|
L'INTERO TESTO, NELLE 3 PARTI, È SCARICABILE ANCHE IN FORMATO PDF
(204 KB)
Cristianesimo paolino o Giudaismo
Prof. Luca Fantini,
TerraSantaLibera.org

Parte II
vai al "Cristianesimo
Paolino o Giudaismo", parte prima
vai al "Cristianesimo
Paolino o Giudaismo" parte terza
“Insultati,
benediciamo;
perseguitati,
sopportiamo;
calunniati,
confortiamo;
siamo diventati come la
spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi”
1 Corinzi, 4, 12-13
La missione di Paolo si
può ben definire tutta caratterizzata dalla volontà di liberare
completamente e definitivamente il Cristianesimo da qualsivoglia
influsso giudaizzante, in primo luogo, come visto, dalla Legge
precristica, ma non solamente da questa, bensì da tutta l’impronta
etnica e ipernomista giudaica. Paolo – e nella dottrina e nell’azione
apostolica – riportava il centro essenziale della Comunità Spirituale in
quella trascendente forza di fuoco che si esprimeva nel Golgota e nella
Resurrezione, liberandola gradualmente da ogni interferenza
criptogiudaica o da ogni dissimulazione giudaizzante che,
inevitabilmente, si infiltrava nell’originario movimento cristiano.
Paolo concepiva infatti la
storia dell’umanità come un dramma escatologico che si snodava in due
tempi: lo spartiacque decisivo, nella sua visione, era segnato dalla
passione, dalla morte e dalla resurrezione del Cristo. L’Israele etnico
(rappresentato dal popolo giudaico) e la sua Legge avevano una
collocazione provvisoria, nient’affatto metafisica, nella prima
scansione del dramma.
All’inizio dell’autunno
del 51 d.C. Paolo faceva ritorno ad Antiochia, dopo un’assenza di circa
cinque anni. Aveva infatti dato avvio ad una missione su Efeso che si
era tradotta in una riuscitissima campagna di conversione in Macedonia,
Galazia e Acaia. La maggior parte dei convertiti era composta, come è
risaputo, da pagani. Paolo si considerava infatti l’Apostolo dei
gentili. Il processo di conversione dei pagani era essenziale e diretto,
segnato dal rapporto di comunione spirituale unitiva con il Cristo.
L’Apostolo (Romani, 10, 1-11), spiegava non a caso che i Giudei
non avevano zelo per Dio in base a una retta conoscenza, in quanto fine
di tutta la Legge diveniva – dopo il Golgota - Cristo; la confessione
nello spirito di Cristo unico salvatore, risorto dal regno della morte,
diveniva così un processo di conoscenza e al tempo stesso liberazione -
dalla legge del peccato e della morte, Romani 8,2 -, che non
faceva alcuna distinzione tra Giudeo o Greco, data l’universalità
escatologica, non etnica, del regno dello Spirito.
Giunto dunque finalmente
ad Antiochia sull’Oronte, Paolo attendeva di ricevere una calorosa
accoglienza. Viceversa veniva accolto con freddezza e poco calore dalla
comunità cristiana. Per Paolo era una grande sofferenza scoprire che
tale freddezza era proprio dovuta alla sua concezione escatologica, che
si fondava sul superamento metafisico e cosmologico del Cristianesimo
sul Giudaismo, in quanto la prassi continua (non limitata al dato
storico circoscritto) misterica della Resurrezione quale evento cosmico
che unificava trascendenza ed immanenza completava, realizzava, infine
superava certamente la mera Legge. Infatti l’oggetto essenziale del
kerigma, morte e resurrezione dell’Impulso Cristo (1Cor, 15,
3-5), narra una storia cosmico divina e soteriologica non un evento
cronachistico.
Il motivo per cui il
centro stesso della sua visione era messo in discussione era da vedere
nel fatto che ad Antiochia giungevano alcuni giudaizzanti, i quali
insistevano, con metodi realmente terroristici che contemplavano la
liceità della diffamazione calunniosa verso l’opera missionaria di
Paolo, che tutti i gentili che si convertivano dovevano diventare Giudei
prima di essere accettati come Cristiani (Atti, 15,1).
La Comunità Cristiana di
Antiochia diveniva quindi l’arena nella quale si contrapponevano e
scontravano due differenti visioni del mondo, radicalmente diverse: il
cripto-Giudaismo dei giudaizzanti i quali sostenevano la necessità di
praticare, accanto al Vangelo, anche la circoncisione e le altre
disposizioni della Legge mosaica e il reale Cristianesimo dell’Apostolo
Paolo.
In differenti casi e in
altre Comunità, Paolo ed i suoi dovevano affrontare questa terribile
minaccia spirituale che in fondo negava intimamente l’essenza divina ed
universale del sacrificio del Golgota e della Resurrezione, volendo
restringere e conchiudere il Cristianesimo entro gli orizzonti e le
dinamiche del settarismo etnico naturalistico giudaizzante il quale, per
quanto ritualmente e metafisicamente fondato su una effettiva e
legittima Tradizione spirituale, dopo l’avvento del Cristo si svuotava
assolutamente di ogni sua positiva sostanzialità. Probabilmente, questi
giudaizzanti anti-paolini agivano sotto la pressione “zelota” dei Giudei
non cristiani.
Il divino fervore e la
raffinata tecnica di pensiero mediante i quali l’Apostolo Paolo
affrontava questa minaccia (che considerava una vera e propria eresia
giudaizzante, che contrastava con lo spirito del Vangelo) sono
testimoniati nella Lettera ai Galati. Il motivo che induceva
l’apostolo a scrivere questa lettera era dovuto al fatto che in sua
assenza si erano intrufolati fra i cristiani della Galazia alcuni
giudaizzanti i quali sostenevano la necessità di praticare – accanto al
Vangelo – la circoncisione e le altre disposizioni della Legge mosaica.
Ma essi – ci dice l’Apostolo (Gal, 1, 6 - 9) - finivano per
aderire ad “un altro Vangelo”, che non era quello di Cristo:
Mi meraviglio che così
alla svelta vi volgiate da colui che vi ha chiamato nella grazia di
Cristo a un altro Vangelo che, in realtà, non esiste di diverso; solo
che vi sono alcuni i quali vi turbano e vogliono stravolgere il Vangelo
di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un Angelo del cielo vi
annunciasse un Vangelo diverso da quello che noi vi annunciammo, sia
anatema! Come vi ho detto prima, ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia
un Vangelo diverso da quello che riceveste, sia anatema!
Ma non può esistere “un altro
Vangelo”: ciò equivarrebbe ad una bestemmia.
Esistevano invece (e esistono
tuttora, ancora più forti e radicali!) i giudaizzanti o i Giudei veri e
propri, ossia i falsi “predicatori del Vangelo” i primi, bestemmiatori e
negatori del Vangelo, i secondi. Costoro sono da condannare – secondo la
Lettera ai Galati
- allo sterminio: tale è il significato di anatema, che corrisponde
all’ebraico herem.
A tale condanna non potrebbe sfuggire nemmeno l’Apostolo qualora, per
ipotesi invero remota, si mettesse a predicare un Vangelo diverso di
quello autenticamente cristico già ricevuto dai Galati.
Il Vangelo è cristico o detto
di Cristo non solamente poiché il Cristo ne è l’oggetto, ma soprattutto
poiché ne è l’Autore, sempre vivo e spiritualmente operante. La
Tradizione viva della Cristianità, la cui essenza è l’azione
pentecostale eroica apostolica, in effetti assai malvista da protestanti
e calvinisti, tradizione immortalante ed eternante in quanto fondata
sulla prassi misteriosofica di consapevole deificazione del fedele, ha
qui il suo lievito metafisico e la sua suprema scaturigine.
“Custodisci il deposito”
(1Tim,
6-20; 2 Tim,
1,14), dirà in seguito con insistenza l’Apostolo a Timoteo, facendo
proprio a questo riferimento.
L’Apostolato paolino,
infatti, sulla linea della Tradizione solare apostolica, non derivava
dal sangue e dalla carne (Gal,
1, 16); la grande luce del Logos veniva invece dall’alto e la sua
missione dall’alto era legittimata.
Di ciò si aveva chiara prova
sia nel “concilio” di Gerusalemme sia nell’incidente di Antiochia.
Per “concilio” di
Gerusalemme, con ogni probabilità, Paolo non intendeva quello narratoci
dagli Atti.
A causa della endemica violenza della reazione giudaizzante di fronte al
messaggio rivoluzionario che la predicazione paolina portava con sé, la
comunità di Antiochia stabiliva di mandare Paolo e Barnaba (ma
l’Apostolo conduceva con lui anche Tito: Gal,
2,1) dagli Apostoli e dagli “anziani” della Chiesa madre di Gerusalemme
per dirimere la questione. Riunitosi il “concilio” di Gerusalemme,
veniva deciso a favore delle tesi di Paolo: solo la fede nel Cristo
Risorto giustifica,
le opere della Legge non hanno valore salvifico (Atti,
15, 1-29). Gli stessi
Apostoli di maggiore autorità e prestigio (Pietro, Giacomo, Giovanni)
riconoscevano la validità assoluta dell’azione paolina.
Di fronte a questa “vittoria” e legittimazione della
dottrina paolina, si scatenava la reazione dei giudaizzanti, che
inviavano dei propri emissari da Gerusalemme ad Antiochia per sabotare
la vita e la legittimità della Comunità Cristiana di ispirazione
paolina. I gerosolimitani avevano certamente l’obiettivo di tracciare
una netta frontiera tra cristiani ebrei e cristiani gentili, poiché i
giudaizzanti ritenevano che solo nell’isolamento avrebbero potuto
conservare i loro valori tradzionali. Così i giudaizzanti facevano leva
sulla tradizionale certezza giudaica in base a cui i gentili
contaminavano cibi e bevande degli ebrei appena se ne fosse presentata
la minima opportunità.
Si parla oggi tra gli studiosi più equilibrati,
di “una tattica
terroristica”
giudaizzante antipaolina
,
che facendo leva sulla rigorosa applicazione delle leggi alimentari o di
pratiche fisiologiche somatiche, tendeva chiaramente a contrastare
l’essenza spirituale universale della visione e della prassi paoline
fondate sul Vangelo.
Già Paolo (Gal, 2,4) aveva definito i giudaizzanti
“falsi
fratelli intrusi, i quali si erano introdotti di sottomano per spiare la
nostra libertà, quella che abbiamo in Gesù Cristo, allo scopo di
renderci schiavi”; poi
non esitava, senza paura alcuna, a redarguire la stessa condotta di
Pietro -che sopraggiunto anche egli ad Antiochia, dopo la venuta dei
giudaizzanti, finiva per cedere alle loro richieste “simulando” con loro
le varie pratiche fisiologiche, timoroso dei giudei – sottolineando
apertamente, di fronte alla presenza di tutti, che alla Legge si è
sostituita la presenza del Cristo, che ha eliminato l’artificiale ed
astratta divisione tra giudei e gentili, mostrando come tutti gli
uomini, gravitanti sotto la schiavitù del principe di questo mondo,
debbono, per la liberazione, sperimentare la Resurrezione. Per questo,
continuava Paolo, gli Apostoli, pur essendo di nascita Giudei (dunque
Giudei secondo la carne ma non secondo lo Spirito!), abbattevano
completamente la necessità della Legge per aderire al verbo di Cristo (Gal,
2,
15-16).
La Legge – che i
cripto-Giudei volevano imporre al resto della Comunità Cristiana
annacquando così l’essenza della dottrina del Cristo, fondata
sull’evento cosmico della Passione, Morte e Resurrezione – era ritenuta
alla stregua di una “maledizione”, in quanto la Legge criptogiudaica non
era assolutamente in grado di “giustificare”, ossia di abolire la
maledizione cosmica ed eterna della schiavitù e del peccato. Nella
visione cosmologica e pneumatologica paolina, Cristo forzava dal di
dentro la Legge, diveniva solidale con la nostra “carne di peccato”
(Rom, 8, 3), e inseminando nella umanità schiavizzata e spezzettata il
germe della Resurrezione e della divinità, rendeva possibile superare la
necessità schiavistica della Legge. Per questo l’Apostolo sosteneva che
“Cristo ci ha riscattato dalla maledizione della Legge, divendendo lui
stesso maledizione a favore nostro” (Gal,
3,13).
La Legge non era contro le
premesse divine, prima che arrivasse l’era della Libertà – con l’Avvento
cristico – la Legge aveva una sua positiva funzione, quella di essere
appunto “il nostro pedagogo verso Cristo”, ma in seguito al Golgota, con
la fondazione cosmologica del principio di Resurrezione, era la fede che
forniva la possibilità di divenire “figli di Dio”. L’unica realtà era
per Paolo quella del Cristo cosmico, l’uomo poteva così compenetrare la
sua intera individualità dell’Impulso Cristo superando la sua funzione
meramente somatica e naturale (Giudeo o Greco, uomo o donna che fosse).
Paolo considerava tutti i cristiani, di provenienza sia giudaica sia
pagana, come morti alla Legge. Essa era nella sua concezione un elemento
del vecchio ordine del mondo, come lo erano il peccato e la carne, segni
di schiavitù verso una remota ed in fondo astratta trascendenza, dopo
l’incarnazione del Logos nell’immanenza.
Paolo introduceva così due
elementi fondamentali, essi stessi connessi, rispetto ai quali il
messaggio somatico e naturalistico fisiologico criptogiudaico perdeva
definitivamente significato. L’elemento della libertà e l’elemento della
crocifissione come evento di rinascita spirituale e di liberazione
pneumatica.
Proprio in Galati
(4, 21,31), l’Apostolo sottolineava come dalla discendenza della schiava
Agar poteva nascere solamente il testamento della “schiavitù” che finiva
per essere l’essenza stessa della Legge mentre dalla discendenza di
Sara, a lungo sterile ed infeconda, in quanto simbolo della lunga attesa
messianica, nasceva la libertà. I veri figli della promessa alla maniera
d’Isacco divenivano così, nella prospettiva escatologica paolina, i
cristiani, non più gli Israeliti. Da questa contrapposizione cosmologica
(Agar, Ismaele e i Giudei da un lato, Sara, Isacco e i Cristiani
dall’altro) Paolo traeva due importanti conseguenze che hanno una
grandissima rilevanza anche nei tempi odierni. La prima è che come
Ismaele perseguitava Isacco, così fanno oggi i Giudei con i Cristiani
(v. 29). La seconda è che, come Sara chiedeva ad Abramo l’espulsione
della rivale e dello stesso figlio, affinché questi non prendesse parte
all’eredità (Gen 21, 10 –12), così anche i Giudei, finchè
rimarranno tali, ossia ostili al Vangelo, non potranno aver parte
all’eredità dei beni autenticamente messianici e saranno estromessi dal
regno dello Spirito.
Agar continua così ancora
oggi a vivere in tutti i Giudei ostili al Cristianesimo. Sara vive
invece in tutti i “figli della promessa” che vivono nel retto, verace
spirito della libertà cristiana. Ecco, il significato del verso 31:
Perciò, fratelli, noi non
siamo figli di una schiava, ma della donna libera.
Alla concezione metafisica
cristiana della libertà (Paolo introduce nel lessico teologico tale
motivo espresso in continuazione con i vocaboli liberare –
eleutheroun -, libertà – eleutheria -, libero – eleutheros
– e viene per questo definito, oltre che Apostolo dei Gentili,
Apostolo della libertà), concezione in cui liberare è riscattare –
exagorazein -, “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della
Legge”, l’Apostolo unisce il motivo dello “scandalo della croce”
(Gal, 5,11): scandalo per i Giudei ed i giudaizzanti, in quanto
il Cristo, assumendo natura umana, incarnandosi, divenendo uomo al modo
umano, per generazione, facendo della passione e della morte l’asse
stesso cosmologico della storia, sovvertendola dunque e azzerandola dal
suo interno, trasforma radicalmente la condizione degli uomini, giudei o
gentili che siano. Paolo sosteneva che il Cristo, coinvolgendo gli
stessi credenti nella sua passione e nella sua morte per inchiodamento e
crocifissione, li faceva morire alla Legge, al dominio Giudaico,
facendoli rinascere di vita nuova. I credenti autentici ricevevano così
il sigillo dell’adozione figliolanza divina, la figliolanza abramitica,
che azzera e annulla l’eredità carnale etnica giudaico-ismaelita.
L’essere cristiani, in
Paolo, significa “correre” nella via della croce e della Resurrezione,
poiché “quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne
con le sue passioni e le sue voglie” (Gal, 5,24).
Al contrario dei
criptogiudei o i giudaizzanti, che predicano la circoncisione al solo
scopo di sfuggire alla persecuzione per il nome di Cristo (Gal.
6, 5, 11) e gloriarsi gli uni davanti agli altri per il numero dei loro
adepti, l’Apostolo pone la sua gloria nella croce solare, luminosa di
Cristo, per questo Egli percepisce che il mondo è “scomparso”,
crocifisso, diventato ormai oggetto di obbrobrio e ripulsa come lo era
per gli antichi il patibolo della croce. L’unica cosa che ormai importa
è la “creatura nuova” ri-nata nello spirito del Logos cosmico, ossia del
Cristo risorto. Solo questi ri-nati potranno far parte attiva del regno
della Redenzione e dello Spirito. Essi saranno l’autentico “Israele di
Dio”, in antitesi all’ Israele “secondo la carne”. Paolo “schiavo in
Cristo” – la schiavitù in Cristo è in Paolo l’autentica libertà in
quanto crocifigge l’uomo inferiore facendolo rinascere in uomo
cristificato – termina questa profondissima e assai radicale Lettera,
avvertendo in tal modo i giudaizzanti:
D’ora in avanti nessuno mi
procuri più fastidi: io porto infatti nel mio corpo le stimmate di Gesù.
Paolo stesso veniva non a
caso a più riprese perseguitato da costoro, avendo sul suo corpo i segni
della sofferenza e della persecuzione, autentici sigilli di
cristificazione. Coloro che sono “nati secondo la carne”
(Gal,
4,29), i discendenti dell’eredità carnale giudaico-ismaelita, i Nemici
dell’uomo li chiama l’Apostolo Paolo, in quanto Nemici del Figlio
dell’Uomo, infatti, perseguitavano coloro che ri-nascevano secondo lo
Spirito. I Giudei perseguitano i Cristiani, sembra essere questa la
missione permanentemente contro-resurretiva e cristianofoba della
Sinagoga, sosteneva l’Apostolo: “Hanno ucciso
perfino il Signore e i profeti, e hanno perseguitato anche noi, e non
piacciono a Dio, e sono nemici di tutti gli uomini, impedendo a noi di
predicare ai gentili
perché si salvino”
(1Tess.
2, 15-16). In 2Cor.
11, 21-29, Paolo diceva di sentirsi in pericolo a causa della violenza
aggressivamente cristianofoba dei Giudei:
Dai Giudei per cinque
volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno, tre volte sono stato battuto
con le verghe, uno volta lapidato…..
Come sosteneva Ireneo,
Paolo era l’autentica bestia nera dei Giudei e dei giudeo-cristiani;
secondo Origene, gli ebioniti e gli encratiti si basavano sull’ordine
dato dal sommo sacerdote Anania di colpire l’Apostolo sulla bocca (Atti
23,2); sulla scia dei Riconoscimenti dello Pseudo-Clemente, tutte
queste correnti giudaiche o criptogiudaiche consideravano Paolo il vero
nemico, l’ “uomo nemico”.
Alcuni, tra i filosofi
cristiani più illuminati e sereni, continueranno in seguito la
gigantesca lotta spirituale avviata da Paolo. E’ il caso di Giustino,
filosofo e martire cristiano, il quale nel famoso Dialogo con il
Giudeo Trifone, ambientato nella scuola filosofica di Efeso
(155-160) continua con enorme sottigliezza e notevoli capacità intuitive
la visione paolina. L’essenza del Dialogo si basa sulla
concezione paolina di cancellare il popolo di Israele e di sostituirvi,
unico vero Popolo di Dio, quello cristiano. Negli ultimi capitoli,
Giustino scriveva:
Dopo aver ucciso
Cristo non vi siete pentiti; voi ci odiate perché noi attraverso di lui
crediamo a Dio e al padre dell’universo: ci uccidete ogni volta che
potete; bestemmiate continuamente contro di lui e i suoi discepoli; ciò
nonostante noi preghiamo per voi e per tutti gli uomini senza eccezione
come ci ha insegnato nostro signore Gesù Cristo….Non sparlate….contro il
crocifisso, non schernite le sue piaghe per mezzo delle quale voi
potreste guarire come noi siamo guariti….
Alla fine Giustino
ribadiva che il Cristo è l’autentico Israele e che i cristiani sono il
vero popolo di Israele, secondo lo Spirito.
Continuamente, nel corso
della storia, il cristianesimo paolino veniva attaccato e sabotato da
influssi giudaizzanti (ma anche neo-pagani, certamente) che, colpendolo
subdolamente dall’interno, impedivano la nascita, l’incarnazione storica
di un’autentica comunità cristiana fedele alla predicazione di Paolo.
Tranne rarissimi casi e
particolari personalità, la parola di Paolo, che è la Parola stessa del
Cristo, spesso veniva occultata e sabotata proprio da coloro che
dovevano farsene incarnazione: rimanevano invece sedotti dalle lusinghe
e dalle illusione giudaizzanti, che si erano perfettamente inserite nel
tessuto cristiano.
Lo si vede nei tempi
attuali quando si parla comunemente di cristianesimo, ma in realtà si
finisce – nella gran parte dei casi – nella scuola del
giudeo-cristianesimo (l’anatema dell’Apostolo Paolo!), oggi assumente la
maschera del sionismo cristiano: una mistificazione scheletrica ed
abborracciata in cui il giudaismo messianico veterotestamentario
ipernomista (privato e mutilato dell’essenza cosmica del kerigma e del
Logos) ed un calvinismo radicalistico si mischiano fino a comporsi in
una nuova ideocrazia planetaria, quale autentica ombra dei nostri tempi
che nulla ha di cristiano, che prepara la strada al regno antinomista
massimamente anticristiano.
L’ipernomismo giudaizzante
si concretizza infatti, nei momenti di massima decadenza spirituale, in
trasgressione magica antinomista (sia d’esempio la storia del
sabbatianesimo e del frankismo): ciò è inevitabile in quanto la Legge,
svuotata della sua profonda essenzialità spirituale, simbolo quindi di
maledizione, come sosteneva Paolo, portatrice del male cosmico,
produttrice del male cosmico, nei momenti di più radicale sovversione
dei valori, si impone come il falso lievito ultramessianista che
necessita della trasgressione, della rottura spirituale, per rinvigorire
in modo adeguato un seducente e potente materialismo magico-metafisico.
Qui vi è l’immenso iato metafisico escatologico. Il Cristo, in senso
paolino, diviene un maledetto per noi, crocifisso per solidarietà con i
trasgressori della Legge, a loro volta per questo maledetti, per aver
trasgredito la Legge.
E’ una rottura metafisica,
quella compiuta dal Cristo, che svuota dall’interno la Legge in quanto
si riappropria del suo principio originario trascendente, movimentando
la storia umana nel senso dell’Amore e della vittoria eroica sulla
morte.
Dall’altro lato, abbiamo
invece un nomismo cosmista, un ultralegalismo metafisicamente
legittimato da un normativismo astrattamente oggettivistico che diviene,
nei momenti storicamente decisivi, normativismo magico che si
radicalizza in particolari momenti come antinomismo escatologico fondato
sul principio della santità della distruzione e della infima
trasgressione, dell’insudiciamento metafisico quale nuova legge, quale
necessità rituale. Come possiamo oggi constatare. Tale antinomismo in
realtà non fa altro che portare alle sue necessarie quanto tragiche
conseguenze un astratto legalismo che si fonda dogmaticamente su una
Legge svuotata della sua positiva solare essenzialità, proprio poiché,
come insegnava Paolo, gli autentici figli di Dio e i veri discendenti di
Abramo erano ormai nel Figlio, erano cioè coloro che, battezzati nello
Spirito di Cristo, si rivestivano di Cristo stesso.
Luca Fantini
Luca
Fantini, dottore di ricerca in storia della filosofia collabora con la
nostra Redazione con particolare attenzione a problemi filosofici,
storici e alla questione giudaica
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/CristianesimoPaolino2-L.Fantini.htm
continua... |