità politica è di diritto naturale
(l’uomo è per natura una creatura sociale e lo Stato
non nasce dal peccato originale, come riterranno poi
i protestanti, ma dalla stessa natura sociale
dell’uomo) sicché esso è previsto, nel suo giusto
posto, nell’Ordine che Dio ha dato alla creazione e
non c’è bisogno di legittimazione clericale perché
esso sia sovrano nel suo ordine. In base a tale
impostazione i grandi teologi spagnoli della seconda
scolastica (scuola di Salamanca, XVI secolo)
riconobbero del tutto legittimi i regni indios
sudamericani (a differenza dei protestanti in
nordamerica per i quali i pellerossa erano pidocchi
e i figli dei pellerossa uova di pidocchio) e
stabilirono che nessun titolo di privilegio
spettasse ai conquistadores ispanici sicché la
conquista poteva trovare giustificazione,
nell’assoluto rispetto degli inviolabili diritti
degli indiani, solo per il fine della propaganda
fidei. Furono quei teologi giuristi ad elaborare
tutto il complesso giuridico e normativo di
protezione degli indios, contro gli abusi dei
coloni, che Chiesa e corona riuscirono, in buona
parte, ad imporre nell'America Latina (i pellerossa
del nord, in mano protestante, invece non ebbero
nessuna protezione). Solo le rivoluzioni massoniche
del XVIII e XIX secolo abrogarono quel corpo
legislativo di diritto indiano. Se, dunque, per
teocrazia si intende il governo dei preti siamo
fuori dalla tradizionale dottrina politica
cattolica.
2)
Citiamo dal blog di Andrea Tornielli, questa recente
pubblica confessione del Papa: «Posso solo rendervi
grazie per il vostro amore per la Chiesa, per
l’amore a Nostro Signore, e per l’amore che date
anche al povero successore di Pietro. Io farò tutto
il possibile per essere un vero successore del
grande San Pietro che era anche un uomo con i suoi
difetti e alcuni peccati, ma alla fine rimase la
roccia della Chiesa e così anch’io, con tutta la mia
povertà spirituale, possa essere, con la grazia di
Dio, in questi tempi il successore di Pietro».
3)
Confronta il cardinale Joseph Ratzinger Prefazione a
Michel Schooyans «Nuovo Disordine Mondiale. La
grande trappola per ridurre il numero dei commensali
alla tavola dell’umanità», San Paolo, 2000, pagina
5.
4)
Si veda per tutti Marco Respinti «Benedetto
d’America» in Tempi del 19/05/2005. Anche in
occasione del recente viaggio di Benedetto XVI in
America, Respinti si è dato, sulle pagine del
dell’utriano Il Domenicale, ad inneggiare la
«benedizione» papale agli USA ritenendo di scorgere
in essa la conferma della sua kirkeriana tesi circa
l’America provincia dell’Europa.
5)
Uno dei pensatori di riferimento di questa destra
«catto-anglicana» è, non a caso, un liberale
conservatore ottocentesco come Tocqueville che già
nel XIX secolo lodava la «democrazia in America» per
la capacità di non osteggiare la religione ed anzi
di farne la base stessa dei suoi ordinamenti
liberali. Ma Tocqueville, fedele alla kantiana
religione nei limiti della sola ragione, guardava
alla fede come ad una sorta di moralismo umanitario
che potesse fare da collante sociale dopo che, con
la Rivoluzione Francese, gli antichi legami
comunitari erano venuti meno con grave danno per la
stessa convivenza umana. Insomma la religione per
Tocqueville era soltanto un utile strumento di
governo borghese. Da qui la sua avversione per
l’«autoritarismo» romano-cattolico e la sua simpatia
liberale per il protestantesimo e per il deismo
umanitario-massonico.
6)
Confronta J. Ratzinger, «Europa, i suoi fondamenti
oggi e domani», San Paolo, 2004, pagina 289.
7)
Confronta F. Cardini «La superiorità dell’Occidente
ed il principio di reciprocità» sul sito
www.identitaeuropea.org
8)
Notizia apparsa sulla rivista «Trenta Giorni nella
Chiesa e nel mondo», anno 2005.
9)
Ci riferiamo all’omelia della Santa Messa sulla
spianata del Neue Messe di Monaco di Baviera,
durante la quale Benedetto XVI ha osservato:«Le
popolazioni dell’Africa e dell’Asia ammirano le
nostre prestazioni tecniche e la nostra scienza, ma
al contempo si spaventano di fronte ad un tipo di
ragione che esclude totalmente Dio dalla visione
dell’uomo, ritenendo questa la forma più sublime
della ragione, da imporre anche alle loro culture.
La vera minaccia per la loro identità non la vedono
nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio
e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un
diritto della libertà ed eleva l’utilità a supremo
criterio morale per i futuri successi della ricerca.
Cari amici, questo cinismo non è il tipo di
tolleranza e di apertura culturale che i popoli
aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza
di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di
Dio - il rispetto di ciò che per altri è cosa sacra.
Questo rispetto per ciò che gli altri ritengono
sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente
il timor di Dio. Questo senso di rispetto può essere
rigenerato nel mondo occidentale soltanto se cresce
di nuovo la fede in Dio, se Dio sarà di nuovo
presente per noi ed in noi». In Avvenire del
12/09/2006.
10)
Riportato su Avvenire del 23/12/2005.
11)
Confronta Vittorio Messori «Rapporto sulla Fede - a
colloquio con il cardinale Joseph Ratzinger»,
Mondadori, 1993, pagina 83. Qualunque cattolico non
deve mai dimenticare che il sacrosanto rifiuto del
comunismo non gli consente di giustificare né di
legittimare il liberismo (e tanto meno il
liberalismo). Il fatto che lo sviluppo
socio-economico sia avvenuto in ambito cristiano, a
partire dal medioevo cattolico, cosa che già sapeva
Giuseppe Toniolo, ben prima di Michael Novak (che,
dunque, ha scoperto l’acqua calda), non consente al
cattolico di legittimare il liberismo perché, ed è
qui il nocciolo di verità che aveva colto Max Weber
sebbene la sua tesi non sia più, oggi, sostenibile
in toto, sarebbe come dire che dal momento che
l’umanitarismo illuminista è la secolarizzazione del
concetto cristiano della dignità della persona
allora si dovrebbe, da posizioni cattoliche,
accettare la concezione laicista dei diritti
dell'’uomo. Ora, qualunque storico dell'’economia sa
bene che le radici cristiano-medioevali dello
sviluppo economico non sono liberiste ma sono
«comunitarie», «corporativiste», «solidariste» o
comunque le si voglia definire con riferimento alle
realtà socio-economiche tipiche della cristianità
(corporazioni, arti, confraternite, terre comuni,
usi civici, comunità di villaggio, monti di pietà,
etc.). Il liberismo invece è individualismo
economico che ha il suo presupposto nel
soggettivismo teologico (libero esame) di Lutero e
nella convinzione calvinista del successo economico
individuale come segno della predilezione divina in
ordine alla salvezza, che l’aberrante teologia
luterana (svalutazione delle opere: Dio salva
indipendentemente dalla trasformazione per grazia
dell’uomo, di cui nel cattolicesimo le opere sono il
segno, nonché del tutto arbitrariamente restando
l’uomo sempre una cloaca di peccato: simul iustus
simul peccator) rendeva estremamente incerta.
12)
Confronta Pontificio Consiglio della Giustizia e
della Pace «Compendio della Dottrina Sociale della
Chiesa», Libreria Editrice Vaticana, Città del
Vaticano, 2004, pagina 79 nota numero 297.
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