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Anno IV,  Comunicato del 1 luglio 2009

 
     
 

QUESTA Redazione, pur non condividendo sempre e necessariamente tuttE le dichiarazioni degli autori

nei testi citati, reputa che esse siano comunque UTILi fonti di informazione, testimonianza e riflessione.

Non omologati in nessuno schieramento e in rispetto di quella libertà di pensiero e d'espressione garantite costituzionalmente, riteniamo IRRINUNCIABILE E giustO dare spazio a MOLTE voci del dissenso, ALTROVE NEGATE.

 
 

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LA STRATEGIA DEL PRESIDENTE AHMADINEJAD

 

 

 

 

II PARTE

 

Prof. Luca Fantini

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VEDI ANCHE : LA STRATEGIA DEL PRESIDENTE AHMADINEJAD (parte prima)       in PDF 156 KB

Il miglior modo per comprendere quanto sta avvenendo in Iran è non immaginare in modo uniforme, ossia quale blocco monolitico, gli schieramenti che si sono fino ad ora affrontati.

 

Ciò che va anzitutto compreso è che uno scontro interno, quale è quello che contrappone per ora i due modelli principali, si gioca alla luce di un più ampio scontro internazionale. In tal senso, questo articolo è una continuazione del precedente che ho dedicato alla strategia del Presidente Ahmadinejad (terrasantalibera.org-parte prima) e vorrebbe anche mostrare che se di tentata rivoluzione colorata si può parlare in Iran, nondimeno essa si basa su una tattica operativa di uno staff strategico (che mi sono sentito in dovere di  identificare da tempo nella grandiosa genialità strategica dinamica del clan Brzezinski , unipolarista e giudeoamericanista, non vagamente mondialista come si ripete superficialmente da più parti) che ha studiato e analizzato sin nei minimi particolari tutte le possibilità insite nei movimenti delle varie pedine presenti sulla scacchiera del loro attuale banco di prova, l’Iran.  

 

Abbiamo anzitutto entro l’Iran la riaffermazione, in veste riformistica-sovversiva, del “modello cinese”.  Bisogna partire dal 1987 almeno, data che simboleggia la dissoluzione interna del Partito repubblicano islamico, a causa della conflittualità interna tra destra e sinistra. Da questa dissoluzione nascevano la Associazione del clero militante (Jame- e- ruhamiyat- e mobarez, fondata nel 1978 rimane inattiva fino all’87) e la Società del clero combattente, che avrebbero rispettivamente continuato la linea della destra tradizionale e dell’islam rosso o di sinistra. Data la rapidissima fluidità dei conflitti ideologici o di potere presenti in Iran, risulta impossibile schematizzare in categorie prefissate le varie correnti o fazioni, nondimeno esistono delle linee guida, ideali o di potere in quanto si raccolgono attorno ad una figura carismatica o ad una personalità dell’elite,  che debbono assolutamente essere considerate. E’ il caso ad esempio della destra pragmatica, nata proprio attorno alla figura di Rafsanjani, in conseguenza della sua reticolata tessitura di potere e delle sue politiche di modernizzazione[1].

 

Durante i due mandati di Khatami si assisteva ad una radicale polarizzazione tra le due correnti: da una parte si aveva la fazione riformista, il Fronte del 2 Khordad (che comprendeva la sinistra islamica, varie correnti centriste, movimenti come ad esempio quello delle femministe islamiste e la stessa destra pragmatica di Rafsanjani) e dall’altra la fazione dei conservatori, che era piuttosto disomogenea, ma comprendeva comunque esponenti della cosiddetta “destra fondamentalista” o estremista o “nuova destra”, radicalmente antiamericana e antioccidentale in genere, l’ambiente dal quale proveniva lo stesso Ahmadinejad, khomeinisti ortodossi (destra tradizionale che faceva capo alla Guida Suprema) e militari ultra-nazionalisti ostili alle riforme in quanto sinonimo – ai loro occhi – di occidentalizzazione.

Rafsanjani, partendo dal principio che per modernizzare l’Iran fosse necessario avviare in primo luogo la modernizzazione della sfera economica, si sentiva sostanzialmente vicino al fronte riformista. Durante le proteste studentesche del luglio 1999, pur criticando da destra il fronte riformista, tentava ancora di giocare il ruolo di grande mediatore tra riformisti e conservatori.

Nella campagna elettorale del 2000, però, si verificava un evento che avrebbe cambiato il destino del fronte di Khatami. I settori più progressisti tra i riformisti guidati da Akbar Ganij davano il via ad una durissima campagna di stampa contro Rafsanjani, che accresceva la sua disistima tra la popolazione iraniana e gli impediva la rielezione. La guida dei conservatori pragmatici (o destra pragmatica) finiva così per riavvicinarsi gradualmente allo schieramento conservatore della destra tradizionale capeggiato dalla Guida Suprema, che avrebbe conseguentemente portato ad una neutralizzazione sempre più accentuata del fronte riformista.

 

 

Lo scontro che si gioca ora in Iran si protraeva in fieri da anni, almeno da quel 24 giugno 2005 che consacrava Ahmadinejad Presidente della Repubblica Islamica con il 64% di preferenze contro il 36% ottenuto proprio da Rafsanjani, che veniva indicato alla vigilia come il grande favorito. Il fronte pragmatico di Rafsanjani aveva condotto una campagna elettorale basata sulla promessa, in politica interna, della crescita economica, su migliori standard di vita, su uno stato autoritario servizievole e collaborativo verso la Guida Suprema ed in politica estera, invece, propugnava la necessità di arrivare ad una distensione delle relazioni con gli Usa. Da allora si parlava con fondatezza di Rafsanjani quale massimo rappresentante di una via cinese per l’Iran.

 

Il modello cinese adattato alla società iraniana era la risposta teorica che, già dal 2001, i conservatori pragmatici (non quindi i riformisti guidati da Khatami) davano rispetto alle sfide strategiche che si delineavano all’orizzonte nel quadro internazionale. I conservatori pragmatici, proponendo la via cinese, intendevano e intendono differenziarsi dal fronte nazionalrivoluzionario della destra estremista o nuova destra (il fronte di Ahmadinejad), dall’immobilismo dei conservatori religiosi della destra religiosa tradizionale (il fronte della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei), dagli stessi riformisti moderati, sinistra islamica o centro, con cui spesso una superficiale analisi critica occidentale li confonde. Come i riformisti moderati, i conservatori pragmatici basano la loro proposta strategica sul presupposto della perdita di legittimità della rivoluzione islamica, ma a differenza dei riformisti moderati non vogliono un mutamento di regime ed una risistemazione totale degli equilibri di potere, bensì l’affermazione di un nuovo quadro tattico finalizzato in primo luogo alla modernizzazione economica, istituzionale, che si accompagni ad una prospettiva di consumi, profitti e continui benefici  economici.

 

Se il processo di modernizzazione promosso e sostenuto da Ahmadinejad è, come scrivevo, improntato ad un radicalismo nazionalista grande-persiano estraneo assolutamente alla tradizione ortodossa khomeinista, tutto caratterizzato dalla volontà di fare dell’Iran una potenza internazionale temuta e rispettata – disposta certamente in questo senso allo scontro con l’Occidente o con Israele - e fondato sul blocco tra militari nazionalisti rivoluzionari e le fasce urbane e rurali popolari economicamente più umili, il processo di modernizzazione promosso dai conservatori pragmatici (gli strateghi interni della cosiddetta “onda verde”) si fa interprete soprattutto dei desideri e della volontà della borghesia del bazar, dei tecnocrati e di una parte dei manager delle varie industrie di produzione energetica. La modernizzazione è proposta in senso propriamente “capitalistico”, rispetto alla ascesa della economia iraniana da industriale a post-industriale, è intesa in senso di accesso esteso ai consumi e deve essere accompagnata ad una politica estera caratterizzata dal forte dominio del momento tattico e diplomatico rispetto a quello forte, strategico. 

 

Anche in questo caso si noti la differenza circa il concetto di modernizzazione con i riformisti puri, che darebbero un taglio più “democratico”, fondato sui diritti dell’uomo e sulla stessa retorica femminista, pur sempre in un quadro islamico.  Ma si tenga bene in mente che questo processo di modernizzazione – per i pragmatici conservatori – non deve avvenire con una fuoriuscita dal legittimo potere politico e dal tradizionale quadro della Repubblica Islamica. Una tale prospettiva metterebbe fuori gioco lo stesso Rafsanjani, la figura più carismatica e abile del fronte conservatore-pragmatico. Si tenga anche presente che non è in discussione la partita di potenza geopolitica e regionale che l’Iran sta disputando, nucleare incluso. Questo va compreso.

 

Sebbene, come ormai acclarato il progetto dell’onda verde sia sorto in larga parte sull’esempio e sulla prassi della rivoluzioni colorate, non ci possiamo spiegare le migliaia di contestatori sulle strade di Teheran se non alla luce di un progetto strategico di ampio respiro fondato sulla centralità di un programma di potenza iraniano. Chi conosce il popolo iraniano (e le menti raffinate di Washington e Londra ben lo conoscono), chi ha chiaro il tradizionale orgoglio persiano, sa bene che giocare esplicitamente la carta della mera occidentalizzazione, dei diritti umani e della apertura ai consumi, sarebbe stato il modo migliore per bruciare immediatamente la protesta. Ciò che Rafsanjani ed i suoi luogotenenti mettono invece in discussione è il radicalismo mistico, la dottrina sociale fortemente antiplutocratica ed anticapitalistica, la politica estera contrassegnata da un forte avvicinamento a Cina e Russia declinato in senso antioccidentale, l’azzardo strategico militarista, considerato a torto dai pragmatici conservatori come una forma di ingenuo avventurismo, che ha caratterizzato la reggenza Ahmadinejad.  

 

Modello cinese dunque in quanto capace di conciliare priorità del dominio politico, conservatore autoritario, e forte ascesa economica capitalistica, che sarebbe garantita dalle naturali risorse dell’Iran, con una politica internazionale contrassegnata dalla Realpolitik e dalla possibile estinzione di ogni conflittualità latente con l’Occidente. Rafsanjani non solo ha forti legami con il bazar per eredità e tradizione familiare, ma gode anche di una grande considerazione a Qom. Proprio a Qom, nel Vaticano dello sciismo, dove risiedono vari membri dell’Assemblea degli Esperti , Rafsanjani si è recato spesso sia prima sia dopo la gara elettorale. Egli è stato capace di incassare il consenso e il supporto di grandi ayatollah sciiti, non solo di Ali al- Sistani, massima autorità sciita in Iraq, ma anche di Yousef Saanei, che risiede a Qom, definito il “Papa sciita”.

 

Viceversa, rispetto alle mobilitazioni di piazza di questi giorni, Assadollah Badamshian, capo della Motalefeh, la Coalizione islamica, fondata negli anni ’60 sotto la direzione di Khomeini (la Coalizione è un influente raggruppamento della destra religiosa in contatto con la Guida, che ha al proprio interno mullah conservatori ed importanti famiglie dei bazarì che hanno finanziato la rivoluzione islamica ed hanno poi occupato rilevanti posti nella repubblica islamica), ha preso fortemente le distanze da Rafsanjani, in quanto, secondo la sua visione, si sta facendo strumento di un attacco che proviene dall’Occidente: una rivoluzione di velluto promossa dai nemici dell’Iran. Va considerato che la Motalefeh, per quanto si rimetta alla volontà di Khamenei, non ha mai visto di buon occhio l’ascesa di Ahmadinejad e nel 2005, nel ballottaggio, appoggiava Rafsanjani, non Ahmadinejad. In questo quadro che ho cercato sommariamente di delineare si muovono a loro volta le strategie internazionali più ampie.

 

Se Russia e Cina, per motivazioni diverse, si sono comunque affrettate a riconoscere la legittimità delle elezioni e soprattutto la Russia, tramite Medvedev, ha sponsorizzato più di ogni altro paese la causa di Ahmadinejad, dall’altra parte si assiste chiaramente ad una contrapposizione tattica, tra sionisti ed americani con Londra che questa volta agisce di concerto con Washington, per quanto finalizzata ad un medesimo disegno: l’annientamento di Ahmadinejad e della forza militare patriottica persiana[2].

 

E’ indifferente a questo punto, per gli angloamericani e per gli stessi sionisti, la continuità della repubblica islamica. Non è la repubblica islamica il problema. Forse non lo è mai stato. Rafsanjani, ad esempio, potrà essere utilizzato anche in senso antirusso ed allora difficilmente si continuerà a parlare dell’atomica in Iran come più grande problema universale. Non è l’antiamericanismo radicale il punto strategico che regge la coalizione della destra pragmatica di Rafsanjani.

Il problema fondamentale – è ormai chiaro -  è che il coerente patriottismo rivoluzionario del Presidente Ahmadinejad è pervaso da un irriducibile misticismo tipicamente persiano e al tempo stesso universale e da un disegno strategico radicalmente anti-angloamericano e di conseguenza russofilo.

 

Con grande lungimiranza di prospettive, a differenza del Mossad che ha subito colto la palla al balzo per fomentare agitazioni terroristiche in fondo controproducenti, come ad esempio l’attentato al mausoleo dell’ayatollah Khomeini (20 giugno 2009)[3], il clan Brzezinski, dopo aver preparato il terreno per sedizioni interne finalizzate alla delegittimazione del Presidente persiano, ha seguito con apparente distacco gli eventi, manifestando una sostanziale quando poco credibile indifferenza rispetto alla eventuale vittoria di un Ahmadinejad o  di un Moussavi. Se i politici di professione, negli Usa, contestavano Obama per la sua condotta sull’Iran, un vecchio stratega dell’unipolarismo giudeoamericanista quale Henry Kissinger giudicava positivamente l’astuta condotta del presidente americano sui fatti iraniani. In questo caso specifico, Londra sembrerebbe aver agito di concerto con Washington, più che con Tel Aviv, promovendo dall’interno la contestazione (squadre terroristiche addestrate in Iraq dai servizi segreti anglosassoni entravano in azione al centro di Teheran quando le manifestazioni pacifiche andavano esaurendosi)  e dall’esterno attaccando costantemente il Presidente persiano con i vari mezzi propagandistici e rifiutando invece di colpire con azioni eclatanti i simboli della nazione (tattica operativa usata fino ad ora dal Mossad).

 

Certamente, il quadro successivo alla vittoria elettorale di Ahmadinejad non è stato luminoso per un qualsiasi seguace iraniano del Presidente ma all’insegna della destabilizzazione e dell’insicurezza continua.  Consideriamo però ciò che in fondo tutta l’opinione pubblica mondiale anti-Ahmadinejad auspicava. Ebbene, questo non si è verificato affatto. Né l’esercito, né tanto meno i Bassiji – i nuovi squadristi persiani, secondo un’identica corrente di pensiero che comprende B.H. Levy, i radicali e l’estrema sinistra no-global – hanno perso il dominio dei caotici eventi. Non hanno compiuto alcuna strage stile Tienanmen, nonostante all’origine delle proteste vi siano state azioni terroristiche proprio contro di loro, con morti e feriti. Non hanno affatto abbandonato i fucili unendosi alle proteste, come si ventilava da più parti. Sarà in seguito sicuramente fatta luce sul caso più eclatante: la morte della giovane Neda, e si avrà modo di constatare che anche in questo caso la regia è stata probabilmente esterna. In definitiva, forze armate persiane e Bassiji hanno fino ad ora fatto doverosamente rispettare l’ordine pubblico, con serietà e con grande spirito patriottico, come è loro compito. Con grande pazienza e autodominio, si potrebbe anche dire, visti gli atti di teppismo gratuito che hanno colpito costantemente Teheran dopo le elezioni.

In questa chiave, un tentativo di complotto golpistico giudeoamericanista (con il fondamentale supporto di Londra) anti-Ahmadinejad e filo-Rafsanjani ha finito per rafforzare il potere interno del Presidente. Questo perché? E’ bene andare un attimo indietro negli anni.

 

La Guida Suprema si rivolgeva infatti agli ambienti militari ed alle forze di sicurezza dal 1997, cercando di fermare in tal senso l’avanzata riformista. Nominava allora ai vertici dei Pasdaran ufficiali che avevano un orientamento conservatore ed antiriformista. Gradualmente, le forze di sicurezza e i militari hanno guadagnato un sempre più forte spazio politico. Dalla definitiva legittimazione di questo spazio politico derivava l’ascesa di Ahmadinejad. L’attuale Presidente persiano era infatti uno dei fondatori di Isargan ed uno degli esponenti di maggior rilievo della coalizione Abadgaran Isargan (“i sacrificati per la rivoluzione”) e Abagardan sono organizzazioni che hanno la medesima piattaforma politica, composte in larga parte da militari, mutilati e veterani di guerra, familiari di martiri del conflitto Iran Iraq ed ex comandanti dei Pasdaran che dalla fine degli anni ’90 ad oggi hanno assunto sempre più peso politico nella società iraniana, fino ad essere definite la guida del movimento rivoluzionario ultra-conservatore.

 

Il termine “rivoluzionario conservatore” mi sembra più corretto rispetto al termine ultra-conservatore (che anche l’analista iraniano Amir Mohebbin dà a questo movimento) che andrebbe applicato invece, a mio avviso, alla corrente della destra religiosa tradizionale facente capo alla Guida Suprema. Nel dicembre 2004 si aveva infatti una fondamentale rottura tra gli ultra-conservatori (la vecchia guardia khomeinista ortodossa) e il fronte che ho appena definito “rivoluzionario-conservatore”. Mentre la vecchia guardia khomenista aveva allora il punto di riferimento in Ali Lariani, i rivoluzionari conservatori (il partito degli elmetti) si riferivano soprattutto all’ex capo della polizia Qalibaf, mentre una componente minoritaria militava già a favore di Ahmadinejad.

Quando si arrivava al ballottaggio del 2005, tutto il fronte rivoluzionario conservatore si schierava con Ahmadinejad. Isaragan annunciava il proprio sostegno ad Ahmadinejad in questi termini: “Certamente sosterremo con fermezza Mahmoud Ahmadinejad, un candidato che rappresenta il simbolo della giustizia e dell’onestà, nelle parole e nelle azioni e che onorerà i nostri doveri nazionali e religiosi”.

 

Da allora, il partito nazionalrivoluzionario degli elmetti, che estendeva il suo peso nelle istituzioni parastatali, nello stato-ombra, originariamente strumento di protezione del potere del clero, nelle stesse Fondazioni, si identificava quasi totalmente con la visione del mondo e l’azione del Presidente Ahmadinejad. Il clero di stretta osservanza khomeinista, viceversa, ha fatto quasi totalmente blocco contro Ahmadinejad.

Nel precedente articolo ho parlato di un’alleanza tattica, più che strategica, tra la Guida Suprema ed il Presidente Ahmadinejad. Tutti questi elementi che ho brevemente esposto, indicano chiaramente che è Ahmadinejad, molto più della Guida, in una posizione privilegiata. I Pasdaran ed i Bassiji, prescindendo dagli elementi formali, rispondono in sostanza al Presidente, molto più che alla Guida.

 

Per gli elmetti in generale, ma in particolare per i Bassiji, Ahmadinejad è un eroe, una guida ed un esempio. E’ un uomo umile, semplice, senza pretese, che sembra realmente aver consacrato la sua vita alla causa della rivoluzione e alla sovranità della patria. La sfida del nucleare lanciata da Ahmadinejad è probabilmente diversa da come l’ avrebbe sviluppata un Rafsanjani. E’ la sfida strategica – che sembra annichilire ogni mediazione politica e diplomatica[4] - di chi, con tale strumento, vuole ridare voce alla millenaria spiritualità del suo popolo, rientrando attivamente, di diritto, tra le grandi potenze.  Non a caso molti osservatori hanno già definito il periodo Ahmadinejad come contrassegnato dal percorso della “militarizzazione della politica”. Tutti questi elementi lo rendono particolarmente popolare e lo fanno amare dal “popolo dei bassiji” e dai militari in genere.

 

Per tutti questi motivi, infine, mi sembra più corretto parlare del Presidente Ahmadinejad come di un “rivoluzionario conservatore” piuttosto che di un ultra-conservatore.

 

E probabilmente, tutta l’intellettualità giudaica e le forze del materialismo internazionale mobilitate contro di lui, tutte queste forze che si organizzano capillarmente contro un processo rivoluzionario che vorrebbe comunque assegnare un ruolo centrale all’elemento spirituale e eroico si augurano, del resto, che è solo per un tragico scherzo del destino che questo rivoluzionario-conservatore nasceva il 28 ottobre in un piccolo villaggio della Persia più profonda. Peraltro: un figlio del fabbro.

 

 

 Luca Fantini

 

Dottore di ricerca in storia della filosofia, collabora come consulente con la nostra Redazione riguardo problematiche storico-filosofiche, con particolare attenzione alla questione giudaica

Link originale : http://www.terrasantalibera.org/LucaFantini_strategia_ahmadinejad_2.htm

 

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[1] W. Buchta, Who rules Iran? The structure of Power in the Islamic Republic, Washington 2000, pp. 11-20.

[2] Nessuno ha notato che nel corso delle due campagne elettorali che ha affrontato, il Presidente Ahmadinejad quando introduceva il tema della politica estera, basando tutto il concetto sul motivo della sovranità nazionale e dell’orgoglio persiano, sosteneva che dovere della diplomazia iraniana è basarsi sulla necessità di buoni rapporti con tutte le nazioni sulla base del reciproco rispetto secondo un ordine che contempla in primo luogo tutti i paesi che un tempo appartenevano all’antico Impero Persiano.

[3] Particolare interessante, al riguardo, il MOSSAD respinse una richiesta in questo senso dell’allora premier iraniano S. Bakhtiar, rifiutandosi di uccidere Khomeini: Cfr. http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/mondo/2009/06/24/AMqadFhC-uccidere_ayatollah_khomeini.shtml

[4] Significativo al riguardo, circa due anni fa, il sequestro di un reparto della Marina anglosassone che aveva violato la spazio navale iraniano, quando tutto il mondo dava per imminente un attacco militare antiraniano.

 

 
 

 

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