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11 settembre 2008
Il professor Shlomo Sand, storico dell'Università di
Tel Aviv, apre la sua importante opera sul
nazionalismo ebraico citando Karl W. Deutsch: Una
nazione è un gruppo di persone unite da un errore
comune sulla propria origine e da un'ostilità
collettiva verso i propri vicini"
[1]
Per quanto possa suonare semplice o addirittura
semplicistica, questa citazione riassume
eloquentemente l'elemento di finzione che è intessuto
nel moderno nazionalismo ebraico e soprattutto nel
concetto di identità ebraica. Punta ovviamente il dito
contro l'errore collettivo che gli ebrei tendono a
commettere ogni volta che si riferiscono al loro
"illusorio passato collettivo" e alla loro "origine
collettiva". Nello stesso tempo, tuttavia,
l'interpretazione del nazionalismo offerta da Deutsch
mette in luce l'ostilità che sfortunatamente quasi
tutti i gruppi di ebrei rivelano nel rapporto con la
realtà che li circonda, che sia essa umana o prenda la
forma del territorio. Mentre la brutalità degli
israeliani nei confronti dei palestinesi è ormai
comunemente nota, il duro trattamento che riservano
alla loro "terra promessa" e al paesaggio che li
circonda sta solo ora cominciando a rivelarsi. Il
disastro ecologico che gli israeliani si lasceranno
dietro sarà causa di sofferenza per molte generazioni
future. Oltre a costruire con ansia megalomane un muro
che frantuma la Terra Santa in enclavi di miseria e di
carestia, Israele è riuscito a inquinare
i
suoi molti corsi d'acqua
con
scorie
chimiche e nucleari.
When And How the Jewish People Was Invented?
(Quando e come fu inventato il popolo ebraico?) è uno
studio molto serio scritto dal professore Shlomo Sand,
storico israeliano. È lo studio più serio sul
nazionalismo ebraico che sia mai stato scritto a oggi,
la più coraggiosa elaborazione della versione che gli
ebrei danno della propria storia.
Nel suo libro Sand riesce a dimostrare oltre ogni
ragionevole dubbio che il popolo ebraico non è mai
esistito come "razza-nazione", non ha mai condiviso
un'origine comune. È invece un colorito insieme di
gruppi che in varie fasi storiche hanno adottato la
religione ebraica.
Nel caso che seguiste il ragionamento di Sand e
giungeste a chiedervi "quando è stato inventato il
popolo ebraico?" la risposta di Sand è piuttosto
semplice. "A un certo punto del XIX secolo degli
intellettuali tedeschi di origine ebraica, influenzati
dal carattere popolare del nazionalismo tedesco,
intrapresero il compito di inventare un popolo 'a
posteriori', ansiosi di creare un moderno popolo
ebraico". [2] Di conseguenza il "popolo ebraico" è un
concetto "inventato" costituito da un passato
immaginario e fittizio con ben poche basi forensi,
storiche o testuali. Inoltre Sand – che per le sue
elaborazioni si fonda sulle fonti dell'antichità –
giunge alla conclusione che l'esilio ebraico sia
anch'esso un mito, e che è ben più probabile che i
discendenti dell'antico popolo semita di Giudea/Canaan
siano gli attuali palestinesi, e non la folla di
ashkenaziti di origine cazara alle quali egli stesso
ammette di appartenere. È piuttosto sorprendente che
nonostante Sand riesca a demolire il concetto di
"passato collettivo ebraico" e a ridicolizzare
l'impeto sciovinista nazionale ebraico, il suo libro
in Israele sia un bestseller. Già questo fatto da solo
può suggerire che coloro che si definiscono "popolo
del libro" stanno ora cominciando a rendersi conto
delle filosofie e ideologie devastanti e fuorvianti
che li hanno trasformati in ciò che Khalid Amayreh e
molti altri considerano i "nazisti del nostro tempo".
Hitler alla fine ha vinto
Accade spesso che quando si chiede a un ebreo "laico"
"cosmopolita" cos'è che lo rende ebreo si riceva una
risposta vacua e rimasticata: "È Hitler che mi ha reso
ebreo". Benché l'ebreo "cosmopolita", essendo un
internazionalista, tenda a liquidare le inclinazioni
nazionali degli altri popoli, insiste nel riservarsi
il diritto all'"auto-determinazione". Però non è
veramente lui a stare al centro di questa esigenza di
orientamento nazionale, ma è il diabolico e mostruoso
antisemita per eccellenza, cioè Hitler. A quanto pare
l'ebreo cosmopolita celebra il suo diritto al
nazionalismo nella misura in cui c'è un Hilter da
incolpare.
Per quanto riguarda l'ebreo laico cosmopolita, Hitler
alla fine ha vinto. Sand riesce a mettere in luce
questo paradosso. Suggerisce con grande acume che
"mentre nel XIX secolo il riferirsi agli ebrei come a
un''identità razziale distinta' era segno di
antisemitismo, nello Stato ebraico questa stessa
filosofia è mentalmente e intellettualmente radicata"
[3]. In Israele gli ebrei celebrano la loro diversità
e la loro unicità. Inoltre, dice Sand, "In Europa c'è
stato un tempo in cui si veniva etichettati come
antisemiti per aver detto che tutti gli ebrei
appartengono a una nazione distinta. Oggi, ad
affermare che gli ebrei non sono e non sono mai stati
un popolo o una nazione si verrebbe etichettati come
odiatori di ebrei". [4] È infatti abbastanza
sorprendente che l'unico popolo che sia riuscito a
mantenere e sostenere un'identità nazionale orientata
in senso razziale, espansionista e genocida che non si
differenzia in niente dall'ideologia etnica nazista
siano proprio gli ebrei, che furono insieme ad altri
le principali vittime dell'ideologia e della pratica
naziste.
Nazionalismo in generale e nazionalismo ebraico in
particolare
Louis-Ferdinand Celine disse che nel Medioevo, tra le
grandi guerre, i cavalieri si facevano pagare un
prezzo altissimo per essere pronti a morire nel nome
del loro regno, mentre nel XX secolo i giovani si sono
precipitati a morire in massa senza chiedere nulla in
cambio. Per capire questo cambiamento della coscienza
delle masse abbiamo bisogno di un modello metodologico
eloquente che ci permetta di comprendere in cosa
consista il nazionalismo.
Come Karl Deutsch, Sand considera la nazionalità un
discorso illusorio. È un dato di fatto che gli studi
storici e antropologici sulle origini dei diversi
cosiddetti "popoli" e "nazioni" conducono
all'imbarazzante disintegrazione di qualsiasi etnicità
e identità etnica. Dunque è piuttosto interessante
scoprire che gli ebrei tendono a prendere molto
seriamente il loro mito etnico. La spiegazione può
essere semplice, come ha rivelato Benjamin Beit
Halachmi anni fa. Il sionismo ha trasformato la Bibbia
da un testo spirituale a un "libro del catasto". Sotto
questo aspetto, la verità della Bibbia o qualsiasi
altro elemento del discorso storico ebraico ha ben
poca importanza finché non interferisce con la causa o
la pratica politica nazionale degli ebrei.
Si potrebbe anche supporre che l'assenza di una chiara
origine etnica non impedisca alle persone di provare
un senso di appartenenza etnica o nazionale. Il fatto
che gli ebrei siano lungi dall'essere ciò che è
possibile definire popolo e che la Bibbia contenga una
ben scarsa verità storica non impedisce a generazioni
di israeliani e di ebrei di identificarsi con Re
Davide o il gigante Sansone. Evidentemente l'assenza
di un'origine etnica inequivocabile non impedisce alle
persone di sentirsi parte di un popolo. Analogamente,
non impedisce all'ebreo nazionalista di provare un
sentimento di appartenenza a una più grande
collettività astratta.
Negli anni Settanta Shlomo Artzi, allora giovane
cantante che era destinato a diventare la più grande
rockstar israeliana di tutti i tempi, incise una
canzone che divenne in poche ore un enorme successo.
Eccone i primi versi:
E all'improvviso
un uomo si sveglia
una mattina
sente di essere il suo popolo
e comincia a camminare
e a tutti quelli che incontra
dice
shalom
In un certo senso Artzi esprime innocentemente nei
suoi versi la repentinità, la natura quasi contingente
della trasformazione degli ebrei in popolo. Tuttavia,
quasi simultaneamente, Artzi contribuisce
all'illusorio mito nazionale della nazione alla
ricerca della pace. Artzi avrebbe già dovuto sapere
che il nazionalismo ebraico era un atto colonialista
ai danni del popolo palestinese autoctono.
A quanto pare il nazionalismo, il senso di
appartenenza nazionale e il nazionalismo ebraico in
particolare sono oggetto di un importante lavoro
intellettuale. Risulta interessante che i primi a
trattare teoricamente e metodologicamente questioni
che hanno a che fare con il nazionalismo siano stati
degli ideologi marxisti. Benché lo stesso Marx non
fosse riuscito a dare una risposta adeguata, il
sorgere all'inizio del XX secolo di istanze
nazionaliste nell'Europa centrale e orientale colse
Lenin e Stalin impreparati.
"Il contributo dei marxisti allo studio del
nazionalismo può essere visto come una messa a fuoco
sulla profonda correlazione tra l'ascesa della libera
economia e l'evoluzione dello stato nazionale". [5] Di
fatto Stalin riassunse il punto di vista marxista
sulla questione. "La nazione", dice Stalin, "è una
solida collaborazione tra individui storicamente
creata e formatasi seguendo quattro fenomeni
significativi: la condivisione di lingua, territorio,
economia e particolarità psicologica…" [6]
Come c'era da aspettarsi, il tentativo materialista
marxista di comprendere il nazionalismo mancava di
un'adeguata prospettiva storica e si basava invece
sulla lotta di classe. Per ovvie ragioni una tale
visione era condivisa da coloro che credevano nel
"socialismo di una sola nazione", tra i quali possiamo
includere l'ala di sinistra del sionismo.
Per Sand, il nazionalismo si è sviluppato a causa di
un'"esaltazione creata dalla modernità che ha separato
le persone dal loro passato immediato" [7]. La
mobilità prodotta dall'urbanizzazione e
dall'industrializzazione ha distrutto il sistema
sociale gerarchico come pure la continuità tra
passato, presente e futuro. Sand osserva che prima
dell'industrializzazione il contadino feudale non
sentiva necessariamente il bisogno di una narrazione
storica di imperi e regni. Il soggetto feudale non
aveva bisogno di una narrazione storica astratta di
grandi collettività, poco rilevante per le necessità
esistenziali concrete. "Senza la percezione di una
progressione sociale erano sufficienti le narrazioni
religiose che contenevano un mosaico di memoria privo
della dimensione reale del tempo che avanza. La 'fine'
era l'inizio e l'eternità faceva da ponte tra la vita
e la morte". [8] Nel mondo moderno laico e urbano il
"tempo" si era trasformato nel principale veicolo
della vita che illustrava un significato simbolico
immaginario. Il tempo storico collettivo era diventato
l'ingrediente base della vita intima e personale. La
narrazione storica collettiva plasma il significato
personale e ciò che sembra essere la "realtà". Per
quanto alcune menti banali insistano nell'affermare
che il "personale è politico", sarebbe molto più
intelligibile dire che in pratica è esattamente
l'inverso. Nella condizione post-moderna, il politico
è personale e il soggetto viene detto più che dire
esso stesso. L'autenticità è un mito che si riproduce
nella forma di identificatore simbolico.
La lettura sandiana del nazionalismo come prodotto
dell'industrializzazione, dell'urbanizzazione e della
laicità appare particolarmente valida se si tiene
presente il suggerimento di Uri Slezkin secondo il
quale gli ebrei sarebbero gli "apostoli della
modernità", della laicità e dell'urbanizzazione. Se
gli ebrei si ritrovarono nel cuore dell'urbanizzazione
e della laicizzazione, non dovrebbe sorprenderci che –
come altri – anche i sionisti siano stati piuttosto
creativi nell'inventarsi la propria fantasiosa
narrazione collettiva. Tuttavia, pur insistendo sul
diritto di essere "come gli altri popoli" i sionisti
sono riusciti a trasformare il loro passato collettivo
inventato in un programma globale, espansionistico e
spietato e nella maggiore minaccia per la pace
mondiale.
Non esiste una storia ebraica
È un fatto dimostrato che non un solo testo storico
ebraico è stato scritto tra il I secolo e gli inizi
del XIX secolo. Il fatto che l'ebraismo si basi su un
mito storico religioso può avere qualcosa a che fare
con questo. La tradizione rabbinica non si è mai
preoccupata di esaminare adeguatamente il passato
ebraico. Uno dei motivi di ciò è probabilmente
l'assenza di necessità di un simile impegno
metodologico. Per l'ebreo che viveva nell'antichità e
nel Medioevo quello che c'era nella Bibbia era
sufficiente a rispondere alle domande più importanti
sulla vita quotidiana, il significato e il destino
ebraici. Come scrive Shlomo Sand, "il tempo
cronologico secolare era alieno al 'tempo della
Diaspora' plasmato dall'attesa del Messia".
Tuttavia, alla luce della laicizzazione,
dell'urbanizzazione e dell'emancipazione tedesche e a
causa del calo di autorità dei capi rabbinici, tra i
nascenti intellettuali ebrei crebbe la necessità di
una causa alternativa. L'ebreo emancipato si chiedeva
chi fosse e da dove venisse. Cominciò anche a
speculare su quale potesse essere il suo ruolo in una
società europea in progressiva apertura.
Nel 1820 lo storico ebreo tedesco Isaak Markus Jost
(1793-1860) pubblicò la prima seria opera storica
sugli ebrei, La storia degli israeliti. Jost
evitò i tempi biblici, preferì cominciare i suo
viaggio con il Regno di Giudea e compilò anche una
narrazione storica sulle diverse comunità ebraiche del
mondo. Jost si rese conto che gli ebrei del suo tempo
non formavano un continuum etnico. Intuì che gli
israeliti che vivevano nei vari luoghi erano molto
diversi tra loro. Dunque pensò che niente al mondo
avrebbe impedito agli ebrei di assimilarsi
completamente. Jost riteneva che in uno spirito
illuminato sia i tedeschi che gli ebrei avrebbero
voltato le spalle alle istituzioni religiose
oppressive per formare una nazione sana basata su un
crescente senso di appartenenza orientato
geograficamente.
Benché Jost fosse consapevole dell'evolversi del
nazionalismo europeo, i suoi seguaci ebrei erano
alquanto scontenti della sua lettura ottimistica e
liberale del futuro ebraico.
"Dallo storico Heinrich Graetz in poi, gli storici
ebrei presero a tracciare la storia dell'ebraismo come
la storia di una nazione che era stata un 'regno', era
stata poi cacciata in 'esilio', era diventata un
popolo errante e infine era tornata alla sua terra
natale". [9]
Per il defunto Moses Hess era una lotta razziale più
che una lotta di classe a definire la forma
dell'Europa. Dunque, suggeriva Hess, meglio sarebbe
stato se gli ebrei fossero tornati a riflettere sul
loro patrimonio culturale e sulla loro origine etnica.
Per Hess il conflitto tra ebrei e gentili era il
prodotto della differenziazione razziale, e dunque
inevitabile.
Il percorso ideologico dall'orientamento razzista
pseudo-scientifico di Hess allo storicismo sionista
appare ovvio. Se gli ebrei sono in effetti un'entità
razziale distinta (come ritenevano Hess, Jabotinsky e
altri) è meglio che cerchino la loro patria naturale,
e questa patria non è altro che
Eretz Yizrael.
Chiaramente l'ipotesi di Hess sulla continuità
razziale non aveva basi scientifiche. Per tenere in
piedi questa invenzione storica bisognava ricorrere a
un meccanismo di negazione per assicurarsi che qualche
fatto imbarazzante non interferisse con la nascente
creazione nazionale.
Sand suggerisce che il meccanismo di negazione sia
stato orchestrato e pianificato molto bene. La
decisione presa nel 1930 dall'Università Ebraica di
dividere la Storia Ebraica e la Storia Generale in due
dipartimenti distinti era ben più di una questione di
comodità. Il logos che stava alla base di
questa separazione dà un idea dell'auto-realizzazione
ebraica. Agli occhi dei professori universitari ebrei
la condizione e la psiche ebraica erano uniche e
dovevano essere studiate separatamente. A quanto pare
anche nell'ambiente accademico ebraico la posizione
suprema viene assegnata agli ebrei, alla loro storia e
alla loro percezione di sé. Come svela con perspicacia
Sand, all'interno dei dipartimenti di Studi Ebraici il
ricercatore si divide tra mitologia e scienza, mentre
il mito conserva il suo primato. Anche se spesso viene
condotto in un paralizzante dilemma dai 'piccoli fatti
tortuosi'.
Il nuovo israelita, la bibbia e l'archeologia
In Palestina i nuovi ebrei e poi gli israeliani erano
decisi a reclutare l'Antico Testamento e a
trasformarlo nel codice unico del futuro ebreo.
La "nazionalizzazione" della Bibbia serviva a
innestare nei giovani ebrei il concetto che erano i
discendenti diretti dei loro grandi antenati
dell'antichità. Visto che la nazionalizzazione era un
movimento ampiamente laico, la Bibbia fu privata del
suo significato religioso e spirituale e fu invece
vista come un testo storico che descriveva una vera
catena di eventi del passato. Gli ebrei che erano ora
riusciti a uccidere il loro Dio impararono a credere
in se stessi. Masada, Sansone e
Bar Kochba divennero grandi storie suicide. Alla luce
dei loro antenati eroici, gli ebrei hanno imparato ad
amare se stessi quanto odiano gli altri, solo che
questa volta avevano a disposizione la forza militare
per infliggere vero dolore al loro prossimo. Più
preoccupante era il fatto che invece di un'entità
soprannaturale – cioè Dio – che ordinasse loro di
invadere la terra e compiere un genocidio e rubare la
"terra promessa" ai suoi abitanti autoctoni adesso in
questo progetto di rinascita nazionale erano essi
stessi,
Herzl, Jabotinsky, Weitzman, Ben Gurion, Sharon,
Peres, Barak a decidere di cacciare, distruggere e
uccidere. Invece di Dio erano gli ebrei a uccidere nel
nome del popolo ebraico. E l'hanno fatto con i simboli
ebraici dipinti sugli aerei e i carri armati. Hanno
seguito degli ordini impartiti nel linguaggio appena
ripristinato dei loro antenati.
È abbastanza sorprendente che Sand, che è
indubbiamente uno studioso straordinario, non accenni
al fatto che il dirottamento sionista della Bibbia fu
di fatto una disperata risposta ebraica al primo
romanticismo tedesco. Tuttavia, per quanto i filosofi,
i poeti, gli architetti e gli artisti tedeschi fossero
ideologicamente ed esteticamente affascinati dalla
Grecia pre-socratica, sapevano benissimo di non essere
esattamente i figli e le figlie dell'ellenismo.
L'ebreo nazionalista invece ha fatto un passo più in
là e si è legato con una fantasiosa catena di sangue
ai suoi antenati mitici poco dopo aver ripristinato la
loro antica lingua. Più che una lingua sacra,
l'ebraico era diventato una lingua parlata. I primi
romantici tedeschi non erano mai arrivati a tanto.
Gli intellettuali tedeschi del XIX secolo erano anche
perfettamente consapevoli della distinzione tra Atene
e Gerusalemme. Per loro Atene era universale, il
capitolo epico dell'umanità e dell'umanesimo.
Gerusalemme era invece il grande capitolo della
barbarie tribale. Gerusalemme era una rappresentazione
del Dio banale, non-universale, monoteistico e
spietato che uccide vecchi e bambini. Il primo
romanticismo tedesco ci ha lasciato Hegel, Nietzsche,
Fichte e Heidegger e solo una manciata di ebrei che
odiavano se stessi, primo tra loro Otto Weininger. I
gerosolimitani non ci hanno lasciato un solo grande
pensatore. Alcuni studiosi ebrei tedeschi di serie B
hanno cercato di predicare Gerusalemme nell'esedra
tedesca; tra questi c'erano Herman Cohen, Franz
Rosenzveig e Ernst Bloch. Hanno mancato di accorgersi
che i primi romantici tedeschi disprezzavano le tracce
di Gerusalemme nel cristianesimo.
Nello sforzo di resuscitare "Gerusalemme", per fornire
all'epos sionista la necessaria base
"scientifica" si reclutò l'archeologia. L'archeologia
serviva a unire l'epoca biblica con il tempo della
restaurazione. Probabilmente il momento più
sorprendente di questa tendenza bizzarra fu nel 1982
la
"cerimonia di sepoltura militare" delle ossa di Shimon
Bar Kochba,
un ribelle ebreo morto 2000 anni prima. Sotto la
direzione del rabbino militare in capo si diede
sepoltura militare in diretta televisiva ad alcune
ossa trovate in una caverna dalle parti del Mar Morto.
In pratica i sospetti resti di un ribelle ebreo del I
secolo furono trattati come un soldato morto
dell'esercito di difesa israeliano. Chiaramente
l'archeologia aveva un ruolo nazionale, era stata
reclutata per cementare il passato e il presente
lasciando fuori il
Galut,
cioè l'esilio.
In modo alquanto sorprendente, non ci volle molto
perché le cose prendessero tutta un'altra piega.
Mentre la ricerca archeologica si rendeva sempre più
indipendente dal dogma sionista cominciò a filtrare
l'imbarazzante realtà. Era impossibile basare
l'autenticità del racconto biblico su prove forensi.
Di fatto l'archeologia confutò la storicità della
narrazione biblica. Gli scavi misero in luce questa
realtà imbarazzante. La Bibbia è un compendio di
innovativi racconti letterari.
Come osserva Sand, l'antica storia biblica è piena
zeppa di filistei, aramei e cammelli. Altro fatto
imbarazzante è che gli scavi archeologici hanno
dimostrato che i filistei sono comparsi nella regione
non prima del XII secolo a.C., gli aramei un secolo
dopo e i gioviali musi dei cammelli non sono spuntati
prima dell'VIII secolo. Questi fatti scientifici
confondono gravemente i ricercatori sionisti. Tuttavia
per gli studiosi non ebrei come Thomas Thompson era
piuttosto ovvio che la Bibbia "è un tardo compendio di
letteratura innovativa scritto da un teologo di
talento". [10] La Bibbia appare dunque come un testo
ideologico che serviva a una causa sociale e politica.
Ed è imbarazzante anche che nel Sinai non sia stato
trovato molto che dimostrasse la storia del
leggendario Esodo dall'Egitto: parrebbe che tre
milioni di uomini, donne e bambini ebrei abbiano
marciato nel deserto per quarant'anni senza lasciare
una sola traccia. Neanche una misera pallina di pane
azzimo: ben poco ebraico, si direbbe.
La storia del re-insediamento biblico e del genocidio
dei canaaniti che l'israelita contemporaneo imita con
tanto successo è un altro mito. Gerico, la città
fortificata che fu rasa al suolo al suono delle trombe
e con onnipotente intervento soprannaturale era solo
un piccolo villaggio del XIII secolo a.C.
Benché Israele si consideri la resurrezione del
monumentale Regno di Davide e Salomone, gli scavi
compiuti nella città vecchia di Gerusalemme negli 1970
hanno rivelato che il regno di Davide non era altro
che un piccolo insediamento tribale. Le prove
presentate da Yigal Yadin su Re Salomone sono state in
seguito confutate da esami forensi realizzati con il
Carbonio 14. Questi fatti scomodi sono stati
scientificamente dimostrati. La Bibbia è un racconto
di invenzione, e non contiene molto su cui possa
basarsi una qualche gloriosa esistenza del popolo
ebraico in Palestina in una qualche epoca.
Chi ha inventato gli ebrei?
Già all'inizio del suo testo Sand pone le domande
cruciali e probabilmente più importanti. Chi sono gli
ebrei? Da dove sono venuti? Come mai in diversi
periodi storici appaiono in luoghi molto diversi e
distanti?
Benché la maggioranza degli ebrei sia profondamente
convinta che i suoi antenati siano gli israeliti
biblici che si ritrovarono brutalmente esiliati dai
romani, la verità va detta. Gli ebrei contemporanei
non hanno niente a che fare con gli antichi israeliti,
che non sono mai stati mandati in esilio perché una
tale espulsione non è mai avvenuta. L'esilio romano è
solo un altro mito ebraico.
"Ho cominciato a cercare tra gli studi scientifici
notizie sull'esilio", ha detto Sand in un'intervista
ad Haaretz, [11] "ma con mia grande sorpresa ho
scoperto che non c'è letteratura in merito. La ragione
è che nessuno esiliò il popolo dal paese. I romani non
esiliavano i popoli e non avrebbero potuto farlo
neanche se avessero voluto. Non avevano treni né
camion per deportare intere popolazioni. Quel genere
di logistica non è esistito fino al XX secolo. Ed è da
questo che in effetti è nato tutto il libro: dal
comprendere che la società ebraica non fu dispersa e
non fu esiliata".
Anzi, alla luce della semplice intuizione di Sand,
l'idea stessa dell'esilio ebraico è ridicola. Il
pensiero che la flotta imperiale romana lavorasse
ventiquattr'ore su ventiquattro e sette giorni su
sette per portare faticosamente Moishele e Yankele a
Cordova e a Toledo può aiutare gli ebrei a sentirsi
importanti e trasportabili, ma il buon senso
suggerisce che l'armata romana avesse cose più
importanti da fare.
Tuttavia il risultato logico è molto più interessante:
se il popolo di Israele non fu cacciato i veri
discendenti degli abitanti del Regno di Giuda devono
essere i palestinesi.
"Nessuna popolazione si conserva pura dopo migliaia di
anni", dice Sand. [12] "Ma le probabilità che i
palestinesi siano i discendenti dell'antico popolo
ebraico sono molto più grandi delle probabilità che lo
siamo voi e io. I primi sionisti, fino alla Grande
Rivolta Araba [1936-9], sapevano che non c'era stato
nessun esilio e che i palestinesi erano i discendenti
degli abitanti di quella terra. Sapevano che i
contadini non se ne vanno finché non vengono cacciati.
Perfino Yitzhak Ben-Zvi, il secondo presidente dello
Stato di Israele, scrisse nel 1929 che 'la vasta
maggioranza dei contadini non ha le proprie origini
nei conquistatori arabi ma piuttosto, prima di loro,
nei contadini ebrei che erano numerosi e in
maggioranza nella costruzione del territorio’".
Nel suo libro Sand va oltre e dice che fino alla
Rivolta Araba del 1929 i cosiddetti capi sionisti di
sinistra tendevano a credere che i contadini
palestinesi di fatto "di origine ebraica" sarebbero
stati assimilati dalla nascente cultura ebraica e
sarebbero infine entrati nel movimento sionista. Ber
Borochov credeva che "se un
falach
(contadino palestinese) si veste come un ebreo e si
comporta come un ebreo della classe operaia non si
distingue in alcun modo da un ebreo". Questa stessa
idea ricomparve nel testo del 1918 di Ben Gurion e
Ben-Zvi. Entrambi i capi sionisti si rendevano conto
che la cultura palestinese era impregnata di tracce
bibliche, linguisticamente e geograficamente (nomi di
villaggi, città, fiumi e montagne). Sia Ben Gurion che
Ben-Zvi vedevano, almeno in quella fase iniziale, i
palestinesi autoctoni come parenti etnici rimasti
legati alla terra e come potenziali fratelli.
Consideravano inoltre l'islam come un'"religione
democratica" amica. Chiaramente dopo il 1936 entrambi
moderarono il loro entusiasmo "multiculturale". Per
quanto riguarda Ben Gurion, la pulizia etnica dei
palestinesi era un'alternativa molto più attraente.
Ci si può ora chiedere: se i palestinesi sono i veri
ebrei, chi sono questi che insistono nel chiamarsi
ebrei?
La risposta di Sand è semplice, ma sensata. "Il popolo
non si disseminò, ma la religione ebraica sì.
L'ebraismo era una religione di convertiti.
Contrariamente all'opinione popolare, nell'ebraismo
delle origini c'era un grande desiderio di convertire
gli altri". [13]
Chiaramente le religioni monoteiste, essendo meno
tolleranti di quelle politeiste, hanno in sé un
impulso a espandersi. L'espansionismo ebraico ai suoi
inizi non era solo simile al cristianesimo ma fu
l'espansionismo ebraico a piantare i semi della
'diffusione' nel pensiero e nella pratica dei primi
cristiani.
"Gli asmonei," dice Sand, [14] "furono i primi a
cominciare a produrre ebrei in gran numero per mezzo
delle conversioni di massa, sotto l'influsso
dell'ellenismo. Fu questa tradizione di conversioni
che preparò il terreno per la successiva e diffusa
disseminazione del cristianesimo. Dopo la vittoria del
cristianesimo nel IV secolo, lo slancio delle
conversioni subì una battuta d'arresto nel mondo
cristiano e ci fu crollo nel numero di ebrei.
Presumibilmente molti degli ebrei che apparvero
attorno al Mediterraneo divennero cristiani. Ma poi
l'ebraismo cominciò a permeare altre regioni, per
esempio quelle pagane come lo Yemen e l'Africa
Settentrionale. Se in quella fase l'ebraismo non
avesse continuato ad avanzare e a convertire pagani
saremmo rimasti una religione del tutto marginale,
sempre che fossimo sopravvissuti".
Pare che gli ebrei di Spagna, che ritenevamo avere
legami di sangue con i primi israeliti, siano berberi
convertiti. "Mi sono chiesto", dice Sand, "come hanno
fatto a comparire in Spagna comunità ebraiche così
grandi. E poi mi sono accorto che Tariq ibn Ziyad, il
supremo comandante dei musulmani che conquistarono la
Spagna, era berbero, e che lo era anche la maggior
parte dei suoi soldati. Il regno berbero ebraico di
Dahia al-Kahina era stato sconfitto solo 15 anni
prima. E la verità è che un certo numero di fonti
cristiane afferma che molti dei conquistatori della
Spagna erano ebrei convertiti. La fonte profonda della
grande comunità ebraica spagnola erano quei soldati
berberi che si erano convertiti all'ebraismo".
Come c'era da aspettarsi, Sand condivide l'ipotesi
ampiamente accettata che i cazari ebraizzati
costituissero la principale origine delle comunità
ebraiche dell'Europa Orientale, che chiama Nazione
Yiddish. Quando gli si chiede come mai parlino
yiddish, che è considerato un dialetto medievale
tedesco, risponde che "gli ebrei erano una classe di
persone che dipendeva dalla borghesia tedesca
nell'Est, e così adottarono parole tedesche".
Nel suo libro Sand riesce a fare un resoconto
dettagliato della saga cazara nella storia ebraica.
Spiega cosa portò il regno cazaro alla conversione.
Tenendo conto che il nazionalismo ebraico è, per la
maggior parte, guidato da un'élite cazara, potremmo
dover ampliare la nostra intima conoscenza di questo
gruppo politico così unico e influente. La traduzione
del libro di Sand in altre lingue è una necessità
immediata. (È in arrivo la traduzione francese, come
riferito in
Are
the Jews an invented people?, di Eric Rouleau).
E poi?
Il professor Sand ci lascia con la conclusione
inevitabile. Gli ebrei contemporanei non hanno
un'origine comune e la loro origine semita è un mito.
Gli ebrei non hanno in alcun modo avuto origine in
Palestina, e dunque il loro cosiddetto "ritorno" alla
"terra promessa" va visto come un'invasione da parte
di un clan ideologico-tribale.
Tuttavia, benché gli ebrei non costituiscano in alcun
modo un continuum razziale, per qualche ragione
risultano etnicamente orientati. Come possiamo notare,
molti ebrei considerano ancora i matrimoni misti come
la minaccia peggiore e definitiva. Inoltre, nonostante
la modernizzazione e la laicizzazione, la grande
maggioranza di coloro che si identificano come ebrei
laici soccombe ancora al rituale sanguinario della
circoncisione, una pratica religiosa che comporta
nientemeno che
un
mohel succhi il sangue del circonciso.
Per quanto concerne Sand, Israele dovrebbe diventare
"uno stato dei suoi cittadini". Come Sand, anch'io
credo nella stessa visione utopica e futurista.
Tuttavia al contrario di lui capisco che lo stato
ebraico e i gruppi di pressione che lo sostengono
devono essere ideologicamente sconfitti. La
fratellanza e la riconciliazione sono estranee alla
visione del mondo tribale ebraica e non trovano spazio
nella concezione della rinascita nazionale ebraica.
Per drammatico che possa sembrare, prima che gli
israeliani possano adottare una visione moderna
universale della vita civile deve aver luogo un
processo di de-ebraizzazione.
Sand è senza dubbio un intellettuale straordinario,
forse il più avanzato pensatore israeliano di
sinistra. Rappresenta la forma più alta di pensiero
che un israeliano laico può conseguire prima di
invertire la rotta o di passare dalla parte dei
palestinesi (una cosa che è successa ad alcuni, me
compreso). L'intervistatore di Haaretz Ofri
Ilani ha detto di Sand che diversamente da altri
"nuovi storici" che hanno cercato di minare le basi
della storiografia sionista "non si accontenta di
risalire al 1948 o agli inizi del sionismo, ma torna
indietro di migliaia di anni". È proprio così:
diversamente dai "nuovi storici" che "svelano" una
verità che è nota a tutti i bimbi palestinesi, e cioè
la verità che sono sottoposti a pulizia etnica, Sand
erige un corpus di studio e di pensiero che
mira a capire il significato del nazionalismo ebraico
e dell'identità ebraica. È questa la vera essenza del
sapere. Invece di raccogliere sporadici frammenti
storici Sand cerca il significato della storia.
Anziché un "nuovo storico" che cerca un nuovo
frammento, è un vero storico motivato da un compito
umanista. Ma soprattutto, diversamente da alcuni
storici ebrei che contribuiscono al cosiddetto
pensiero di sinistra, la credibilità e il successo di
Sand si fondano sui suoi argomenti più che sui suoi
precedenti familiari, giacché evita di condire i suoi
ragionamenti con i parenti sopravvissuti
all'olocausto. Leggendo i feroci argomenti di Sand si
è costretti ad ammettere che il sionismo con tutti
suoi torti è riuscito a creare dentro di sé un
discorso dissidente fiero e autonomo che riesce a
essere ben più eloquente e brutale dell'intero
movimento anti-sionista mondiale.
Se Sand ha ragione, e io stesso sono convinto dalla
forza dei suoi argomenti, gli ebrei non sono una razza
ma piuttosto una collettività costituita da moltissime
persone prese in ostaggio da un tardo movimento
nazionale immaginario. Se gli ebrei non sono una
razza, non formano un continuum razziale e non hanno
niente a che fare con il semitismo, anche
l'antisemitismo è, categoricamente, un significante
vuoto. Si riferisce ovviamente a un significato che
non esiste. In altre parole, la nostra critica del
nazionalismo ebraico, dei gruppi di pressione ebraici
e del potere ebraico può realizzarsi solo come critica
legittima di un'ideologia e di una pratica.
Posso dirlo ancora una volta, non siamo e non siamo
mai stati contro gli ebrei (il popolo) né contro
l'ebraismo (la religione). Siamo però contro una
filosofia collettiva con chiari interessi globali.
Alcuni vorranno chiamarla sionismo, ma io preferisco
di no. Il sionismo è un significante vago che è di
gran lunga troppo ristretto per cogliere la
complessità del nazionalismo ebraico, la sua
brutalità, la sua ideologia e la sua pratica. Il
nazionalismo ebraico è uno spirito e lo spirito non ha
chiari confini. Infatti nessuno di noi sa esattamente
dove finisce l'ebraicità e dove comincia il sionismo,
così come non sappiamo dove finiscono gli interessi
israeliani e dove cominciano gli interessi dei neocon.
Per quanto concerne la causa palestinese, il messaggio
è devastante. I nostri fratelli e le nostre sorelle
palestinesi sono in prima linea nella lotta contro una
filosofia distruttiva. Ma è chiaro che non sono sono
quegli israeliani che essi combattono con la loro
fiera filosofia pragmatica a scatenare conflitti
globali di proporzioni gigantesche. È una pratica
tribale che impone la propria influenza nei corridoi
del potere e del superpotere. L'American Jewish
Committee sta premendo per una guerra contro l'Iran.
Tanto per stare tranquillo, David Abrahams, "amico
laburista di Israele", dona denaro al Partito
Laburista per interposta persona. Più o meno
contemporaneamente due milioni di iracheni muoiono in
una guerra illegittima progettata da un tizio chiamato
Wolfowitz. E mentre accade tutto questo, milioni di
palestinesi vengono affamati nei campi di
concentramento e Gaza è sull'orlo di una crisi
umanitaria. Mentre accade tutto questo gli ebrei
anti-sionisti e gli ebrei di sinistra (Chomsky
compreso) insistono nel neutralizzare le eloquenti
critiche di Mearsheimer e Walt contro l'AIPAC, il
gruppo di pressione e di potere ebraico. [15]
È solo Israele? È davvero sionismo? O dobbiamo
piuttosto ammettere che si tratta di qualcosa di molto
più grande di ciò che possiamo immaginare entro i
confini intellettuali che ci siamo imposti? Per come
stanno le cose, manchiamo del coraggio intellettuale
per affrontare il progetto nazionale ebraico e i suoi
molti messaggeri nel mondo. Tuttavia, visto che qui si
tratta di giungere a una nuova consapevolezza, le cose
stanno per cambiare. Anzi, questo testo serve a
dimostrare che lo stanno già facendo.
Stare dalla parte dei palestinesi significa salvare il
mondo, ma per farlo dobbiamo avere abbastanza coraggio
da ammettere che non si tratta semplicemente di una
battaglia politica. Non si tratta solo di Israele, del
suo esercito o della sua dirigenza, non si tratta
neanche di Dershowitz, di Foxman e delle loro alleanze
che tutto mettono a tacere. È una guerra contro uno
spirito canceroso che ha preso in ostaggio
l'Occidente, almeno per ora, e lo ha dirottato dalle
sue inclinazioni umaniste e dalle sue aspirazioni
ateniesi. Combattere uno spirito è ben più difficile
che combattere delle persone, perché può capitare di
dover combattere le tracce che ha lasciato in noi. Se
vogliamo affrontare Gerusalemme potremmo dover
affrontare la Gerusalemme che abbiamo dentro. Potremmo
doverci mettere davanti allo specchio, guardarci
attorno. Andare alla ricerca dell'empatia in noi
stessi, se ancora esiste.
Note
[1] When And How The Jewish People
Was Invented? Shlomo Sand, Resling 2008, pg 11
[2]
http://www.haaretz.com/hasen/spages/966952.html
[3] When And How The Jewish People
Was Invented? Shlomo Sand, Resling 2008, pg 31
[4] Ibid pg 31
[5] Ibid pg 42
[6] Ibid
[7] Ibid pg 62
[8] Ibid
[9]
http://www.haaretz.com/hasen/spages/966952.html
[10] When And How The Jewish People
Was Invented? Shlomo Sand, Resling 2008, pg 117
[11]
http://www.haaretz.com/hasen/spages/966952.html
[12] Ibid
[13] Ibid
[14] Ibid
[15]
http://www.lrb.co.uk/v28/n06/mear01_.html
Originale:
http://palestinethinktank.com
Articolo originale pubblicato il 2 settembre 2008
Manuela Vittorelli è redattrice dei
blog russologi
http://mirumir.altervista.org/
e
http://mirumir.blogspot.com/
e membro di
Tlaxcala, la rete di traduttori per la
diversità linguistica. Questo articolo è liberamente
riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità
e di menzionarne autori, traduttori, revisori e fonte
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