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SULL'AMPIEZZA, LA CAPILLARITÀ,
LA SPECIFICITÀ
DELL'INFLUSSO CULTURALE EBRAICO
di don Ennio Innocenti
(Appendice di don Ennio Innocenti all'opera di
Padre Julio Meinvielle
"Influsso dello gnosticismo ebraico in ambiente
cristiano",
edizione fuori commercio, Sacra Fraternitas
Aurigarum in Urbe 1995)

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PRIMA DELL'ETA MODERNA
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NELL'ETÀ MODERNA
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INFLUSSO EBRAICO NELLA GENESI DELLA
SOCIETÀ MODERNA
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EMERGENZA E PERVASIVITÀ EBRAICA NELLA
ECONOMIA CAPITALISTICA ODIERNA
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IL RISENTIMENTO ANTIEBRAICO IN AMBIENTE
CRISTIANO, POST-CRISTIANO E ACRISTIANO
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INFLUSSO EBRAICO NELLA POLITICA DELLA
SANTA SEDE
1 - PRIMA DELL'ETA MODERNA
1.
Notiamo - al tempo della rivolta dei Maccabei - un acuirsi del tradimento spirituale della dirigenza sacerdotale ebraica. In contemporaneità
con questo noto fenomeno riscontriamo i primi rapporti seri tra la nuova dirigenza ebraica e la dirigenza romana e il difficile radicarsi di ebrei in Roma.
Al tempo di Cesare ci sono banchieri ebrei molto potenti - e colmi di privilegi - nell'Urbe; essi certamente sono in grado di operare anche sul piano culturale. Cicerone, anzi, attesta che l'influsso ebraico raggiunge efficacemente perfino le Assemblee dei cittadini romani. Sono migliala gli ebrei - certamente di rilievo - venuti a Roma nell'anno 4 a.C. (forse lo stesso anno della nascita di Cristo, o poco dopo).
Al tempo d'Augusto operano a Roma ebrei
d'alta cultura. È poi innegabilmente impressionante leggere in Tacito che ben quattromila giovani «di superstizione egiziana e giudaica» vengono esiliati dall'Urbe per ordine di Tiberio. Secondo Svetonio e Giuseppe Flavio si tratta proprio di ebrei. Ed
inequivocabilmente ebraica è l'occasione che provoca la reazione imperiale: l'infiltrazione «superstiziosa» e corruttrice nelle classi alte
e specialmente tra le donne di quelle classi.
Successivamente vengono confermati vari
indizi sia del livello culturale ed economico di ebrei "romani", sia del loro
grado d'inserimento nella cultura e nella società romana (purtroppo con
connotazioni generalmente negative), sia della loro probabile "secolarizzazione" (restando però indubitabile il permanere della loro identità nazionalistica).
2. Utilmente il lettore potrebbe riflettere sul contrastato impianto del cristianesimo in Roma. La crocifissione di Gesù è con probabilità datata nell'anno 30 sotto
Tiberio. Poco dopo Pietro ha rapporti con persone romane e specialmente con un alto ufficiale di Cesarea che porta un nome prestigiosissimo.
Secondo le nostre fonti letterarie, già
nell'anno 35 Tiberio propone al Senato di ammettere il nuovo culto cristiano,
sebbene quella roccaforte tradizionalistica non accolga la proposta. Nell'anno 36 o 37, però, Tiberio invia il suo fiduciario per l'Oriente, Vitellio, a Gerusalemme ed ecco cosa
notiamo:costui (sostituito Filato con il nobile Marcelle) depone Caifa,
responsabile dell'uccisione del diacono Stefano e della conturbante persecuzione anticristiana seguita a tale assassinio.
In questo periodo Pietro si muove
apostolicamente e ha il primo duro contatto con uno gnostico palestinese, il samaritano Simone. Saputo,
poi, che il mago aveva ottenuto nella Roma di Claudio massimi riconoscimenti
di credulità, Pietro, nell'anno 42, abbandona la patria e da Cesarea
raggiunge Roma. Qui, eliminato il falso profeta palestinese, Pietro predica in nobili dimore, tra cui quella del consolare Marcelle, a personalità di altissimo rango, anche di Palazzo, e costoro chiedono al segretario dell'apostolo. Marco, di mettere per iscritto i temi predicati. Nasce, così, autorizzato da Pietro, il Vangelo di Marco, un frammento papiraceo del quale è stato recentemente ritrovato in una grotta palestinese sigillata nell'anno 68. Il papiro di Marco era contenuto in un'anfora proveniente da Roma e, in base alla scrittura, è datato dagli specialisti all'anno 50.
L'Imperatore Tiberio - a quanto risulta -
aveva protetto il nuovo culto; il successore, Claudio, nulla di ostile intraprese contro Pietro accolto da romani di alto rango. Anzi, il fatto che nell'anno 51, il governatore
Gallione, che era stato console dell'Urbe l'anno avanti, protegga platealmente Paolo, è probabilmente indicativo d'una linea politica, che ci pare
confermata quando ad Efeso si verifica un tentativo di linciaggio anticristiano: in quella occasione l'autorità cittadina è estremamente energica
nel richiamare la folla sobillata da ebrei all'osservanza del diritto intimidendo i facinorosi proprio a motivo della occhiuta vigilanza dell'autorità romana.
Neppure l'Imperatore Nerone, nella prima
fase del suo regno, fu pregiudizialmente ostile: lo deduciamo dal fatto che
affidò il governo dell'Armenia Romana proprio ad un cristiano ben
identificato, di nome Aristobulo. C'è, del resto, un altro fatto indicativo dell'atteggiamento neroniano
fino all'anno 62 (che è l'anno della sentenza assolutoria dell'Apostolo Paolo, il quale aveva appellato dalla prigionia della Palestina al tribunale
dell'Imperatore).
Eccolo: l'ebreo romanizzato Flavio Giuseppe,
nel suo libro Antichità Giudaiche, precisa che il sommo sacerdote
Ananos, nell'anno 62, per poter uccidere l'apostolo Giacomo, dovette
aspettare, come occasione favorevole, l'assenza del governatore romano. Nerone, dunque, continuò, fino al 62, la linea del predecessore Claudio. Solo dopo il 62
prevale un influsso tremendamente deviante alla Corte di Nerone, dovuto, come sembra di poter dire sulla base di quanto c'informa Plinio nella Storia Maturale, all'invadenza di superstiziosa magia. Le persecuzioni successive non furono più che potature: Roma diventò cristiana Ma non si può dimenticare un altro aspetto della questione su cui abbiamo invitato a riflettere.
Ci sono buone ragioni per ipotizzare che la causa per cui Claudio fu
indotto a provvedimenti drastici contro ebrei (espellendoli dall'Urbe) per i disordini in cui furono coinvolti impulsore Chresto (Svetonio)- sia da ricercare proprio nella gelosia nazionalistica di quella gente, non nel loro zelo religioso di salvaguardare la propria ortodossia.
Quella, infatti, poteva sentirsi minacciata dal Cristo estimatore della
fede dell'alto ufficiale di Cafarnao, da quell'Apostolo mostratesi estimatore della fede dell'alto ufficiale di Cesarea, da romani di pia tradizione che,
divenendo adoratori del Cristo, avvincevano, forse, alla oro fede perfino liberti d'origine ebraica (non è da escludere che tale sia il caso di Pnsci a ed Aquila, personaggi certamente industriosi, di censo, bene inseriti nelle
famiglie romane... addirittura abitanti, secondo la tradizione nella cerchia urbana patrizia).
Tuttavia, urtando tale prevaricatrice gelosia
{disordini continuati) contro romani d'alto rango (e varie sono le personalità romane d'alto rango sospettate d'esser cristiane, senza contare 1 ex-console Paolo convcrtito a Cipro...), essa non poteva venir tollerata: di qui l'espulsione delle persone coinvolte nei disordini m ragione della loro ebraicità, divenuta fastidiosa, e il divieto di riunione per gli ebrei non espulsi.
Troppo poco, peraltro, si è fìno ad oggi
riflettuto sulle possibili caratteristiche culturali di tale gelosia nazionalistica.
3. Nell'ultima
parte del regno di Nerone gli ebrei rialzano la testa -almeno per un certo periodo - a Roma. I cristiani, fino a quel momento protetti, si celano, sì, anche nel Palazzo, ma gli ebrei hanno i loro molto speciali canali e, anzi, giungono - grazie a Poppea - perfino nell intimità dell'Imperatore. Si salva, sì, Pomponia Grecina, (la moglie del celebre
conquistatore della Britannia, convertitasi -parrebbe- nel 42-43, e poi
accusata di "superstitionis externae"), ma finalmente viene 1 occasione
propizia (l'incendio dell'Urbe) per la grande decisiva accusa e Nerone scatena la prima persecuzione romana contro i cristiani.
Molto si è discusso dei titoli di tale atto.
Ci si pone un giustificato interrogativo: se l'accusa neroniana dell'incendio -rivolta ai cristiania era pretestuosa, se l'ipotesi del loro coinvolgimento nella fronda politica e soltanto una ragionevole supposizione, non si può forse indicare un altra e più fondata motivazione dell'atroce aggressione neroniana?
Ebbene, si: Tacito dice espressamente che quei cristiani romani furono condannai "non per il crimine dell'incendio, ma per il loro odio del genere umano .
Quest'ultima accusa, però, significa soltanto
che essi mostravano di sottrarsi alla vita civica ordinaria, il che
suggerirebbe un loro giudizio piuttosto negativo sul quadro civico-politico.
Un ventennio - o poco più - dopo Nerone, il Papa Clemente, proveniente da una famiglia romana, indica inequivocabilmente 1 autentica matrice della persecuzione: la gelosia.
Pochi anni prima della persecuzione, l'Apostolo Paolo, in stato di
detenzione nell'Urbe, aveva convocato tutti i responsabili dei numerosi ebrei di Roma e aveva constatato sia che essi non avevano informazioni dirette sulla predicazione cristiana sia che essi non erano spiritualmente disponibili per 1' apprezzamento di tale messaggio: ancora una volta egli (ma prima che a lui, non era forse già toccato - e con tutti i crismi dell'ufficialità - a Cristo stesso, ancor durante il suo peregrinare, e poi agli altri apostoli?) deve registrare l'impossibilità di continuare con loro il discorso: essi si chiudono a riccio...non sono disponibili per un discorso
alto...a loro basta l'essere ebrei...e Paolo ha l'esperienza di quanto sia pericoloso urtare quella loro suscettibilità.
Difficile indagare sulle radici spirituali di questa. Non è certo nella
tradizione del messaggio profetico-biblico che bisogna cercarle, ma in altra
"tradizione di uomini", come la chiamava Gesù. È una tradizione deviante dalla autentica rivelazione biblica, come già denunciava Geremia
(VIII.8): «Falsificarono la Legge mediante la penna bugiarda degli scribi». Viene in mente un testo farisaico del tempo di Gesù {Sanhedrin 59 a)
che è da considerare cabalistico.
Esso recita: " Un etnico che si occupa dello
studio della Torah è degno di morte". E Gesù - echeggiato puntualmente da
Pietro - reclamava: "Voi chiudete le porte del Regno e non lasciate entrare coloro che lo vorrebbero" (Me 23,13).
4. Non abbiamo elementi significativi per farci un'idea precisa della "mens" della dirigenza sacerdotale ebraica al tempo di Gesù, al di là dei
tratti generali della ideologia sadducea. Pare che il Sommo Sacerdote Anna non fosse neppure palestinese e provenisse probabilmente da Alessandria d'Egitto, roccaforte della gnosi cabalistica. Impossibile, comunque, ipotizzare etichette generalizzanti relativamente alle migliala di sacerdoti trovati da Tito in quel Tempio costruito da Erode (in ringraziamento a Dio per l'amicizia dei romani, come assicura Giuseppe Flavio) e da Tito
fatti subito trucidare senza incertezze: era l'intera classe sacerdotale giudaica, da cui si erano tempestivamente sottratti i sacerdoti convertitisi al verbo degli apostoli di Cristo.
Ma per quanto riguarda la "mens" di certi
ebrei fattisi romani abbiamo qualcosa in più. Altamente significativa,
infatti, ci paiono la qualità e il livello culturale della presenza di persone come Giuseppe Flavio nell'Urbe. Altro che legami "flaviani" degli Erodiadi e di Berenice! Sul cabalismo dello storico
alessandrino ci sono pochi dubbi così come sul contemporaneo paganizzarsi di vari ebrei romani, chiusi nel loro terrenismo
materialistico professato perfino dalle iscrizioni delle loro tombe.
Una cultura ebraica degna di gravi riserve si diffonde a Roma verso
la fine del primo secolo e i "libri sibillini", che circolano anche tra i banchi del Senato, ne sono un esempio.
Non è punto da escludere che proprio questa cultura giudaica spuria, insieme alla pessima fama di vari gruppetti di gnostici considerati di derivazione "cristiana" ("erano tra noi ma non erano nostri", osserverà
San Giovanni), abbiano avuto il risultato di proiettare sul nascente cristianesimo romano un'ombra molto negativa con tragiche conseguenze.
Potrebbe essere il caso dell'ex console e senatore Flavio Clemente, cugino dell'Imperatore Domiziano, e di sua moglie Flavia Domitilla, ambedue condannati sotto
l'accusa di ateismo «in base alla quale furono condan- nati anche molti altri che deviavano verso i costumi dei giudei
», come riferisce Dione Cassio e anche Svetonio.
Tutto questo è degno di nota sia perché situazioni analoghe esistono
in tutti i principali centri dell'Impero sia perché divenne sempre più
evidente la urgente necessità - per la Chiesa nascente - di difendersi dappertutto da questo deleterio influsso.
5. Il lettore deve tener presente:
a) La scomunica dell'ebraismo nei confronti di Gesù (ed eventuali seguaci) è già chiarissima nei Vangeli (specialmente Giov. 9,34-35; 12,
``````````````````````````````42;16,1-2).
b) Gli Atti riferiscono sia il costante tentativo di continuità con la tradizione biblica da parte apostolica sia le ripetute scomuniche ebraiche nei confronti dei cristiani.
c)
Nelle Lettere degli Apostoli c'è la chiara denuncia del pervertimento della dottrina cristiana operata da ebrei subdolamente "convcrtiti" e del loro tentativo di risucchiare il cristianesimo nel giudaismo.
d) Nell'Apocalisse matura il giudizio «si vantano di essere giudei, ma sono una sinagoga di Satana».
e) È ben poco convincente la tesi del silenzio ebraico sostenuta da J.Maier: Gesù Cristo e il cristianesimo nella tradizione giudaica antica,
Brescia 1994 (cfr.avallo di T.Federici in L'Oss.Rom. del 5/8/94, 3a
pag.). Jacqueline Genot-Bismuth, specialista di cultura rabbinica alla
Sorbona, ha pubblicato un documento ebraico del I secolo (tratto dallo Sabat che fa parte del Talmud completo) dove si parla di cristiani e si cita Matteo (cfr. //
Sabato del 10 ottobre 1992, p.59). Intorno all'anno 80, comunque, c'è un concilio ebraico a Yabnih (Giaffa), sotto Zaccai e Gamaliele II, che ufficializza la scomunica dei cristiani. Con quest'atto solenne ha inizio l'ostilità talmudica.
f) La Chiesa di Roma procede alla
definitiva formulazione del Canone dei libri sacri: l'importante linea di demarcazione equivale a definire:
la continuità ha dei limiti! Anche la scelta della domenica e la determinazione della data della Pasqua sono altrettanti "paletti" di confine.
g) Da S.Ignazio a S.Giustino a S.Girolamo.-.i Padri non smettono di
mettere in guardia contro il pericolo giudaico: è ormai chiarissima la demarcazione tra tradizione biblica e tradizione giudaica.
h) Questo non impedisce il costante rivolo di conversioni individuali
dall'ebraismo, ma il predominio che i giudei cristiani spesso raggiungono,
durante il Medioevo, sia nella società civile sia in quella religiosa, inquieta e fa sorgere sospetti.
i) Le conversioni "forzate" di masse
ebree danno luogo al generalizzato fenomeno del "marranesimo".
6. Esistono molte pregevoli opere storiche sulla presenza e l'influsso
degli ebrei in numerose città italiane - durante il periodo medievale - come anche in area slava, germanica e franca. Di grande interesse il libro panoramico, di Anna Foa,
Ebrei in Europa. Dalla peste nera all'emancipazione (XV-XVIIIsec.), Bari 1992.
Trattasi di una presenza capillare, di notevolissimo rilievo culturale, caratterizzata da una "coscienza di essere" che sollecita la nostra vigile attenzione critica.
Non per caso vediamo nel Novecento la dirczione della rivoluzione
bolcevica, in area slava, in mano per lo più ebraica; non per caso vediamo
emergere a posti importantissimi - probabilmente decisivi - nel nazismo proprio elementi ebraici; non per caso vediamo il peso determinante che gli ebrei hanno svolto in Francia dal periodo prerivoluzionario fino
al presente. Tutto questo non awiene per caso: c'è, infatti, un secolare
radicamento in queste zone che spiega tale fioritura.
Naturalmente l'importanza del marranesimo è soprattutto evidente in Spagna dopo il 1492, sia per la sua manifesta pervasività (più di mezzo
milione di ebrei divenuti all'improwiso cristiani !) sia per la sua probabile corrispondenza ad un disegno strategico eversivo concepito m accordo con centri ebraici estemi.
Assai meno evidente è invece questa importanza nel Regno Unito, la Union Jack.
Da tempo, è vero, sono note le connessioni ebraiche del massonico Rito Scozzese Antico ed Accettato, mentre quasi ignote, per lo pm, sono le connessioni ebraiche della finanza e della politica inglese (ctr., però, l'esempio offerto da Pagine Libere, Roma, ottobre 1992, pp.lóss. con bibliografìa). Anche qui non si tratta di casualità: vi vediamo invece il frutto d'una presenza a lungo protetta (e culturalmente di rilievo).
7. Non possiamo certo dar qui conto di storie locali, del resto
facilmente accessibili. Scegliamo tre fatti emblematici, non senza connessioni tra loro, risalenti al tempo della "lotta per le investiture". Tre sono i centri emblematici di quel periodo: Bamberga (dove Enrico IV tentò il supremo colpo contro Roma); Cluny (dove si forgiarono le forze spirituali decisive della grande lotta); Roma (teatro del più drammatico scontro).
Ebbene: presso il portale della famosa cattedrale di Bamberga due
famose sculture celebrano il trionfo della Chiesa e l'umiliazione della Sinagoga; il più celebre Abate di Cluny, Pietro il Venerabile, impegnato al massimo contro lo gnosticismo a lui contemporaneo, non trova di meglio che scrivere un trattato contro il giudaismo talmudico; a Roma,
infine tenta - con l'oro e il sopruso - di prendere il potere papale...un rampollo ebreo, non estraneo a Cluny, della famiglia dei Pierleoni, ricchissimi
banchieri, ben addentro nella lotta delle investiture. Ecco la qualità e il
livello del fermento ebraico nella cristianità medievale. E fu certamente per rendere attenti all'ambiguità di tale mascherato fermento che Roma, nel Concilio Lateranense IV (1215), impose la Stella di David sugli abiti degli ebrei (prowedimento subito adottato sia da San Luigi IX in Francia sia da Federico II nel meridione italico).
Non senza motivo: questioni inquietanti con gli ebrei furono sempre
aperte, per secoli (specialmente a causa delle conversioni di ebrei al cristianesimo).
8. Il lettore non pensi che gli si stia suggerendo deduzioni del tutto ipotetiche - se non addirittura indebite - sul tema dell'influsso cabalistico degli ebrei in ambiente cristiano.
La gnosi cabalistica è già evidente
nell'opera di Maimonide, ben conosciuta tra gli ebrei dotti di Roma e di Parigi (che sono i centri ebraici di maggiore irradiazione culturale europea nel Medioevo). Nel Trecento, poi, dotti ebrei di Roma (come Immanuel ben Scelomò, Colonimos e
Jehudà - o Leone - Romano) conoscono certamente le dottrine cabalistiche (che hanno numerosi seguaci - oltre che fieri oppositori, a conferma del loro pericolo per la fede autenticamente biblica - nelle comunità ebraiche). In particolare, è senz'altro ragionevole ipotizzare un influsso culturale ebraico nell'ambiente curiale romanesco, ritornati che furono i Papi da Avignone, per almeno tre vie: i medici, i banchieri, i letterati (non
è punto escluso l'influsso di questi nella stessa Scuola Palatina, nella quale erano pur presenti ambizioni missionarie ed ecumeniche).
Ma nel Quattrocento risulta certa la diffusione della Cabala dalla Spagna e Napoli e Firenze, Ferrara e Venezia non sono centri minori di influsso culturale ebraico, talvolta coperto da maschere marrane, influsso che dall'Italia raggiunge tutta l'Europa, anche per la nuova via aperta dall'invenzione tipografica, subito adottata dagli ebrei.
E, in questo quadro, considerando i rapporti
internazionali dei principati italiani or ora nominati, come prendere alla leggera la connessione
che, in quel tempo, fu ravvisata in Europa Orientale tra hussiti ed ambienti ebraici?
In particolare si consideri che la stampa del Talmud, già realizzata nelle comunità ebraiche iberiche nel 1482, viene iniziata in Cremona nel
1483 dai fratelli stampatori ebrei Soncino (che successivamente si trasferirono in Turchia). Alle decine dei volumi cremonesi seguirono subito le svariate edizioni complete veneziane: è una semina a larghissimo raggio
che sicuramente raggiunge anche i paesi dell'Europa Orientale. Una generazione dopo, quando i Papi ordinano di impedire questa diffusione, vengono pubblicamente bruciati, contando solo le città italiane,
migliaia di volumi (molti dei quali tipograficamente preziosi). Ma ormai
l'eliminazione di quella semina era impossibile: qualche anno dopo il falò
papalino scese in campo il duca di Milano: egli bruciò pubblicamente diecimila volumi del Talmud.
I "buoi" - evidentemente -erano già usciti dalla stalla,
per dirla col popolare proverbio... provvidero infatti a rilanciare il Talmud gli ebrei di Polonia, di Russia, di Germania.
continua... |