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Nel 1986, il tecnico Mordechai Vanunu rivelò ad un giornale
che Israele disponeva di un sofisticato sistema nucleare. Fu
rapito dai servizi segreti
del Mossad a Roma ed incarcerato in Israele. Mordechai Vanunu
è uscito dopo 18 anni di detenzione.
In questo articolo, ripercorriamo la sua storia da brividi. E
ci poniamo qualche (ingenua) domanda: come mai Israele può
detenere testate nucleari senza che nessuno (di importante) se
ne preoccupi? Perché mai per Tel Aviv non si parla di
ispezioni internazionali come, ad esempio, per il vicino Iran?
La vicenda che vogliamo raccontare prende le mosse
dalla liberazione dal carcere, dopo 18 anni di detenzione, di
un tecnico nucleare israeliano, nato in Marocco da famiglia
sefardita. La sua colpa era di aver rivelato informazioni
segretissime sull’armamento atomico di Israele.
Dopo aver cercato inutilmente di entrare nello Shin Bet, il
servizio di sicurezza interno israeliano, Mordechai Vanunu -
questo il nome del protagonista - all’età di circa vent’anni
venne assunto al centro di ricerche nucleari di Dimona, nel
deserto del Negev in Israele. Questo impiego segnò il suo
destino successivo.
Prima di ricordarne le vicende, vale però la pena di esaminare
con un minimo di dettaglio la storia dell’impianto,
interessante ed esemplificativa di come le alleanze politiche
e militari tra stati cambino radicalmente nel tempo e portino
a risultati inattesi e talora imprevedibili.
L’ENERGIA NUCLEARE: MA PER QUALI SCOPI?
Dopo la seconda guerra mondiale la prospettiva di un uso
diffuso e importante dell’energia nucleare ebbe sostenitori
entusiasti ovunque, dato che in essa si vedeva la fonte
energetica del futuro: potentissima, abbondante, economica. I
benefici di questa fonte si auspicava fossero universali e a
questa filosofia si ispirò il presidente americano Eisenhower
quando, l’8 dicembre 1953, davanti all’Assemblea generale
delle Nazioni Unite, propose il programma Atomi per la Pace,
mirato a fornire assistenza tecnica ai paesi che desideravano
impegnarsi nel campo dell’utilizzo pacifico dell’energia
nucleare.
In Israele la Commissione per l’energia atomica era nata un
anno prima e si caratterizzò subito per una stretta
collaborazione con gli ambienti militari, in ciò seguendo le
direttive di uno dei padri dello stato sionista: David Ben
Gurion. L’anno dopo gli israeliani riuscirono a mettere a
punto un processo efficace per estrarre l’uranio presente nel
deserto del Negev, nonché un nuovo metodo per produrre acqua
pesante. Con questi due materiali i progetti atomici del paese
potevano procedere, innanzitutto costruendo un reattore
nucleare.
Per la complessa progettazione e realizzazione dell’impianto,
Israele ebbe bisogno di assistenza. La cercò (e la ricevette)
in Francia, che a quel tempo era fortemente impegnata a
cercare di sconfiggere il movimento indipendentista algerino.
In quel periodo, Parigi si contrapponeva al mondo arabo (in
primis all’Egitto, contro cui, nel 1956, Francia, Gran
Bretagna e Israele combatterono la cosiddetta guerra di Suez)
e quindi era interessata a sostenere uno stato mediorientale
«naturalmente antiarabo». All’interno della collaborazione che
ne scaturì, Israele ricevette pure assistenza militare
diretta, sotto forma di aerei e altri armamenti sofisticati.
Il pilastro fondamentale su cui reggeva questa tacita alleanza
era comunque rappresentato dalla rivolta algerina e quando la
nazione maghrebina ottenne finalmente l’indipendenza nel 1962
iniziò un lento processo di normalizzazione tra Parigi ed i
vari stati arabi, che man mano vide il parallelo
raffreddamento dei rapporti con Tel Aviv.
La centrale di Dimona venne realizzata alla fine degli anni
’50, in gran segreto. Ma gli Stati Uniti si accorsero che
qualcosa di insolito stava succedendo. Effettuando dei sorvoli
con gli aerei spia U2 nacque in loro il sospetto che Israele
avesse ambizioni nucleari militari, tanto che espressero la
loro preoccupazione in merito. Alla fine la natura nucleare
dell’impianto fu ammessa apertamente da Ben Gurion, ma solo
nel 1960, quando lo descrisse come «struttura di ricerca a
scopo pacifico». Negli anni successivi Israele ribadì più
volte che non sarebbe stato il primo a introdurre armi
nucleari nel Medio Oriente.
L’impianto venne visitato negli anni ’60 da ispettori
americani, che però non riuscirono a farsi un’idea chiara di
quel che in esso avveniva, anche perché, secondo alcune fonti,
gli israeliani camuffarono abilmente le installazioni,
realizzando delle false sale controlli e addirittura murando
intere sezioni, specialmente quelle sotterranee. Gli ispettori
si fecero peraltro l’idea che non esistessero motivazioni
scientifiche o civili sufficienti per giustificare un reattore
nucleare di tali dimensioni - e ciò aumentò i sospetti che
Israele avesse intenzione di farsi segretamente la bomba
atomica - ma nemmeno trovarono prove di attività chiaramente
mirate alla produzione di ordigni nucleari.
Si giunse così al 1968, quando la Cia americana concluse che
Israele aveva iniziato a realizzare bombe nucleari. Negli anni
successivi vi fu molta incertezza; non sull’esistenza, ma solo
sulle dimensioni dell’arsenale atomico israeliano.
Risulta sorprendente l’incapacità ed il disinteresse mostrato
a questo riguardo dal mondo intero: sia gli stati occidentali,
come anche e soprattutto le nazioni arabe e l’Urss se ne
restarono quieti relativamente all’armamento atomico
israeliano. Questo tema non assunse mai grande importanza, né
venne mai discusso pubblicamente ed Israele non subì
particolari pressioni perché accettasse ispezioni
internazionali e rinunciasse ai propri programmi di armamento
nucleare. Anche i principali leaders arabi avallarono questa
«politica dello struzzo», evitando di sollevare la questione a
livello internazionale. Forse per paura di non poter più
utilizzare a fini interni l’infiammante retorica che auspicava
la totale distruzione dello stato sionista.
LE «TESTATE» DI ISRAELE
Quando entrò in gioco Mordechai Vanunu? Egli rimase a lavorare
a Dimona per quasi un decennio, fino al 1985. Licenziatosi,
andò dapprima in Australia, ove si convertì alla religione
anglicana. Spostatosi in Gran Bretagna, nel 1986 svelò al
giornale britannico Sunday Times l’esistenza del segretissimo
programma di armamento nucleare del suo paese. Grazie alle
informazioni fornite da Vanunu e alle 60 fotografie che egli
era riuscito a scattare di nascosto nell’impianto (materiale
vagliato e convalidato da noti esperti, come il fisico Frank
Barnaby), la comunità internazionale scoprì che l’arsenale di
Israele era di tutto rispetto: 100 se non forse addirittura
200 testate atomiche.
Ci si sarebbe attesi che la notizia scatenasse un putiferio.
Improvvisamente si affacciava sulla scena mondiale una sesta
potenza, comparabile con Francia, Gran Bretagna e Cina. Gli
stati arabi avrebbero potuto usare questa novità per mettere
in cattiva luce lo stato sionista, incolpandolo di aggravare
le tensioni nell’area e di introdurre -contrariamente a tutte
le dichiarazioni pubbliche precedenti - armi di distruzione di
massa dalle conseguenze imprevedibili. Invece nulla accadde e
presto tutto finì nel dimenticatoio.
Ma non per Mordechai Vanunu, che per aver divulgato queste
notizie dovette pagare un prezzo altissimo.
L’EFFICIENZA DEL MOSSAD E L’ITALIA
Israele si attivò subito e Vanunu cadde nella trappola
preparatagli. Una trappola antica, ma sempre valida. Gli venne
fatta incontrare una donna - agente segreto di Tel Aviv - di
cui egli si invaghì. Da lei fu indotto a venire in Italia e
precisamente a Roma. Giunto nella nostra capitale, fu
immediatamente rapito, drogato, messo su una nave che
aspettava al largo della costa e condotto illegalmente in
Israele, ove nel 1988 venne processato e condannato a 18 anni
di carcere per tradimento e spionaggio.
L’operazione dei servizi israeliani era chiaramente illegale e
infrangeva tutte le leggi italiane e internazionali. Sta di
fatto che il rapimento venne eseguito con tale professionalità
che nessuno si accorse di nulla. Ancora una volta il Mossad
aveva mostrato la sua leggendaria efficienza.
Il fattaccio venne alla luce solo più tardi, quando Vanunu,
durante un trasferimento in auto tra il carcere e il tribunale
ove veniva processato a porte chiuse, riuscì a far arrivare ai
giornalisti un messaggio. Con grande inventiva Vanunu aveva
scritto sul palmo della propria mano poche righe in cui
denunciava di essere stato rapito a Roma e la mostrò ai
fotografi che stazionavano fuori del tribunale. La notizia
fece il giro del mondo, ma ancora una volta la questione non
suscitò grandi reazioni nel nostro paese.
Solo la magistratura fece qualcosa: il pubblico ministero
Domenico Sica aprì un’inchiesta, ma questa fu presto
archiviata con la motivazione che non c’era nessuna prova.
L’Italia usciva così dalla vicenda in maniera vergognosa e
inetta.
Viene da chiedersi perché i servizi israeliani scelsero di non
agire contro Vanunu in Gran Bretagna, attraendolo invece in
Italia. Dovevano avere fiducia nella nostra incapacità di
intralciare i loro piani e nella mancanza di una reazione
degna di una nazione civile. In quella occasione, anziché da
democrazia attenta a salvaguardare la propria dignità e i
principi di legge, l’Italia si comportò come una impotente
«repubblica delle banane».
PERCHÉ LO FECE?NON PER DENARO
Sui motivi che hanno spinto Vanunu a denunciare le attività
nucleari militari del proprio paese si è discettato molto.
Prima di questa decisione egli aveva certamente vissuto un
periodo difficile dal punto di vista psicologico, culminato
con la crisi religiosa che lo aveva portato ad abbandonare la
fede ebraica per quella cristiana anglicana. In ogni caso il
suo ripensamento sulla «bontà» del programma nucleare
israeliano doveva risalire a ben prima, dato che si era
adoperato a scattare numerose immagini dell’impianto di Dimona
e a trafugarle all’esterno. Sicuramente era anche conscio dei
rischi cui si esponeva nel rivelare i segreti atomici
israeliani, ma questo non gli impedì di agire, accettando la
possibilità - come poi avvenne - di venir arrestato e pagare
duramente per il suo gesto.
Da quel che si sa appare certo che egli non abbia agito per
denaro, ma per motivi etici e morali. Vanunu decise di far
sapere al mondo intero che il suo paese si era dotato dei più
terribili ordigni di morte, introducendo nel Medio Oriente un
elemento fortemente destabilizzante, che avrebbe potuto
accrescere i rischi di un disastro totale.
Alcuni, ad esempio lo scrittore israeliano A. Yehoshua,
sostengono come l’arsenale atomico israeliano giochi in realtà
un ruolo favorevole per le prospettive di pace nel Medio
Oriente. Esso permetterebbe infatti alle colombe israeliane di
avanzare con maggiore efficacia proposte di rinuncia ai
territori occupati e ad altre concessioni, a fronte della
garanzia fornita dalla presenza delle bombe atomiche, che
dovrebbe essere in grado di dissuadere ogni stato arabo da un
eventuale attacco finale. Un esempio di questo efficace ruolo
di deterrenza viene individuato anche nell’improvviso arresto
della notevole avanzata militare di egiziani e soprattutto di
siriani nei primi giorni della guerra del Kippur nel 1973;
«una sconfitta troppo bruciante avrebbe potuto spingere
Israele a far uso delle sue armi letali».
Supponendo, per ipotesi, che il possesso delle bombe atomiche
favorisca davvero i moderati israeliani, non si può certo dire
che questi abbiano avuto grande successo politico negli ultimi
anni!
NELLE CARCERI ISRAELIANE
Il trattamento carcerario in cui è stato tenuto Vanunu è stato
spietato. Ha trascorso oltre 11 anni in isolamento completo,
senza che gli fosse consentito alcun contatto umano, se non
sporadici colloqui con i familiari, il suo avvocato e un
prete. Durante questi incontri egli era peraltro sempre
separato dai suoi interlocutori da una grata metallica. Fino a
tempi recenti non gli venne nemmeno concessa l’ora d’aria,
come a tutti gli altri detenuti.
I numerosi appelli internazionali per la sua liberazione, o
almeno per un ammorbidimento delle condizioni di detenzione,
vennero sempre rifiutati dalle autorità israeliane. Per loro
Vanunu aveva tradito la patria e come tale andava trattato in
modo severissimo.
Nonostante questo trattamento disumano, Vanunu non è impazzito
e a fine aprile di quest’anno, scontata la sua lunghissima
pena, è stato rimesso in libertà.
«LIBERO» E SENZA DIRITTI
L’odissea di Mordechai Vanunu non è purtroppo terminata. Come
denuncia Amnesty International, lo stato di Israele continua a
violare i diritti fondamentali di Vanunu, anche ora che è
uscito di prigione. Gli vengono imposte restrizioni
assolutamente arbitrarie; ad esempio non gli viene rilasciato
il passaporto e, per la durata di un anno, non potrà nemmeno
lasciare il paese (come invece egli desidererebbe).
Inoltre, gli è proibito entrare in contatto con cittadini
stranieri, se non con uno specifico permesso; non può visitare
nessuna ambasciata di stati esteri (in un primo tempo gli era
stato imposto di non avvicinarvisi nemmeno); non può
rilasciare interviste.
Questa sembra una vera persecuzione, anche perché Vanunu
afferma di non essere in possesso di nessun ulteriore segreto
atomico. Ciò nonostante non gli è permesso discutere con
nessuno (nemmeno per telefono o per posta elettronica) di
argomenti nucleari, e gli è anche vietato ripetere le
affermazioni già pubblicate nel 1988 dal Sunday Times.
Tutto questo va contro quanto previsto dall’articolo 12
dell’accordo internazionale sui diritti politici e civili.
Questo accordo (ratificato anche da Israele, che quindi
sarebbe tenuto a non violarlo) recita che «chiunque si trovi
legalmente all’interno di uno stato, avrà - all’interno di
quella nazione - diritto alla libertà di movimento e la
libertà di scegliersi la propria residenza» e «ognuno sarà
libero di lasciare qualunque paese, incluso il proprio».
Inoltre i diritti alla libertà di espressione e di
associazione sono garantiti dagli articoli 19 e 21 dello
stesso accordo.
Secondo Amnesty International, «Vanunu non deve essere
sottoposto a restrizioni arbitrarie e a violazioni dei suoi
diritti fondamentali, sulla base di pretesti o di sospetti nei
riguardi di ciò che egli potrebbe fare nel futuro».
ISRAELE: «STATO CANAGLIA»?
La questione Vanunu non è importante solo per l’aspetto umano,
ma ha una valenza ben più ampia.
Si è fatta la guerra contro l’Iraq motivandola con la supposta
presenza di armi di distruzione di massa, mai rinvenute.
Libia, Iran e Corea del Nord erano state inserite tra gli
«stati canaglia» perché sospettate (peraltro a ragione) di
voler sviluppare armamenti nucleari.
Di Israele e delle sue centinaia di bombe nucleari non si dice
invece nulla, incuranti del fatto che questo arsenale, mai
dichiarato ufficialmente, sia all’origine delle ambizioni
atomiche di molti governi della regione mediorientale.
Stupefacente appare l’uso di due pesi e di due misure e
l’incapacità della stampa e dei media liberi internazionali di
evidenziare i problemi posti dall’arsenale israeliano. Nel
caso della stampa nazionale e dei maîtres à penser nostrani,
suscita inoltre tristi riflessioni l’assoluta mancanza di
autocritica nei confronti di come il rapimento di Vanunu sul
suolo nazionale sia stato gestito.
Ulteriore punto importante riguarda la mancanza di clausole di
protezione, sia nella legge italiana che in quella
internazionale, per chi decida di divulgare informazioni che
sono sì segreti di stato, ma che è invece utile siano noti
alla collettività internazionale, in primo luogo nel settore
della realizzazione di bombe atomiche. Chi lo fa è in tal modo
abbandonato alla vendetta dei governi, che spesso hanno molto
da nascondere. Questi misconosciuti benefattori dell’umanità
non godono nemmeno del trattamento riservato ai prigionieri
politici. Pensiamo a quel che succederebbe se uno di questi
coraggiosi personaggi si presentasse un giorno alle nostre
frontiere, chiedendo asilo politico dopo aver divulgato ai
media notizie riservate sul conto del proprio paese. Sarebbe
rispedito in patria e abbandonato alla vendetta delle
autorità, come è stato per Vanunu?
Si impone, a livello internazionale, un’iniziativa di
protezione di queste persone e sarebbe auspicabile che
l’Italia e l’Europa si facessero parti attive a questo
riguardo.

L’INSEGNAMENTO DI MORDECHAI
Vogliamo chiudere con le parole di speranza espresse da
Mordechai Vanunu poco prima del suo rilascio dal carcere:
«Siamo riusciti a superare questo lungo periodo di silenzio.
Grazie a tutti gli attivisti e ai sostenitori che hanno
lavorato in molte nazioni. Siete stati la mia voce, la mia
coscienza. (…) Sarò lieto di incontrarvi e di condividere con
voi le mie esperienze, le mie opinioni e di lavorare (…) per
l’abolizione delle bombe nucleari in tutto il mondo (seguono
varie parole censurate). Quella è la nostra missione e il
nostro obiettivo futuro. Ci fermeremo solo nel momento in cui
si avrà un nuovo accordo internazionale che metta al bando e
abolisca tutti i tipi di bombe nucleari. (…) Crediamo che ciò
sia possibile e che potremo vedere questo momento nel corso
della nostra vita, proprio come è successo con la fine della
guerra fredda. Il nostro messaggio è: “la fine delle bombe
nucleari è possibile!”».
Mirco
Elena
Rivista “Missioni della Consolata”
http://www.rivistamissioniconsolata.it/ |