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Intervista a Robert Faurisson
Giovanna Canzano
2 Marzo 2008


… "La mia sorte è stata la seguente: una decina di
aggressioni, circa trent'anni di processi,
perquisizioni, una fiumana di condanne giudiziarie,
sequestri alla mia banca, una carriera spezzata,
ignobili ritorsioni su mia moglie e sui miei figli; il
tutto per istigazione o con la piena approvazione delle
autorità mediatiche, politiche, universitarie" … "Ma,
nella disgrazia, ho avuto fortuna. Fino ad ora, il mio
revisionismo non mi è costato un solo giorno di
prigione.
La mia sorte è invidiabile se la paragono a quella dei
revisionisti che, in Germania, in Austria, in Francia,
in Belgio, in Spagna, in Svizzera, in Svezia o in
Canada sono stati gettati in carcere"… (Roberto
Faurisson)
CANZANO 1-
Quali sono per Lei le conquiste più significative del
revisionismo storico?
FAURISSON
- [Come preambolo, mi permetta una puntualizzazione: io
mi trovo ad essere, per prima cosa, cittadino britannico
e, in secondo luogo, cittadino francese e voglio che sia
ben chiaro che è esclusivamente nella mia qualità di
cittadino britannico, e dunque come uomo libero, che io
risponderò alle Sue domande].
A condizione di sostituire la parola "conquiste" con
quella di "vittorie", Lei troverà una risposta a questa
Sua prima domanda in un testo che ho intitolato proprio
"The Victories of Revisionism" (Teheran, 11 dicembre
2006). Vi enumero venti delle nostre vittorie. Sul piano
strettamente scientifico e storico, queste vittorie sono
state così importanti, sia per numero che per ampiezza,
che non è rimasta pietra su pietra dell'edificio di
menzogne costruito dalla religione de "l'Olocausto". Sul
piano mediatico, per converso, il nostro scacco è
cocente poiché – è giocoforza il constatarlo – malgrado
la nostra presenza su Internet, con l'Aaargh-VHO, Radio
Islam e parecchi altri siti revisionisti, il grande
pubblico sembra ignorare quasi tutto dei nostri
successi, come pure della sconfitta dei nostri
avversari.
Prendiamo il caso dell'ebreo americano Raul Hilberg;
egli è il Number One degli storici di quello che viene
diffusamente chiamato "Olocausto" o "Shoah" e a cui, per
parte sua, preferisce dare il nome di "la distruzione
degli ebrei d'Europa".
È nel 1961 che egli ha pubblicato la sua prima versione
di The Destruction of the European Jews. All'epoca,
sosteneva con sussiego la tesi secondo la quale Adolf
Hitler aveva dato due ordini di sterminare gli ebrei
d'Europa (p. 177).
Questi ordini, dei quali, curiosamente, egli non
indicava né le date né i rispettivi contenuti, erano
stati, secondo lui, seguiti da istruzioni diverse, che
sfociavano, da un lato, nei massacri sistematici di
ebrei condotti in Russia dagli Einsatzgruppen, e,
dall'altro, alla costruzione dei "campi di sterminio"
(sic) in Polonia o in Germania, in particolare ad
Auschwitz .
Sempre a suo dire, al fine di perpetrare questo crimine
specifico e senza precedenti, i Tedeschi avrebbero
inventato ed utilizzato delle armi anch'esse specifiche
e senza precedenti, chiamate sia "furgoni a gas", sia
"camere a gas" (utilizzando, in particolare,
l'insetticida Zyklon B). Ma, anno dopo anno, sotto la
pressione della critica revisionista che gli chiedeva
delle prove e non delle sedicenti testimonianze, R.
Hilberg ha dovuto battere in ritirata.
Nel 1983, egli ha finito con il dichiarare che, a ben
riflettere, questo gigantesco massacro non era stato
concertato (come dapprima egli aveva scritto) ma si era
prodotto spontaneamente, in seno alla vasta burocrazia
tedesca, "per un incredibile incontro degli spiriti, per
una consensuale trasmissione del pensiero" ("by an
incredible meeting of minds, a consensus-mind reading by
a far-flung bureaucracy").
Nel gennaio del 1985, all'inizio del primo dei due
grandi processi intentati da alcune organizzazioni
ebraiche canadesi contro il revisionista Ernst Zündel, a
Toronto, noi gli abbiamo fatto confermare sotto
giuramento questo suo strano discorso.
Nel corso dello stesso anno, nella seconda edizione
della sua opera, egli ha, ancora una volta, esposto la
nebulosa teoria secondo la quale la distruzione degli
ebrei d'Europa si era prodotta per un fenomeno di
generazione spontanea, e si era sviluppato tramite
trasmissione del pensiero. Egli precisava che l'impresa
criminale in questione si era sviluppata senza un piano,
senza un organismo speciale, senza direttive né
autorizzazioni scritte, senza ordini, senza spiegazioni,
senza budget, senza perciò lasciare delle tracce per lo
storico.
Donde, a ben comprendere, l'impossibilità per lo storico
di produrre delle prove. Egli ha concluso: "In ultima
analisi, la distruzione degli Ebrei non si realizzò solo
[sic] in esecuzione delle leggi e degli ordini, ma come
conseguenza di una disposizione dello spirito, di un
accordo tacito, di una consonanza e di un sincronismo"
(La Distruzione degli Ebrei d'Europa, Torino, Einaudi
Tascabili, 1995 e 1999, vol. 1, p. 53 nell'originale:
"In the final analysis, the destruction of the Jews was
not as much a product of laws and commands as it was a
matter of spirit, of shared comprehension, of consonance
and synchronization", The Destruction of the European
Jews, New York, Holmes & Meier, 1985, p. 55) [La
traduzione delle parole di Hilberg "not as much a
product of laws..." con "non ... solo in esecuzione
delle leggi..." è errata; una versione più esatta e
fedele della frase in oggetto è: "In ultima analisi, la
distruzione degli Ebrei fu non tanto il prodotto di
un'esecuzione delle leggi e degli ordini quanto un
affare di disposizione dello spirito, di una
comprensione condivisa, di una consonanza e di un
sincronismo".NdT].
Ora, in tutta la storia del mondo, non si conosce un
solo crimine dalle proporzioni gigantesche che si sia
prodotto per opera dello Spirito Santo, e che, pur non
lasciando alcuna traccia della propria concezione, dei
suoi preparativi o della sua organizzazione, abbia, come
surplus, prodotto alcuni milioni di "miracolati" che
sono sfuggiti al supposto massacro. [Nota di G.
Canzano: Per un approfondimento di questo argomento si
veda lo scritto di C. Mattogno Raul Hilberg e i «centri
di sterminio» nazionalsocialisti. Fonti e metodologia.
2008, in:
http://vho.org/aaargh/fran/livres8/CMhilberg.pdf].
Già nel 1978/1979, nel giornale Le Monde, avevo
dimostrato che l'esistenza delle pretese camere a gas
hitleriane si scontrava con una radicale impossibilità
tecnica, ed avevo sfidato la parte avversa a mostrare
come un omicidio di massa, quale è il preteso genocidio
degli ebrei, fosse stato tecnicamente possibile. In una
dichiarazione comune firmata da 34 storici ed autori
francesi, fra cui Léon Poliakov, Pierre Vidal-Naquet,
Fernand Braudel e Jacques Le Goff, mi si era risposto:
"Non bisogna chiedersi come tecnicamente un tale
assassinio di massa sia stato possibile; esso è stato
tecnicamente possibile poiché ha avuto luogo" (Le Monde,
23 febbraio 1979).
Ciò è quel che si chiama, nello stesso tempo, confessare
la propria impotenza ed imporre agli altri il rispetto
di un tabù. In fondo, R. Hilberg ha conosciuto, nel
1983-1985, uno smarrimento ed un'umiliazione simili a
quelle che avevano subito in Francia, dal 1979, i suoi
34 colleghi o amici. Se Lei vuole degli altri esempi
riguardo alle concessioni a cui abbiamo costretto i
sostenitori della tesi del genocidio degli ebrei e delle
camere a gas naziste, si rifaccia ai diciotto altri casi
che io ho riportato nel mio testo dell'11 dicembre 2006.
Non tralasci, soprattutto, quello di Jean-Claude
Pressac, un personaggio che era stato sostenuto e
decantato dalla coppia Klarsfeld [Serge e la moglie
Beate – NdT].
Dopo molteplici
pubblicazioni in favore della tesi ufficiale, J.-C.
Pressac ha finito, il 15 giugno 1995, col firmare, sotto
forma di risposta scritta ad un questionario di Valérie
Igounet, una sorta d'atto di capitolazione a tutto tondo
in cui egli ha riconosciuto che la documentazione della
tesi dello sterminio era "marcia", irrimediabilmente
"marcia", e che era votata agli "immondezzai della
storia". Questo atto di capitolazione ci è stato
nascosto per cinque anni. Il testo non ci è stato
rivelato che nell'anno 2000; esso è stato difatti
riprodotto, con un piccolissimo carattere tipografico,
all'estrema fine di un ponderoso libro precisamente
firmato da Valérie Igounet: Histoire du négationnisme en
France (pp. 651-652).
Per quel che riguarda il numero dei morti ad Auschwitz,
preteso "campo di sterminio" (denominazione creata dagli
Americani) situato al centro di un supposto sistema di
liquidazione fisica degli ebrei, la verità ufficiale non
ha smesso di subire delle revisioni verso il basso: fino
all'inizio del 1990, questo numero era fissato a
4.000.000 di ebrei e di non ebrei; nel 1995, esso è
precipitato a 1.500.000; poi, è stato successivamente di
1.100.000, di 800.000, di 700.000 e di 600.000; nel
2002, con Fritjof Meyer, redattore capo dello Spiegel,
il numero è sceso a 510.000. Rimangono, agli storici
ufficiali, vale a dire agli autori non perseguiti
giudiziariamente per i loro scritti, ancora da fare dei
progressi per raggiungere la cifra reale di circa
125.000
[nota di G. Canzano:
L'ordine di grandezza di questa cifra è confermata da C.
Mattogno, che ha calcolato circa 135.000 morti. C.
Mattogno, Il numero dei morti di Auschwitz. Effepi,
Genova, 2004, p. 34]. È in effetti a questa cifra che,
probabilmente, è giunto il numero dei morti, in circa
cinque anni, nei 39 campi del complesso di Auschwitz,
devastato, specialmente nel 1942, da delle terribili
epidemie di tifo che hanno ucciso dei detenuti, dei
guardiani e perfino alcuni capo medici preposti alla
salute dei detenuti.
CANZANO 2-
Potrebbe riassumere per noi, brevemente, le persecuzioni
fisiche e giudiziarie che ha dovuto subire per avere
espresso in pubblico le Sue tesi storiche?
FAURISSON
- La mia sorte è stata la seguente: una decina di
aggressioni, circa trent'anni di processi,
perquisizioni, una fiumana di condanne giudiziarie,
sequestri alla mia banca, una carriera spezzata,
ignobili ritorsioni su mia moglie e sui miei figli; il
tutto per istigazione o con la piena approvazione delle
autorità mediatiche, politiche, universitarie. E questo
con le fanfare e in un'atmosfera da caccia alla volpe,
con appelli all'omicidio e con un'ondata di lordura e
fango lanciati da ogni parte sulla mia persona. Il capo
dell'ordine degli avvocati di Parigi, Christian
Charrière-Bournazel, ritiene che gli scritti o i
discorsi di Faurisson non siano che fango e lordura e si
auto-descrive come "sacro spazzino".
Ma, nella disgrazia, ho avuto fortuna. Fino ad ora, il
mio revisionismo non mi è costato un solo giorno di
prigione. La mia sorte è invidiabile se la paragono a
quella dei revisionisti che, in Germania, in Austria, in
Francia, in Belgio, in Spagna, in Svizzera, in Svezia o
in Canada sono stati gettati in carcere.
Sono trascorsi giusto
cinque anni oggi da che, il 5 febbraio 2003, la polizia
americana ha tolto Ernst Zündel a sua moglie, nella loro
casa del Tennessee, per metterlo in prigione e poi per
estradarlo al Canada che, a sua volta, l'ha consegnato
alla Germania. I suoi processi, prima a Toronto e poi a
Mannheim, si sono svolti in condizioni rivoltanti. Il
suo internamento a Toronto, durante due anni, e stato
degno di Guantánamo e di Abou Graib. Nessuno può dire se
questo giusto, questo eroe, uscirà un giorno di prigione
e potrà ritrovare sua moglie, i suoi figli e i suoi
nipoti.
CANZANO 3-
La conferenza revisionista che si è tenuta a Teheran nel
dicembre 2006 ha provocato un'ondata di indignazione
mondiale; ha avuto anche delle ricadute positive?
FAURISSON
- Mi permetta una rettifica. La conferenza di Teheran
non può né deve essere qualificata come "revisionista".
La verità è che era aperta a tutti, ivi compresi i
revisionisti. Essa ha fatto conoscere al mondo intero
l'esistenza del revisionismo, ma senza riuscire a
spezzare la morsa della censura che si è ovunque ed
immediatamente richiusa, facendo in modo che il grande
pubblico continuasse ad ignorare quali sono precisamente
i nostri argomenti e le nostre conclusioni. Un po'
ovunque nel mondo occidentale, si è gridato alla
bestemmia. Di ritorno al loro paese d'origine, alcuni
partecipanti alla conferenza si sono trovati esposti
alla repressione, in particolare uno Svedese, un
Australiano e due dei sei coraggiosi rabbini
antisionisti che avevano fatto la trasferta: il grande
rabbino d'Austria e un rabbino di Manchester. Per la mia
modesta parte, sono stato fatto oggetto di una inchiesta
giudiziaria voluta all'epoca da Jacques Chirac; sono
stato convocato due volte dalla polizia giudiziaria. La
seconda volta, ben recentemente, sono stato posto in
stato di fermo, mentre la mia casa veniva perquisita. Vi
invito a venire al processo che si sta così preparando,
ma la cui data non è stata ancora fissata. Riservo ai
miei giudici e al procuratore una dichiarazione di cui
si ricorderanno. Oggi stesso, apprendo appena che in un
altro affare (quello di un'intervista concessa a
"Sahar", stazione della radio-televisione iraniana), la
corte di cassazione ha confermato che dovrò versare
18.000 euro fra ammenda e di diverse indennità.
CANZANO 4
- Cosa ne pensa dell'avvenire del revisionismo e, in
particolare, dei tentativi di introdurre in Italia una
legge antirevisionista come quella francese?
FAURISSON
- L'avvenire del revisionismo mi sembra compromesso, e
quello dei revisionisti mi appare particolarmente cupo.
La sorte che ci attende potrebbe essere paragonabile a
quella dei pagani dopo il trionfo del cristianesimo, nel
quarto secolo della nostra era: la progressiva
cancellazione. Temo l'estensione di una legge
antirevisionista su scala europea. Ma, deve saperlo, è
possibile reprimere il revisionismo senza istituire,
tuttavia, una legge specifica in questo senso.
Consideri, ad esempio, il comportamento degli Stati
Uniti, del Canada, dell'Australia e della Nuova Zelanda
nei diversi casi particolari: oltre a quello di Ernst
Zündel, quelli di Germar Rudolf, di Fredrick Töben e di
Joel Hayward (quest'ultimo, semi-revisionista d'origine
ebraica, ha salvato la pelle e la propria carriera
universitaria solo rinnegando sé stesso).
In Francia, ancor prima della specifica legge del 1990
("legge Fabius-Gayssot"), non ci si è fatto scrupolo di
perseguire penalmente dei revisionisti e condannarli sul
piano giudiziario. "Chi vuole annegare il proprio cane
lo accusa d'avere la rabbia". Chi vuole attaccare un
revisionista l'accuserà indifferentemente di "danni
contro terzi", per "diffamazione", per "incitazione
all'odio razziale", per "apologia di reato", di "offesa
ai diritti dell'uomo", di "terrorismo" o di qualsiasi
altro crimine o delitto.
Personalmente, io sono stato condannato nei Paesi-Bassi
per danni a terzi e per violazione della proprietà
letteraria! In un'opera sull'impostura del "Diario di
Anna Frank" ero stato indotto a citare abbondantemente
degli estratti da questo sedicente diario; il tribunale
olandese ha deciso che, così facendo, avevo commesso una
sorta di furto a danno degli aventi diritto di Anna
Frank, ed ha anche stabilito che, seminando il dubbio
sull'autenticità della suddetta opera, avevo compiuto
un'offesa contro due fondazioni (rivali nello
Shoah-Business!), una situata in Svizzera e l'altra nei
Paesi Bassi, che difendono, entrambe, la memoria di Anna
Frank. Inoltre, il tribunale ha avvalorato la tesi per
cui io avevo costretto il Museo Anna Frank di Amsterdam
a spendere dei soldi per preparare il personale a
rispondere alle domande poste dai visitatori che
potevano essere rimasti turbati dai miei argomenti.
Capita che delle brave persone dichiarino: "Io confido
nella giustizia del mio paese". Personalmente, reso
edotto dall'esperienza della storia, io non vedo come si
possa fare affidamento su dei magistrati. La gran parte
dei giudici ha la docilità dei buoni e tranquilli
ragazzi nati da buoni e tranquilli genitori. In materia
di processi per revisionismo, se confido nei magistrati,
è piuttosto per la loro propensione a schernire,
all'occorrenza, la più elementare giustizia.
In Francia, tre volte ho querelato per diffamazione; tre
volte i giudici hanno riconosciuto che avevo ragione,
pur tuttavia hanno respinto la mia domanda perché, ogni
volta, hanno decretato che il mio diffamatore era "in
buona fede". L'ultimo esempio è quello del processo che
ho dovuto intentare a Robert Badinter perché questo
personaggio aveva osato dire alla televisione: "Io ho
fatto condannare Faurisson per essere un falsario della
storia".
I giudici hanno deciso che R. Badinter aveva "fallito
nel suo tentativo di produrre prove", vale a dire che si
era mostrato incapace di giustificare le sue asserzioni;
essi hanno riconosciuto che questo vecchio avvocato e
ex-ministro (della Giustizia) mi aveva diffamato, ma
hanno aggiunto, senza fornirne la prova, che il mio
diffamatore era stato "in buona fede" e mi hanno
condannato a versargli 5.000 euro, somma che, per me, in
questo processo, si è aggiunta a ben altre spese; io ho
versato questi 5.000 euro ma, non avendo altro denaro,
ho rinunciato a interporre appello. Tutti i giornali che
hanno dato notizia della vicenda hanno spiegato ai loro
lettori che R. Badinter, che aveva detto: "Io ho fatto
condannare Faurisson per essere un falsario della
storia", aveva vinto il processo, e che Faurisson aveva
dovuto inchinarsi di fronte al verdetto; essi hanno
nascosto, o occultato, il fatto che R. Badinter mi aveva
diffamato, sia pure "in buona fede".
CANZANO 5
- Lei ha spesso paragonato le presunte armi di
distruzione di massa di Saddam Hussein alle camere a gas
hitleriane: può chiarire questo concetto?
FAURISSON
- Il 23 giugno 2003 avevo redatto un articolo dedicato
all'arresto, a Vienna, di un revisionista: l'ingegnere
chimico e specialista delle camere a gas di
decontaminazione Wolfgang Fröhlich, che, per altro,
sconta attualmente una pena di sei anni e cinque mesi di
prigione. In questo articolo, avevo ricordato
l'offensiva condotta dai politici americani Rudy
Giuliani e George W. Bush contro dei "revisionisti" che,
già da un bel pezzo, avevano scoperto che le armi di
distruzione di massa attribuite a Saddam Hussein
semplicemente non esistevano affatto. Il 16 giugno 2003,
Bush aveva condannato "un mucchio di storia revisionista
attualmente in marcia" ("a lot of revisionist history
now going on"). Io avevo colto l'occasione per tracciare
un parallelo fra F. D. Roosevelt e G. W. Bush, da una
parte, e Adolf Hitler e Saddam Hussein dall'altra.
Scrivevo:
Nel gennaio 1944, il presidente Roosevelt, manipolato da
Henry Morgenthau Jr, suo segretario di Stato al tesoro,
creò il Consiglio dei Rifugiati di Guerra (War Refugee
Board o WRB), che avrebbe fabbricato un rapporto,
divenuto poi tristemente famoso, su: "I campi di
sterminio tedeschi – Auschwitz e Birkenau". Nel
settembre 2001, il presidente Bush, manipolato da Paul
Wolfowitz, creò l'Ufficio dei Piani Speciali (Office of
Special Plans o OSP), che poi si mise a costruire dei
falsi rapporti sulle armi di distruzione di massa
dell'Irak (Weapons of Mass Destruction ou WMD). Questo
ufficio è diretto da Abram Shulsky. In seno a questo
stesso ufficio i quattro responsabili incaricati dei
rapporti su queste armi di distruzione di massa si
auto-designano con il nome di "la cabala" [ebraica]!
Seymour Hersh, giornalista americano di fama, ne ha
fatto la rivelazione in un lungo articolo del New Yorker
datato al 12 maggio [2003] e, in Francia, Jacques Isnard
l'ha riportato su Le Monde del 7 giugno, a pagina 7.
Io allora concludevo:
Medesime menzogne. Medesimi mentitori. Medesimi
beneficiari. Medesime vittime. Sembra dunque che sia
necessario un medesimo lavoro revisionista.
In seguito, Le Monde del 17 giugno aveva pubblicato in
prima pagina un articolo intitolato ironicamente:
"Saddam era un malvagio, dunque aveva delle armi
proibite". Il giorno dopo ho mandato al giornale,
affinché la pubblicasse, una lettera il cui contenuto si
limitava ad una frase: "Hitler era malvagio, dunque
aveva delle camere e dei furgoni a gas", ma, come ci si
poteva aspettare, la mia impertinente missiva non è
stata pubblicata.
CANZANO 6
- Da alcuni anni a questa parte, il revisionismo si
trova ad essere comunemente chiamato "negazionismo" in
quanto si dice che esso abbia un carattere eminentemente
distruttivo. Lei che cosa ne pensa?
FAURISSON
- "Negazionismo" è un barbarismo e, a coloro che mi
danno del "negazionista", io potrei ribadire, forgiando
a mia volta un barbarismo, che essi sono degli
"affermazionisti". Nel Faust di Goethe, Mefistofele è
"lo spirito che sempre nega". Ora, i revisionisti non
sono affatto diabolici; non negano nulla, e soprattutto
non negano l'evidenza. Al termine delle loro ricerche,
essi si limitano ad affermare che quella convinzione,
largamente diffusa, non è che un'illusione. Galileo non
negava nulla; egli constatava l'esistenza di un errore o
di una superstizione ed insisteva affinché, in un ambito
particolare della conoscenza, l'astronomia, si
rivedesse, correggesse o revisionasse ciò che fino ad
allora era stato creduto esatto e che, a suo avviso, era
falso. Il revisionismo è POSITIVO, talvolta anche
positivista. Esso preconizza la riflessione, la
verifica, lo sforzo, il lavoro, la ricerca. E poi si
trova ad essere anche un UMANESIMO : offre agli uomini
un mezzo per intendersi al di là di ogni appartenenza ad
un gruppo nazionale, politico, religioso o
professionale.
Esso rigetta l'argomentazione basata sul principio
d'autorità. Per i revisionisti, ciò che affermano
eruditi, professori, magistrati non è necessariamente
esatto o conforme alla realtà, e deve poter essere
sottoposto ad esame.
Il revisionismo ce ne avverte: ciò che l'opinione
pubblica ribadisce indefinitamente, fino alla noia,
potrebbe non essere che una leggenda, una credenza
infondata. Attenzione alla calunnia! Prima di ripetere
che la Germania ha commesso il crimine più atroce di
tutti i tempi, e di aggiungere che quasi tutto il resto
del mondo è stato il complice di questo crimine sia
partecipandovi, sia distogliendo lo sguardo, dobbiamo
esigere delle prove.
Con quale diritto si afferma che la patria di Goethe e
di Beethoven si è disonorata al punto da costruire dei
mattatoi chimici per asfissiarvi milioni d'uomini, di
donne e di bambini? Con quale diritto tante istituzioni
ebraiche si permettono di accusare confusamente di
complicità in questo crimine il Papa Pio XII, il
Comitato internazionale della Croce Rossa, Roosevelt,
Churchill, de Gaulle, Stalin, gli alleati della Germania
(ivi compresi i Giapponesi, il Grand Mufti di
Gerusalemme, gli Indù liberi di Chandra Bose) e i paesi
neutrali, a cominciare dalla Svizzera? È davvero
possibile che solo gli ebrei e i loro amici abbiano
visto chiaro, mentre il resto del mondo, o poco ci
manca, sarebbe stato accecato dall'odio o
dall'ignoranza? Il canadese David Matas, avvocato
provetto e un'autorità in seno al "B'nai B'rith" (una
specie di frammassonneria esclusivamente ebraica, con
ambasciatori presso l'ONU ed altre organizzazioni
internazionali), ha dichiarato, il 27 gennaio 2008:
"L'Olocausto è stato un crimine di cui quasi ogni paese
del globo è stato complice" ("The Holocaust was a crime
in which virtually every country in the globe was
complicit"). Mi sembra che, nel momento in cui i
revisionisti vengono a sostenere, al termine delle loro
ricerche, che D. Matas si inganna o ci inganna, evocando
in questo modo il preteso genocidio degli ebrei,
dovremmo almeno prestare attenzione a queste ricerche,
invece di interdirle con "la forza ingiusta della
legge". Chi, in questa vicenda, Le sembra mantenere un
comportamento normale ed UMANO? A parer Suo, è questo D.
Matas e i suoi potenti amici, oppure il germano-canadese
Ernst Zündel, il quale deve proprio a questa gente di
essere stato mandato in prigione per così tanti anni?
Per riprendere le Sue parole, io dirò dunque che, a mio
sentire, lungi dall'avere "un carattere eminentemente
distruttivo", il revisionismo è dotato di un carattere
COSTRUTTIVO ed eminentemente UMANO.
All'ateo che io sono, permetta la seguente riflessione:
la religione de "l'Olocausto" non è che un avatar della
religione veterotestamentaria. Alla pari di
quest'ultima, essa è inumana. Insegna l'odio, la
crudeltà, la sete di vendetta e la violenza. Essa ci
tratta tutti come Palestinesi; si burla dell'uomo, e
cerca di farci ingoiare le storie più balorde che ci
siano. E deve, difatti, far così: come Le ho detto, sul
piano della storia e della scienza o, in una parola,
della ragione, gli Hilberg e i Pressac sono stati
ridotti a zero dai revisionisti. Allora, disperando per
la causa, e per propria inclinazione, i sostenitori
dell'Olocausto si sono rivolti ai Claude Lanzmann, agli
Elie Wiesel, ai Marek Halter, agli Steven Spielberg,
vale a dire a dei narratori di storie ebraiche, che
hanno in orrore la scienza storica. Essi del resto non
lo nascondono affatto.
E. Wiesel, che è il più grande dei nostri falsi
testimoni, ha finito con lo scrivere nelle sue memorie:
"È meglio che le camere a gas restino chiuse agli
sguardi indiscreti. E all'immaginazione" (Tous les
fleuves vont à la mer…, Le Seuil, 1994, p. 97).
Quanto a Claude
Lanzmann, che ha finito con il confessare d'avere
pagato, e caro, i suoi "testimoni" tedeschi per il film
Shoah, egli ha sempre proclamato il suo odio per gli
storici e per i loro documenti, giungendo ad affermare
che, se avesse scoperto un film che mostrava una scena
di gassazione degli ebrei, lo avrebbe distrutto. Questa
tipologia di commercianti è a favore dei racconti, dei
romanzi, delle novelle, dei film, del teatro, degli
spettacoli d'ogni genere, e parteggia anche per il
kitsch, purché questo serva ciò che essi chiamano la
Memoria. Essi sono a favore de "la
Mémoria" tale e quale la si scrive ad Hollywood, allo
Yad Vashem o in quelle Disneyland che stanno diventando,
progressivamente, tutti questi musei degli orrori che
proliferano ad Auschwitz, a Berlino, a Washington o in
cento altri punti del globo. Costoro privilegiano i
metodi hollywoodiani e le prassi scenografiche più
disoneste e disdegnano apertamente la storia. Si
interessano all'arte di suscitare delle emozioni. Questa
gente segue le ricette dello "story-telling", vale a
dire l'arte di imbastire una buona storia, dove il
lettore o lo spettatore, gustando simultaneamente il
piacere dell'indignazione contro i cattivi nazisti e
quello della commiserazione per i poveri ebrei, potrà
abbandonarsi al pianto. La letteratura olocaustica
rigurgita di racconti di orrori e di miracoli degni
dell'Antico Testamento, con le sue storie delle Piaghe
d'Egitto, del Mar Rosso, delle Mura di Gerico o di
Giosué che ottiene che il sole si fermi in modo che gli
ebrei possano compiere un massacro. Si tratta lì di una
lunga tradizione ebraica, la cui parola d'ordine è:
"Niente Storia ma delle storie". In un testo datato al
15 giugno 2006 ed intitolato: "Mémoire juive contre
l'histoire (ou l'aversion juive pour tout examen
critique de la Shoah)" ("Memoria ebraica contro la
storia [o l'avversione ebraica per ogni esame critico
della Shoah]"), raccontavo della disavventura toccata al
più prestigioso storico israeliano, Ben Zion Dinur, nato
Dinaburg (1884-1973). Fondatore dell'Istituto Yad
Vashem, egli ha avuto l'audacia di preconizzare la
diffidenza dell'ambito scientifico rispetto alle
innumerevoli "testimonianze" dei "sopravissuti" o
"miracolati"; voleva verificarne l'autenticità; così
facendo, ha provocato contro di sé una temibile campagna
che l'ha costretto, alla fine, a dimettersi dalla
direzione dello Yad Vashem.
A partire dal 1995-1996, gli storici de "l'Olocausto"
hanno definitivamente ceduto il passo ai servitori della
Memoria. Nel 1996, una sorta di Pressac in sedicesimo,
Robert Jan van Pelt, universitario canadese, sarà stato
l'ultimo storico ebreo a tentare di difendere la tesi de
"l'Olocausto" sul piano scientifico. Dopo questa data,
gli specialisti dell'argomento hanno moltiplicato le
pubblicazioni in cui ognuno di loro fornisce la propria
particolare interpretazione de "l'Olocausto", ma senza
più tentare di dimostrare, in via preliminare, che vi
sia stato effettivamente un genocidio degli ebrei e
delle camere a gas naziste. Per contro, siamo
intossicati con una letteratura strabiliante, nello
stile dei racconti di Misha Defonseca, di Shlomo Venezia
o di quel consacrato burlone di Padre Patrick Desbois:
una bambinella ebrea, adottata dai lupi, attraversa con
loro l'intera Europa alla ricerca dei suoi genitori
deportati ad Auschwitz; i camini dei crematori lanciano,
giorno dopo giorno, notte dopo notte, delle fiamme verso
il cielo (mentre un solo fuoco di ciminiera avrebbe
interrotto per lungo tempo ogni attività di cremazione);
quando i Tedeschi decidono di giustiziare dei grandi
gruppi d'ebrei, mobilitano dei bambini ai quali ordinano
di battere su delle casseruole per coprire il rumore
delle fucilate e le grida delle vittime; "Noi eravamo
trenta fanciulle ucraine che dovevano, a piedi nudi,
pigiare i corpi degli Ebrei e gettarvi sopra una fine
coltre di sabbia, in modo che gli altri Ebrei potessero
adagiarvisi" (Padre Patrick Desbois, Porteur de mémoires
/ Sur les traces de la Shoah par balles, Michel Lafon,
2007, pp. 115-116); "Poi, un altro giorno, in un altro
villaggio, qualcuno che, bambino, era stato requisito
per scavare una fossa ci racconta che una mano uscita
dal suolo si è appiccicata alla sua pelle" (pp. 92-93);
"[Samuel Arabski] ci ha spiegato, con lo sguardo colmo
di terrore, che la mano di un Ebreo uscita dalla fossa è
venuta ad afferrare la sua pelle" (p. 102). Non si
finirebbe mai di enumerare queste fantasmagorie che sono
disonorevoli per chi le inventa, le stampa o ne fa dei
film, e che degradano, allo stesso tempo, coloro che
sono indotti a leggerne il racconto, o a vederne la
rappresentazione.
Da parte mia, prendendo atto del fatto che, in questi
ultimi dieci anni, la storiografia de "l'Olocausto" si è
ridotta essenzialmente a queste sotto-produzioni, ho
l'impressione che il mio ruolo sia sul finire. Ho 79
anni. Non consacrerò quel poco di vita che mi resta a
dimostrare l'assurdità, sempre più grossolana, del
commercio o dell'industria de "l'Olocausto". I
revisionisti l'hanno già ampiamente provata: La storia
del preteso sterminio degli Ebrei e delle pretese camere
a gas naziste è un'impostura che ha aperto la strada ad
una gigantesca truffa politico finanziaria, di cui i
beneficiari principali sono lo Stato di Israele e il
sionismo internazionale, e le cui vittime principali
sono il popolo tedesco – ma non i suoi governanti – e
l'intero popolo palestinese. Sono giunto a questa
conclusione nel 1980. Al giorno d'oggi, 5 febbraio 2008,
non devo cambiarla di un iota.
Per riassumere in una frase il bilancio personale degli
ultimi trent'anni da me già consacrati al revisionismo
storico, dirò che io ho semplicemente voluto, con dei
mezzi risibili, servire una causa ingrata: quella della
scienza storica. Non ho nient'altro da dire a mia
difesa.
Le sono grato di avermi accordato la parola. Il primo
giornalista che abbia voluto darmela per davvero è stato
uno dei Suoi connazionali. Si chiamava Antonio Pitamitz.
Era nel 1979, sul mensile Storia Illustrata, poi
scomparso. Oggi, un professore universitario si batte
aspramente perché mi sia accordato il diritto di esporre
le mie vedute – delle vedute che egli forse per parte
sua non condivide – e si tratta ancora di un Italiano.
Lei lo conosce: si chiama Claudio Moffa.
BIBLIOGRAFIA
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Faurisson
Nato a Shepperton (Inghilterra) 25 gennaio 1929, da
padre francese e madre scozzese, si laureò alla Sorbona
e dal 1974 cominciò ad insegnare letteratura presso
l'Università di Lione; nel corso di quel decennio
pubblicò alcune monografie di critica letteraria.
Tra il dicembre 1978 ed il febbraio 1979 scrisse tre
lettere al quotidiano Le Monde, nelle quali dichiarava
di essersi persuaso delle tesi che sollevavano dubbi
circa l'Olocausto, e chiedeva agli storici di
dibatterle; in particolare, Faurisson negava la
possibilità che fossero esistite camere a gas omicide
nei campi di concentramento tedeschi, ed invitava
chiunque a presentare prove incontrovertibili della loro
esistenza e funzionamento. Da allora ha pubblicato una
lunga serie di articoli e libri criticando la
storiografia "ufficiale" sulla Shoah. Dopo le prime
risposte, quasi tutti gli storici scettici circa le tesi
negazioniste cessarono di confrontarsi con gli scritti
di Faurisson. Nel 1990 Robert Faurisson fu rimosso
dall'insegnamento e privato della pensione. Egli ha
inoltre subito diversi processi per avere negato dei
crimini contro l'umanità, ricevendo in alcuni delle
assoluzioni ed in altri delle condanne a pene pecuniarie
(oltre a tre mesi in libertà in vigilata, il 3 ottobre
2006).
Robert Faurisson è stato anche fatto oggetto di
aggressioni fisiche. Nella più grave ha riportato la
frattura della mascella. In Italia, a Teramo, dove il 18
maggio 2007 era stato invitato a tenere una conferenza
presso la locale Università, durante una dimostrazione
di protesta per la sua presenza, egli è stato
strattonato ad opera dei manifestanti.
giovanna.canzano@email.it
Fonte:
http://www.politicamentecorretto.com/
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