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I dati sono pessimi sia in Cisgiordania che nella
striscia di Gaza. L'economia palestinese sta vivendo
un periodo cupissimo e questo disastro è per lo più,
se non totalmente, provocato dalla volontà umana e
quindi è reversibile.
La Banca Mondiale non ha nascosto il fatto che le
restrizioni israeliane devono essere condannate in
quanto responsabili degli alti tassi di povertà che
nella striscia di Gaza hanno raggiunto il 79,4 per
cento e in Cisgiordania il 45,7 per cento. Ha quindi
concluso che "con una popolazione crescente e
un'economia che si contrae, il Pil reale pro capite è
attualmente inferiore del 30 per cento rispetto ai
dati del 1999" e ha aggiunto che "con il dovuto
riguardo alle preoccupazioni di Israele in materia di
sicurezza, tutti concordano sull' effetto paralisi che
gli ostacoli fisici hanno provocato all' economia
palestinese".
Con un'economia in declino, una mancanza di progetti
di sviluppo e le restrizioni israeliane, i palestinesi
sono costretti a ricorrere sempre più spesso agli
aiuti esteri, che sono in larga parte controllati da
interessi politici. Per esempio, gli Stati Uniti si
sono dimostrati insolitamente generosi nel sostenere
il governo di Mahmoud Abbas (di Ramallah) visto che ha
portato avanti un regime internazionale di sanzioni e
embargo contro il governo di Hamas (di Gaza). Tali
capitali vengono spesso negoziati con concetti poco
chiari quali "dare un giro di vite all'infrastruttura
terrorista" che viene giustamente inteso come il
combattere contro coloro che sfidano Israele e la
legge dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) in
Cisgiordania.
Ciononostante, anche nel caso in cui l'Autorità
palestinese fosse immune dalla corruzione e intendesse
davvero investire nell'economia sostenibile, nessuna
economia veramente libera e indipendente potrebbe
fiorire sotto occupazione, la cui vera intenzione è il
depotenziamento dei lavoratori, agricoltori e classe
media palestinesi. Sono questi strati della società
palestinese che da un lato hanno guidato la rivolta
per mettere fine all'occupazione e dall'altro hanno
resistito alla corruzione locale.
Infatti, le restrizioni israeliane non sono una
coincidenza e sono difficilmente riconducibili
esclusivamente al solito tema della sicurezza
nazionale. "In realtà, queste restrizioni vanno oltre
la terra e il cemento e sfociano in un sistema di
restrizioni fisiche, istituzionali e amministrative
che formano una barriera impermeabile contro la
realizzazione del potenziale economico palestinese"
dichiara la Banca Mondiale. Per concludere, ulteriori
aiuti non serviranno a ravvivare l'economia
palestinese, a meno che le restrizioni appena citate
vengano rimosse.
Ma queste restrizioni rappresentano la colonna
portante della politica israeliana; rimuoverle
significherebbe negare l'influenza politica del
governo israeliano sul governo di Abbas. Pertanto, gli
Stati Uniti non sarebbero invogliati a prestare aiuto
ai palestinesi nello sviluppo di una base e
un'infrastruttura economiche forti, tanto da
risparmiare ai Palestinesi l'oltraggio di vivere solo
grazie ai sussidi di donatori internazionali.
In Cisgiordania, le sventure economiche palestinesi si
vanno a combinare con una tremenda crisi idrica, un
incubo per gli agricoltori che stanno già lottando per
impedire la continua sottrazione dell'acqua da parte
di Israele e l'iniqua distribuzione idrica. Secondo
un'indagine recente condotta da B' tselem,
centro israeliano per i diritti umani, una famiglia
israeliana consuma in media una quantità d' acqua
maggiore di 3,5 volte rispetto a una famiglia
palestinese. B' tselem condanna Israele per la
sua politica discriminatoria e per le rigide
restrizioni che impediscono ai palestinesi di scavare
nuovi pozzi. Non si riesce a capire come le
preoccupazioni per "la sicurezza" di Israele possano
giustificare il fatto che lo stesso Israele stia
rubando l' acqua dei Palestinesi usando gli acquiferi
della Cisgiordania mentre numerose famiglie
palestinesi si sono viste private dell'acqua già da
aprile in città come Jenin.
Mentre molti agricoltori si sono visti privati dei
loro mezzi di sussistenza, le persone qualunque devono
spendere una larga fetta dei loro scarsi guadagni per
comprare acqua. Un'inchiesta recente dell’Onu, citata
dalle agenzie di stampa, stima che i palestinesi delle
comunità maggiormente colpite spenderebbero dal 30 al
40 per cento dei loro guadagni per acquistare l'acqua
consegnata dalle autocisterne.
Come si può aspirare a un'economia sostenibile con un
livello di crescita sensibile in queste condizioni?
Se la situazione è difficile in Cisgiordania, a Gaza è
addirittura impossibile. Un'indagine condotta a marzo
e sponsorizzata da Amnesty International,
Care International UK, Christian Aid,
Oxfam e altri ancora, definiva la situazione
nella striscia come la peggiore crisi umanitaria
dall'inizio dell'occupazione israeliana nel 1967. La
stessa inchiesta chiedeva a Israele di cambiare le sue
politiche nei confronti di Gaza. A distanza di pochi
mesi dalla pubblicazione dell' indagine, Israele
sembra irrigidire il suo controllo sulla striscia già
indebolita, rendendo il milione e mezzo dei suoi
sfortunati abitanti ogni giorno più povero.
Sempre secondo l'indagine, l'80 per cento della
popolazione di Gaza confida negli aiuti alimentari.
Circa 1,1 milioni di persone ricevono sussidi
alimentari dalle agenzie Onu, che stanno a loro volta
lottando per operare nonostante i tagli al carburante
e il quasi totale isolamento di Gaza.
Al contrario della Cisgiordania, lo scopo di Gaza non
è lo sviluppo economico, ma la mera sopravvivenza.
L'affidamento di Gaza agli aiuti alimentari è
aumentato di dieci volte dal 1999, secondo
l'inchiesta. Allo stesso tempo, il 98 per cento delle
industrie di Gaza non lavora più, lasciando
disoccupati migliaia di operai e portando alla rovina
numerose famiglie.
Violenza interna in Palestina, sanzioni internazionali
guidate dagli Stati Uniti, assedio e violenza
israeliani stanno distruggendo l'intera struttura
della società palestinese a Gaza e contemporaneamente
stanno trasformando la Cisgiordania in una società
fondata sull'elemosina, basata su sussidi forniti in
gran parte come incentivi politici senza prospettive
di lungo termine.
Altrettanto scoraggiante è il fatto che l'Autorità
palestinese in Cisgiordania abbia avuto un ruolo
attivo nella chiusura delle associazioni benefiche
musulmane, asili, orfanotrofi e scuole nel continuo
tira e molla tra i rivali Fatah e Hamas. È
intollerabile che le ostilità da ambo le parti siano
cresciute a tal punto da andare a colpire le fasce più
deboli della società: orfani, vedove e invalidi fisici
e mentali. Circa 82 bambini non sono tornati a scuola
quest' anno: sono rimasti uccisi l' anno scorso. E
oltre un milione di studenti dovranno oltrepassare
circa seicento checkpoint militari israeliani. Con la
chiusura delle scuole gestite da associazioni
benefiche musulmane, centinaia di studenti perderanno
il loro diritto all' istruzione. Ma in questo caso,
Israele non è l'unico colpevole.
Il sistema economico palestinese non può basarsi sui
sussidi delle associazioni. I palestinesi necessitano,
e meritano, uno sviluppo economico sostenibile, con
prospettive di lungo termine, che possa rinnovare le
economie della Cisgiordania e di Gaza e impieghi le
preziose risorse umane disponibili. Israele farà di
tutto per evitare questa possibilità, come ha fatto
per decenni. Questa è la vera lotta che i palestinesi
stanno subendo: tra la loro necessità di libertà e
l'insistenza israeliana di continuare a esercitare il
controllo. Senza canali propri per rafforzare la
comunità e i singoli Palestinesi, i quali rimarranno
economicamente svantaggiati e quindi handicappati
politicamente. Questo scenario non sembra una
soluzione per una pace giusta e duratura.
Ramzy Baroud
autore ed editore di PalestineChronicle.com. Il suo
lavoro è stato pubblicato in numerosi quotidiani e
riviste in tutto il mondo. Il suo ultimo libro è "The
Second Palestinian Intifada: A Chronicle of a People’s
Struggle" (La Seconda Intifada Palestinese: Cronaca di
una Battaglia Civile - In stampa, Pluto Press, Londra).
Traduzione di Valeria Nanni
FONTE :
www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=6515 |