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'Peggiore
dell'apartheid'
Gideon Levy – Haaretz, 10 luglio 2008
Testo originale inglese in
http://www.haaretz.co.il/hasen/spages/1000976.html
Traduzione di Paola Canarutto per Agenzia InfoPal

Pensavo che si sentissero a casa propria nei vicoli del campo
profughi di Balata, nella Casbah e al posto di blocco di Hawara.
Ma hanno detto che non c'era paragone: per loro il regime
dell'occupazione israeliana è peggiore di qualunque avessero
conosciuto sotto l'apartheid. Questa settimana, 21 attivisti per i
diritti umani, provenienti dal Sud Africa, hanno visitato Israele.
Fra loro, vi erano appartenenti all'African National Congress di
Nelson Mandela; almeno uno aveva preso parte alla lotta armata, e
almeno due erano stati in carcere. Vi erano due giudici della
Corte Suprema del Sud Africa, un ex vice-ministro, parlamentari,
avvocati, scrittori e giornalisti; neri e bianchi, almeno la metà
ebrei, oggi in conflitto con l'atteggiamento conservatore della
comunità ebraica nel loro Paese. Alcuni erano stati qui in
precedenza, per altri era la prima visita.
Per cinque giorni sono stati a visitare Israele in modo
anticonformistico – senza Sderot, l'esercito e il Ministero degli
Affari Esteri (ma con Yad Vashem, il monumento allo sterminio, e
un incontro con la Presidente della Corte Suprema, la Giudice
Dorit Beinisch). Hanno passato la maggior parte del tempo nelle
aree occupate, dove quasi nessun ospite ufficiale va – nei luoghi
evitati pure dalla maggior parte degli israeliani.
Il lunedì hanno visitato Nablus, la città più imprigionata della
Cisgiordania; da Hawara alla Casbah, dalla Tomba di Giuseppe al
monastero del Pozzo di Giacobbe. Si sono spostati da Gerusalemme a
Nablus con l'Autostrada 60, osservando i villaggi imprigionati che
non hanno accesso alla strada principale, e vedendo le “strade per
gli indigeni”, che vi passano sotto. Hanno visto e non hanno detto
alcunché. Non c'erano strade separate, sotto l'apartheid. Sono
passati, muti, attraverso il posto di blocco di Hawara: non
avevano mai avuto barriere di quel tipo.
Jody Kollapen, che dirigeva gli Avvocati per i Diritti Umani nel
regime dell'apartheid, osserva in silenzio. Vede la “giostra” in
cui si schiacciano masse di persone che vanno al lavoro, a vedere
la famiglia o all'ospedale. Neta Golan, che è vissuta per diversi
anni nella città assediata, spiega che solo lo 1% degli abitanti
ha il permesso di lasciare la città in auto; si sospetta che siano
dei collaborazionisti con Israele. Nozizwe Madlala-Routledge, ex
vice-ministro della difesa e della sanità, attualmente
parlamentare, figura riverita nel suo Paese, è colpita dal vedere
un ammalato portato in barella. “Privare la gente di cure mediche
umane? Sapete, si muore, per quello”, dice sottovoce.
Le guide del tour – attivisti palestinesi – spiegano che Nablus è
isolata da sei posti di blocco; fino al 2005, uno era aperto. “Si
suppone che vi siano motivi di sicurezza per i posti di blocco, ma
chiunque voglia perpetrare un attacco può pagare 10 shekel1 per un
taxi e percorrere circonvallazioni, o camminare sulle colline. Il
vero scopo è rendere la vita difficile agli abitanti. La
popolazione civile soffre”, dice Said Abu Hijla, lettore
all'Università Al-Najah, nella città.
Nell'autobus, faccio conoscenza con i mie due vicini: Andrew
Feinstein, figlio di sopravvissuti allo sterminio, che ha sposato
una musulmana proveniente dal Bangladesh, ed è stato parlamentare
per sei anni per l'ANC; e Nathan Gefen, che ha come partner un
uomo musulmano, e che da giovane apparteneva al movimento di
destra Betar. Nel suo Paese, devastato dalla malattia, Gefen è
attivo nel Comitato contro l'AIDS.
“Guardate a sinistra e a destra”, spiega la guida, con
l'altoparlante, “sulla cima di ogni collina, sul Gerizim e
sull'Ebal, c'è un avamposto dell'esercito israeliano che ci
osserva”. Qui ci sono fori di proiettili nel muro di una scuola e
c'è la Tomba di Giuseppe, sorvegliata da un gruppo di poliziotti
palestinesi armati. Qui c'era un posto di blocco, e qui è dove è
stata uccisa una passante a cui avevano sparato, due anni fa.
L'edificio governativo che c'era qui è stato bombardato e
distrutto da aerei da guerra F-16. Mille abitanti di Nablus sono
stati uccisi nella seconda intifada: 90 nell'Operazione Scudo
Difensivo, più che a Jenin. Due settimane fa, il giorno che è
entrata in vigore la tregua nella Striscia di Gaza, Israele ha
compiuto quelli che, ad oggi, sono i suoi due ultimi assassinii.
La notte scorsa i soldati sono di nuovo entrati, arrestando gente.
È passato molto tempo, da quando qui ci sono stati turisti in
visita. C'è qualcosa di nuovo: gli innumerevoli poster-memoriali,
attaccati ai muri per commemorare i caduti, sono stati sostituiti,
in ogni angolo della Casbah, da monumenti di marmo e da placche di
metallo.
“Non gettate la carta nel gabinetto, perché manca l'acqua”, dicono
agli ospiti negli uffici del Comitato Popolare della Casbah, posto
in alto, in un edificio spettacolare, di pietra vecchia. L'ex
vice-ministro si siede a capotavola. Dietro di lei ci sono
ritratti di Yasser Arafat, Abu Jihad e Mrwan Barghouti, il leader
dei Tanzim, in carcere. Rappresentanti dei residenti nella Casbah
descrivono le difficili esperienze a cui fanno fronte. Nell'antico
quartiere, il novanta per cento dei bambini soffrono di anemia e
di malnutrizione, la situazione economica è terribile, continuano
le incursioni notturne, e alcuni abitanti non sono autorizzati a
lasciare la città per alcun motivo. Usciamo per un giro sulla
traccia delle devastazioni compiute negli anni dall'esercito
israeliano.
Edwin Cameron, giudice nella Corte Suprema d'Appello, dice ai suoi
ospiti: “Siamo venuti qui con scarse conoscenze, e abbiamo sete di
sapere. Siamo colpiti da quanto abbiamo visto finora, ci è molto
chiaro che la situazione qui è intollerabile”. Un poster,
attaccato a un muro esterno, ha la foto di un uomo che ha
trascorso 34 anni in un carcere israeliano. Mandela è stato in
prigione per sette anni di meno. Uno dei componenti ebrei della
delegazione è pronto a dire, purché non si faccia il suo nome, che
il paragone con l'apartheid è assai pertinente, e che gli
israeliani sono persino più efficienti nell'implementare il regime
di separazione razziale di quanto non fossero i Sud Africani. Se
lo affermasse pubblicamente, sostiene, sarebbe attaccato dagli
appartenenti alla comunità ebraica.
Sotto un albero di fichi, nel centro della Casbah, uno degli
attivisti palestinesi spiega: “I soldati israeliani sono
vigliacchi. È per questo che hanno creato vie per spostarsi con i
bulldozer. Nel far ciò, hanno ucciso con i bulldozer tre
generazioni di una famiglia, gli Shubi”. Qui c'è il monumento in
pietra alla famiglia – nonno, due zie, mamma e due bambini. Sulla
pietra sono incise le parole “Non dimenticheremo mai, non
perdoneremo mai”.
Non meno bello del famoso Pere-Lachaise, a Parigi, il cimitero
centrale di Nablus riposa all'ombra di un bosco di pini. Fra le
centinaia di pietre tombali, spiccano quelle delle vittime
dell'intifada. Qui c'è la sepoltura fresca di un ragazzo ucciso
alcune settimane fa al posto di blocco di Hawara. I Sud Africani
camminano silenziosamente fra le tombe, fermandosi davanti a a
quella di Abu Hijla, madre della nostra guida; era stata raggiunta
da 15 proiettili. “Non ci arrenderemo, te lo promettiamo”, hanno
scritto i bambini sulla sua lapide; era conosciuta come “madre dei
poveri”.
Il pranzo è in un albergo della città, e parla Madlala-Routledge.
“È difficile per me descrivere quel che sento. Quel che vedo qui è
peggiore di quello che abbiamo sperimentato. Ma mi dà coraggio
trovare che qui ci sono dei coraggiosi. Vogliamo sostenervi nella
lotta, con ogni mezzo possibile. C'è un discreto numero di ebrei
nella nostra delegazione, e siamo molto orgogliosi che siano stati
loro a condurci qui; dimostrano il loro impegno a sostenervi. Nel
nostro Paese siamo stati capaci di unire tutte le forze in una
sola lotta, e fra di noi vi erano bianchi coraggiosi, ebrei
compresi. Spero che vedremo più ebrei israeliani unirsi alla
vostra battaglia”.
È stata vice-ministro alla difesa dal 1999 al 2004; nel 1987 era
stata in carcere. Più tardi, le ho chiesto in quali modi la
situazione qui è peggiore dell'apartheid. “L'assoluto controllo
sulla vita delle persone, la mancanza di libertà di movimento, la
presenza dell'esercito dappertutto, la separazione totale e le
ampie distruzioni che abbiamo visto”.
Madlala-Routledge pensa che la lotta contro l'occupazione non
abbia successo qui a causa del sostegno USA per Israele: con
l'apartheid, che le sanzioni internazionali hanno contribuito a
distruggere, il caso era diverso. Qui, l'ideologia razzista è
anche rinforzata dalla religione; in Sud Africa non era così.
“Discorsi sulla 'terra promessa' e il 'popolo eletto' aggiungono
una dimensione religiosa, che noi non avevamo, al razzismo”.
Egualmente aspre sono le osservazioni del caporedattore del Sunday
Times del Sud Africa, Mondli Makanya, di 38 anni. “Quando osservi
da lontano sai che qui va male, ma non sai quanto male. Nulla può
prepararti a quanto abbiamo visto qui. In un certo senso, è
peggiore, peggiore, peggiore, di tutto quel che abbiamo
sopportato. Il livello di discriminazione, il razzismo e la
brutalità sono peggiori di quelli del periodo più cupo
dell'apartheid.
Il regime dell'apartheid considerava i neri inferiori; io penso
che gli israeliani non considerino affatto i palestinesi esseri
umani. Come può il cervello di un uomo architettare questa
separazione totale, le strade separate, i posti di blocco? Quel
che abbiamo passato era terribile, terribile, terribile – e
tuttavia non c'è paragone. Qui è più terribile ancora. Noi
sapevamo anche che un giorno sarebbe finito; qui non c'è una fine
in vista. L'uscita dal tunnel è nerissima.
Sotto l'apartheid, vi erano posti in cui bianchi e neri si
incontravano. Gli israeliani e i palestinesi non si incontrano più
affatto; la separazione è totale. Mi sembra che agli israeliani
piacerebbe che i palestinesi sparissero. Nel nostro caso, non c'è
mai stato alcunché del genere: i bianchi non volevano che i neri
si dileguassero. Ho visto i coloni a Silwan [a Gerusalemme Est] –
persone che vogliono espellerne altre, dalle loro case”.
Dopo abbiamo camminato in silenzio per i vicoli di Balata, il più
grande campo profughi in Cisgiordania, indicato 60 anni fa come
rifugio temporaneo per 5.000 persone, che ora ne ospita 26.000.
Nei vicoli scuri, ampî all'incirca quanto un individuo magro, vi
era un silenzio opprimente. Ognuno era immerso nei suoi pensieri,
e il silenzio era interrotto solo dalla voce del muezzin.
Gideon Levy
Haaretz, 10 luglio 2008
Testo originale inglese in
http://www.haaretz.co.il/hasen/spages/1000976.html
Traduzione di Paola Canarutto per Agenzia
InfoPal.it
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