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FRATELLI MAGGIORI E FRATELLI MINORI

Appunti per una corretta esegesi nei rapporti

tra cristianesimo e giudaismo post-biblico

(pubblicato su “Presenza Divina”, nr. 150-155 Gen-Giu 2006)

 del dott. Luigi Copertino

 Da molti anni ormai siamo abituati ad accostarci alla gente ebraica con sentimenti di comprensione per la sua sofferenza, soprattutto dopo l’orrore pagano, e sottolineiamo quel “pagano”, dei lager nazisti. Tuttavia questa indulgenza ed umana comprensione non può esimerci in quanto cristiani, pena il cadere in un ridicolo ecumenismo non privo di serissimi rischi di apostasia, dal riaffermare con fermezza, pur nel dialogo e nella reciproca carità, la Universale Mediazione Salvifica di Cristo alla quale, che lo vogliano o no[1], non sfuggono neanche gli ebrei. Giovanni Paolo II, come è noto, ha chiamato gli ebrei “fratelli maggiori”. È senza dubbio vero che essi, nella misura in cui hanno, se hanno[2], conservato almeno in parte la stessa Fede di Abramo, sono i nostri fratelli maggiori. Ma non bisogna dimenticare mai, e riteniamo che lo scomparso Pontefice l’aveva ben presente quando pronunciò quelle parole, il significato che la Rivelazione biblica, secondo l’esegesi tradizionale della Chiesa, dà alla primogenitura. Nella Bibbia, infatti, la primogenitura non è quella che deriva dalla discendenza carnale, ovvero dall’appartenenza di sangue[3].

Nell’antico messale romano del Concilio di Trento comparivano due preghiere che di seguito riportiamo:

«Oremus, et pro perfidis Judaeis ut Deum et Dominus noster auferat velamen de cordibus eorum; ut et ipsi agnoscant Jesum Christum Dominum»;

«Oremus, Omnipotens sempiterne Deus, qui etiam judaicam perfidiam a tua misericordia non repellis: exaudi preces nostras, quas pro illius populi obsecratione deferimus; ut, agnita veritas tuae luce, quae Christus est, a suis tenebris eruantur».

Entrambe le preghiere erano parte fondamentale del canone liturgico del Venerdì Santo. Come è noto, esse sono state travolte dalla riforma liturgica post-conciliare sebbene Papa Giovanni XXIII si fosse limitato, prima della riforma, a togliere semplicemente l’aggettivo “perfidis” e Papa Pio XII, prima del suo successore, avesse diramato, su richiesta del neobattezzato ex rabbino capo di Roma Eugenio Zolli, un ordine affinché da tutti i pulpiti fosse spiegato ai fedeli il vero significato di quell’aggettivo, di cui tra poco diremo. Come è chiaramente evidente dal testo liturgico si tratta di implorazioni alla Misericordia Divina in favore del popolo ebreo, affinché esso riconosca in Cristo l’atteso Messia. Eppure, l’ipocrisia del politicamente corretto, ha usato queste preghiere di misericordia come atto d’accusa contro un presunto “antisemitismo cattolico”. Ora, il Cattolicesimo altro non può essere, e altro non è stato, se non “antigiudaico”, sotto il profilo esclusivamente e squisitamente teologico, laddove per “giudaismo” si intenda una credenza religiosa che nega risolutamente la Divinità e la Messianicità di Cristo. L’antisemitismo è invece un concetto a base razziale, dunque materialista ed anticristiano, assolutamente moderno, sebbene radicato in un’antica gnosi spuria cui non è estraneo lo stesso giudaismo post-biblico[4], gnosi che del resto è madre di tutte le aberrazioni ideologiche della modernità.

La Chiesa, dunque, pregava per i “perfidi giudei” e quel perfidi è oggi motivo di scandalo per gli ignoranti a digiuno del latino liturgico ed ecclesiale: infatti, il termine latino “perfidi” significa “increduli, infedeli”, e in tal senso, con l’accezione negativa che è data all’incredulità, per traslato significa anche “infidi”. Sul dizionario italiano – latino Castiglioni-Mariotti, di uso corrente nell’insegnamento del latino scolastico (o tale era almeno venti anni fa circa), alla voce “infedele”, nell’accezione di “senza fedeltà”, troviamo come corrispondenti latini i termini “infidus-a-um”, “infidelis-e”, “perfidus-a-um” (perfido). È evidente che, nell’antica liturgia del Venerdì Santo, l’espressione “perfidis Judaeis” stava a significare “giudei infedeli, senza fede, increduli”, senza fedeltà al Dio di Abramo incarnatosi in Gesù Cristo. Una condizione di incredulità della quale, mentre si implorava la misericordia divina affinché fosse tolta dal loro cuore il “velo dell’ignoranza”, non veniva affatto, e giustamente, minimizzato il carattere negativo: in tal senso “perfidi” poteva stare anche per “infidi”. Non è affatto scandaloso tutto questo: la Chiesa nel peccatore, che rimprovera, non odia la persona, che è sempre fatta ad immagine e somiglianza di Dio, ma il peccato e l’ostinazione al peccato[5]. È piuttosto molto importante notare che nella liturgia non si è usato il termine “Hebraei”, ma il termine “Judaeis”. La distinzione non è solo terminologica, ma assolutamente sostanziale. Essa è di origine addirittura evangelica ed è fondamentale per quanto diremo nel prosieguo di queste nostre povere considerazioni. Nell’Enciclopedia del Cristianesimo (De Agostini, 1997) alla voce “Giudei” si legge: «Nel Vangelo di Giovanni il termine giudei non indica tutto il popolo, ma il gruppo degli avversari di Gesù, e più precisamente i sadducei e le autorità religiose del Tempio». In Giovanni 18,36, davanti a Pilato che gli chiedeva ragione della sua Regalità, Gesù risponde: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei», latino “Judaeis”. Sempre in Giovanni, (19,7), le autorità religiose e la folla dei loro accoliti e seguaci, che chiedono a Pilato la messa a morte di Gesù secondo la loro legge perché egli si era fatto Figlio di Dio, sono definiti appunto “Giudei”, latino “Judaei”. Ed ancora in Giovanni, (19,12), la folla che urlava a Pilato, apparentemente ben intenzionato verso Gesù, che se lo avesse liberato non si dimostrava amico di Cesare, è composta sempre e solo di “Judaei” mai di “Hebraei”. Troviamo invece l’uso del termine “Hebraei” nell’antica liturgia processionale della Domenica della Palme, quando, con riferimento al Vangelo di Matteo (21,8-11), Vangelo scritto appositamente per un uditorio ebraico e nel quale i nemici di Gesù sono sempre indicati con la perifrasi “i farisei ed i sadducei” oppure con l’altra “i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo”, si recitava: «Pueri Hebraerorum, portantes ramos olivarum, obviaverunt Domino clamantes: Hosanna in excelsis» ed anche «Pueri Hebraerorum vestimenta prosternebant in via, et clamabant dicentes: Hosanna filio David; benedictus qui venit in nomine Domini» ed ancora «Ingrediente Domino in sanctam civitatem, Hebraerorum pueri resurrectionem vitae pronuntiantes, et cum ramis palmarum: Hosanna, clamabant, in excelsis». La Chiesa, dunque, ha sempre distinto, sulla base dei Vangeli stessi, tra i “perfidi judaei” e gli “hebraei” di Gerusalemme. I primi, ciechi per la durezza del loro cuore, sono la folla fanatica istigata dal Sinedrio mentre gli ebrei sono quella parte, molto vasta, del popolo ebraico che, come testimoniano ampiamente i Vangeli, ha creduto in Cristo[6]. Gli ebrei di oggi, professando non la fede dei loro Padri, ma quell’adulterazione che è il giudaismo post-biblico, un misto di umane tradizioni rabbiniche e di esoterismo cabalistico, sono i discendenti di quegli ebrei che si lasciarono irretire nell’incredulità dai loro capi religiosi. In questo senso ancora oggi, come nelle raffigurazioni medioevali, la “Sinagoga” è cieca per auto-accecamento. Un destino di apostasia però, per la grande Misericordia di Dio, nient’affatto irreversibile, come afferma a chiare lettere san Paolo e come nel corso dei secoli ha dimostrato il fatto che molti tra gli eredi degli ebrei passati al giudaismo hanno successivamente purificato il proprio cuore, alcuni giungendo al riconoscimento di Cristo, altri, pur senza giungere a tanto, ricercando con sincerità la radice vera dell’antica Fede dei loro Padri.

Anche nel Vangelo di Marco gli avversari di Gesù non sono chiamati ebrei ma, di volta in volta, “scribi”, “farisei”, “scribi dei farisei”, “sadducei”, “sommi sacerdoti ed anziani”, “erodiani”[7]. In Luca, come per gli altri evangelisti, i nemici di Gesù non sono gli ebrei, nel loro complesso, ma soltanto i capi religiosi e la folla da essi irretita. La polemica di Gesù contro le autorità religiose del Tempio è aspra ed è tutta svolta intorno all’affermazione del tradimento da parte di quelle della Fede vera di Israele, quella che fu dei Patriarchi e dei Profeti e che rendeva testimonianza a Lui: «Il Padre che mi ha mandato mi ha reso testimonianza; ma voi non ne avete intesa la voce né visto il volto e non possedete la sua parola che rimanga in voi, perché non credete a Colui che Egli ha inviato. Voi scrutate le scritture, perché pensate di trovare in esse la vita eterna; ora esse rendono testimonianza a me, eppure voi non volete venire a me per avere la vita … Non pensate che io debba accusarvi davanti al Padre; vostro accusatore è lo stesso Mosè, nel quale riponete ogni speranza. Poiché se aveste creduto a Mosè, avreste creduto anche a me, poiché egli ha scritto di me» (Gv. 5,37-40 e 45-47)[8]. Altrove Gesù è esplicito nell’affermare l’usurpazione dei capi religiosi di Israele e l’adulterazione da essi fatta del patrimonio di Fede trasmesso dalla Rivelazione: «Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito» (Lc.11,52). Oppure: «Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi ed i farisei. Quanto vi dicono, fatelo ed osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno”» (Mt. 23,1-3). Secondo la tesi di Carsten Peter Thiede, noto papirologo di fama internazionale, Caifa, il sommo sacerdote grande accusatore di Gesù, nascondeva dietro l’ufficialità del culto ebraico l’adesione a spuri culti sincretistici, di probabile carattere esoterico e gnostico[9]. Thiede fonda la propria convinzione sull’esame dei reperti portati alla luce dall’archeologo israeliano Zvi Greenhut nel 1990 a Talpiot sobborgo meridionale di Gerusalemme. Si tratta dei resti della tomba di Caifa. Da tali reperti Greenhut dedusse che Caifa fosse sadduceo. La cosa strana è che tuttavia Caifa fu sepolto nella forma cerimoniale tipica di chi attendeva la resurrezione della carne secondo la profezia di Isaia («I vostri morti saranno resuscitati, i corpi si alzeranno», Is26,19).

Come è noto, i sadducei non credevano alla resurrezione dei morti. Thiede, dunque, avanza l’ipotesi che Caifa fosse un dissimulatore, un uomo della “doppia verità”: mentre in pubblico, per motivi di egemonia religiosa e politica sul popolo, sosteneva il culto ebraico ufficiale, in privato praticava altri culti. La cosa è del tutto probabile se si pensa che all’epoca molti gruppi ebraici avevano adottato sincretisticamente usanze pagane, come dimostra il ritrovamento di sepolture con cadaveri recanti in bocca una moneta, per il pagamento del viaggio oltremondano, al modo dei riti funerari pagani. Non sarebbe stata la prima volta che, nella storia ebrea, la casta sacerdotale tradiva in segreto il Dio di Abramo come è testimoniato anche in Ez. 8,5-13. Giuseppe Flavio nelle sue “Antichità giudaiche” (19,355-358) racconta espressamente della diffusione tra gli ebrei dei culti pagani e di come, alla morte di Agrippa I, nel 44 d.C., gli abitanti della Cesarea, della Samaria e della Giudea si fossero dati ad orge e libagioni in onore di Caronte, la divinità pagana dell’oltretomba. Sempre secondo l’antico storico ebreo, tra i suoi correligionari erano molto praticati culti di provenienza egizia, greca, romana e soprattutto orientale. Insomma, Giuseppe Flavio descrive la Palestina del tempo di Gesù come una sorta di self-service religioso molto simile ai nostri tempi di diffusione del neo-spiritualismo new-age. Non meraviglia, pertanto, che questa spuria religiosità possa aver condizionato le decisioni del Sinedrio.

Questo sommo consesso era evidentemente impregnato di quella religiosità equivoca visto che anche il suo sommo sacerdote lo era. La decisione di mettere a morte Gesù era strettamente connessa al fatto che Egli non solo richiamava Israele alla fedeltà alla Fede dei Padri, ma aveva anche, in più di un’occasione, svelato pubblicamente gli iniqui segreti del cuore dei sinedriti dediti a culti sincretistici. La scelta pro o contro Cristo fu per l’anima ebraica quella tra la fedeltà al Dio di Abramo e l’apostasia da Lui: gli ebrei che seguirono Cristo optarono per il Dio dei loro padri, gli altri, quelli che seguirono il Sinedrio, optarono per un’esegesi distorta della Scrittura, perché segretamente condizionata da un culto spurio. Dunque, l’accusa di deicidio, mai decretata in un atto del magistero dalla Chiesa, non può né deve essere rivolta a tutto il popolo ebreo ma soltanto al Sinedrio, ed a coloro che lo hanno seguìto. E neanche a tutto il Sinedrio, perché, come testimoniano i Vangeli, una parte, minoritaria ma consistente, dei farisei ha creduto nella Divinità e Messianicità di Gesù, si pensi a Nicodemo e a Giuseppe d’Arimatea[10], sebbene non osasse uscire allo scoperto per paura di Caifa e del suo gruppo che avevano il potere all’interno del sommo consesso religioso di Israele.

Quando apparve, due anni fa, sugli schermi cinematografici di tutto il mondo quel capolavoro che è “The Passion of the Christ” di Mel Gibson, molti rimasero sconcertati dall’ostilità che i nostri “fratelli maggiori” dimostrarono contro il film per i suoi contenuti, accusati di essere “preconciliari” come se vi fosse uno spartiacque tra prima e dopo il Concilio Vaticano II negli accadimenti storici che stanno alla base della fede cristiana e nella loro esegesi magisteriale. Un rabbino arrivò persino ad affermare che la teologia cristiana sarebbe la base di Auschwitz. Del resto, bisogna anche capirli questi fratelli sradicati dall’Olivo, ossia dalla fedeltà alla Rivelazione che fu data ai loro padri di sangue e Padri nostri nella Fede: Gesù Cristo è la pietra sulla quale essi, “fratelli maggiori”, hanno inciampato ed è Colui che, senza timori “ecumenici”, ha loro predetto «vi sarà tolto il Regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare» (Mt. 21,43). I Padri della Chiesa hanno sempre inteso che con tali parole Cristo si riferiva al Nuovo Israele ossia alla Chiesa, ai cristiani nuovo popolo di Dio. Parole che, rivolte chiaramente a loro, per i sinedriti furono terribili da ascoltare perché proferite da Cristo ad esplicitazione della parabola dei vignaioli omicidi (Mt. 21,33-41), quelli che nel racconto uccidono quanti il padrone manda alla vigna per raccogliere i frutti, compreso lo stesso figlio del padrone, commentando la quale San Giovanni Crisostomo dice: «Quando i giudei affermano: “farà perire miseramente quegli scellerati e affitterà la vigna ad altri coloni”, di fatto essi pronunciano con enfasi la loro condanna…»[11].

Quel che invece dispiace è la confusione della quale sono vittime oggi molti cristiani. Il pur stimabilissimo regista Franco Zeffirelli, ad esempio, commentando, all’epoca, su “Il Corriere della Sera” del 26/02/2004, il film di Gibson, ebbe ad affermare che da Gesù Cristo è: «…scaturita una nuova fede, una nuova religione». Nulla di cristianamente più errato. Affermare questo significa ridurre Cristo a mero profeta, fondatore di una fede ereticale rispetto all’ebraismo, e perciò ridurre il Cristianesimo ad un sotto prodotto della religione giudaica nell’errata convinzione che il giudaismo post-biblico sia identico all’ebraismo veterotestamentario. Troppo spesso i cristiani dimenticano che nel giudaismo della diaspora ha definitivamente trionfato la ricorrente tentazione che già nei secoli precristiani fece vacillare più di una volta la fede del popolo ebreo nella Rivelazione, ossia la tentazione di un’esegesi spuria delle Scritture e delle divine promesse. Un’esegesi intrisa di gnosi. Non a caso, in molte scuole rabbiniche ed in molti circoli esoterici del giudaismo post-biblico, rispettivamente, il Talmud (raccolta di tradizioni rabbiniche) e lo Zohar (testo ermetico che è alla base della “Cabala”, lo gnosticismo giudaico) sono ritenuti fonti di superiore ispirazione rispetto alla Bibbia. Dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C., il giudaismo, completando l’itinerario della sua apostasia dall’ebraismo veterotestamentario, è diventato nient’altro che un messianesimo secolaristico che identifica l’isaiano “servo sofferente” nello stesso popolo ebreo, il quale in tal modo, nella teologia rabbinica, assurge al ruolo di “messia collettivo” (da qui l’attribuzione di un significato salvifico, sin dal termine “olocausto”, al genocidio subìto per mano dei nazisti, che di per sé non è l’unica ma, purtroppo, una delle tante manifestazioni della follia ideologica dell’umanità pervertita dal prometeismo e, dunque, solo in tal senso interpretabile come frutto maligno, tra i tanti, del mistero d’iniquità; da qui, poi, l’ostracismo globale per chiunque non accetti tale messianismo collettivo e l’escatologia, ad un tempo religiosa e politica, ad esso connessa: il primato spirituale, dopo Cristo, del popolo ebreo nella redenzione dell’umanità e quello politico dello Stato d’Israele in medio-oriente).

Quei cristiani, oggi purtroppo molto numerosi, che, come possono fare soltanto i discenti orgogliosi ma ignoranti, correggono sprovvedutamente l’esegesi bimillenaria della Chiesa e dei suoi Padri, facilmente ed erroneamente concedendo all’attuale esegesi scritturistica giudaica patenti di verosimiglianza, dovrebbero ricordare che nel “misticismo cabalistico”, che è l’essenza del messianesimo spurio di cui si nutre il giudaismo post-biblico, ha le proprie radici, per via della mediazione umanista, prima, protestante ed illuminista, poi, anche la teosofia massonica, base “spirituale” dell’ateismo umanitario. La Religione ebraico-cristiana, trasmessa dai Santi dell’Antico e del Nuovo Eterno Patto, è invece tutt’altra cosa e non deve essere confusa con le deviazioni esegetiche del giudaismo post-biblico le cui radici possono rinvenirsi già nella ricorrente tentazione del popolo ebreo all’infedeltà al Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Tentazione ampiamente testimoniata nell’Antico Testamento (evidente, come si è già detto, in Ezechiele 8,5-13). Tra la Fede veterotestamentaria dei Patriarchi e dei Profeti biblici e la Fede cristiana, e quindi tra l’Antica e la Nuova Alleanza, non vi è soluzione di continuità trattandosi della medesima Fede, espressa in due fasi storiche diverse, e della medesima Alleanza “stipulata” con due diversi atti, l’uno preliminare e preparatorio dell’altro che è il definitivo. Questa continuità di fede e di alleanza, e non il giudaismo post-biblico, è, secondo l’esegesi tradizionale della Chiesa, la vera “radice santa” di cui parla San Paolo nella Lettera ai Romani. Il magistero dei Padri della Chiesa, ripreso, nei secoli successivi a quelli patristici, da Sant’Agostino, da San Tommaso d’Aquino e da molti altri Santi e Dottori della Fede, insegna che i Patriarchi e i Profeti veterotestamentari hanno conosciuto, per rivelazione soprannaturale, il “Mistero nascosto nei secoli”.

Un Mistero velatamente avvertito anche da tutti quegli ebrei, “puri di cuore”, e fedeli alla Fede di Abramo, che, come Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea e molti altri israeliti a Lui contemporanei, hanno creduto in Gesù Cristo. Tale magistero patristico è fondato sulle stesse parole di Cristo: «Abramo … esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò» (Gv. 8,56); ed ancora: «Prima che Abramo fosse, Io sono» (Gv. 8,58). San Tommaso d’Aquino, ad esempio, ha scritto: «Non è possibile credere esplicitamente il mistero di Cristo, senza la fede nella Trinità: poiché il mistero di Cristo implica l’assunzione della carne da parte del Figlio di Dio (…). Perciò prima di Cristo il mistero della Trinità fu creduto come il mistero dell’Incarnazione, e cioè esplicitamente dai maggiorenti e in maniera semplice e quasi velata dalle persone semplici.» (Summa Theol., II-II, q.2, a.8). La Fede veterotestamentaria di Patriarchi e Profeti, Fede cristiana “ante litteram”, progressivamente abbandonata dalla sinagoga che ha esegeticamente abiurato i suoi Padri, è stata conservata e trasmessa, finalmente e perfettamente compiuta nel mistero dell’Incarnazione, Passione e Resurrezione di Nostro Signore, da quel “resto di Israele” (la definizione è paolina e si rinviene nella Lettera ai Romani) che fu la Chiesa nascente aperta a tutti i popoli nel disegno di salvezza universale, ossia la prima comunità cristiana costituita di soli ebrei liberati, per la purezza del loro cuore, dalle angustie “nazionaliste” e dagli orgogli di “superiorità etnico-spirituale” propri dell’interpretazione farisaica e sadducea, ovvero sinedritica, delle Scritture. Il vero Israele ha creduto in Gesù Cristo: la Santissima Vergine Maria, San Giuseppe, gli Apostoli, la Maddalena e tutta la ingente moltitudine di ebrei che Lo seguirono, ed ebbero fede in Lui, sono il vero Israele, erede della Promessa, perché hanno creduto nel Figlio inviato dal Padre. Di fronte a Cristo il popolo ebreo, per la prima volta nella sua storia, si divise in due e quella parte che Lo ha rifiutato è diventata il ramo reciso che, soltanto alla fine dei tempi (e non prima!) sarà reinnestato nell’olivo. Quando gli ebrei, “fratelli maggiori”, si convertiranno, cosa che avverrà senza dubbio (è sempre San Paolo ad assicurarcelo), e smetteranno di leggere le Scritture a modo loro, ossia senza la Luce di Cristo, tornando a leggerle come, invece, facevano i Patriarchi ed i Profeti, allora essi non esiteranno a riconoscere in Gesù Cristo il Messia (come hanno già fatto i loro ex-correligionari Eugenio Zolli, Edgardo Pio Mortara, Alfonso Ratisbonne ed Edith Stein) e chiederanno di entrare anch’essi nella Chiesa. Quel giorno troveranno noi cristiani pronti, come da sempre lo siamo stati, ad abbracciarli.

 NOTE: 

[1] Anche di recente il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, in un incontro interreligioso (cfr. “Shalom” n. 2/2002), ha ribadito che ciò che gli ebrei non possono accettare è, insieme alla Sua divinità e messianicità, la Mediazione Salvifica Universale di Cristo concludendo che se ad essa ben possono essere soggetti i popoli gentili non altrettanto si deve dire per il popolo ebreo il quale rivendica il diritto di non dover a nessuno la propria salvezza, se non naturalmente a Dio. Di Segni, in sostanza, di fronte alla pretesa di parte cattolica, ultimamente ribadita con il documento magisteriale “Dominus Iesus”, redatto dall’attuale Pontefice Benedetto XVI, in veste Prefetto della Fede, ed approvato da Giovanni Paolo II, dell’unicità di quella Mediazione, afferma per il popolo ebreo un ruolo diverso ed un destino estraneo al resto dell’umanità. La stessa tesi del Di Segni è sostenuta, in ambito cattolico dall’esegesi giudaizzante di quei teologi progressisti, ai quali si sono uniti certi cattolici conservatori conquistati dall’ideologia neoconservatrice, che vedono in Cristo lo strumento con cui il Padre ha aperto l’accesso alla Salvezza per i popoli gentili, ferma rimanendo valida a tutt’oggi l’Antica Alleanza con il popolo ebreo anche dopo la distruzione del Tempio, che, invece, come ben sapevano gli ebrei del tempo di Gesù, e dovrebbero ricordare i loro discendenti ed i cristiani giudaizzanti, è stato il segno del compimento dei tempi messianici. Questa spuria esegesi si è persino spinta, in alcuni suoi esponenti, ad ipotizzare un doppio soggetto messianico, Gesù Cristo per i gentili ed il popolo ebreo, inteso come messia collettivo dopo Cristo e più di Cristo, per l’intera umanità in vista dei tempi ultimi. Gli esegeti giudaizzanti basano la propria, non autentica, interpretazione sul passo di San Paolo nella Lettera ai Romani, Rm. 11,28. Ma in tale passo l’Apostolo non parla di “alleanza non revocata”, come con sibillina ma significativa alterazione terminologica sostengono i giudaizzanti, ma soltanto di “chiamata, ossia elezione, irrevocabile” a significare quel che lo stesso Apostolo, nella medesima Lettera, aveva affermato poco prima ossia che i suoi fratelli nella carne, per la durezza del loro cuore, sono ormai rami recisi dall’Olivo santo, essendosi allontanati per loro volontà dalla Fede dei Padri veterotestamentari, e che in tale condizione essi resteranno finché, alla fine dei tempi, non riconosceranno la divinità e la messianicità di Cristo per essere reinnestati di nuovo nel tronco vitale della Rivelazione. Reinnesto che sarà reso possibile dalla grande misericordia di Dio il quale, nonostante la loro abiura, non ha dimenticato di averli chiamati per primi alla Fede. L’esegesi paolina poggia, del resto, sulle stesse parole pronunciate da Gesù e rivolte alla Città Santa: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco: la vostra casa sarà lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più finché non direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”» (Mt. 23,37-39). Da notare, per inciso, che in queste parole Gesù manifesta ancora una volta la Sua Divinità: infatti nella storia di Israele soltanto Dio aveva ripetutamente raccolto i suoi figli dispersi traendoli fuori ora dall’Egitto ora da Babilonia. Invece nella pretesa, sopra ricordata, del rabbino Riccardo Di Segni si manifesta l’antica tesi gnostica della distinzione, essenziale ossia inerente l’essenza stessa, tra l’élite “iniziatica”, in possesso, per le presunte conoscenze ad essa riservate, di un destino speciale ed unico, ed il resto dell’umanità imprigionata nell’ignoranza e destinataria pertanto soltanto di una “rivelazione di second’ordine”. Da parte cristiana vi sarebbe piuttosto da chiedersi, come a suo tempo hanno fatto i Padri della Chiesa, a quali pericoli spirituali e metafisici la durezza del cuore ha esposto nel corso dei secoli ed espone tuttora i fratelli maggiori e quale ruolo essi sono destinati a svolgere, per la loro incredulità nei confronti di Cristo, nel tempo che va dall’Incarnazione alla Parusia. La risposta l’ha data, riferendosi a loro, Gesù in Persona: «Io sono venuto a nome del Padre mio e non mi riceveste, un altro verrà di propria autorità e lo riceverete» (Gv. 5,43). San Girolamo così commentava queste parole di Cristo: «Non c’è dubbio che in quest’altro che Gesù dice che sarà ricevuto dai Giudei, egli intendeva indicare l’Anticristo. Così i Giudei, dopo aver disprezzato la verità nella persona di Gesù Cristo riceveranno la menzogna dell’Anticristo» (Epistole, CLI, Ad Algasium; Comm. In Dan., II,24). Anche Giovanni Crisostomo e Giovanni Damasceno ritenevano che il popolo giudeo accoglierà trionfalmente l’Anticristo. Secondo San Gregorio Magno «i Giudei rimetteranno tutta la loro confidenza (nell’Anticristo). In tal modo coloro che ricusarono di credere al Redentore, si daranno poi, alla fine del mondo, in balia dell’Anticristo» (Comm. In I Reg., II). Mentre dal canto suo Sant’Ippolito affermava: «Essi (i Giudei) domanderanno gli uni agli altri: Si trova forse nella nostra generazione un uomo così potente e giusto? Andranno quindi a lui e gli diranno: Noi tutti ti serviremo; riponiamo in te la nostra confidenza; ti riconosciamo come il più grande di tutta la terra e da te aspettiamo la salute. Sii tu dunque il nostro re» (Consummat mundi). Solov’ev, il grande scrittore russo, nel suo “Il racconto dell’Anticristo”, memore dell’infallibile magistero patristico, immagina che sia il giudaismo della diaspora per primo, grato per essere stato da lui emancipato, ad inneggiare all’Imperatore del mondo proclamandone la messianicità, fino a quando non si scopre con disappunto che il “messia” non è neanche circonciso: scoperta che provoca da parte giudaica il riconoscimento in Cristo del vero Messia con il recupero nelle sinagoghe della vera Fede ebraica, quella, per l’appunto, di Abramo che desiderò vedere il giorno di Colui che è prima che egli fosse e che fu misticamente accontentato (Gv. 8,56). Ora, è innegabile che nel corso dei secoli della diaspora il giudaismo post-biblico, sia nelle sue componenti religiose (talmudismo, cabalismo) sia in quelle secolarizzate (marxismo, freudismo, liberismo), che poi non sono altro che versioni ideologiche delle prime, abbia avuto caratteri di essenziale ed irriducibile anticristianesimo. Secondo Rabbi Golinkin, giovane rabbino americano, la fede giudaica: «…non è una fede nell’altro mondo …Fra noi, c’è chi dice che quando il Messia arriverà, tutto sarà come prima, salvo che non ci saranno più guerre» (cfr. M. Blondet “La politica mondiale e l’Anticristo” in Il Timone n. 14/2001). Dunque è evidente che un Messia che dice «il mio Regno non è di questo mondo» (Gv. 18,36) non rientra assolutamente nella mondane prospettive del messianismo giudaico. Per il giudaismo post-biblico l’Alleanza fra Dio e il popolo eletto comporta la promessa di un regno nell’aldiquà. Questa prospettiva è innegabilmente quella che ha prevalso nei secoli moderni contro l’escatologia cristiana di un Regno che, pur essendo con Cristo già comparso nel mondo, è in realtà oltre il mondo, oltre la storia. Ha notato Franco Volpi: «L’idea ebraica di un principio universale che abbraccia tutta l’umanità (nell’aldiquà) ha trovato la sua incipiente realizzazione nell’era globale in cui il mondo è effettivamente entrato» (cfr. F. Volpi “Il nichilismo”, Laterza, 1966. Citato da M. Blondet “La politica mondiale …”cit.). Delle due interpretazioni della storia mondiale, che secondo Carl Schmitt si contendono da sempre l’adesione dello spirito umano, la giudaica, che vede la redenzione nell’aldiquà, e la cattolica, che invece l’attende nell’aldilà, quella che sembra rivelarsi perdente è proprio la seconda (la cosa del resto non deve meravigliare: si rammentino le profetiche parole di Cristo, in Mt. 24,12, sul raffreddamento dell’Amore di molti e sul dilagare dell’iniquità, e perciò dell’errore, avvicinandosi i tempi ultimi). E mentre il Cattolicesimo romano, ossia la forza che trattiene la manifestazione del “figlio della perdizione”, dell’Anticristo, declina, «vincente – afferma ancora Franco Volpi – … sarebbe (l’interpretazione) ebraica (della storia): l’umanità in cammino progressivo verso il “regno di pace’”futuro, verso la nuova Gerusalemme, lontana nel tempo, ma situata nell’aldiquà» (op. cit.).

 

[2] Se è vero che molti ebrei non hanno creduto in Lui è altrettanto vero che, soprattutto all’inizio quando la Chiesa era quasi esclusivamente ebraica, molti altri ebrei hanno riconosciuto la divinità e messianicità di Cristo, non deragliando in tal modo dalla Fede autentica dei loro padri. È inoltre altrettanto vero che nel corso dei secoli molti ebrei, pur non giungendo al riconoscimento di Cristo come il Messia promesso, hanno conservato in tutto o in parte, nonostante gli inquinamenti talmudici o cabalistici del giudaismo post-biblico, la vera Fede di Abramo, Isacco e Giacobbe, trasmessa da Mosè e dai Profeti, mantenendosi “puri di cuore”. Possono farsi sicuramente molti esempi sia per l’antichità che per i tempi nostri: da quello di Nicodemo e di Giuseppe d’Arimatea, membri onesti del Sinedrio e probabilmente convertitisi segretamente alla Fede in Cristo, a quello di Rabbi Gamaliele, il maestro di San Paolo, che esortava i correligionari a non perseguitare i cristiani perché se provenienti da Dio nessuno avrebbe potuto alla lunga ostacolarli, fino ai miti Rabbi Beck, Rabbi Ahad Ha’ Am e Rabbi Mayer-Schiller, esponenti del Neturei Karta (“Guardiani della Città”, ossia di Gerusalemme), una scuola rabbinica che si oppone, in nome della più autentica spiritualità ebraica, al sionismo considerando la sua creatura politica, lo Stato di Israele, un’opera blasfema ed illegittima. Di una purezza spirituale simile a quella dei Neturei Karta fu il Rabbino Capo di Roma negli anni trenta, Eugenio Zolli, grande esegeta biblico che, autore di un’opera su “Il Nazareno” piena di devozione verso la figura di Cristo, giunse al battesimo cristiano sull’esempio mirabile di ciò che egli vide fare, in favore degli ebrei perseguitati dalla ferocia nazista, dalla Chiesa, pre-conciliare, di Pio XII e da Papa Pacelli in persona.

 

[3] Il significato biblico della primogenitura è quello manifesto, ad esempio, nell’episodio di Esaù e Giacobbe: il primogenito secondo la carne perde il diritto alla primogenitura in favore del fratello minore. Altro esempio è quello, ancor più originario, di Caino ed Abele dove il fratello minore è preferito da Dio al primogenito secondo la carne, suscitando l’invidia omicida di quest’ultimo. Che significato hanno questi episodi biblici? Un significato ben noto ai Padri della Chiesa: il primato non spetta alla discendenza carnale ossia, come potremmo dire con termini più moderni, alla “razza”, all’“etnia”, ma alla Fede, allo Spirito. Giacobbe ed Abele sono fratelli minori, senza diritti di primogenitura secondo l’ordine umano delle cose, eppure sono preferiti da Dio per la loro integra fede. Dio sovverte l’ordine umano ed il minore diventa l’erede della Promessa in luogo del maggiore. Il fratello maggiore è riammesso alla confidenza con Dio soltanto quando si pente di avere confidato troppo soltanto nel suo diritto di primogenitura e di essersi, pertanto, inorgoglito della propria posizione di primato di ordine meramente naturale. Non a caso Isacco, dopo aver benedetto il figlio minore, dice ad Esaù il primogenito decaduto: «Vivrai della tua spada e servirai tuo fratello; ma poi, quando ti riscuoterai, spezzerai il suo giogo dal tuo collo» (Genesi 27,40). Infatti i due fratelli si riconcilieranno quando Esaù accetterà il fatto compiuto dell’inversione nell’ordine umano della discendenza. Non a caso Dio stesso, dopo il pentimento dell’assassino di Abele, ingiunge che “non si tocchi Caino”, in tal modo ponendolo sotto la Sua protezione, pur avendolo allontanato da Sé per l’omicidio del fratello. Secondo la stessa logica divina, come ricorda san Paolo nella Lettera ai Romani, gli israeliti, pur essendosi auto-recisi dall’Olivo della Rivelazione, non sono stati dimenticati da Dio e alla fine dei tempi saranno reinnestati. Sempre nella Lettera ai Romani (9,1-13), san Paolo afferma: «Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo; ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei seconda la carne. Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen. Tuttavia la parola di Dio non è venuta meno. Infatti non tutti i discendenti di Israele sono Israele, né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli. No, ma: in Isacco ti sarà data una discendenza, cioè: non sono considerati figli di Dio i figli della carne, ma come discendenza sono considerati solo i figli della promessa: “Io verrò in questo tempo e Sara avrà un figlio”. E non è tutto; c’è anche Rebecca che ebbe figli da un solo uomo, Isacco nostro padre: quando essi ancora non erano nati e nulla avevano fatto di bene o di male – perché rimanesse fermo il disegno divino fondato sull’elezione non in base alle opere, ma alla volontà di colui che chiama – le fu dichiarato: “Il maggiore sarà sottomesso al minore”, come sta scritto: “Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù”». Questa logica divina, di sovvertimento dell’ordine umano, era sicuramente presente a San Giovanni Battista quando ricordava, senza finzioni diplomatiche, ai sinedriti, i quali affermando di avere Abramo per padre pretendevano di essere i depositari della Promessa soltanto in virtù della loro appartenenza etnica, che Dio può far sorgere figli di Abramo anche dalle pietre (Mt. 3,7-9). In questo senso, è evidente, che i Cristiani “fratelli minori” hanno ereditato ciò che gli Israeliti “fratelli maggiori” non hanno voluto accettare per la durezza del loro cuore e che essi comprenderanno soltanto alla fine dei tempi. Gli ultimi, coloro che non erano stati chiamati, ossia i pagani, sono stati i primi ad entrare nel Regno di Dio, inaugurato da Cristo con l’inizio dell’era messianica, mentre coloro che furono chiamati per primi, i giudei, deviati dalla fede ebraica veterotestamentaria, saranno gli ultimi, alla fine dei tempi, ad entrare. Come nella parabola del banchetto nuziale (Mt. 22,1-14), gli invitati non ne erano degni ed allora il Re ha fatto chiamare alle nozze del Figlio tutti coloro che, estranei, furono trovati ai crocicchi delle strade.

 

[4] Il sionismo nasce come ideologia nazionalista laica e tuttavia nelle sue componenti sia di destra sia di sinistra, che grosso modo possono intendersi anche come, rispettivamente, la versione moderna dell’antico fariseismo “politico-messianico” e dell’antico sadduceismo “materialista”, esso ha profonde connessioni e radici con la spiritualità spuria del giudaismo post-biblico talmudico e cabalista. Giorgio Galli in chiusura della sua opera sull’esoterismo nazista (“Hitler ed il nazismo magico – le componenti esoteriche del Reich millenario”, Bur Rizzoli, Milano, 1994) ricorda la meraviglia di George Mosse, il massimo storico israelita del nazismo (autore di opere fondamentali come “La nazionalizzazione della masse” e “Le origini culturali del Terzo Reich”), nel constatare la assoluta somiglianza tra il nazionalismo pangermanista ed il nazionalismo sionista e la loro comune ispirazione religiosa di tipo panteista e nazional-messianico (la nazione eletta, il popolo-messia). Somiglianze che, osserva Mosse, tentano lo storico a stabilire tra nazismo e sionismo una correlazione (Mosse, tuttavia, respinge la tentazione) o, come osserva invece Galli, che afferma la possibilità di un tale rapporto, anche sulla base di elementi suggeriti dallo stesso Mosse, a stabilire tra essi un rapporto speculare. Pochi sanno chi è Vladimir Z. Jabotinsky (1880-1940). Egli nacque ad Odessa e, nell’ambito, del movimento sionista propugnò un sionismo razzista che fosse la futura base dello Stato Nazional-Autoritario di Israele. Aderì al fascismo. Negli anni trenta scriveva a Mussolini sostenendo che le sue squadre d’azione nazional-ebraiche fossero più fasciste e dinamiche delle sue camice nere. Chiese al duce, ed ottenne, l’allestimento in Italia di campi d’addestramento per le sue squadre (Mussolini vedeva in questo “fascismo giudaico”, come del resto nei partiti fascisti “arabi” sul tipo del Baath, un elemento utile nella sua politica anti-inglese in medio-oriente). Jabotinsky finì per simpatizzare per il Terzo Reich, proponendo alle autorità naziste la collaborazione del suo gruppo all’espatrio degli ebrei tedeschi verso un eventuale restaurato Stato giudaico nella Palestina liberata dagli inglesi (la proposta fu per un momento presa in seria considerazione dalle gerarchie naziste, insieme all’ipotesi alternativa del Madagascar). Massimo Massara, in “La Terra troppo promessa” (Milano, 1979), sostiene che «…le idee di Jabotinsky hanno finito per permeare tutta l’ideologia sionista e le strutture dello Stato d’Israele, molto prima dell’accesso dell’erede di Jabotinsky, Menachem Begin, al potere». Infatti, i gruppi terroristici, come la Banda Stern e l’Irgun, cui aderivano tutti “padri della patria israeliana” tra i quali per l’appunto Menachem Begin e Ytzak Shamir, che nell’immediato secondo dopo guerra, tra attentati anti-inglesi e ferocissimi massacri degli arabi, comprese donne e bambini, residenti nella “terra promessa”, riuscirono nell’impresa della fondazione dello Stato di Israele erano tutti imbevuti dell’ideologia nazista diffusa da Jabotinsky. Il Presidente dell’Università ebraica di Gerusalemme, Judah Magnes, nel 1947, ebbe a scrivere: «Jabotinsky è stato il profeta dello Stato ebraico. Ha ricevuto l’ostracismo, è stato condannato, scomunicato. Ma vediamo attualmente che quasi tutto il movimento sionista ha adottato il suo punto di vista». Ed infatti ancor oggi il nazionalismo razzista di Jabotinsky è l’ideologia ufficiale, alquanto stemperata nei moderati, del tutto integrale negli estremisti, del Likud, il partito nazional-conservatore di Sharon e Netanyau, al potere in Israele. Anche i gruppi fondamentalisti della destra religiosa israeliana, che appoggiano il Likud, attingono molte delle idee di Jabotinsky. Idee che nella loro accezione “socialista nazionalista” (dove per la destra invece l’accezione è “nazional-socialista”) appartengono anche al retaggio del Partito Laburista Israeliano.

 

[5] Certamente la pubblica riprovazione ecclesiale ha comportato nei secoli da parte dei cristiani, non però in modo assoluto ed indiscriminato come si tende a far credere oggi, atteggiamenti di intolleranza ed ostilità verso gli ebrei in certe circostanze storiche, nelle quali le questioni teologiche finivano per essere strumentalizzate a scopi politico-economici. Tuttavia la necessità di una saggia pastorale che insegni ai fedeli la distinzione tra l’errore e l’errante, da combattere senza compromessi il primo, da trattare con carità e misericordia il secondo, non è mai disgiunta dalla necessità della riaffermazione sempre e comunque della Verità. Si accusa la Santa Regina Isabella la Cattolica di aver cacciato gli ebrei dalla Spagna nel 1492 ma non si dice che a tale atto, politico, essa fu costretta, dopo avervi resistito in ogni modo ed a lungo, dall’odio popolare verso i falsi convertiti, che continuavano a “giudaizzare” nei loro riti, e verso l’enorme ricchezza di molti ebrei: nel firmare il decreto di espulsione tuttavia la regina, anche su suggerimento dei suoi confessori e consiglieri spirituali, volle che fosse possibile agli ebrei portare via ogni loro bene mobile e che, laddove possibile, si risarcissero di quanto di immobile essi possedevano in Spagna. Non si ricorda poi che quegli ebrei ispanici finirono quasi tutti per essere accolti dal Papa a Roma, dove ricostituirono la propria comunità all’interno del ghetto assimilandosi agli ebrei “indigeni”. Si parla spesso delle masse popolari, guidate da Pietro l’eremita, strano predicatore millenarista di dubbia regolarità ecclesiale, che si mossero nel 1096, poco prima della spedizione ufficiale vera e propria, alla volta della Terra Santa, dopo l’appello di Urbano II a Clermont, e che nel tragitto germanicodanubiano massacrarono ferocemente le fiorenti comunità ebraiche dell’Europa centrale, sul presupposto di una cattiva interpretazione di tipo chiliastico degli scritti paolini secondo la quale l’ostinazione giudaica alla conversione impediva il Ritorno del Signore. Ma non si dice quasi mai che quelle comunità ebraiche trovarono i loro fermi difensori nei Vescovi, delle diocesi nelle quali vivevano, nell’Imperatore in persona e nel Re d’Ungheria, che non solo fermarono o, dove fu possibile, impedirono i massacri ma punirono duramente gli autori e gli ispiratori delle stragi (lo stesso Pietro l’eremita sfuggì per un pelo all’arresto). La preoccupazione di San Paolo, nella Lettera ai Romani, è stata proprio quella della tentazione dell’orgoglio da parte dei cristiani che l’Apostolo ammoniva ricordando essi come Dio aveva divelto i giudei dal tronco vitale della Rivelazione a causa del loro orgoglio ed esortandoli a non insuperbirsi contro i giudei per evitare di offendere Dio il quale dai suoi veri adoratori vuole umiltà e mitezza di cuore. Pur combattendo con le armi dello Spirito, dell’apologetica e della cultura, l’errore giudaico, tentando di riportare i fratelli maggiori a Cristo magari facendo leva su ciò che della Rivelazione essi sono riusciti a conservare pur nella deviazione esegetica, il cristiano deve sempre mostrare misericordia ed amore verso gli ebrei, “ingiudaizzatisi”, come hanno fatto, nel corso dei secoli, decine e decine di Santi.

 

[6] Per le considerazioni sulla distinzione evangelica tra “giudei” ed “ebrei” si veda il prezioso appunto dell’amico Romano Ricciotti disponibile sul sito www.identitaeuropea.org/archivio/terzapagina/ricciotti_ebrei.html.

 

[7] Emblematicamente, poi, in Mc 7,1-13, dove Cristo polemizza con le usanze rituali farisaiche che Egli definisce “tradizione degli uomini” opponendo ad essa “il comandamento di Dio”, l’evangelista, al versetto 3, dice: «…i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito». Quella congiunzione di “farisei e tutti i Giudei” sembra voler dire che “giudeo” è colui che, come i farisei, segue tradizioni meramente umane che allontanano dalla vera Fede in Dio e dall’esegesi spiritualmente corretta delle Scritture. In altri termini, può vedersi in ciò la riprova dell’esistenza in seno all’ebraismo veterotestamentario, insieme ad una posizione esegetica corretta, della quale erano rappresentanti dottori della Legge come Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, di un’esegesi spuria, sicuramente di origini gnostiche. Esegesi spuria che, diventata progressivamente maggioritaria tra i sinedriti, avrebbe irretito e sviato, in conseguenza del compiersi degli avvenimenti messianici nella Persona di Cristo, quella parte del popolo ebreo che rimase succube dell’egemonia dei suoi capi religiosi.

 

[8] Per inciso va detto che basandosi sul fatto che, in effetti, la Bibbia, nel canone da noi conosciuto, ha trovato la propria codificazione scritta soltanto all’epoca dell’esilio babilonese, qualcuno sottolinea come Gesù attribuendo a Mosè la scrittura dei testi veterotestamentari segua l’errata convinzione che fu comune fino a quando il metodo storico-critico non ha stabilito il momento della codificazione del canone. Si è fatto fin troppo affidamento sulla presunta efficacia del metodo storico-critico (di origine protestante, viziato da un insanabile razionalismo e tutto basato sul presupposto luterano del “sola scriptura”). In realtà lo Spirito illumina la scrittura. Oggi gli esegeti sono ormai assolutamente critici verso il metodo storico-critico ben consci delle limitate possibilità della sua utilizzazione e dei limiti entro i quali esso può svolgere una qualche ausiliaria funzione interpretativa. Alla fine di maggio 2005 (cfr “Avvenire” 29/09/2005) veniva data la notizia del ritrovamento di uno scritto ebraico attribuito ad un personaggio citato da Geremia e risalente al sesto secolo a.C. ossia a circa 2.500 anni fa. Si tratta di un frammento risalente all’epoca del primo Tempio, uno scritto giuntoci direttamente dalla dinastia di re David e dunque antecedente, anche se di poco, la distruzione del primo Tempio e la deportazione a Babilonia. La Rivelazione aveva una salda trasmissione orale garantita dallo Spirito, e da ben noti metodi di memorizzazione usati nell’antichità, ma è del tutto plausibile che la sua trasmissione per iscritto non era affatto ignota anche in tempi molto remoti e che pertanto insieme alla trasmissione orale circolassero codificazioni scritte, più o meno parziali, sin dai tempi mosaici o addirittura abramitici. Mosè ben avrebbe potuto lasciare qualcosa di scritto, come un’iniziale codificazione della Parola di Dio fino ad allora trasmessa in prevalenza oralmente.

 

[9] cfr. l’articolo di Leonardo Servadio “A Gerusalemme Thiede entra nella tomba di Caifa” in “Avvenire” del 08/04/2004.

 

[10] Di Nicodemo è noto l’episodio (Gv. 3,1-21) nel quale egli va a colloquio con Gesù, di cui da dottore della legge riconosceva l’autorità dottrinale e da cui era spiritualmente affascinato. Un colloquio che si svolge nottetempo appunto per il timore di Nicodemo verso gli altri membri del Sinedrio. Di Giuseppe d’Arimatea, che reclamò presso Pilato il corpo del Signore e che pertanto segnalò in tal modo la sua adesione all’insegnamento del Maestro, il Vangelo di Luca, 23,50-51, ci dice che era «membro del Sinedrio» ma che «persona buona e giusta» «non aveva aderito alla decisione ed all’operato degli altri». Insieme a Giuseppe d’Arimatea, ricorda Giovanni 19,39, a prendere il corpo del Signore «vi andò anche Nicodemo, quello che in precedenza era andato da lui di notte».

 

[11] cfr. San Giovanni Crisostomo “Commento al Vangelo di San Matteo”, III, Città Nuova, Roma, 1967, p. 134.

 

 

 

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