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FRATELLI MAGGIORI E FRATELLI MINORI

Appunti per una corretta esegesi nei rapporti
tra cristianesimo e giudaismo post-biblico
(pubblicato su “Presenza
Divina”, nr. 150-155 Gen-Giu 2006)
del dott.
Luigi Copertino
Da molti anni
ormai siamo abituati ad accostarci alla gente ebraica con
sentimenti di comprensione per la sua sofferenza,
soprattutto dopo l’orrore pagano, e sottolineiamo quel
“pagano”, dei lager nazisti. Tuttavia questa indulgenza ed
umana comprensione non può esimerci in quanto cristiani,
pena il cadere in un ridicolo ecumenismo non privo di
serissimi rischi di apostasia, dal riaffermare con fermezza,
pur nel dialogo e nella reciproca carità, la Universale
Mediazione Salvifica di Cristo alla quale, che lo vogliano o
no[1], non sfuggono neanche gli ebrei. Giovanni
Paolo II, come è noto, ha chiamato gli ebrei “fratelli
maggiori”. È senza dubbio vero che essi, nella misura in cui
hanno, se hanno[2], conservato almeno in parte la
stessa Fede di Abramo, sono i nostri fratelli maggiori. Ma
non bisogna dimenticare mai, e riteniamo che lo scomparso
Pontefice l’aveva ben presente quando pronunciò quelle
parole, il significato che la Rivelazione biblica, secondo
l’esegesi tradizionale della Chiesa, dà alla primogenitura.
Nella Bibbia, infatti, la primogenitura non è quella che
deriva dalla discendenza carnale, ovvero dall’appartenenza
di sangue[3].
Nell’antico
messale romano del Concilio di Trento comparivano due
preghiere che di seguito riportiamo:
«Oremus, et
pro perfidis Judaeis ut Deum et Dominus noster auferat
velamen de cordibus eorum; ut et ipsi agnoscant Jesum
Christum Dominum»;
«Oremus,
Omnipotens sempiterne Deus, qui etiam judaicam perfidiam a
tua misericordia non repellis: exaudi preces nostras, quas
pro illius populi obsecratione deferimus; ut, agnita veritas
tuae luce, quae Christus est, a suis tenebris eruantur».
Entrambe le
preghiere erano parte fondamentale del canone liturgico del
Venerdì Santo. Come è noto, esse sono state travolte dalla
riforma liturgica post-conciliare sebbene Papa Giovanni
XXIII si fosse limitato, prima della riforma, a togliere
semplicemente l’aggettivo “perfidis” e Papa Pio XII, prima
del suo successore, avesse diramato, su richiesta del
neobattezzato ex rabbino capo di Roma Eugenio Zolli, un
ordine affinché da tutti i pulpiti fosse spiegato ai fedeli
il vero significato di quell’aggettivo, di cui tra poco
diremo. Come è chiaramente evidente dal testo liturgico si
tratta di implorazioni alla Misericordia Divina in favore
del popolo ebreo, affinché esso riconosca in Cristo l’atteso
Messia. Eppure, l’ipocrisia del politicamente corretto, ha
usato queste preghiere di misericordia come atto d’accusa
contro un presunto “antisemitismo cattolico”. Ora, il
Cattolicesimo altro non può essere, e altro non è stato, se
non “antigiudaico”, sotto il profilo esclusivamente e
squisitamente teologico, laddove per “giudaismo” si intenda
una credenza religiosa che nega risolutamente la Divinità e
la Messianicità di Cristo. L’antisemitismo è invece un
concetto a base razziale, dunque materialista ed
anticristiano, assolutamente moderno, sebbene radicato in
un’antica gnosi spuria cui non è estraneo lo stesso
giudaismo post-biblico[4], gnosi che del resto è
madre di tutte le aberrazioni ideologiche della modernità.
La Chiesa,
dunque, pregava per i “perfidi giudei” e quel perfidi è oggi
motivo di scandalo per gli ignoranti a digiuno del latino
liturgico ed ecclesiale: infatti, il termine latino
“perfidi” significa “increduli, infedeli”, e in tal senso,
con l’accezione negativa che è data all’incredulità, per
traslato significa anche “infidi”. Sul dizionario italiano –
latino Castiglioni-Mariotti, di uso corrente
nell’insegnamento del latino scolastico (o tale era almeno
venti anni fa circa), alla voce “infedele”, nell’accezione
di “senza fedeltà”, troviamo come corrispondenti latini i
termini “infidus-a-um”, “infidelis-e”, “perfidus-a-um”
(perfido). È evidente che, nell’antica liturgia del Venerdì
Santo, l’espressione “perfidis Judaeis” stava a significare
“giudei infedeli, senza fede, increduli”, senza fedeltà al
Dio di Abramo incarnatosi in Gesù Cristo. Una condizione di
incredulità della quale, mentre si implorava la misericordia
divina affinché fosse tolta dal loro cuore il “velo
dell’ignoranza”, non veniva affatto, e giustamente,
minimizzato il carattere negativo: in tal senso “perfidi”
poteva stare anche per “infidi”. Non è affatto scandaloso
tutto questo: la Chiesa nel peccatore, che rimprovera, non
odia la persona, che è sempre fatta ad immagine e
somiglianza di Dio, ma il peccato e l’ostinazione al peccato[5].
È piuttosto molto importante notare che nella liturgia non
si è usato il termine “Hebraei”, ma il termine “Judaeis”.
La distinzione non è solo terminologica, ma assolutamente
sostanziale. Essa è di origine addirittura evangelica ed è
fondamentale per quanto diremo nel prosieguo di queste
nostre povere considerazioni. Nell’Enciclopedia del
Cristianesimo (De Agostini, 1997) alla voce “Giudei” si
legge: «Nel Vangelo di Giovanni il termine giudei non
indica tutto il popolo, ma il gruppo degli avversari
di Gesù, e più precisamente i sadducei e le autorità
religiose del Tempio». In Giovanni 18,36, davanti a
Pilato che gli chiedeva ragione della sua Regalità, Gesù
risponde: «Il mio regno non è di questo mondo; se
il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori
avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai
Giudei», latino “Judaeis”. Sempre in Giovanni,
(19,7), le autorità religiose e la folla dei loro accoliti e
seguaci, che chiedono a Pilato la messa a morte di Gesù
secondo la loro legge perché egli si era fatto Figlio di
Dio, sono definiti appunto “Giudei”, latino “Judaei”. Ed
ancora in Giovanni, (19,12), la folla che urlava a Pilato,
apparentemente ben intenzionato verso Gesù, che se lo avesse
liberato non si dimostrava amico di Cesare, è composta
sempre e solo di “Judaei” mai di “Hebraei”. Troviamo invece
l’uso del termine “Hebraei” nell’antica liturgia
processionale della Domenica della Palme, quando, con
riferimento al Vangelo di Matteo (21,8-11), Vangelo scritto
appositamente per un uditorio ebraico e nel quale i nemici
di Gesù sono sempre indicati con la perifrasi “i farisei ed
i sadducei” oppure con l’altra “i sommi sacerdoti e gli
anziani del popolo”, si recitava: «Pueri
Hebraerorum, portantes ramos olivarum, obviaverunt Domino
clamantes: Hosanna in excelsis» ed anche «Pueri
Hebraerorum vestimenta prosternebant in via, et clamabant
dicentes: Hosanna filio David; benedictus qui venit
in nomine Domini» ed ancora «Ingrediente Domino in
sanctam civitatem, Hebraerorum pueri resurrectionem
vitae pronuntiantes, et cum ramis palmarum: Hosanna,
clamabant, in excelsis». La Chiesa, dunque, ha
sempre distinto, sulla base dei Vangeli stessi, tra i
“perfidi judaei” e gli “hebraei” di Gerusalemme. I primi,
ciechi per la durezza del loro cuore, sono la folla fanatica
istigata dal Sinedrio mentre gli ebrei sono quella parte,
molto vasta, del popolo ebraico che, come testimoniano
ampiamente i Vangeli, ha creduto in Cristo[6].
Gli ebrei di oggi, professando non la fede dei loro Padri,
ma quell’adulterazione che è il giudaismo post-biblico, un
misto di umane tradizioni rabbiniche e di esoterismo
cabalistico, sono i discendenti di quegli ebrei che si
lasciarono irretire nell’incredulità dai loro capi
religiosi. In questo senso ancora oggi, come nelle
raffigurazioni medioevali, la “Sinagoga” è cieca per
auto-accecamento. Un destino di apostasia però, per la
grande Misericordia di Dio, nient’affatto irreversibile,
come afferma a chiare lettere san Paolo e come nel corso dei
secoli ha dimostrato il fatto che molti tra gli eredi degli
ebrei passati al giudaismo hanno successivamente purificato
il proprio cuore, alcuni giungendo al riconoscimento di
Cristo, altri, pur senza giungere a tanto, ricercando con
sincerità la radice vera dell’antica Fede dei loro Padri.

Anche nel Vangelo
di Marco gli avversari di Gesù non sono chiamati ebrei ma,
di volta in volta, “scribi”, “farisei”, “scribi dei
farisei”, “sadducei”, “sommi sacerdoti ed anziani”,
“erodiani”[7]. In Luca, come per gli altri
evangelisti, i nemici di Gesù non sono gli ebrei, nel loro
complesso, ma soltanto i capi religiosi e la folla da essi
irretita. La polemica di Gesù contro le autorità religiose
del Tempio è aspra ed è tutta svolta intorno
all’affermazione del tradimento da parte di quelle della
Fede vera di Israele, quella che fu dei Patriarchi e dei
Profeti e che rendeva testimonianza a Lui: «Il Padre che
mi ha mandato mi ha reso testimonianza; ma voi non ne
avete intesa la voce né visto il volto e non possedete
la sua parola che rimanga in voi, perché non credete a
Colui che Egli ha inviato. Voi scrutate le scritture,
perché pensate di trovare in esse la vita eterna; ora esse
rendono testimonianza a me, eppure voi non volete
venire a me per avere la vita … Non pensate che io debba
accusarvi davanti al Padre; vostro accusatore è lo
stesso Mosè, nel quale riponete ogni speranza. Poiché se
aveste creduto a Mosè, avreste creduto anche a me,
poiché egli ha scritto di me» (Gv. 5,37-40 e 45-47)[8].
Altrove Gesù è esplicito nell’affermare l’usurpazione dei
capi religiosi di Israele e l’adulterazione da essi fatta
del patrimonio di Fede trasmesso dalla Rivelazione: «Guai
a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave
della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che
volevano entrare l’avete impedito» (Lc.11,52). Oppure: «Allora
Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
“Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi ed
i farisei. Quanto vi dicono, fatelo ed osservatelo, ma non
fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno”»
(Mt. 23,1-3). Secondo la tesi di Carsten Peter Thiede, noto
papirologo di fama internazionale, Caifa, il sommo sacerdote
grande accusatore di Gesù, nascondeva dietro l’ufficialità
del culto ebraico l’adesione a spuri culti sincretistici, di
probabile carattere esoterico e gnostico[9].
Thiede fonda la propria convinzione sull’esame dei reperti
portati alla luce dall’archeologo israeliano Zvi Greenhut
nel 1990 a Talpiot sobborgo meridionale di Gerusalemme. Si
tratta dei resti della tomba di Caifa. Da tali reperti
Greenhut dedusse che Caifa fosse sadduceo. La cosa strana è
che tuttavia Caifa fu sepolto nella forma cerimoniale tipica
di chi attendeva la resurrezione della carne secondo la
profezia di Isaia («I vostri morti saranno resuscitati, i
corpi si alzeranno», Is26,19).

Come è noto, i
sadducei non credevano alla resurrezione dei morti. Thiede,
dunque, avanza l’ipotesi che Caifa fosse un dissimulatore,
un uomo della “doppia verità”: mentre in pubblico, per
motivi di egemonia religiosa e politica sul popolo,
sosteneva il culto ebraico ufficiale, in privato praticava
altri culti. La cosa è del tutto probabile se si pensa che
all’epoca molti gruppi ebraici avevano adottato
sincretisticamente usanze pagane, come dimostra il
ritrovamento di sepolture con cadaveri recanti in bocca una
moneta, per il pagamento del viaggio oltremondano, al modo
dei riti funerari pagani. Non sarebbe stata la prima volta
che, nella storia ebrea, la casta sacerdotale tradiva in
segreto il Dio di Abramo come è testimoniato anche in Ez.
8,5-13. Giuseppe Flavio nelle sue “Antichità
giudaiche” (19,355-358) racconta espressamente della
diffusione tra gli ebrei dei culti pagani e di come, alla
morte di Agrippa I, nel 44 d.C., gli abitanti della Cesarea,
della Samaria e della Giudea si fossero dati ad orge e
libagioni in onore di Caronte, la divinità pagana
dell’oltretomba. Sempre secondo l’antico storico ebreo, tra
i suoi correligionari erano molto praticati culti di
provenienza egizia, greca, romana e soprattutto orientale.
Insomma, Giuseppe Flavio descrive la Palestina del tempo di
Gesù come una sorta di self-service religioso molto simile
ai nostri tempi di diffusione del neo-spiritualismo new-age.
Non meraviglia, pertanto, che questa spuria religiosità
possa aver condizionato le decisioni del Sinedrio.
Questo sommo
consesso era evidentemente impregnato di quella religiosità
equivoca visto che anche il suo sommo sacerdote lo era. La
decisione di mettere a morte Gesù era strettamente connessa
al fatto che Egli non solo richiamava Israele alla fedeltà
alla Fede dei Padri, ma aveva anche, in più di un’occasione,
svelato pubblicamente gli iniqui segreti del cuore dei
sinedriti dediti a culti sincretistici. La scelta pro o
contro Cristo fu per l’anima ebraica quella tra la fedeltà
al Dio di Abramo e l’apostasia da Lui: gli ebrei che
seguirono Cristo optarono per il Dio dei loro padri, gli
altri, quelli che seguirono il Sinedrio, optarono per
un’esegesi distorta della Scrittura, perché segretamente
condizionata da un culto spurio. Dunque, l’accusa di
deicidio, mai decretata in un atto del magistero dalla
Chiesa, non può né deve essere rivolta a tutto il popolo
ebreo ma soltanto al Sinedrio, ed a coloro che lo hanno
seguìto. E neanche a tutto il Sinedrio, perché, come
testimoniano i Vangeli, una parte, minoritaria ma
consistente, dei farisei ha creduto nella Divinità e
Messianicità di Gesù, si pensi a Nicodemo e a Giuseppe
d’Arimatea[10], sebbene non osasse uscire allo
scoperto per paura di Caifa e del suo gruppo che avevano il
potere all’interno del sommo consesso religioso di Israele.
Quando apparve,
due anni fa, sugli schermi cinematografici di tutto il mondo
quel capolavoro che è “The Passion of the Christ” di
Mel Gibson, molti rimasero sconcertati dall’ostilità che i
nostri “fratelli maggiori” dimostrarono contro il film per i
suoi contenuti, accusati di essere “preconciliari” come se
vi fosse uno spartiacque tra prima e dopo il Concilio
Vaticano II negli accadimenti storici che stanno alla base
della fede cristiana e nella loro esegesi magisteriale. Un
rabbino arrivò persino ad affermare che la teologia
cristiana sarebbe la base di Auschwitz. Del resto, bisogna
anche capirli questi fratelli sradicati dall’Olivo, ossia
dalla fedeltà alla Rivelazione che fu data ai loro padri di
sangue e Padri nostri nella Fede: Gesù Cristo è la pietra
sulla quale essi, “fratelli maggiori”, hanno inciampato ed è
Colui che, senza timori “ecumenici”, ha loro predetto «vi
sarà tolto il Regno di Dio e sarà dato a un popolo
che lo farà fruttificare» (Mt. 21,43). I Padri della
Chiesa hanno sempre inteso che con tali parole Cristo si
riferiva al Nuovo Israele ossia alla Chiesa, ai cristiani
nuovo popolo di Dio. Parole che, rivolte chiaramente a loro,
per i sinedriti furono terribili da ascoltare perché
proferite da Cristo ad esplicitazione della parabola dei
vignaioli omicidi (Mt. 21,33-41), quelli che nel racconto
uccidono quanti il padrone manda alla vigna per raccogliere
i frutti, compreso lo stesso figlio del padrone, commentando
la quale San Giovanni Crisostomo dice: «Quando i giudei
affermano: “farà perire miseramente quegli scellerati
e affitterà la vigna ad altri coloni”, di fatto essi
pronunciano con enfasi la loro condanna…»[11].

Quel che invece
dispiace è la confusione della quale sono vittime oggi molti
cristiani. Il pur stimabilissimo regista Franco Zeffirelli,
ad esempio, commentando, all’epoca, su “Il Corriere della
Sera” del 26/02/2004, il film di Gibson, ebbe ad
affermare che da Gesù Cristo è: «…scaturita una
nuova fede, una nuova religione». Nulla di
cristianamente più errato. Affermare questo significa
ridurre Cristo a mero profeta, fondatore di una fede
ereticale rispetto all’ebraismo, e perciò ridurre il
Cristianesimo ad un sotto prodotto della religione giudaica
nell’errata convinzione che il giudaismo post-biblico sia
identico all’ebraismo veterotestamentario. Troppo spesso i
cristiani dimenticano che nel giudaismo della diaspora ha
definitivamente trionfato la ricorrente tentazione che già
nei secoli precristiani fece vacillare più di una volta la
fede del popolo ebreo nella Rivelazione, ossia la tentazione
di un’esegesi spuria delle Scritture e delle divine
promesse. Un’esegesi intrisa di gnosi. Non a caso, in molte
scuole rabbiniche ed in molti circoli esoterici del
giudaismo post-biblico, rispettivamente, il Talmud (raccolta
di tradizioni rabbiniche) e lo Zohar (testo ermetico che è
alla base della “Cabala”, lo gnosticismo giudaico) sono
ritenuti fonti di superiore ispirazione rispetto alla
Bibbia. Dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C., il
giudaismo, completando l’itinerario della sua apostasia
dall’ebraismo veterotestamentario, è diventato nient’altro
che un messianesimo secolaristico che identifica l’isaiano
“servo sofferente” nello stesso popolo ebreo, il quale in
tal modo, nella teologia rabbinica, assurge al ruolo di
“messia collettivo” (da qui l’attribuzione di un significato
salvifico, sin dal termine “olocausto”, al genocidio subìto
per mano dei nazisti, che di per sé non è l’unica ma,
purtroppo, una delle tante manifestazioni della follia
ideologica dell’umanità pervertita dal prometeismo e,
dunque, solo in tal senso interpretabile come frutto
maligno, tra i tanti, del mistero d’iniquità; da qui, poi,
l’ostracismo globale per chiunque non accetti tale
messianismo collettivo e l’escatologia, ad un tempo
religiosa e politica, ad esso connessa: il primato
spirituale, dopo Cristo, del popolo ebreo nella redenzione
dell’umanità e quello politico dello Stato d’Israele in
medio-oriente).
Quei cristiani,
oggi purtroppo molto numerosi, che, come possono fare
soltanto i discenti orgogliosi ma ignoranti, correggono
sprovvedutamente l’esegesi bimillenaria della Chiesa e dei
suoi Padri, facilmente ed erroneamente concedendo
all’attuale esegesi scritturistica giudaica patenti di
verosimiglianza, dovrebbero ricordare che nel “misticismo
cabalistico”, che è l’essenza del messianesimo spurio di cui
si nutre il giudaismo post-biblico, ha le proprie radici,
per via della mediazione umanista, prima, protestante ed
illuminista, poi, anche la teosofia massonica, base
“spirituale” dell’ateismo umanitario. La Religione
ebraico-cristiana, trasmessa dai Santi dell’Antico e del
Nuovo Eterno Patto, è invece tutt’altra cosa e non deve
essere confusa con le deviazioni esegetiche del giudaismo
post-biblico le cui radici possono rinvenirsi già nella
ricorrente tentazione del popolo ebreo all’infedeltà al Dio
di Abramo, Isacco e Giacobbe. Tentazione ampiamente
testimoniata nell’Antico Testamento (evidente, come si è già
detto, in Ezechiele 8,5-13). Tra la Fede veterotestamentaria
dei Patriarchi e dei Profeti biblici e la Fede cristiana, e
quindi tra l’Antica e la Nuova Alleanza, non vi è soluzione
di continuità trattandosi della medesima Fede, espressa in
due fasi storiche diverse, e della medesima Alleanza
“stipulata” con due diversi atti, l’uno preliminare e
preparatorio dell’altro che è il definitivo. Questa
continuità di fede e di alleanza, e non il giudaismo
post-biblico, è, secondo l’esegesi tradizionale della
Chiesa, la vera “radice santa” di cui parla San Paolo nella
Lettera ai Romani. Il magistero dei Padri della Chiesa,
ripreso, nei secoli successivi a quelli patristici, da
Sant’Agostino, da San Tommaso d’Aquino e da molti altri
Santi e Dottori della Fede, insegna che i Patriarchi e i
Profeti veterotestamentari hanno conosciuto, per rivelazione
soprannaturale, il “Mistero nascosto nei secoli”.

Un Mistero
velatamente avvertito anche da tutti quegli ebrei, “puri di
cuore”, e fedeli alla Fede di Abramo, che, come Nicodemo,
Giuseppe d’Arimatea e molti altri israeliti a Lui
contemporanei, hanno creduto in Gesù Cristo. Tale magistero
patristico è fondato sulle stesse parole di Cristo: «Abramo
… esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo
vide e se ne rallegrò» (Gv. 8,56); ed ancora: «Prima
che Abramo fosse, Io sono» (Gv. 8,58). San Tommaso
d’Aquino, ad esempio, ha scritto: «Non è possibile
credere esplicitamente il mistero di Cristo, senza la fede
nella Trinità: poiché il mistero di Cristo implica
l’assunzione della carne da parte del Figlio di Dio (…).
Perciò prima di Cristo il mistero della Trinità fu
creduto come il mistero dell’Incarnazione, e cioè
esplicitamente dai maggiorenti e in maniera semplice
e quasi velata dalle persone semplici.» (Summa Theol.,
II-II, q.2, a.8). La Fede veterotestamentaria di Patriarchi
e Profeti, Fede cristiana “ante litteram”, progressivamente
abbandonata dalla sinagoga che ha esegeticamente abiurato i
suoi Padri, è stata conservata e trasmessa, finalmente e
perfettamente compiuta nel mistero dell’Incarnazione,
Passione e Resurrezione di Nostro Signore, da quel “resto di
Israele” (la definizione è paolina e si rinviene nella
Lettera ai Romani) che fu la Chiesa nascente aperta a tutti
i popoli nel disegno di salvezza universale, ossia la prima
comunità cristiana costituita di soli ebrei liberati, per la
purezza del loro cuore, dalle angustie “nazionaliste” e
dagli orgogli di “superiorità etnico-spirituale” propri
dell’interpretazione farisaica e sadducea, ovvero
sinedritica, delle Scritture. Il vero Israele ha creduto in
Gesù Cristo: la Santissima Vergine Maria, San Giuseppe, gli
Apostoli, la Maddalena e tutta la ingente moltitudine di
ebrei che Lo seguirono, ed ebbero fede in Lui, sono il vero
Israele, erede della Promessa, perché hanno creduto nel
Figlio inviato dal Padre. Di fronte a Cristo il popolo
ebreo, per la prima volta nella sua storia, si divise in due
e quella parte che Lo ha rifiutato è diventata il ramo
reciso che, soltanto alla fine dei tempi (e non prima!) sarà
reinnestato nell’olivo. Quando gli ebrei, “fratelli
maggiori”, si convertiranno, cosa che avverrà senza dubbio
(è sempre San Paolo ad assicurarcelo), e smetteranno di
leggere le Scritture a modo loro, ossia senza la Luce di
Cristo, tornando a leggerle come, invece, facevano i
Patriarchi ed i Profeti, allora essi non esiteranno a
riconoscere in Gesù Cristo il Messia (come hanno già fatto i
loro ex-correligionari Eugenio Zolli, Edgardo Pio Mortara,
Alfonso Ratisbonne ed Edith Stein) e chiederanno di entrare
anch’essi nella Chiesa. Quel giorno troveranno noi cristiani
pronti, come da sempre lo siamo stati, ad abbracciarli.
NOTE:

[1] Anche di
recente il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, in un
incontro interreligioso (cfr. “Shalom” n. 2/2002), ha
ribadito che ciò che gli ebrei non possono accettare è,
insieme alla Sua divinità e messianicità, la Mediazione
Salvifica Universale di Cristo concludendo che se ad essa
ben possono essere soggetti i popoli gentili non altrettanto
si deve dire per il popolo ebreo il quale rivendica il
diritto di non dover a nessuno la propria salvezza, se non
naturalmente a Dio. Di Segni, in sostanza, di fronte alla
pretesa di parte cattolica, ultimamente ribadita con il
documento magisteriale “Dominus Iesus”, redatto
dall’attuale Pontefice Benedetto XVI, in veste Prefetto
della Fede, ed approvato da Giovanni Paolo II, dell’unicità
di quella Mediazione, afferma per il popolo ebreo un ruolo
diverso ed un destino estraneo al resto dell’umanità. La
stessa tesi del Di Segni è sostenuta, in ambito cattolico
dall’esegesi giudaizzante di quei teologi progressisti, ai
quali si sono uniti certi cattolici conservatori conquistati
dall’ideologia neoconservatrice, che vedono in Cristo lo
strumento con cui il Padre ha aperto l’accesso alla Salvezza
per i popoli gentili, ferma rimanendo valida a tutt’oggi
l’Antica Alleanza con il popolo ebreo anche dopo la
distruzione del Tempio, che, invece, come ben sapevano gli
ebrei del tempo di Gesù, e dovrebbero ricordare i loro
discendenti ed i cristiani giudaizzanti, è stato il segno
del compimento dei tempi messianici. Questa spuria esegesi
si è persino spinta, in alcuni suoi esponenti, ad ipotizzare
un doppio soggetto messianico, Gesù Cristo per i gentili ed
il popolo ebreo, inteso come messia collettivo dopo Cristo e
più di Cristo, per l’intera umanità in vista dei tempi
ultimi. Gli esegeti giudaizzanti basano la propria, non
autentica, interpretazione sul passo di San Paolo nella
Lettera ai Romani, Rm. 11,28. Ma in tale passo l’Apostolo
non parla di “alleanza non revocata”, come con sibillina ma
significativa alterazione terminologica sostengono i
giudaizzanti, ma soltanto di “chiamata, ossia elezione,
irrevocabile” a significare quel che lo stesso Apostolo,
nella medesima Lettera, aveva affermato poco prima ossia che
i suoi fratelli nella carne, per la durezza del loro cuore,
sono ormai rami recisi dall’Olivo santo, essendosi
allontanati per loro volontà dalla Fede dei Padri
veterotestamentari, e che in tale condizione essi resteranno
finché, alla fine dei tempi, non riconosceranno la divinità
e la messianicità di Cristo per essere reinnestati di nuovo
nel tronco vitale della Rivelazione. Reinnesto che sarà reso
possibile dalla grande misericordia di Dio il quale,
nonostante la loro abiura, non ha dimenticato di averli
chiamati per primi alla Fede. L’esegesi paolina poggia, del
resto, sulle stesse parole pronunciate da Gesù e rivolte
alla Città Santa: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i
profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte
ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina
raccoglie i pulcini sotto le ali e voi non avete
voluto! Ecco: la vostra casa sarà lasciata deserta! Vi dico
infatti che non mi vedrete più finché non direte: “Benedetto
colui che viene nel nome del Signore!”» (Mt.
23,37-39). Da notare, per inciso, che in queste parole Gesù
manifesta ancora una volta la Sua Divinità: infatti nella
storia di Israele soltanto Dio aveva ripetutamente raccolto
i suoi figli dispersi traendoli fuori ora dall’Egitto ora da
Babilonia. Invece nella pretesa, sopra ricordata, del
rabbino Riccardo Di Segni si manifesta l’antica tesi
gnostica della distinzione, essenziale ossia inerente
l’essenza stessa, tra l’élite “iniziatica”, in possesso, per
le presunte conoscenze ad essa riservate, di un destino
speciale ed unico, ed il resto dell’umanità imprigionata
nell’ignoranza e destinataria pertanto soltanto di una
“rivelazione di second’ordine”. Da parte cristiana vi
sarebbe piuttosto da chiedersi, come a suo tempo hanno fatto
i Padri della Chiesa, a quali pericoli spirituali e
metafisici la durezza del cuore ha esposto nel corso dei
secoli ed espone tuttora i fratelli maggiori e quale ruolo
essi sono destinati a svolgere, per la loro incredulità nei
confronti di Cristo, nel tempo che va dall’Incarnazione alla
Parusia. La risposta l’ha data, riferendosi a loro, Gesù in
Persona: «Io sono venuto a nome del Padre mio e non mi
riceveste, un altro verrà di propria autorità e lo
riceverete» (Gv. 5,43). San Girolamo così commentava
queste parole di Cristo: «Non c’è dubbio che in
quest’altro che Gesù dice che sarà ricevuto dai
Giudei, egli intendeva indicare l’Anticristo. Così i Giudei,
dopo aver disprezzato la verità nella persona di Gesù Cristo
riceveranno la menzogna dell’Anticristo» (Epistole,
CLI, Ad Algasium; Comm. In Dan., II,24). Anche Giovanni
Crisostomo e Giovanni Damasceno ritenevano che il popolo
giudeo accoglierà trionfalmente l’Anticristo. Secondo San
Gregorio Magno «i Giudei rimetteranno tutta la
loro confidenza (nell’Anticristo). In tal modo coloro
che ricusarono di credere al Redentore, si daranno poi, alla
fine del mondo, in balia dell’Anticristo» (Comm.
In I Reg., II). Mentre dal canto suo Sant’Ippolito
affermava: «Essi (i Giudei) domanderanno gli uni
agli altri: Si trova forse nella nostra generazione
un uomo così potente e giusto? Andranno quindi a lui e gli
diranno: Noi tutti ti serviremo; riponiamo in te la
nostra confidenza; ti riconosciamo come il più grande di
tutta la terra e da te aspettiamo la salute. Sii tu dunque
il nostro re» (Consummat mundi). Solov’ev,
il grande scrittore russo, nel suo “Il racconto
dell’Anticristo”, memore dell’infallibile magistero
patristico, immagina che sia il giudaismo della diaspora per
primo, grato per essere stato da lui emancipato, ad
inneggiare all’Imperatore del mondo proclamandone la
messianicità, fino a quando non si scopre con disappunto che
il “messia” non è neanche circonciso: scoperta che provoca
da parte giudaica il riconoscimento in Cristo del vero
Messia con il recupero nelle sinagoghe della vera Fede
ebraica, quella, per l’appunto, di Abramo che desiderò
vedere il giorno di Colui che è prima che egli fosse e che
fu misticamente accontentato (Gv. 8,56). Ora, è innegabile
che nel corso dei secoli della diaspora il giudaismo
post-biblico, sia nelle sue componenti religiose
(talmudismo, cabalismo) sia in quelle secolarizzate
(marxismo, freudismo, liberismo), che poi non sono altro che
versioni ideologiche delle prime, abbia avuto caratteri di
essenziale ed irriducibile anticristianesimo. Secondo Rabbi
Golinkin, giovane rabbino americano, la fede giudaica: «…non
è una fede nell’altro mondo …Fra noi, c’è chi dice che
quando il Messia arriverà, tutto sarà come prima,
salvo che non ci saranno più guerre» (cfr. M. Blondet
“La politica mondiale e l’Anticristo” in Il Timone n.
14/2001). Dunque è evidente che un Messia che dice «il
mio Regno non è di questo mondo» (Gv. 18,36) non rientra
assolutamente nella mondane prospettive del messianismo
giudaico. Per il giudaismo post-biblico l’Alleanza fra Dio e
il popolo eletto comporta la promessa di un regno
nell’aldiquà. Questa prospettiva è innegabilmente quella che
ha prevalso nei secoli moderni contro l’escatologia
cristiana di un Regno che, pur essendo con Cristo già
comparso nel mondo, è in realtà oltre il mondo, oltre la
storia. Ha notato Franco Volpi: «L’idea ebraica di
un principio universale che abbraccia tutta l’umanità
(nell’aldiquà) ha trovato la sua incipiente realizzazione
nell’era globale in cui il mondo è effettivamente
entrato» (cfr. F. Volpi “Il nichilismo”, Laterza, 1966.
Citato da M. Blondet “La politica mondiale …”cit.). Delle
due interpretazioni della storia mondiale, che secondo Carl
Schmitt si contendono da sempre l’adesione dello spirito
umano, la giudaica, che vede la redenzione nell’aldiquà, e
la cattolica, che invece l’attende nell’aldilà, quella che
sembra rivelarsi perdente è proprio la seconda (la cosa del
resto non deve meravigliare: si rammentino le profetiche
parole di Cristo, in Mt. 24,12, sul raffreddamento
dell’Amore di molti e sul dilagare dell’iniquità, e perciò
dell’errore, avvicinandosi i tempi ultimi). E mentre il
Cattolicesimo romano, ossia la forza che trattiene la
manifestazione del “figlio della perdizione”,
dell’Anticristo, declina, «vincente – afferma ancora
Franco Volpi – … sarebbe (l’interpretazione)
ebraica (della storia): l’umanità in cammino
progressivo verso il “regno di pace’”futuro, verso la nuova
Gerusalemme, lontana nel tempo, ma situata nell’aldiquà»
(op. cit.).
[2] Se è vero che
molti ebrei non hanno creduto in Lui è altrettanto vero che,
soprattutto all’inizio quando la Chiesa era quasi
esclusivamente ebraica, molti altri ebrei hanno riconosciuto
la divinità e messianicità di Cristo, non deragliando in tal
modo dalla Fede autentica dei loro padri. È inoltre
altrettanto vero che nel corso dei secoli molti ebrei, pur
non giungendo al riconoscimento di Cristo come il Messia
promesso, hanno conservato in tutto o in parte, nonostante
gli inquinamenti talmudici o cabalistici del giudaismo
post-biblico, la vera Fede di Abramo, Isacco e Giacobbe,
trasmessa da Mosè e dai Profeti, mantenendosi “puri di
cuore”. Possono farsi sicuramente molti esempi sia per
l’antichità che per i tempi nostri: da quello di Nicodemo e
di Giuseppe d’Arimatea, membri onesti del Sinedrio e
probabilmente convertitisi segretamente alla Fede in Cristo,
a quello di Rabbi Gamaliele, il maestro di San Paolo, che
esortava i correligionari a non perseguitare i cristiani
perché se provenienti da Dio nessuno avrebbe potuto alla
lunga ostacolarli, fino ai miti Rabbi Beck, Rabbi Ahad Ha’
Am e Rabbi Mayer-Schiller, esponenti del Neturei Karta
(“Guardiani della Città”, ossia di Gerusalemme), una
scuola rabbinica che si oppone, in nome della più autentica
spiritualità ebraica, al sionismo considerando la sua
creatura politica, lo Stato di Israele, un’opera blasfema ed
illegittima. Di una purezza spirituale simile a quella dei
Neturei Karta fu il Rabbino Capo di Roma negli anni trenta,
Eugenio Zolli, grande esegeta biblico che, autore di
un’opera su “Il Nazareno” piena di devozione verso la
figura di Cristo, giunse al battesimo cristiano sull’esempio
mirabile di ciò che egli vide fare, in favore degli ebrei
perseguitati dalla ferocia nazista, dalla Chiesa,
pre-conciliare, di Pio XII e da Papa Pacelli in persona.
[3] Il
significato biblico della primogenitura è quello manifesto,
ad esempio, nell’episodio di Esaù e Giacobbe: il primogenito
secondo la carne perde il diritto alla primogenitura in
favore del fratello minore. Altro esempio è quello, ancor
più originario, di Caino ed Abele dove il fratello minore è
preferito da Dio al primogenito secondo la carne, suscitando
l’invidia omicida di quest’ultimo. Che significato hanno
questi episodi biblici? Un significato ben noto ai Padri
della Chiesa: il primato non spetta alla discendenza carnale
ossia, come potremmo dire con termini più moderni, alla
“razza”, all’“etnia”, ma alla Fede, allo Spirito. Giacobbe
ed Abele sono fratelli minori, senza diritti di
primogenitura secondo l’ordine umano delle cose, eppure sono
preferiti da Dio per la loro integra fede. Dio sovverte
l’ordine umano ed il minore diventa l’erede della Promessa
in luogo del maggiore. Il fratello maggiore è riammesso alla
confidenza con Dio soltanto quando si pente di avere
confidato troppo soltanto nel suo diritto di primogenitura e
di essersi, pertanto, inorgoglito della propria posizione di
primato di ordine meramente naturale. Non a caso Isacco,
dopo aver benedetto il figlio minore, dice ad Esaù il
primogenito decaduto: «Vivrai della tua spada e servirai
tuo fratello; ma poi, quando ti riscuoterai, spezzerai il
suo giogo dal tuo collo» (Genesi 27,40). Infatti i due
fratelli si riconcilieranno quando Esaù accetterà il fatto
compiuto dell’inversione nell’ordine umano della
discendenza. Non a caso Dio stesso, dopo il pentimento
dell’assassino di Abele, ingiunge che “non si tocchi Caino”,
in tal modo ponendolo sotto la Sua protezione, pur avendolo
allontanato da Sé per l’omicidio del fratello. Secondo la
stessa logica divina, come ricorda san Paolo nella Lettera
ai Romani, gli israeliti, pur essendosi auto-recisi
dall’Olivo della Rivelazione, non sono stati dimenticati da
Dio e alla fine dei tempi saranno reinnestati. Sempre nella
Lettera ai Romani (9,1-13), san Paolo afferma: «Dico la
verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me
ne dà testimonianza nello Spirito Santo; ho nel cuore un
grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei
infatti essere io stesso anatema, separato da Cristo a
vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei seconda la
carne. Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a
figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le
promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la
carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei
secoli. Amen. Tuttavia la parola di Dio non è venuta meno.
Infatti non tutti i discendenti di Israele
sono Israele, né per il fatto di essere discendenza di
Abramo sono tutti suoi figli. No, ma: in Isacco ti sarà data
una discendenza, cioè: non sono considerati figli di
Dio i figli della carne, ma come discendenza sono
considerati solo i figli della promessa:
“Io verrò in questo tempo e Sara avrà un figlio”. E non è
tutto; c’è anche Rebecca che ebbe figli da un solo uomo,
Isacco nostro padre: quando essi ancora non erano
nati e nulla avevano fatto di bene o di male – perché
rimanesse fermo il disegno divino fondato
sull’elezione non in base alle opere, ma alla volontà di
colui che chiama – le fu dichiarato: “Il maggiore sarà
sottomesso al minore”, come sta scritto: “Ho amato
Giacobbe e ho odiato Esaù”». Questa logica divina, di
sovvertimento dell’ordine umano, era sicuramente presente a
San Giovanni Battista quando ricordava, senza finzioni
diplomatiche, ai sinedriti, i quali affermando di avere
Abramo per padre pretendevano di essere i depositari della
Promessa soltanto in virtù della loro appartenenza etnica,
che Dio può far sorgere figli di Abramo anche dalle pietre
(Mt. 3,7-9). In questo senso, è evidente, che i Cristiani
“fratelli minori” hanno ereditato ciò che gli Israeliti
“fratelli maggiori” non hanno voluto accettare per la
durezza del loro cuore e che essi comprenderanno soltanto
alla fine dei tempi. Gli ultimi, coloro che non erano stati
chiamati, ossia i pagani, sono stati i primi ad entrare nel
Regno di Dio, inaugurato da Cristo con l’inizio dell’era
messianica, mentre coloro che furono chiamati per primi, i
giudei, deviati dalla fede ebraica veterotestamentaria,
saranno gli ultimi, alla fine dei tempi, ad entrare. Come
nella parabola del banchetto nuziale (Mt. 22,1-14), gli
invitati non ne erano degni ed allora il Re ha fatto
chiamare alle nozze del Figlio tutti coloro che, estranei,
furono trovati ai crocicchi delle strade.
[4] Il sionismo
nasce come ideologia nazionalista laica e tuttavia nelle sue
componenti sia di destra sia di sinistra, che grosso modo
possono intendersi anche come, rispettivamente, la versione
moderna dell’antico fariseismo “politico-messianico” e
dell’antico sadduceismo “materialista”, esso ha profonde
connessioni e radici con la spiritualità spuria del
giudaismo post-biblico talmudico e cabalista. Giorgio Galli
in chiusura della sua opera sull’esoterismo nazista (“Hitler
ed il nazismo magico – le componenti esoteriche del
Reich millenario”, Bur Rizzoli, Milano, 1994) ricorda la
meraviglia di George Mosse, il massimo storico israelita del
nazismo (autore di opere fondamentali come “La
nazionalizzazione della masse” e “Le origini
culturali del Terzo Reich”), nel constatare la assoluta
somiglianza tra il nazionalismo pangermanista ed il
nazionalismo sionista e la loro comune ispirazione religiosa
di tipo panteista e nazional-messianico (la nazione eletta,
il popolo-messia). Somiglianze che, osserva Mosse, tentano
lo storico a stabilire tra nazismo e sionismo una
correlazione (Mosse, tuttavia, respinge la tentazione) o,
come osserva invece Galli, che afferma la possibilità di un
tale rapporto, anche sulla base di elementi suggeriti dallo
stesso Mosse, a stabilire tra essi un rapporto speculare.
Pochi sanno chi è Vladimir Z. Jabotinsky (1880-1940). Egli
nacque ad Odessa e, nell’ambito, del movimento sionista
propugnò un sionismo razzista che fosse la futura base dello
Stato Nazional-Autoritario di Israele. Aderì al fascismo.
Negli anni trenta scriveva a Mussolini sostenendo che le sue
squadre d’azione nazional-ebraiche fossero più fasciste e
dinamiche delle sue camice nere. Chiese al duce, ed ottenne,
l’allestimento in Italia di campi d’addestramento per le sue
squadre (Mussolini vedeva in questo “fascismo giudaico”,
come del resto nei partiti fascisti “arabi” sul tipo del
Baath, un elemento utile nella sua politica anti-inglese in
medio-oriente). Jabotinsky finì per simpatizzare per il
Terzo Reich, proponendo alle autorità naziste la
collaborazione del suo gruppo all’espatrio degli ebrei
tedeschi verso un eventuale restaurato Stato giudaico nella
Palestina liberata dagli inglesi (la proposta fu per un
momento presa in seria considerazione dalle gerarchie
naziste, insieme all’ipotesi alternativa del Madagascar).
Massimo Massara, in “La Terra troppo promessa”
(Milano, 1979), sostiene che «…le idee di
Jabotinsky hanno finito per permeare tutta l’ideologia
sionista e le strutture dello Stato d’Israele, molto prima
dell’accesso dell’erede di Jabotinsky, Menachem
Begin, al potere». Infatti, i gruppi terroristici, come
la Banda Stern e l’Irgun, cui aderivano tutti “padri della
patria israeliana” tra i quali per l’appunto Menachem Begin
e Ytzak Shamir, che nell’immediato secondo dopo guerra, tra
attentati anti-inglesi e ferocissimi massacri degli arabi,
comprese donne e bambini, residenti nella “terra promessa”,
riuscirono nell’impresa della fondazione dello Stato di
Israele erano tutti imbevuti dell’ideologia nazista diffusa
da Jabotinsky. Il Presidente dell’Università ebraica di
Gerusalemme, Judah Magnes, nel 1947, ebbe a scrivere: «Jabotinsky
è stato il profeta dello Stato ebraico. Ha ricevuto
l’ostracismo, è stato condannato, scomunicato. Ma vediamo
attualmente che quasi tutto il movimento sionista ha
adottato il suo punto di vista». Ed infatti ancor
oggi il nazionalismo razzista di Jabotinsky è l’ideologia
ufficiale, alquanto stemperata nei moderati, del tutto
integrale negli estremisti, del Likud, il partito
nazional-conservatore di Sharon e Netanyau, al potere in
Israele. Anche i gruppi fondamentalisti della destra
religiosa israeliana, che appoggiano il Likud, attingono
molte delle idee di Jabotinsky. Idee che nella loro
accezione “socialista nazionalista” (dove per la destra
invece l’accezione è “nazional-socialista”) appartengono
anche al retaggio del Partito Laburista Israeliano.
[5] Certamente la
pubblica riprovazione ecclesiale ha comportato nei secoli da
parte dei cristiani, non però in modo assoluto ed
indiscriminato come si tende a far credere oggi,
atteggiamenti di intolleranza ed ostilità verso gli ebrei in
certe circostanze storiche, nelle quali le questioni
teologiche finivano per essere strumentalizzate a scopi
politico-economici. Tuttavia la necessità di una saggia
pastorale che insegni ai fedeli la distinzione tra l’errore
e l’errante, da combattere senza compromessi il primo, da
trattare con carità e misericordia il secondo, non è mai
disgiunta dalla necessità della riaffermazione sempre e
comunque della Verità. Si accusa la Santa Regina Isabella la
Cattolica di aver cacciato gli ebrei dalla Spagna nel 1492
ma non si dice che a tale atto, politico, essa fu costretta,
dopo avervi resistito in ogni modo ed a lungo, dall’odio
popolare verso i falsi convertiti, che continuavano a
“giudaizzare” nei loro riti, e verso l’enorme ricchezza di
molti ebrei: nel firmare il decreto di espulsione tuttavia
la regina, anche su suggerimento dei suoi confessori e
consiglieri spirituali, volle che fosse possibile agli ebrei
portare via ogni loro bene mobile e che, laddove possibile,
si risarcissero di quanto di immobile essi possedevano in
Spagna. Non si ricorda poi che quegli ebrei ispanici
finirono quasi tutti per essere accolti dal Papa a Roma,
dove ricostituirono la propria comunità all’interno del
ghetto assimilandosi agli ebrei “indigeni”. Si parla spesso
delle masse popolari, guidate da Pietro l’eremita, strano
predicatore millenarista di dubbia regolarità ecclesiale,
che si mossero nel 1096, poco prima della spedizione
ufficiale vera e propria, alla volta della Terra Santa, dopo
l’appello di Urbano II a Clermont, e che nel tragitto
germanicodanubiano massacrarono ferocemente le fiorenti
comunità ebraiche dell’Europa centrale, sul presupposto di
una cattiva interpretazione di tipo chiliastico degli
scritti paolini secondo la quale l’ostinazione giudaica alla
conversione impediva il Ritorno del Signore. Ma non si dice
quasi mai che quelle comunità ebraiche trovarono i loro
fermi difensori nei Vescovi, delle diocesi nelle quali
vivevano, nell’Imperatore in persona e nel Re d’Ungheria,
che non solo fermarono o, dove fu possibile, impedirono i
massacri ma punirono duramente gli autori e gli ispiratori
delle stragi (lo stesso Pietro l’eremita sfuggì per un pelo
all’arresto). La preoccupazione di San Paolo, nella Lettera
ai Romani, è stata proprio quella della tentazione
dell’orgoglio da parte dei cristiani che l’Apostolo ammoniva
ricordando essi come Dio aveva divelto i giudei dal tronco
vitale della Rivelazione a causa del loro orgoglio ed
esortandoli a non insuperbirsi contro i giudei per evitare
di offendere Dio il quale dai suoi veri adoratori vuole
umiltà e mitezza di cuore. Pur combattendo con le armi dello
Spirito, dell’apologetica e della cultura, l’errore
giudaico, tentando di riportare i fratelli maggiori a Cristo
magari facendo leva su ciò che della Rivelazione essi sono
riusciti a conservare pur nella deviazione esegetica, il
cristiano deve sempre mostrare misericordia ed amore verso
gli ebrei, “ingiudaizzatisi”, come hanno fatto, nel corso
dei secoli, decine e decine di Santi.
[6] Per le
considerazioni sulla distinzione evangelica tra “giudei” ed
“ebrei” si veda il prezioso appunto dell’amico Romano
Ricciotti disponibile sul sito
www.identitaeuropea.org/archivio/terzapagina/ricciotti_ebrei.html.
[7]
Emblematicamente, poi, in Mc 7,1-13, dove Cristo polemizza
con le usanze rituali farisaiche che Egli definisce
“tradizione degli uomini” opponendo ad essa “il comandamento
di Dio”, l’evangelista, al versetto 3, dice: «…i farisei
infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono
lavate le mani fino al gomito». Quella congiunzione di
“farisei e tutti i Giudei” sembra voler dire che “giudeo” è
colui che, come i farisei, segue tradizioni meramente umane
che allontanano dalla vera Fede in Dio e dall’esegesi
spiritualmente corretta delle Scritture. In altri termini,
può vedersi in ciò la riprova dell’esistenza in seno
all’ebraismo veterotestamentario, insieme ad una posizione
esegetica corretta, della quale erano rappresentanti dottori
della Legge come Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, di
un’esegesi spuria, sicuramente di origini gnostiche. Esegesi
spuria che, diventata progressivamente maggioritaria tra i
sinedriti, avrebbe irretito e sviato, in conseguenza del
compiersi degli avvenimenti messianici nella Persona di
Cristo, quella parte del popolo ebreo che rimase succube
dell’egemonia dei suoi capi religiosi.

[8] Per inciso va
detto che basandosi sul fatto che, in effetti, la Bibbia,
nel canone da noi conosciuto, ha trovato la propria
codificazione scritta soltanto all’epoca dell’esilio
babilonese, qualcuno sottolinea come Gesù attribuendo a Mosè
la scrittura dei testi veterotestamentari segua l’errata
convinzione che fu comune fino a quando il metodo
storico-critico non ha stabilito il momento della
codificazione del canone. Si è fatto fin troppo affidamento
sulla presunta efficacia del metodo storico-critico (di
origine protestante, viziato da un insanabile razionalismo e
tutto basato sul presupposto luterano del “sola scriptura”).
In realtà lo Spirito illumina la scrittura. Oggi gli esegeti
sono ormai assolutamente critici verso il metodo
storico-critico ben consci delle limitate possibilità della
sua utilizzazione e dei limiti entro i quali esso può
svolgere una qualche ausiliaria funzione interpretativa.
Alla fine di maggio 2005 (cfr “Avvenire” 29/09/2005)
veniva data la notizia del ritrovamento di uno scritto
ebraico attribuito ad un personaggio citato da Geremia e
risalente al sesto secolo a.C. ossia a circa 2.500 anni fa.
Si tratta di un frammento risalente all’epoca del primo
Tempio, uno scritto giuntoci direttamente dalla dinastia di
re David e dunque antecedente, anche se di poco, la
distruzione del primo Tempio e la deportazione a Babilonia.
La Rivelazione aveva una salda trasmissione orale garantita
dallo Spirito, e da ben noti metodi di memorizzazione usati
nell’antichità, ma è del tutto plausibile che la sua
trasmissione per iscritto non era affatto ignota anche in
tempi molto remoti e che pertanto insieme alla trasmissione
orale circolassero codificazioni scritte, più o meno
parziali, sin dai tempi mosaici o addirittura abramitici.
Mosè ben avrebbe potuto lasciare qualcosa di scritto, come
un’iniziale codificazione della Parola di Dio fino ad allora
trasmessa in prevalenza oralmente.
[9] cfr.
l’articolo di Leonardo Servadio “A Gerusalemme Thiede
entra nella tomba di Caifa” in “Avvenire” del
08/04/2004.
[10] Di Nicodemo
è noto l’episodio (Gv. 3,1-21) nel quale egli va a colloquio
con Gesù, di cui da dottore della legge riconosceva
l’autorità dottrinale e da cui era spiritualmente
affascinato. Un colloquio che si svolge nottetempo appunto
per il timore di Nicodemo verso gli altri membri del
Sinedrio. Di Giuseppe d’Arimatea, che reclamò presso Pilato
il corpo del Signore e che pertanto segnalò in tal modo la
sua adesione all’insegnamento del Maestro, il Vangelo di
Luca, 23,50-51, ci dice che era «membro del Sinedrio»
ma che «persona buona e giusta» «non aveva aderito
alla decisione ed all’operato degli altri». Insieme a
Giuseppe d’Arimatea, ricorda Giovanni 19,39, a prendere il
corpo del Signore «vi andò anche Nicodemo, quello che in
precedenza era andato da lui di notte».
[11] cfr. San
Giovanni Crisostomo “Commento al Vangelo di San Matteo”,
III, Città Nuova, Roma, 1967, p. 134.
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