Anno IV,  Comunicato n.  // -      2009

 

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Cristologia e “cani giudaizzanti” in Filippesi

 

Prof. Luca Fantini, TerraSantaLibera.org

 

 

 

Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere!

 Filippesi, 3, 2

 

 

 

Filippi era stata una delle tappe del secondo viaggio missionario di Paolo (50-51 d.C.).

 

Vi arrivò con l’ansia e la speranza nel cuore, dopo essere sbarcato a Neapolis, per rispondere all’invito del misterioso Macedone, che gli era apparso in sogno a Triade durante la notte: “Venendo nella Macedonia, aiutaci” ( Atti, 16, 9).

 

Era la prima città dell’Europa a ricevere l’annuncio del Vangelo. Dopo sarebbe arrivata la Grecia ed infine Roma. Filippi fu dunque la prima città europea ad essere evangelizzata dal divino Apostolo e la comunità cristiana di Filippi doveva constare in massima parte di cristiani provenienti dal paganesimo ( Atti 16, 12-40; Fil. 2, 15-16; 3, 3-4; 4, 8-9).

 

Sarebbe interessante soffermarsi sul soggiorno di Paolo a Filippi in relazione alle varie personalità della comunità (come ad es. Lidia o la donna dotata di facoltà sibilline e pitiche) ma non è qui possibile.

 

Quella ai Filippesi, non a caso, è la lettera più calda e commovente uscita dalla penna di Paolo.

 

Diffonde un serenità e gioia spirituale, a secoli di distanza da quando fu scritta. Espressioni quali: “Fratelli miei carissimi e desideratissimi, mio gaudio e corona….” (4,1); “Mi è testimone Iddio di come ardentemente vi desideri nelle viscere del Cristo Gesù” (1, 8), coinvolgono nella sua sfera animico-spirituale anche il lettore di oggi, a dimostrazione concreta dell’ispirazione sovrannaturale caratterizzante il pensiero paolino e la stessa azione.

 

Data la particolare comunanza spirituale che lo univa ai Filippesi, da loro soltanto l’Apostolo aveva accettato per ben tre volte soccorsi in denaro. E l’occasione stessa di questa lettera era ancora dovuta ad un ulteriore invio di aiuti, non appena i Filippesi erano venuti a sapere della prigionia del maestro a Roma. Gli aiuti furono portati personalmente da uno di loro, Epafrodito, “questo fratello che è anche mio collaboratore e commilitone, vostro apostolo e soccorritore della mia indigenza” (apostolo è qui inteso nell’accezione di “inviato”).

 

Avvenne, nel frattempo, che Epafrodito si ammalò gravemente, avendo dovuto sopportare ed affrontare pericoli mortali nel corso del viaggio da Filippi a Roma: la cosa fu subito risaputa a Filippi, portando nella comunità gravi preoccupazioni.

 

Paolo ritiene così necessario rimandare Epafrodito presso la sua comunità a Filippi: “Accoglietelo dunque nel Signore con ogni allegrezza, e abbiate stima di tali uomini. Egli, infatti, per la causa di Cristo ha rasentato la morte , mettendo a repentaglio la propria vita allo scopo di supplire la vostra assenza nel ministero di carità verso di me” (2, 29-20). Con tali commosse parole, di somma stima spirituale e di concreta fratellanza morale e carnale, il divino Apostolo saluta Epafrodito, sentendosi dunque in dovere di rimandarlo presso Filippi.

 

Dato che per ben due volte ( 1, 25-26; 2, 24), l’Apostolo esprime la speranza di poter tornare presto tra i suoi cristiani, si può affermare con quasi totale certezza che la lettera venne scritta al termine della prima prigionia romana (quando si incominciava a intravedere il felice esito dell’ormai lungo processo[1]),  quindi dovremmo essere intorno all’anno 63 d.C.  

   

Come detto, è una lettera commovente. Paolo ama in profondità i Filippesi ed è loro unito da una autentica comunanza di spirito.

 

“Mi è testimone Iddio di come ardentemente vi desideri nelle viscere del Cristo Gesù”.

 

Il Crisostomo rende bene il senso del testo: Paolo è incapace di esprimere quanto (hos) Egli ami i Filippesi, ed è così spinto ad invocare Dio stesso perché lo manifesti[2].

 

Il divino Apostolo desidera i Filippesi, desidera cioè di rivederli (1,26) e tale desiderio è “con (en in senso strumentale) l’affezione (le “viscere”) del Cristo Gesù”.

 

Paolo non occulta la dolorosissima situazione in cui versa, autentico prigioniero per Cristo da schiavo di Cristo quale è: è incatenato (1, 7) e ci dice che la prigionia è penosa e causa di afflizione (thlipsis) (1,17; 4,13), mette in conto la prospettiva di essere condannato a morte (1,20) e se già in passato ha combattuto una dura lotta in nome di Cristo questa è ancora più dura e crocifiggente (1,29-30), la sua tristezza sarebbe raddoppiata se Epafrodito non fosse guarito (2,27-28).

 

Ma l’Iniziazione Cristiana lo ha appunto iniziato ad essere autosufficiente (autarchès). Spiritualmente autosufficiente. Egli è stato quindi iniziato a tutto, a navigare nell’abbondanza ed a vivere nell’indigenza, in quanto radicato nel mondo misterico soprasensibile, padroneggiava abilmente l’esteriore avversità : prima di ricevere gli aiuti dei filippesi ha infatti vissuto in povertà, patito la fame, sofferto il bisogno (4,11-13).

 

Paolo precisa, di seguito: “Tutto posso in colui che mi dà forza”, ribadendo che l’autentica forza mistico-iniziatica – la stessa misteriosa Forza cosmica che guidò il Cristo nella vittoria sulla morte e nella Risurrezione - proviene dal mondo spirituale: niente viene dalla terra!

 

Ma al di là di tutto questo, ciò che interessa sono le reazioni di Paolo a questa situazione di prigioniero, cui incombe la minaccia di una morte violenta. Egli confessa, al riguardo, di gioire e prega i Filippesi di condividere la sua medesima gioia, gioia dello Spirito che passa ed incede senza sosta tramite la sofferenza più acuta. Nel mondo della tenebra, laddove si vorrebbe cancellare la divina Presenza del Cristo, nello schianto mortale del dolore opprimente, scaturisce invece, nell’autentico lottatore spirituale cristiano, la luce fulgorea ed adamantina della gioia solare primordiale, che è unità mistica ineffabile con il Cristo, con il suo stesso corpo di luce radiante trasmutato, in quanto già vincitore della morte e del principe tenebroso di questo mondo.

 

“Desidero pertanto che voi sappiate, fratelli, come la mia condizione abbia piuttosto giovato al progresso del Vangelo, al punto che le mie catene sono diventate palesi, in Cristo, per tutto il pretorio e anche a tutti gli altri, e la maggior parte dei fratelli, prendendo fiducia nel Signore a causa delle mie catene, sempre più ardiscono annunziare la parola di Dio senza timore” (1, 12-14).

 

La sua attesa è escatologica, non immediata e transeunte. Paolo esprime sostanziale indifferenza rispetto a vita e morte, ad una eventuale liberazione dal carcere o ad una condanna definitiva a morte.

 

“La mia viva attesa e la mia speranza mi dicono che non sarò affatto svergognato” (1,20).

 

Qualunque sarà il verdetto del giudice finale, negativo o positivo, Paolo è certo che “con ogni franchezza, come sempre, anche adesso, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia nella vita come nella morte” (1,20).

 

Il carcere, il dolore della persecuzione e della tribolazione, non hanno impedito la epifania cristologica, anzi la hanno ampliata ed estesa. La prigionia è detta dall’Apostolo “una grazia”, nel senso di una partecipazione alle sofferenze di Cristo, secondo il medesimo spirito testimoniato in Corinzi 12,10: “Quando sono debole, è allora che sono forte”. I Filippesi partecipano della grazia di Paolo, ad un livello alto, senza dubbio superiore alla stessa offerta inviata: le catene e la possibilità di difendere il Vangelo di fronte al tribunale sono una chiara manifestazione di quella Forza soprannaturale che origina dal Cristo stesso e di cui anche i Filippesi partecipano.Sia la morte sia la vita, sono due diverse esperienze ma ugualmente funzionali alla glorificazione del Cristo. La morte in nome di Cristo lo innalzerebbe a martire cristiano (come poi avverrà). La vita sarebbe una vita in Cristo e sarebbe donata per l’avanzamento spirituale e la gioia ancor più alta dei suoi discepoli e dell’intera comunità cristiana (1, 25-26).

 

Ma rimane come un supremo testamento spirituale il passo 1,21:

 

“Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno”, nel quale vita e morte si uniscono, in quanto, nella via solare tracciata dal Cristo sul Golgota, ed inscritta a perenni lettere di fuoco nel tessuto invisibile della terra, si percorre quel cammino di redenzione ed affrancamento, liberazione dal pungiglione della Morte che conduce, nella via paolina, una vera e propria teologia mistica, alla cristificazione totale dell’essere Uomo.

 

La morte, ammonisce il divino Apostolo, non è la sconfitta degli Apostoli, ma il loro definitivo trionfo!

 

In tal senso, la morte in Cristo, sarebbe per Paolo il più bel giorno di festa ed invita i suoi discepoli a rallegrarsene: Egli si dice infatti disposto a donare il suo sangue in rituale libagione quale supremo sacrificio, divino Olocausto per il mondo celeste (2, 17-18).

 

Una continuità con tale intensissima tensione mistica paolina la troviamo nella lettera di S. Ignazio d’Antiochia ai romani, in cui il martire cristiano li supplica, quasi piangendo, di non impedire che “io sia offerto a Dio in libagione, mentre l’altare è ancora pronto”.    

 

Vita e morte si identificano, nell’ardita via mistica ed iniziatica paolina, in quanto il Cristo ha portato nel mondo umano la pura, totale archetipica immagine dell’Uomo. Il Cristo ha aperto la strada affinché l’Uomo-Spirito – il suo autentico originario Essere – penetri e illumini in quegli involucri caduti nella morsa della morte. Il Nuovo Adamo, il Cristo, è la fonte di una inesauribile Forza spirituale che permette all’uomo di riunificare la tragica separazione tra mondo sensibile e mondo spirituale, fomite del male e dell’errore.

 

Il Nuovo Adamo è così il Principio di universale guarigione e supera alla radice la tragedia del primo Adamo, nel quale l’anima era, infine, coinvolta nel destino mortale del corpo, la morte animica essendo una “seconda morte” rispetto a quella del corpo.

 

In tal senso si entra nel pieno della cristologia di Filippesi, rappresentata soprattutto dall’Inno cristologico (2, 5-11), il cui valore potrebbe essere addirittura paragonato al prologo del Vangelo di Giovanni.

 

L’inno, che continua la tradizione spirituale derivante dalla liturgia dell’originaria comunità cristiana, sulla quale questo stesso si innesta, afferma il concetto immagine della kenosis del Cristo, ossia del suo svuotamento. Solo rinunciando (temporaneamente) al contenuto divino della Sua originaria luminosa sostanza, divenendo completamente uomo, il Divino Maestro, il Cristo, poteva penetrare nel Campo della Morte. E spezzare così l’incantesimo dell’asservimento dell’Uomo Spirito alla legge del peccato e della morte. Come anticipato nel capitolo 53 del Libro di Isaia il Messia avrebbe preso “la veste di un servo”:

“Di tutti gli uomini, Egli era il più disprezzato e reietto, colmo di dolore e sofferenza. Era così disprezzato che gli uomini si nascondevano a lui….In verità, Egli si è addossato i nostri dolori e si è caricato delle nostre sofferenze” Isaia, 53, 3-4.

 

Così Paolo afferma che il Cristo non solo abbassò ed occultò esteriormente la sua sostanza divina, prendendo la forma (nel senso di natura spirituale, non solo di forma ed aspetto esteriore) di un servo per divenire simile agli uomini, ma fu talmente obbediente al misterioso disegno del Padre che sperimentò la morte quale supremo processo di identificazione con la sorte dell’uomo.

 

“…..umiliò ancora se stesso,

facendosi obbediente fino alla morte

e alla morte di croce!” (2,8).

 

La precisazione “a morte di croce” vuole indicare con precisione che vi è una gerarchia anche all’interno della morte e che il Cristo, tra tutte le forme di morte, assunse quella che esprimeva maggiormente il suo percorso di abbassamento, di umiliazione. Quella della terribile pena capitale riservata agli schiavi nel mondo greco-romano ed aborrita dalla tradizione giudaica al punto tale che divenne segno di maledizione divina (Dt 21,23).

 

Proprio contemplando nell’evento della croce il punto finale dell’abbassamento di Cristo, la terza ed ultima parte del passo (9,11) proclama la sovraesaltazione di Cristo.

 

Tale esaltazione, una reale trasfigurazione cosmica,  è una conseguenza della morte e dell’umiliazione. Il verbo “esaltare” compare spesso nel Nuovo Testamento, in particolare nel Vangelo di Giovanni dove indica proprio l’innalzamento del Figlio dell’uomo. Nel nome di Gesù si piega ogni ginocchio degli esseri celestiali, di quelli terrestri e sotterranei, come già anticipava Isaia (45,23), ed ogni voce proclama che dall’incarnazione, dalla morte e dalla Resurrezione del Cristo è espressa la più grande “gloria di Dio Padre” (2,11). Dal momento della esaltazione del Cristo – nei tre giorni successivi alla crocifissione – viene universalmente riconosciuto, in termini definitivi e perenni, il titolo di “Signore”.

 

Anche se una esplicita conclusione di carattere ascetico non è presente nell’inno, è comunque implicita. Come Cristo, dalla sua umiliazione, ha ricavato la massima gloria, così i cristiani, dalle persecuzioni e dall’ostilità del mondo delle tenebre, dovranno trarre occasione di spirituale cristificazione. Rivolgendosi ai filippesi, che stavano pagando un duro prezzo a causa della loro fede cristiana, il divino Apostolo li esorta a non lasciarsi intimidire, chiamandoli a serrare i ranghi per una definitiva lotta spirituale salvifica, di cui dovevano cogliere l’essenza escatologica:

 

 

“…..a fianco a fianco lottate per la fede suscitata dal vangelo, senza lasciarvi per nulla intimidire dagli avversari, indizio per essi della perdizione e, al contrario, della salvezza per voi. E questo viene da Dio, perché egli vi ha fatto grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui, sostenendo la stessa lotta in cui mi avete visto impegnato e che ora sentite riguardarmi” (1, 27-30).

 

 

Assai di frequente, il divino Apostolo esorta i suoi fratelli di Filippi alla gioia nello spirito del Signore, nonostante la persecuzione e l’odio del mondo. Come frutto di questa gioia alimentata dalla meditazione e dalla preghiera nascerà una pneumatica pace, la “pace di Dio” (4,7).

 

Tale pace, già preannunciata dal Cristo (Giov. 14,27), sorpassa ogni intendimento umano (v. 7), poiché è razionalmente impossibile come si possa essere felici (“Siate sempre allegri nel Signore. Ve lo ripeto ancora: siate allegri! La vostra amabilità sia nota a tutti gli uomini: il Signore vi è vicino. Non angustiatevi di nulla….” dice Paolo ai fratelli di Filippi; 4, 4-5) nell’assalto demoniaco delle persecuzioni, del dolore, delle sofferenze, della stessa prigionia. Tale gioia spirituale non deve essere trattenuta dal cristiano, ma indistintamente donata: anche ai propri persecutori!

 

“Nessuno è felice quanto un vero cristiano” dirà infatti secoli dopo Pascal.

 

Nonostante Paolo vorrebbe chiudere la missiva con il motivo sublime della gioia spirituale, non può in quanto l’Apostolo deve assolutamente salvaguardare la purezza dell’insegnamento cristiano donato ai fratelli filippesi dall’ennesimo tentativo di giudaizzazione. Coloro che giudaizzano sono detti “cattivi operai” nel senso di falsi missionari, “cani” – l’espressione è usata da Paolo in quanto per i Giudei l’espressione indica uno degli animali impuri per eccellenza o il non Giudeo in genere: l’Apostolo ribalta così l’accusa accostando il Giudeo a ciò che è, nella sua stessa visione giudaica, massimamente impuro -, “circoncisi”, in quanto deturpano l’evoluzione spirituale deviandola verso riti somatici o fisiologici di carattere magico-pansessualista (3,2).

 

Ma i veri circoncisi sono tali, secondo lo Spirito divino. La vera circoncisione, simbolo e strumento di integrazione nel “popolo di Dio”, è quella spirituale, il “culto divino in Spirito”, che trascende ogni morto elemento rituale o la dimensione meramente etnico-razziale. Paolo stesso potrebbe vantarsi dei suoi privilegi razziali; circonciso, come voleva la stessa Legge (Gen. 17, 21), all’ottavo giorno, Israelita di razza, nato da veri Ebrei, appartenente alla tribù di Beniamino (v. 5), la tribù che dette il primo re di Israele e nel cui territorio erano collocati la città di Gerusalemme e il tempio, aderente alla setta dei farisei, per zelo persecutore dei cristiani.

 

“Ma quanto era per me guadagno, questo l’ho ritenuto per Cristo una perdita. Ma anzi ritengo che tutto sia una perdita a  causa dell’eccedenza della conoscenza del Cristo Gesù mio Signore, per il quale ho perduto tutto e tutto considero spazzatura…..” (3, 7-8).

 

Perdere tutto, nell’ottica dell’Apostolo, diviene “l’essere trovato in Cristo”.

 

Il Giudaismo secondo la carne è così seppellito. Spazzato dalla via dal divino evento della morte e della Resurrezione del Cristo.

 

I veri cristiani, coloro che camminano realmente sulla strada aperta dal Cristo, strada fondata sulla massima umiliazione, fino alla morte, e sulla esaltazione trasfigurante, hanno cittadinanza nei cieli: il loro corpo mortale sarà escatologicamente infine corpo di gloria (3, 20-22).

 

I giudaizzanti, “coloro che camminano da nemici della croce di Cristo” (3,18) sono destinati alla perdizione eterna, arrivando addirittura a gloriarsi di ciò che costituisce la loro vergogna, essendo la loro vera divinità il ventre e non lo Spirito (3,19).

 

Il loro dio è il ventre, ci dice il divino Apostolo, in quanto i giudaizzanti inculcano le tradizioni alimentari giudaiche all’interno delle comunità cristiane.

 

Il concetto di “cittadinanza celeste” espresso da Paolo in tale contesto, indica la necessità per i cristiani di ricreare sulla terra le autentiche gerarchie spirituali vigenti nella patria celeste, al fine di abbattere e superare l’ostacolo materialistico dei nemici della croce.

 

Rispetto alla visione giudaizzante dei nemici della croce, attaccati ad una concezione tellurica delle cose (“bramano le cose terrene” 3,19), il divino Apostolo annuncia l’esito escatologico della Comunità Spirituale dei fedeli, che imita l’esperienza di Paolo – prigioniero per Cristo – e ne partecipa. Tale esito è la cittadinanza celeste sperimentata nella terra.

 

Si può dunque affermare con certezza che le originarie comunità cristiane, ispirate dall’esempio dell’Apostolo, oltre ad essere composte da veri asceti cristiani, autentici lottatori dello spirito che avevano già superato determinanti prove dello Spirito, erano altresì compenetrate dalla Forza Cristo come forza essenziale, centrale, animatrice. Tali Comunità Spirituali, modello dell’archetipo celeste presente in terra, organicamente vivificate dal fuoco della Passione, della Morte e della Resurrezione, erano senza meno una scuola di ascetica disciplina spirituale che “tratteneva” l’irruzione devastante dei giudaizzanti nemici della Croce.

 

 

Luca Fantini

 

Luca Fantini, dottore di ricerca in storia della filosofia, collabora con la nostra Redazione come consulente con particolare attenzione a problemi filosofici, storici e alla questione giudaica.


[1] S. Cipriani, Le lettere di Paolo, Assisi 1999, pag. 595.

[2] M. R. Vincent, The Epistole to the Philippians and the Philemon, International Critical Commentary, Edinburgh 1985, pag. 10.

 

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