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Governo georgiano, ministri israeliani
Maurizio Blondet per
www.effedieffe.com
11 agosto 2008

Si è già citato il ministro georgiano Temur Yakobashvili,
che l’8 agosto ha parlato alla Radio dell’Armata
Israeliana per dichiarare, esultante di doppio amor
patrio, che «Israele deve essere fiero» per
l’addestramento che gli istruttori di Sion hanno fornito
ai georgiani.Yakobashvili è ebreo, parla correntemente
ebraico ed è ministro della «reintegrazione territoriale»,
ossia il responsabile degli atti compiuti contro le due
provincie russofone dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud.
Una posizione chiave, evidentemente.
Non basta. Anche il ministro della Difesa georgiano David
Kezerashvili è ebreo. Anzi, non solo: è «un israeliano che
parla ebraico correntemente ed ha fortemente contribuito
alla cooperazione fra i due Paesi». Lo afferma una fonte
insospettabile, l’agenzia sionista Ynet.news, in un
articolo che ha tutta l’aria di essere un tentativo di
limitare i danni d’immagine provocati dal coinvolgimento
israeliano nel conflitto georgiano (1). Secondo l’agenzia,
il governo israeliano ha perfino cercato di moderare le
richieste di armamenti ricevute da Saakashvili.
E’ tutta colpa di David Kezerashvili: «La sua porta era
sempre aperta agli israeliani (privati, si capisce) che
venivano ad offrire al suo Paese sistemi d’arma fabbricati
in Israele, trattative che erano molto rapide, a causa
dell’interesse personale del ministro della Difesa».
Fra gli israeliani (privati cittadini) che hanno
approfittato della così buona disposizione dell’israeliano
ministro della Georgia, Ynet.News enumera «l’ex ministro
(israeliano) Roni Milo e suo fratello Shlomo, già
direttore generale delle Military Industries, il generale
di brigata (a riposo, si capisce) Gal Hirsh e il generale
maggiore (in pensione, ovvio) Yisrael Ziv».
Roni Milo occupava l’alacre vecchiaia come «rappresentante
di Elbit Systems e Military Industries», due privatissime
aziende di Sion, che grazie a lui hanno rifilato alla
Georgia «veicoli teleguidati (RPV), torrette automatiche
per veicoli corazzati, sistemi anti-aerei, sistemi di
comunicazione, proiettili d’artiglieria e razzi».
Gal Hirsh ammazzava il troppo tempo libero «fornendo
consulenza all’esercito georgiano sulla formazione di
unità di elite simili al Sayeret Matkal (2) nonchè sul
riarmo, e tenuto lezioni sull’intelligence in zona
d’operazioni e il combattimento in aree abitate», una
specialità che Israele ha affinato abbattendo coi
bulldozer le case palestinesi a Gaza. Hanno fatto tutto
questi arzilli vecchietti, succhiando il 70% del magro PIL
georgiano.
Infatti, assicura Ynet.News, quando «gli israeliani
operanti in Georgia hanno cercato di convincere la Israeli
Aerospace Industries di vendere alla Air Force georgiana
varii sistemi d’arma, ne hanno ricevuto un rifiuto. Il
motivo stava nella speciale relazione creata tra Aerospace
Industries e Russia per l’ammodernamento di caccia
sovietici, e la paura che vendendo armi alla Georgia quel
contratto sarebbe stato cancellato».
L’agenzia israeliana deve ammettere che «le attività
israeliane in Georgia e i contratti relativi erano tutti
autorizzati dal ministero della Difesa, che vede nella
Georgia un Paese amico (con almeno due ministri israeliani
in carica a Tbilisi, come non rispondere alla voce del
cuore?) a cui non c’era ragione di non vendere armi simili
a quelle che Israele vende a tanti altri Paesi nel mondo».
Tuttavia, col crescere della tensione tra Russia e
Georgia, «voci si sono alzate in Israele, specie nel
ministero degli Esteri, per chiedere alla Difesa di essere
più selettiva nell’approvazione dei contratti con la
Georgia».
Pare di sentirla Tzipi Livni, la grande amica di Kippà
Fini: siate più selettivi, ci stanno guardando. «Era
chiaro che troppo sistemi d’arma di inequivocabile
fabbricazione israeliana in mano all’armata georgiana
erano come un mantello rosso agitato davanti al toro».
Negli ultimi tre mesi i russi avevano intercettato e
catturato tre di quei veicoli teleguidati RPV (droni senza
pilota della Elbit) con la sigla Made in Israel. Ciò, a
parere di YNET.News, era un segnale: i russi «sono
arrabbiati».
Sicchè «in maggio si è deciso di approvare futuri
contratti con la Georgia solo per la vendita di sistemi
d’arma non-offensivi (sic), come sistemi computerizzati
d’intelligence e comunicazione». E alla sede di Military
Industries, una fonte «altissima» assicura: «Al contrario
di quel che dicono certi giornali (non si riferiva a
quelli italiani, ndr) l’attività di Military Industries in
Georgia era molto limitata. Abbiamo fatto qualche
lavoretto per loro parecchi anni fa, ma il resto dei
contratti è rimasto sulla carta».
Ciò contrasta con qualche piccolo dato di fatto. Per
esempio: in Israele è nata persino un’agenzia turistica,
la «Authentico», che prospera organizzando viaggi e visite
alle splendenti bellezze naturali ed artistiche di
Kartulia. E il proprietario della Authentico, tale Dov
Pikulin, ammette: «Gli israeliani sono i maggiori
investitori nell’economia georgiana. Sono tutti lì,
direttamente e indirettamente». Ciò conferma l’esultanza
del ministro Yakobashvili, il figlio di Yakov così fiero
della sua Israele-Georgiana.
Si può sempre sbagliare, ma secondo ogni apparenza, dietro
il fantoccio di Saakasvili s’è insediato in Georgia un
governo israeliano, una succursale di Sion con ministri di
cittadinanza israeliana in posizioni-chiave.
Un po’ quel che accadde in Russia dietro Lenin e dietro
Stalin: il cui numero 2 e istigatore di tutte le atrocità
staliniane, Lazar Kaganovic, al contrario di Stalin è
morto tranquillo nel suo letto, e fece anche in tempo a
parlare in yiddish, commosso fino alle lacrime, a Golda
Meyr in visita (3). Un po’ come sta succedendo in USA, coi
consiglieri neocon dietro a Bush.
Un po’, se vogliamo, ciò che sta succedendo anche in
Italia dove ministri fanno la fila per farsi fotografare
in kippà, e il ministro degli Esteri è israeliano de jure.
Anche noi siamo un po’ Kartulia. Speriamo bene.
1) Arie Egozi, «War in Georgia: the Israeli connection»,
YNET.News, 10 agosto 2008.
2) Il Sayeret Matkal, detto semplicemente L’Unità, è il
gruppo di commandos specializzati in rapimenti, esecuzioni
ed attentati o contro-attentati all’estero; opera per lo
più in borghese in territorio «nemico».
3) La visita di Golda Meir «suscitò grande eccitazione fra
gli ebrei sovietici» al potere. «La moglie del maresciallo
(Clemente figlio di Efrem) Voroshilov, nata Golda Gorbman,
stupì la sua famiglia dicendo: ora anche noi abbiamo la
nostra patria. Polina Molotova, la moglie di Molotov,
parlò yiddish e quando la Meir le chiese come mai sapeva
la lingua, disse: ‘Ikh bin a yidishe tokhter’, sono una
figlia del popolo ebraico». Kaganovich - l’autore del
genocidio dei kulaki ucraini - parlò yiddish con il capo
della Germania comunista Ernst Thalman, ovviamente un
altro ebreo.
Da Yenrich Yagoda, il capo supremo dell’Arcipelago Gulag,
a Lev Z. Mekhlis, il direttore editoriale della Pravda,
tutti i potenti attorno a Stalin erano ebrei. Persino il
suo sarto personale si chiamava Abram Lerner, e vestiva
tutti gli altri gerarchi e le loro signore. Vedere Simon
Sebag Montefiore, «Stalin - The court of the red tsar»,
Londra, 2003.
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